Apprendo, grazie alla notevole opera di Maurizio Colucci, che uno dei capitoli del libro di Richard Dawikins The God Delusion è dedicato al senso morale, ossia alla capacità di giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Qual’è l’origine dei sentimenti di giusto e sbagliato?
È questa la domanda dalla quale prende inizio il discorso di Dawkins. La risposta, per chi conosce il personaggio, è abbastanza scontata: il senso morale è innato, iscritto nel nostro cervello dal corso dell’evoluzione che ha selezionato alcune attitudini morali eliminandone altre. Continua a leggere “Il senso morale”
Maurizio Colucci dedica parte del suo tempo alla nobile opera di diffusione, sul suo Novissimo blog, di alcune opere di Richard Dawkins e Sam Harris dedicate alla religione.
Entrambi gli autori hanno una posizione decisamente critica. Harris, in particolare, si sofferma sui danni e i pericoli della fede, anche quella moderata e laica. (Personalmente, credo che ad essere pericolose siano le persone, non le idee o le fedi).
A Malvino è piaciuto soprattutto un passaggio effettivamente molto interessante, che non si può non citare:
Immaginate che il vostro vicino creda di avere, sepolto nel suo giardino, un diamante grande come un frigorifero. Gli chiedete perché, e lui risponde: «Ma non capisci? Questo diamante dà alla mia vita un enorme significato». Oppure: «La mia famiglia va matta per le riunioni che facciamo in giardino cercando di scavare per tirarlo fuori ogni domenica. E tu ci vuoi togliere questa cosa?». Oppure immaginate che risponda: «Non vorrei vivere in un universo in cui non ci fosse un diamante nel mio giardino grande quanto il mio frigorifero». Per me è chiaro, immediatamente chiaro, che queste risposte sarebbero inadeguate. Profondamente inadeguate. Sono in realtà le risposte di un pazzo. O di un idiota. Eppure, prendete lo stesso identico ragionamento e trasportatelo nel campo della religione, e queste risposte hanno immenso prestigio. Anzi, fino a che non sostieni un qualche ragionamento di questo tipo, è impossibile per te essere eletto in una carica politica nel nostro paese.
Due le questioni sul tavolo: l’anima è immortale? esiste l’anima? Rapsodico contributo alla discussione.
Eternità dell’anima
Tesi. L’anima è eterna, qualunque cosa essa sia.
Dimostrazione. Un essere vivente possiede l’anima, un essere non più vivente no. La morte è il momento di passaggio dalla vita alla non vita, dal corpo al cadavere, dalla presenza all’assenza dell’anima. Indichiamo con D questo momento e chiediamoci: in D l’anima esiste? Vi sono unicamente due possibili risposte: o l’anima è presente, oppure non lo è. Se in D l’anima è presente, allora D non è il momento del passaggio dalla vita alla morte. Prendiamo un momento successivo a D, che indicheremo con M, nel quale l’anima è assente, e indichiamo con V il momento D. Se in D l’anima non è presente, allora D non è il momento del passaggio dalla vita alla morte. Prendiamo un momento precedente a D, che indicheremo con V, nel quale l’anima è presente, e indichiamo con M il momento D. Comunque siano andate le cose, il momento D non era il momento cercato. Il momento D corretto, che possiamo indicare con D1 è situato nell’intervallo V–M. Identifichiamo questo momento con un qualsiasi calcolo aritmetico, ad esempio (V+M)/2, e chiediamoci: in D1 l’anima esite? Ripetendo il ragionamento di prima, si possono identificare due momenti V1 e M1, dai quali si otterrà un momento D2, dal quale si identificheranno due momenti V2 e M2 e così via all’infinito.
Si è così dimostrato che l’anima è, in quanto illimitata, eterna.
Esistenza dell’anima
Prima dei meritevoli lavori di Lavoisier, la combustione veniva spiegata tramite il flogisto, una misteriosa sostanza presente nei materiali infiammabili e assente in quelli non infiammabili. Il legno e il carbone sono ricchi di flogisto, mentre la cenere ne è priva; il fuoco è il passaggio del flogisto dall’interno all’esterno di un corpo. Oggi sappiamo che il flogisto non esiste: la cenere ha la stessa massa del legno di origine, quindi vi è stata semplicemente una trasformazione della materia, non è fuoriuscita alcuna sostanza misteriosa. In natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
L’anima può essere come il flogisto, un qualcosa di misterioso del quale postuliamo l’esistenza perché ancora stiamo aspettando un Lavoisier dei neuroni? Molto probabilmente sì.
Però la teoria del flogisto è corretta. Lavoisier ha infatti dimostrato che il flogisto non è una sostanza, non che esso non esista o che il carbone equivalga alla cenere. Se prendiamo “flogisto” come sinonimo di “materiale infiammabile”, scopriamo che sono in molti a sostenere la sua esistenza, lasciando perdere le trasformazioni della materia di Lavoisier. Sulle cisterne che contengono benzina è raffigurata una fiamma (in latino flogisto), non lo schema di una reazione chimica, che nessuno capirebbe.
L’anima esiste, infatti io sono vivo e raziocinante, un abete è vivo ma privo di ragione, un pezzo di quarzo non è neppure vivo. Molto probabilmente qualcuno, un giorno, riuscirà a spiegare i complicati processi che distinguono un uomo da un abete e questi ultimi da un minerale. Dubito tuttavia che le sue scoperte serviranno per decidere se intavolare una discussione filosofica con un abete o una persona.
Una tassonomia è un ordine gerarchico di concetti, solitamente strutturato come un albero genealogico: le categorie, le unità di base della tassonomia, sono collegate tra loro in base alla relazione asimmetrica “è parte (o figlio) di”. Nell’esempio qui a fianco, poesia e prosa sono parte di letteratura, mentre romanzo e racconto sono parte di prosa. Le relazioni sono rigide: se un’opera fa parte della categoria racconto allora è anche parte di prosa e di letteratura, ma non può assolutamente appartenere alla categoria poesia.
Le etichette (in inglese tag) costituiscono un altro metodo di classificazione, decisamente meno rigido. Non c’è ordine gerarchico, o almeno non è necessario che ci sia, e pertanto, se prendiamo prosa e poesia come etichette e non più come categorie, un’opera può essere catalogata contemporaneamente sotto entrambi i concetti, il che è decisamente comodo quando si ha a che fare, ad esempio, con Il Convivio di Dante. Continua a leggere “Categorie irrazionali”
L’uomo esiste nello spazio e nel tempo: non c’è pensiero che non abbia una estensione spaziale e temporale, non c’è esperienza che non si situi in un luogo e in un tempo, per quanto vaghi e indefiniti essi possano essere.
Solitamente, si considera il vincolo spaziale meno rigido di quello temporale: così ad esempio Kant, che concede al tempo un primato sullo spazio. È tuttavia un primato relativo: non è semplice pensare al di fuori dello spazio, avere un concetto completamente indipendente dal pensiero del luogo.
Persino l’anima, per coloro che credono in una sua esistenza separata dal corpo, occupa comunque uno spazio, è in un qualche luogo più o meno preciso e delimitato: si immagina infatti una anima in grado di vedere, parlare o ascoltare, e sono tutte operazioni possibili solo a partire da un punto di vista o di ascolto. Continua a leggere “L’eterno scandalo”
La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello sussiegoso
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!
Così il povero Macbeth, nel finale dell’omonima tragedia di Shakespeare (atto V, scena V, trad. it. di Goffredo Raponi).
L’immagine è potente: la vita è solo un’ombra che cammina (a walking shadow), non esiste se non nel suo opporsi alla luce, e nulla rimarrà di essa, è come il racconto di un idiota: privo di significato. Perché l’attorello sussiegoso (poor player) continua a dimenarsi sul palcoscenico? Che senso ha continuare a recitare una parte priva di significato? Continua a leggere “Nulla, a parte il nichilismo”
Ieri sera, al teatro Dal Verme, si è sentito parlare John Searle, Barry Smith, Stefano Rodotà e Maurizio Ferraris (Hernando de Soto, purtroppo, era assente giustificato). I temi andavano dalla ontologia sociale alla scrittura alla protezione e gestione delle scritture, nel senso di dati personali registrati negli archivi.
Dopo aver ascoltato le relazioni di questi filosofi, dopo il gioioso (non c’è altra maniera di descriverlo) concerto di Nicola Arigliano e dopo aver letto, nell’attesa che l’evento avesse inizio, il Corriere della Sera, si impongono alcune riflessioni ontologiche su recenti eventi. Continua a leggere “Riflessioni ontologiche: squadre di calcio e conflitti armati”
Cosa è il riduzionismo?
In generale, è il ridurre, ossia il ricondurre, un evento ad altri eventi ritenuti primitivi o fondamentali.
In questa accezione generale, essere riduzionisti non significa praticamente nulla: è necessario specificare quali eventi si cerca di ridurre, ed eventualmente perché.
Per i filosofi della mente, essere riduzionisti significa voler ridurre gli eventi mentali ad altri eventi che mentali non sono, ad esempio scariche elettriche tra neuroni. Banalizzando, per un riduzionista un pensiero non è altro che un evento cerebrale.
Per un antiriduzionista, o irriducibilista, questa identificazione non è possibile: gli eventi psichici non possono esaurirsi in eventi fisici, in quanto sono qualcosa di radicalmente diverso. Sempre banalizzando, per un antiriduzionista il pensiero è qualcosa di più di un evento cerebrale, o comunque qualcosa di diverso. Continua a leggere “Sul riduzionismo”
Come Searle ha ricordato recentemente, se nella seconda metà del secolo scorso la filosofia della mente ha preso il posto della filosofia del linguaggio nel ruolo di “filosofia prima”, è perché la maggior parte dei filosofi ha riconosciuto che la filosofia del linguaggio era solo una parte della filosofia della mente.
Comunicare significa condividere informazioni, legare o costruire insieme conoscenze.
Questa bellissima attività, alla quale l’uomo dedica una buona parte della propria esistenza, avviene esclusivamente attraverso il linguaggio. È tuttavia un errore concludere che il linguaggio serva principalmente o esclusivamente per comunicare, sono molti i fenomeni linguistici poco o per nulla comunicativi: per dirla in poche parole, dal momento che non solo i matti parlano da soli, il linguaggio non serve solo a comunicare.
Se la sua funzione essenziale non è comunicare, a cosa serve il linguaggio?
Una prima e poco soddisfacente risposta è: non serve a nulla, non ha uno scopo preciso. Si tratta semplicemente di un accidente, è il frutto del caso o dell’evoluzione: le ciliegie sono rosse, i cani scodinzolano e l’uomo parla. Continua a leggere “Dire la verità”