Tutti gli articoli di Ivo Silvestro

Morally

Una delle cose belle degli ebook, è poter selezionare una parola e averne una definizione. Certo, non sempre è d’aiuto – se mi spieghi “giulebbato” con riferimento al “giulebbe”, ne so quanto prima – ma è comunque una funzione utile, soprattutto se provi a leggere in una lingua che non è la tua.

Il Kindle di Amazon ha introdotto una funzione ancora più comoda: Word Wise, disponibile al momento in inglese. In pratica sopra le parole difficili mette una breve definizione.
Anche qui, spesso queste parole difficili derivano dal latino, per cui non presentano particolare difficoltà a un lettore italofono, ma la funzione è comunque utile.
Ed è comunque interessante vedere come l’abilità con cui si spiega un termine in poche parole. Ho particolarmente apprezzato, leggendo The Testament di Margaret Atwood, come hanno definito “morally”, roba da costruirci un corso di filosofia morale.

Ho incontrato Sophia

Ho avuto il “piacere” di “intervistare” Sophia, robot umanoide sviluppato dalla Hanson Robotics per interagire con gli esseri umani – presente al Forum innovazione Svizzera italiana a Lugano.

Sophia

Alcune riflessioni sparse.

L’idea di robot umanoidi mi pare, al momento, pessima, una di quelle cose che fa tanto fantascienza ma che forse è meglio lasciarla lì, nella narrativa e non nella realtà.
L’obiettivo dovrebbe essere permettere interazioni più naturali, ma per provare empatia basta un viso stilizzato, tipo quello dell’iCub sviluppato all’Istituto italiano di tecnologia. Le espressioni e le movenze di Sophia, nel loro tentativo di imitare gli esseri umani, sono terribilmente innaturali e in certi momenti pure un po’ inquietanti. Se devo scegliere con chi (o cosa?) interagire – e magari in un contesto delicato come l’assistenza medica a domicilio –, al momento preferisco non solo un robot meno umano, ma pure uno smartphone con le emoji, e non disdegnerei neppure l’occhio rosso di HAL 9000.

Peraltro, Sophia era collegata a due grossi cavi – immagino uno per i dati e l’altro per la corrente – il che rende ancora meno surreale l’aspetto umano.

Io e altri giornalisti abbiamo posto delle domande; lei ha risposto, in maniera quasi sempre pertinente per quanto perlopiù superficiale. Talvolta con intervalli di tempo, tra domanda e risposta, innaturalmente lunghi. E ci trovavamo in un contesto protetto: abbiamo dovuto presentare in anticipo le domande ed erano presenti degli operatori, anche se non mi è chiaro se e come sono intervenuti durante l’incontro.
Io ho osato fare una domanda non prevista: “Di quanta energia hai bisogno per funzionare?”. La risposta è stata una cosa tipo “ogni tanto mi devo riposare”.
Direi che c’è ancora parecchia strada da fare, prima di poter mettere Sophia a interagire col pubblico, anche solo in contesti non complicati come prendere delle ordinazioni al ristorante, figuriamoci l’assistenza clienti o lezioni personalizzate (due ambiti che Sophia stessa ha indicato rispondendo a una mia domanda).

Non metto in dubbio che in futuro ci ritroveremo sempre più spesso a interagire con intelligenze artificiali.
Dubito fortemente saranno robot umanoidi come Sophia.

Quel che dice la pubblicità

Mi piacciono le pubblicità.
Ovviamente essendo io una persona perfettamente razionale non mi faccio influenzare nelle mie scelte – che poi è quello che penserebbe una persona almeno in parte irrazionale, ma non vuol dire nulla –; semplicemente mi diverte vedere come mi si vorrebbe convincere a comprare un determinato prodotto, fare la spesa in un determinato posto, fare una donazione a una determinata Ong. aprire un conto in un determinato istituto di credito, abbonarmi a un determinato servizio eccetera.

Certo, il più delle volte si tratta della banale magnificazione del proprio prodotto o servizio rispetto alla concorrenza: è più bello, più veloce, più economico, più affidabile, più divertente, più efficace, più esclusivo, più comodo, più luccicante, più…
Ci sono però delle interessanti eccezioni, dove il tema più che la qualità di quel che si vende, è l’adesione a una certa visione del mondo, a certi valori che si suppone coincidano con quelli della maggioranza se non della popolazione, quantomeno dei potenziali clienti.
Un’azienda dei telecomunicazioni non mi informa sui giga o i mega che offre e a quale prezzo, ma del fatto che la sua infrastruttura è al 100% alimentata da energie rinnovabili. Un supermercato si vanta non di avere bistecche e verdure particolarmente buone o economiche, ma di avere lo stipendio base più alto di tutto il settore. E una banca lascia perdere interessi e servizi, ma mi informa di essere “ticinese”.

Difficile dire se vi sia una sincera adesione a quei valori oppure un semplice calcolo economico – anche perché parliamo di aziende, entità alle quali non è facile attribuire un’intenzionalità. Ma tutto sommato – e ammesso ovviamente che si tratti di un vero impegno, non di vuoti slogan – la differenza non è così fondamentale: il risultato è in fondo lo stesso, un impegno per un mondo più sostenibile, più equo o più autarchico. E se, da consumatore, mi chiami a scegliere tra questi valori, non diventerò mai cliente di quella banca.

Ma poi che cos’è una fake news? Un apostrofo rosa messo tra le parole “documentati”

Sui social media mi sono imbattuto nella versione Bacio perugina del celeberrimo “bacio apostrofo rosa t’amo” di Rostand.

Dispiace un po’ veder mutilato il testo, ma lo spazio è quello che è ed è giusto andare subito al sodo semplificando un po’. Così il “Ma poi che cos’è un bacio?” diventa un lineare “Che cos’è un bacio?”, il “giuramento fatto poco più da presso” sparisce e si va subito a “un apostrofo rosa tra le parole t’amo”.

Ma il vero problema è la versione francese, che in teoria sarebbe quella originale. Solo che Rostand non ha mai scritto di “un apostrophe rose”, innanzitutto perché apostrophe in francese è femminile e quindi sarebbe “une apostrophe”. Ma soprattutto, nell’originale il bacio è “Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer”, un punto rosa che si mette sulla i del verbo amare (che però in italiano non ha la i).
Insomma, l’apostrophe rose è una retrotraduzione dall’italiano.

Ed è interessante che, cercando online “un(e) apostrophe rose entre les mots je t’aime”, i risultati siano praticamente tutti di siti italiani che, immagino per darsi un tono, hanno voluto mettere l’originale francese della romantica frase del Cyrano, andando di apostrophe e senza pensare di cercare il testo originale.

Per carità, i foglietti che troviamo nei Baci perugina non son certo saggi di letteratura comparata e certamente in giro si trovano falsi ben più gravi.
Ma, come spesso capita, è interessante il meccanismo: questa “fake news” si è diffusa perché ci viene naturale cercare conferme di quello che pensiamo di sapere (nel caso specifico: che l’originale francese abbia un apostrophe rose), invece di attrezzarci per una ricerca indipendente (nel caso specifico: andiamo a vedere il testo originale del Cyrano).

Per fortuna ci sono i complottisti

Ho avuto occasione di seguire un po’ di incontri su Apollo 11 e la conquista dello spazio – perlopiù al CICAP Fest di Padova.
E devo ringraziare i complottisti. Che certo, c’è il problema della fiducia come nel caso del 5G, ma è grazie a loro se si entra in dettagli tecnici e scientifici, minuzie che, senza la necessità di rispondere alle accuse di chi sostiene che il programma Apollo fosse tutta (o in parte) una montatura, sarebbero rimaste confinate nei testi tecnici – mentre adesso sono in mano a valenti divulgatori.

Ci saremmo mai dedicati alla polvere sulle “zampe” del modulo lunare, se quella polvere non fosse diventata la “prova” che era tutto un imbroglio?

Alla fine quello dei complottisti è un servizio alla comunicazione della scienza. Tanto che – adottando per un attimo quella mentalità complottista – viene il dubbio che le bufale sull’allunaggio siano un’invenzione dei divulgatori per avere qualcosa in più da raccontare…

Ai fini del benessere mentale dell’umanità

Questo ringraziamento del complottismo ricalca uno dei motivi con cui John Stuart Mill difende la libertà di opinione e di espressione nel suo celebre Sulla libertà. Riporto dalla traduzione di Stefano Magistretti per Il Saggiatore:

In terzo luogo, anche se l’opinione comunemente accettata è non solo vera ma costituisce l’intera verità, se non si permette che sia, e se in effetti non è, vigorosamente e accanitamente contestata, la maggior parte dei suoi seguaci l’accetterà come se fosse un pregiudizio, con scarsa comprensione e percezione dei suoi fondamenti razionali.

Fiducia a 5G

Antenna telefonia mobile

Premessa 1.
A me, personalmente, del 5G frega poco: col mio attuale ritmo di adozione delle nuove tecnologie, avrò un dispositivo in grado di supportare questa tecnologia non prima di un paio d’anni e, in ogni caso, per il mio utilizzo abituale della rete le velocità attuali sono più che sufficienti. Che un film si scarichi in venti minuti o in venti secondi a me cambia poco: sempre due ore ci metto, a guardarlo.
Sono poi certo che sia una tecnologia importante dalle applicazioni utili e interessanti, delle quali certamente usufruirò anch’io – per quanto, almeno all’inizio, indirettamente.

Premessa 2.
Non sono un esperto di onde elettromagnetiche, di radiazioni non ionizzanti eccetera. Figuriamoci sugli eventuali effetti biologici. Ho giusto qualche reminiscenza degli studi liceali, qualche lettura recente – cose che al più fanno di me una persona un vagamente informata, forse più della media ma certamente non un esperto in grado di giudicare la validità di uno studio sulla dannosità del 5G.

Fatte queste due premesse, che cosa dovrei pensare degli operatori telefonici che stanno installando nuove antenne o aggiornando al 5G quelle esistenti? Sostanzialmente nulla, perché appunto ho pochissimi elementi diretti.

Devo fidarmi.
Devo fidarmi degli scienziati che hanno studiato e stanno studiando gli effetti delle radiazioni elettromagnetiche, devo fidarmi dei loro metodi di ricerca, devo fidarmi di chi finanzia questi studi.
Devo fidarmi degli ingegneri che costruiscono e installano le antenne, delle aziende che li pagano.
Devo fidarmi della politica che stabilisce dei limiti, vigila sul loro rispetto e concede delle deroghe.

Ecco, di quel che sta accendendo – in Svizzera e anche altrove – sul 5G, con bufale più o meno catastrofiche, proposte di moratorie, persino atti vandalici, a me interessa soprattutto questo: la fiducia che non c’è.
Perché verosimilmente questa ostilità verso il 5G è un fenomeno temporaneo: tempo un paio d’anni e a parte uno zoccolo duro di luddisti apocalittici nessuno ci farà più caso, salvo il caso di antenna davanti casa – che peraltro non vorrei neanch’io, brutte come sono. Insomma, nessun danno permanente, solo un po’ di ritardo nella diffusione della copertura 5G.

Ma la sfiducia, quella resterà, forse risulterà addirittura rinforzata, se la pericolosità del 5G diventerà un luogo comune impresso nella mente delle persone – che magari ne discutono oziosamente bevendo del vino e fumando una sigaretta.

Che cosa intendo con sfiducia?
Non la semplice diffidenza: quella è perlopiù salutare e benvenuta. Tutti – scienziati, ingegneri, politici, industriali, filosofi, giornalisti – siamo esseri umani e possiamo sbagliare, sottovalutare alcuni aspetti e sopravvalutarne altri. E in gioco ci sono importanti interessi economici che certo influenzano il dibattito. Dal fumo al riscaldamento globale, non mancano gli esempi di pericoli minimizzati più o meno in buona fede: sarebbe ingenuo escludere a priori che possa accadere di nuovo.

Ma si tratta appunto di un sano scetticismo, quello per cui si cercano motivi per dubitare e non solo per credere. O, per dirla con Hume, quello della persona saggia che “proporziona le proprie credenze alle prove di cui dispone”. Poi certo, le prove che abbiamo sono indirette – che di quelle dirette, per la premessa 2, sappiamo poco – ma comunque sufficienti. Voglio dire: le aziende di telefonia sono certamente interessate a farci spendere tanti soldi per dispositivi 5G, ma – anche ammettendo che siano guidate da persone prive di qualsiasi scrupolo – sono anche interessate a non spendere il doppio di quanto guadagnato in risarcimenti. Cosa che prima o poi capiterebbe di sicuro, se ci fossero rischi seri – come accaduto ad esempio alle industrie del tabacco. Senza dimenticare che anche i sostenitori del complotto del 5G hanno di che guadagnarci…

Perché la differenza tra quello che ho chiamato sano scetticismo e la sfiducia è appunto questa: si rifiuta qualsiasi argomento della parte “ufficiale”, ma si accettano senza alzare un sopracciglio tutto quel che arriva dalla parte degli “alternativi”. È la differenza tra pensare di avere a che fare con persone – scienziati, ingegneri, politici, industriali, filosofi, giornalisti – che possono sbagliarsi (per superficialità, per pregiudizi, per tornaconto), e sentirsi circondati da esseri insensatamente malvagi.

Perché “siamo andati sulla Luna”?

In questi giorni di celebrazioni per i cinquant’anni della missione Apollo 11, un pensiero mi arrovella.

Perché “siamo andati sulla Luna”?
Notate le virgolette: non mi sto chiedendo i motivi che hanno spinto gli Stati Uniti a creare il programma Apollo – la storia più o meno la conosciamo tutti: fondamentalmente per umiliare i sovietici – ma i motivi che mi fanno affermare che noi1 siamo andati sulla Luna e che non è tutta una montatura, un complotto, un un inganno.

Intendiamoci: non ho dubbi che cinquanta anni fa Neil Armstrong abbia davvero posato il piede sulla superficie lunare. Ma perché non ho dubbi? Non ero ancora nato – come del resto, spannometricamente, l’80% della popolazione mondiale attuale –, non ho particolari competenze storiche o aerospaziali, neppure ho mai conosciuto qualcuno direttamente coinvolto con il programma Apollo.
Gli argomenti a favore mi paiono più convincenti di quelli (alcuni davvero strampalati) contrari, ma la mia è la valutazione di un inesperto.
Insomma, gira e rigira è questione di fiducia: mi fido di più di chi dice che ci siamo stati.

  1. Noi esseri umani, intendo. []

Applausi

Domenica scorsa ho ascoltato la Nona di Beethoven.

Il concerto, parte del Ludwig van Festival dell’Orchestra della Svizzera italiana, doveva originariamente essere all’aperto, poi causa pioggia si è tenuto all’interno della sala del Lac, il centro culturale di Lugano. Mantenendo comunque la formula dell’evento eccezionale e gratuito, vista la presenza di vari cori della regione e l’allestimento di uno schermo nella hall del centro culturale – il che ha verosimilmente portato in sala un pubblico nuovo, non avvezzo ai riti della musica classica.

Così alla fine del primo movimento c’è stato qualcuno che ha osato applaudire, subito intimorito dagli sguardi severi dei vicini avvezzi al rigido rituale della musica classica. Poi magari uno a casa di legge la Lettura della nona sinfonia di Massimo Mila, e – vado a memoria – scopre che alla prima esecuzione il pubblico viennese proruppe in un applauso spontaneo nel bel mezzo del secondo movimento.
Insomma, puoi portare la musica classica in piazza; ma portare gli applausi nella musica classica, no.

Uno schioccare di dita

C’è un pensiero che continua ad arrovellarmi, dopo aver visto Avengers endgame.1

Ora, già nel precedente film la conta degli scomparsi era realisticamente di molto superiore alla metà – perché un conto son quelli letteralmente ridotti in polvere dallo schiocco di dita di Thanos, un altro son quelli morti per i vari incidenti seguiti alla scomparsa. Incidenti per metà delle automobili in circolazione, un quarto degli aerei (contando il copilota, ammesso che lui e il personale dell’aeroporto abbiano il sufficiente sangue freddo per l’atterraggio), più navi, elicotteri, treni, metropolitane, autobus senza dimenticare centrali nucleari, dighe eccetera.
E tutto questo ammettendo che il sistema economico continui a funzionare, che nelle fattorie si continui a coltivare la terra, che qualcuno rifornisca le fabbriche di materie prime e distribuisca i prodotti, eccetera.
Insomma, secondo me è facile azzardare che, tra polverizzati da Thanos, morti immediatamente in incidenti e morti di inedia nelle settimane successiva, almeno due terzi dell’umanità non ci siano più. E temo sia una stima molto conservativa.

Abbiamo quindi una popolazione mondiale di due-tre miliardi di persone che con difficoltà si riorganizza, ricostruisce una società.
Passano gli anni – cinque, per la precisione, e non sono pochi – e gli Avengers riescono a procurarsi le gemme dell’infinito: un altro schiocco di dita e 4 miliardi di persone ritornano come se nulla fosse. Il problema non è tanto ritrovarsi la figlia di cinque anni che ne ha dieci e chiama qualcun altro mamma e papà, ma dove alloggiare – se ti va bene hai una casa abbandonata da cinque anni, se ti va male è abitata da altri, se ti va malissimo è diventata una discarica tossica con le macerie dalla Grande scomparsa –, cosa mangiare, cosa bere, che medicine prendere. Perché, anche stimando una crescita demografica, tutto il sistema produttivo è dimensionato per poco più di tre miliardi di persone – e improvvisamente hai sette miliardi di bocche da sfamare, di corpi di curare e vestire.

Insomma, un’altra catastrofe e se per numero di morti il secondo schiocco di dita è forse inferiore al primo, è sicuramente maggiore per sofferenza. E gli Avengers sono i buoni.

  1. Breve premessa per chi non ha visto gli ultimi due cinefumettoni Marvel: Thanos, preoccupato per l’incontrollata crescita demografica, decide di far sparire metà degli esseri viventi – perlomeno quelli senzienti – della galassia. Gli Avengers non riescono a fermarlo, ma cinque anni dopo riescono a far tornare in vita tutti quelli cancellati. []

‘Umani vs. Macchina’. Davvero?

La tv svizzera proporrà, mercoledì 21 novembre, una serata speciale dedicata a big data e intelligenza artificiale, <data>land.

Dando un’occhiata agli ospiti invitati – tra cui, cito dal comunicato, il direttore dell’Istituto Dalle Molle Luca Gambardella e il garante europeo della protezione dei dati Giovanni Buttarelli –, non ho dubbi sulla serietà della trasmissione.
Tuttavia nell’ambito di <data>land troviamo anche un’iniziativa che mi lascia molto perplesso: una sfida “Umani vs. Macchina”.

CheeseMaster, questo il nome scelto, così viene presentato:

La SRG SSR e la RSI ti propongono di partecipare a un grande esperimento scientifico. Una sfida individuale e collettiva sotto forma di gioco ispirato alla tradizione svizzera: il formaggio. Ma non sarà un incontro amichevole come una cena a base di fondue… Sarà una lotta di potere, la razza umana contro l’intelligenza artificiale, la macchina!

Con tanto di chiusa finale da facepalm:

Forse pensi sia solo formaggio… A essere in gioco è invece il futuro della società e tu puoi fare la differenza.

Non critico, qui, l’idea di aggiungere un gioco per coinvolgere il pubblico e neppure la retorica del “grande esperimento scientifico”. Il problema è la cornice – o frame – concettuale in cui si inserisce CheeseMaster. Che è quello di una società esclusivamente umana in cui un bel giorno arrivano da chissà dove delle intelligenze artificiali con cui ci ritroviamo a competere. Umanità contro artificialità, organico contro inorganico eccetera: una competizione per dimostrare a quei cavolo di algoritmi che siamo sempre noi i migliori.
(Migliori in cosa, poi? Perché se rileggiamo la storia della tecnologia con questo schema dello scontro, è una lunga ritirata, iniziata con la forza fisica, proseguita con i lavori meccanici di precisione, l’elaborazione di informazioni semplici e adesso quelle complesse; ci resta, al momento, solo la creatività).

Non sono esperto di intelligenza artificiale e big data, ma qualcosa ho letto e mi pare si possa affermare che la vera sfida non sia battere i computer, ma lavorarci assieme, trovare il modo di interagire nel migliore dei modi (il che significa anche affrontare il fatto, moralmente importante, che abbiamo a che fare non più con semplici strumenti, ma con agenti che prendono decisioni).
Del resto, nessuno vuole essere più forte di una leva, ma vogliamo usare la leva nel migliore dei modi. Allo stesso modo, non dovrebbe interessarci essere più intelligenti (o creativi, o emotivi… scegliete voi il criterio) di un computer, ma come usare al meglio la sua intelligenza (o creatività, o emotività…).
Per restare all’interno dello scenario di CheeseMaster, la sfida non dovrebbe essere riuscire a essere il miglior caseificio del Paese battendo i caseifici gestiti dall’intelligenza artificiale. Ma essere il miglior caseificio del Paese imparando a utilizzare l’intelligenza artificiale.

Quelle due mani che troviamo nell’immagine di CheeseMaster non dovrebbero sfidarsi a braccio di ferro, ma stringersi come fanno le persone beneducate quando si incontrano.

Aggiornamento

La trasmissione è andata in onda e il gioco si è rivelato ben più di un semplice “gioco per coinvolgere il pubblico”, ma un modo – immagino molto efficace – per mostrare quanto sia facile impadronirsi, in maniera lecita, delle informazioni personali degli utenti, come spiegato sul sito:

Il trasferimento dei dati è avvenuto alla completa insaputa degli utenti-giocatori, ma con il loro consenso esplicito visto che tutti avevano accettato le condizioni di utilizzo del gioco interattivo. Non vi è stato nessun furto quindi.

Quanto scritto sopra rimane forse valido in generale, ma fuori luogo.