Tutti gli articoli di Ivo Silvestro

Coronavirus, secondo me un po’ razzisti lo siamo

“Non è razzismo, al massimo ignoranza”: questo, mi pare, l’esito dell’autoanalisi collettiva riguardo alcuni atteggiamenti discriminatori nei confronti di persone orientali.

Perché c’è di mezzo una malattia infettiva, il cui (unico?) focolaio è (al momento?) in Cina, per cui sarebbe normale prudenza evitare ristoranti con specialità asiatiche, stare alla larga da persone con gli occhi a mandorla, insultare un orientale che tossisce, diffondere inviti a non fare acquisti in alcuni negozi che vendono prodotti cinesi (quelli gestiti da cinesi), recandosi invece in altri negozi che vendono prodotti cinesi (quelli gestiti da italiani).

Non è razzismo, si dice, perché alla base non c’è la “presunta superiorità di una razza sulle altre” (riporto dalla definizione di “razzismo” del Devoto-Oli), ma solo la constatazione dell’origine geografica di una malattia – magari condita con qualche commento un po’ sprezzante su abitudini igieniche e alimentari di chi vive in quella regione geografica, ma tant’è.
Normale prudenza, accompagnata appunto da un po’ di ignoranza perché non è che gli immigrati cinesi siano pendolari che rientrano la sera in Cina e molti dei “cinesi” che si incontrano per strada sono giapponesi, coreani, statunitensi o italiani.

Ora, a me tutto questo un po’ razzista sembra.
Mancherà – ma ne siamo proprio così sicuri? – quella “presunta superiorità di una razza sulle altre”, e se vogliamo proprio farne il criterio ultimo per poter impiegare quell’ingombrante termine, possiamo parlare di protorazzismo. Perché c’è quell’atteggiamento a giudicare, e condannare, il singolo non in base a quello che è, ma in base alla comunità alla quale appartiene (o riteniamo appartenga). Il virus è in Cina, quindi anche ragazzo nato a in Europa da genitori coreani c’entra qualcosa.

Ho frequentato alcuni corsi sulla sicurezza e una delle poche cose che mi è rimasta in mente è che la prevenzione non parte necessariamente dagli incidenti, ma dai “quasi incidenti”, da quelle situazioni in cui – per poco, magari addirittura per caso – non è successo niente. Ecco, per il razzismo non partiamo dai linciaggi, ma dai ristoranti vuoti.

Traduzioni di genere

È morta la produttrice cinematografica Tiziana Soudani – quella di Pane e tulipani di Silvio Soldini, per capirci.

Tra le varie “manifestazioni di cordoglio”, anche quella delle Giornate cinematografiche di Soletta che qualche anno fa aveva dato a Soudani il Prix d’honneur. Circostanza ricordata così in tedesco e francese:

Die Tessinerin wurde an den 52. Solothurner Filmtagen als erste Filmproduzentin überhaupt mit dem «Prix d’honneur» geehrt.
Aux 52es Journées de Soleure, la Tessinoise avait été la première productrice de cinéma à recevoir le «Prix d’honneur».

C’è una certa ambiguità, in quel “erste Filmprodutenin/première productrice”: intenderà che prima non erano mai stati premiati, in generale, produttori – oppure che non erano mai state premiate donne produttrici ma qualche produttore uomo sì?
Ma capisco le perplessità verso il “maschile inclusivo” (anche se non sono sicuro di come funzioni in francese e tedesco), e comunque l’elenco dei premiati precedenti fuga ogni dubbio: prima di Tiziana Soudani non ci sono produttori o produttrici.

Ma il comunicato di cordoglio è stato tradotto anche in italiano, in un pdf visto che il sito è solo in francese e tedesco. E la frase, da ambigua, diventa semplicemente falsa:

La produttrice ticinese è stata la prima donna in assoluto a ricevere il «Prix d’honneur» alle 52e Giornate di Soletta.

Il premio, in passato, è andato alla giornalista Françoise Deriaz, alla distributrice Ilona Stamm ed altre donne ancora.

Ora, capisco il lasciarsi ingannare dall’ambiguità del femminile, ma come si è arrivati da “prima produttrice” a “prima donna in assoluto”?

Niente di nuovo sul fronte occidentale

È mattino, nella mia “rassegna stampa social” – sì, insomma, negli articoli che trovo condivisi dai miei contatti – trovo un’intervista, pubblicata da La Stampa, al direttore della Fondazione Italia-Cina Vincenzo Petrone che “smentisce alcuni luoghi comuni sull’aggressività di Pechino”.

Perché, mi rassicura il titolo, la Cina “non è una democrazia liberale, ma non aggredisce i valori occidentali”. Perché certo, gli uiguri nei campi di concentramento ma “i cinesi ritengono che la versione uigura dell’Islam rappresenti un rischio per l’unità nazionale” e “la questione dell’indipendentismo non è un problema solo cinese”. Certo, Hong Kong, ma normale che Pechino voglia un “governo friendly”. Certo, “non ci sono forme pubbliche di dissenso come da noi” ma “in privato si critica la burocrazia del partito comunista” e comunque i cinesi “pensano che sia il giusto prezzo da pagare per aver tirato fuori dalla povertà 500 milioni di persone”.

Insomma, la Cina “non aggredisce i valori occidentali” (così il titolo dell’intervista) perché alla fine fa quello che fanno anche i Paesi occidentali, i primi a mettere in discussione i diritti umani in nome della sicurezza e del benessere economico.
Posso dire che non mi sento per niente rassicurato?

Contro il verismo del fact checking

La verifica dei fatti è importantissima. Nel giornalismo come nella vita di tutti i giorni – che poi sui social media facciamo tutti qualcosa di simile al giornalismo –, è importante avere informazioni verificate e attendibili. E se questo controllo non è stato fatto, o se è sfuggito qualcosa, è importante far presente l’errore: per una correzione, per segnalare l’informazione errata agli altri utenti o, nella peggiore delle situazioni, per far capire che è meglio stare alla larga da quella fonte lì che pubblica un sacco di bufale.

Ma – è ovvio che sarebbe arrivato un “ma”, no? A parte il titolo che lascia intuire una critica al fact checking, quanto letto finora era la classica premessa del “non sono razzista ma”: come non aspettarsi un attacco alla verifica dei fatti?

La verità non basta

Il fatto è che la verità non basta. Nel senso: è ovvio che vogliamo informazioni vere, ma in realtà quello che davvero vogliamo – o che dovremmo volere – sono informazioni buone. Per cui informazioni che siano non solo vere, ma anche pertinenti alla discussione, che non siano ambigue e né troppo dettagliate né troppo superficiali. (Per chi se lo stesse chiedendo: sì, sto riprendendo le massime conversazionali di Grice).

Questo vale per le indicazioni stradali, per una discussione su quale film guardare, per un dibattito sul riscaldamento globale, per un reportage sui vaccini: la verità è uno dei fattori da prendere in considerazione. E possiamo avere una buona informazione non del tutto vera (per una semplificazione, ad esempio) e una cattiva informazione del tutto vera (perché incompleta o fuori contesto).

Soffermarsi unicamente sulla verità e trascurare gli altri aspetti non contribuisce a migliorare la circolazione dell’informazione. Anzi.
Si arriva al punto in cui alla critica verso un ministro di aver firmato un’intesa con la Cina, si risponde con il fact checking: in realtà il documento è stato firmato da dei funzionari. (Sì, è accaduto davvero). Il che è certamente vero, ma pare quantomeno poco pertinente riguardo al tema della critica.

Se si prende in considerazione unicamente la verità – e magari pure con pedanteria – si finisce per fare la figura di quello che alla domanda “scusi sa che ore sono?” risponde semplicemente “sì”.

La verità non è abbastanza

Poi, fateci caso: abbiamo parlato di “verifica dei fatti”, poi di “vero e falso”. Ma i fatti, tecnicamente, non sono né veri né falsi: al più lo sono le affermazioni intorno a quei fatti. Il mio viaggio in treno di venerdì mattina non è vero né falso: lo è l’affermazione “ho preso il treno delle 9.01”.

Finezze da filosofo, certo: del resto tutti ci capiamo se dico “è un fatto vero” – intendo che quello che ho detto su quel fatto è vero.
Tuttavia vedo, sui social media, il fact checking abbattersi pure su delle semplici fotografie, bollate come “informazione falsa”. Ma un’immagine, di per sé, non è vera o falsa: per esserlo dovrebbe affermare qualcosa – ma quello accade fuori dall’immagine.

Mi spiegato meglio. L’immagine di un disco volante sui cieli di Washington non è né vera né falsa; è vera l’affermazione che è un fotogramma di ‘Ultimatum alla Terra’ di Robert Wise; è falsa l’affermazione che si tratta della prova che gli alieni esistono.
Poi certo, a volte basta inserire un’immagine in un articolo o pubblicarla online perché “lasci intendere” qualcosa. Il che può essere un problema – ma non è un problema di verità della foto, bensì di pertinenza o ambiguità.

Il verismo del fact checking

La morale è una cosa bellissima: sono quelle norme che cercano di indicare come ci si dovrebbe comportare in situazioni difficili. Poi c’è il moralismo, dove prendi quelle norme e le applichi pedissequamente per lavarti la coscienza.

Similmente, la verità è una cosa bellissima: indica quell’onestà alla quale dovremmo tendere nel diffondere informazioni. Poi c’è il verismo – ok, il nome è già stato preso da due-tre dignitosissime correnti artistiche, ma fate finta di nulla –, dove prendi l’esattezza e ne fai un dogma con cui zittire gli altri.

Quindi? Alla fine credo che una non piccola parte dei problemi relativi alla cattiva qualità dell’informazione – in generale, non solo giornalistica – si possa risolvere con un po’ di trasparenza. Dare un minimo di contesto alle informazioni (e a chi le sta fornendo) aiuta a capire quanto siano chiare, pertinenti, complete. E vere.

Colazione con Tiziano Ferro – o della musica che non ti aspetti

Ho fatto colazione al bar, stamattina. Da solo. E ho fatto un’esperienza strana – strana per essere il 2020, ma perfettamente normale qualche anno fa. Ho ascoltato musica che non avevo scelto.

Mentre mangiavo c’era una canzone di Tiziano Ferro – non chiedetemi quale, non lo so: ho solo riconosciuto la voce del cantante. Poi, ahimè a brioche terminata e mentre uscivo, Purple Rain di Prince.
Ma il problema non sono tanto le canzoni, ma proprio il fatto che non le avessi scelte: ascolto raramente la radio, e perlopiù trasmissioni parlate; per la musica ho la mia libreria musicale e anche quando utilizzo servizi di streaming, scelgo sempre cosa ascoltare, per quanto tra un ventaglio di proposte selezionate da un algoritmo o da un curatore umano in base a quelli che potrebbero essere i miei gusti.

Stamattina, niente di tutto questo: mi sono ritrovato lì, con un cappuccino in una mano, una brioche nell’altra e della musica che non avevo assolutamente preventivato nelle orecchie.

Musica “al ribasso”: non per qualità, ma per gradimento: con Tiziano Ferro e Prince si va relativamente sul sicuro.
Musica condivisa, o almeno condivisibile. Non fosse che nel locale c’erano solo io, una barista indaffarata a preparare panini per il pranzo e qualche altro pendolare che andava di fretta.

Morally

Una delle cose belle degli ebook, è poter selezionare una parola e averne una definizione. Certo, non sempre è d’aiuto – se mi spieghi “giulebbato” con riferimento al “giulebbe”, ne so quanto prima – ma è comunque una funzione utile, soprattutto se provi a leggere in una lingua che non è la tua.

Il Kindle di Amazon ha introdotto una funzione ancora più comoda: Word Wise, disponibile al momento in inglese. In pratica sopra le parole difficili mette una breve definizione.
Anche qui, spesso queste parole difficili derivano dal latino, per cui non presentano particolare difficoltà a un lettore italofono, ma la funzione è comunque utile.
Ed è comunque interessante vedere come l’abilità con cui si spiega un termine in poche parole. Ho particolarmente apprezzato, leggendo The Testament di Margaret Atwood, come hanno definito “morally”, roba da costruirci un corso di filosofia morale.

Ho incontrato Sophia

Ho avuto il “piacere” di “intervistare” Sophia, robot umanoide sviluppato dalla Hanson Robotics per interagire con gli esseri umani – presente al Forum innovazione Svizzera italiana a Lugano.

Sophia

Alcune riflessioni sparse.

L’idea di robot umanoidi mi pare, al momento, pessima, una di quelle cose che fa tanto fantascienza ma che forse è meglio lasciarla lì, nella narrativa e non nella realtà.
L’obiettivo dovrebbe essere permettere interazioni più naturali, ma per provare empatia basta un viso stilizzato, tipo quello dell’iCub sviluppato all’Istituto italiano di tecnologia. Le espressioni e le movenze di Sophia, nel loro tentativo di imitare gli esseri umani, sono terribilmente innaturali e in certi momenti pure un po’ inquietanti. Se devo scegliere con chi (o cosa?) interagire – e magari in un contesto delicato come l’assistenza medica a domicilio –, al momento preferisco non solo un robot meno umano, ma pure uno smartphone con le emoji, e non disdegnerei neppure l’occhio rosso di HAL 9000.

Peraltro, Sophia era collegata a due grossi cavi – immagino uno per i dati e l’altro per la corrente – il che rende ancora meno surreale l’aspetto umano.

Io e altri giornalisti abbiamo posto delle domande; lei ha risposto, in maniera quasi sempre pertinente per quanto perlopiù superficiale. Talvolta con intervalli di tempo, tra domanda e risposta, innaturalmente lunghi. E ci trovavamo in un contesto protetto: abbiamo dovuto presentare in anticipo le domande ed erano presenti degli operatori, anche se non mi è chiaro se e come sono intervenuti durante l’incontro.
Io ho osato fare una domanda non prevista: “Di quanta energia hai bisogno per funzionare?”. La risposta è stata una cosa tipo “ogni tanto mi devo riposare”.
Direi che c’è ancora parecchia strada da fare, prima di poter mettere Sophia a interagire col pubblico, anche solo in contesti non complicati come prendere delle ordinazioni al ristorante, figuriamoci l’assistenza clienti o lezioni personalizzate (due ambiti che Sophia stessa ha indicato rispondendo a una mia domanda).

Non metto in dubbio che in futuro ci ritroveremo sempre più spesso a interagire con intelligenze artificiali.
Dubito fortemente saranno robot umanoidi come Sophia.

Quel che dice la pubblicità

Mi piacciono le pubblicità.
Ovviamente essendo io una persona perfettamente razionale non mi faccio influenzare nelle mie scelte – che poi è quello che penserebbe una persona almeno in parte irrazionale, ma non vuol dire nulla –; semplicemente mi diverte vedere come mi si vorrebbe convincere a comprare un determinato prodotto, fare la spesa in un determinato posto, fare una donazione a una determinata Ong. aprire un conto in un determinato istituto di credito, abbonarmi a un determinato servizio eccetera.

Certo, il più delle volte si tratta della banale magnificazione del proprio prodotto o servizio rispetto alla concorrenza: è più bello, più veloce, più economico, più affidabile, più divertente, più efficace, più esclusivo, più comodo, più luccicante, più…
Ci sono però delle interessanti eccezioni, dove il tema più che la qualità di quel che si vende, è l’adesione a una certa visione del mondo, a certi valori che si suppone coincidano con quelli della maggioranza se non della popolazione, quantomeno dei potenziali clienti.
Un’azienda dei telecomunicazioni non mi informa sui giga o i mega che offre e a quale prezzo, ma del fatto che la sua infrastruttura è al 100% alimentata da energie rinnovabili. Un supermercato si vanta non di avere bistecche e verdure particolarmente buone o economiche, ma di avere lo stipendio base più alto di tutto il settore. E una banca lascia perdere interessi e servizi, ma mi informa di essere “ticinese”.

Difficile dire se vi sia una sincera adesione a quei valori oppure un semplice calcolo economico – anche perché parliamo di aziende, entità alle quali non è facile attribuire un’intenzionalità. Ma tutto sommato – e ammesso ovviamente che si tratti di un vero impegno, non di vuoti slogan – la differenza non è così fondamentale: il risultato è in fondo lo stesso, un impegno per un mondo più sostenibile, più equo o più autarchico. E se, da consumatore, mi chiami a scegliere tra questi valori, non diventerò mai cliente di quella banca.

Ma poi che cos’è una fake news? Un apostrofo rosa messo tra le parole “documentati”

Sui social media mi sono imbattuto nella versione Bacio perugina del celeberrimo “bacio apostrofo rosa t’amo” di Rostand.

Dispiace un po’ veder mutilato il testo, ma lo spazio è quello che è ed è giusto andare subito al sodo semplificando un po’. Così il “Ma poi che cos’è un bacio?” diventa un lineare “Che cos’è un bacio?”, il “giuramento fatto poco più da presso” sparisce e si va subito a “un apostrofo rosa tra le parole t’amo”.

Ma il vero problema è la versione francese, che in teoria sarebbe quella originale. Solo che Rostand non ha mai scritto di “un apostrophe rose”, innanzitutto perché apostrophe in francese è femminile e quindi sarebbe “une apostrophe”. Ma soprattutto, nell’originale il bacio è “Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer”, un punto rosa che si mette sulla i del verbo amare (che però in italiano non ha la i).
Insomma, l’apostrophe rose è una retrotraduzione dall’italiano.

Ed è interessante che, cercando online “un(e) apostrophe rose entre les mots je t’aime”, i risultati siano praticamente tutti di siti italiani che, immagino per darsi un tono, hanno voluto mettere l’originale francese della romantica frase del Cyrano, andando di apostrophe e senza pensare di cercare il testo originale.

Per carità, i foglietti che troviamo nei Baci perugina non son certo saggi di letteratura comparata e certamente in giro si trovano falsi ben più gravi.
Ma, come spesso capita, è interessante il meccanismo: questa “fake news” si è diffusa perché ci viene naturale cercare conferme di quello che pensiamo di sapere (nel caso specifico: che l’originale francese abbia un apostrophe rose), invece di attrezzarci per una ricerca indipendente (nel caso specifico: andiamo a vedere il testo originale del Cyrano).

Per fortuna ci sono i complottisti

Ho avuto occasione di seguire un po’ di incontri su Apollo 11 e la conquista dello spazio – perlopiù al CICAP Fest di Padova.
E devo ringraziare i complottisti. Che certo, c’è il problema della fiducia come nel caso del 5G, ma è grazie a loro se si entra in dettagli tecnici e scientifici, minuzie che, senza la necessità di rispondere alle accuse di chi sostiene che il programma Apollo fosse tutta (o in parte) una montatura, sarebbero rimaste confinate nei testi tecnici – mentre adesso sono in mano a valenti divulgatori.

Ci saremmo mai dedicati alla polvere sulle “zampe” del modulo lunare, se quella polvere non fosse diventata la “prova” che era tutto un imbroglio?

Alla fine quello dei complottisti è un servizio alla comunicazione della scienza. Tanto che – adottando per un attimo quella mentalità complottista – viene il dubbio che le bufale sull’allunaggio siano un’invenzione dei divulgatori per avere qualcosa in più da raccontare…

Ai fini del benessere mentale dell’umanità

Questo ringraziamento del complottismo ricalca uno dei motivi con cui John Stuart Mill difende la libertà di opinione e di espressione nel suo celebre Sulla libertà. Riporto dalla traduzione di Stefano Magistretti per Il Saggiatore:

In terzo luogo, anche se l’opinione comunemente accettata è non solo vera ma costituisce l’intera verità, se non si permette che sia, e se in effetti non è, vigorosamente e accanitamente contestata, la maggior parte dei suoi seguaci l’accetterà come se fosse un pregiudizio, con scarsa comprensione e percezione dei suoi fondamenti razionali.