Può essere utile prendere a calci i robot?

Un biglietto per Tranai è un delizioso racconto di fantascienza di Robert Sheckley con un interessante spunto sul rapporto tra umanità e tecnologia.

Il racconto è del 1955 e rientra nella “social science fiction”, dove la tecnologia è più che altro uno strumento per scoprire la natura umana. Abbiamo ovviamente navi spaziali e viaggi interstellari, ma ci servono semplicemente per raggiungere il pianeta Tranai. In un’altra epoca il protagonista del racconto, Goodman, sarebbe semplicemente naufragato su un’isola sconosciuta. Ma nel 1955 l’età delle esplorazioni era finita da un pezzo e la nuova frontiera era quella spaziale. Ecco quindi Goodman arrivare su Tranai, una sorta di paradiso (extra)terrestre in cui tutti i problemi dell’umanità non esistono. Il che è vero, ma con soluzioni decisamente creative che Goodman fatica ad accettare. Non dico altro per non rovinare il piacere della lettura, anche se secondo fantascienza.com l’ultima traduzione italiana è in un’antologia del 1989 temo difficile da recuperare.

Una delle stranezze di Tranai riguarda i robot. Goodman è abituato ai robot terrestri veloci, precisi e robusti. Quelli di Tranai sono invece lenti e fragili ma non per limiti tecnologici: sono proprio costruiti per essere così. “Mi lasci capire bene. Si tratta di rallentare di proposito questi robot, in modo che diano sui nervi ai clienti e questi li prendano a pedate?” chiede al titolare della fabbrica di robot per cui lavora. E quest’ultimo, gentilmente, gli spiega tutto. Alla base c’è il profondo e tenace disprezzo per le macchine che “gli psicologi la chiamano reazione istintiva della vita contro la pseudo-vita”. Ecco, con qualche taglio, il suo lungo discorso:

Ogni macchina è fonte di irritazione. Meglio opera la macchina e più forte è l’irritazione. Così, per estensione, una macchina che funzioni perfettamente è una perfetta generatrice di frustrazione, perdita di stima in se stessi, risentimento indiretto e schizofrenia.

Ma le macchine sono necessarie a un’economia avanzata. La miglior soluzione, dal punto di vista umano, è quindi di avere delle macchine che funzionino male.

Se le macchine funzionano bene e non si possono distruggere a pedate, quella frustrazione andrà sfogata da qualche parte:

Sulla Terra, i vostri meccanismi funzionano quasi all’optimum, provocando complessi di inferiorità nei loro operatori. Ma disgraziatamente avete dei tabù tribali, che vi impediscono di distruggerli. Risultato? Ansietà generalizzata in presenza della sacrosanta macchina, e ricerca di un oggetto di sfogo, generalmente la moglie, o un amico. Una ben triste situazione. Oh, è efficiente, suppongo, in termini di produzione robot-ora, ma assolutamente inefficiente in termini di benessere e salute a lunga scadenza.

L’uomo è un animale essenzialmente dominato dall’ansia, e perciò bisognoso di sfogo. Qui su Tranai noi indirizziamo lo sfogo verso i robot, sia per l’ansia che per un mucchio di altre frustrazioni. Un uomo ne ha abbastanza? Blam! Con una pedata sbudella il suo robot. Ecco un’immediata e terapeutica scarica di sentimenti, con senso di superiorità sopra la macchina, generale allentamento di tensione, benefico afflusso di adrenalina nel sangue, notevole spinta all’industria, dal momento che la prima cosa che l’uomo fa dopo aver sfasciato il suo robot, è sempre di comprarne un altro. E che cosa ha fatto, dopo tutto? Non ha picchiato sua moglie, non s’è suicidato, non ha dichiarato guerra, non ha inventato una nuova arma e non s’è abbandonato a uno dei modi generalmente usati per sfogare la propria ansietà-aggressività. Ha semplicemente fracassato un robot di poco prezzo che può immediatamente sostituire.

È sempre interessante, con questi classici della fantascienza, guardare prima di tutto a quello che non c’è. Dal punto di vista psicologico è forse un bene, distruggere e ricomprare robot. Dal punto di vista economico mi pare uno spreco di risorse con un forte impatto ambientale, ma ci sta che Sheckley non se ne preoccupasse più di tanto negli anni Cinquanta.

Passiamo a quello che c’è, che è tanto. Esiste davvero questa “reazione istintiva della vita contro la pseudo-vita”? Tenderei a pensare che sia più questione di abitudine. Non quindi “qualsiasi aggeggio meccanico”, come spiega il produttore di robot, ma solo quelli percepiti come una novità – e una minaccia. Ai tempi di Sheckley i robot, oggi l’intelligenza artificiale, qualche secolo fa i telai meccanici.
È comunque vero che, quando la tecnologia non funziona come dovrebbe, ci arrabbiamo. È utile che questa rabbia venga sfogata sui robot, che alla fine sono cose, e non su altri esseri umani? Apparentemente sì: non abbiamo doveri verso i robot e non causiamo sofferenza. Del resto almeno su Tranai sono costruiti apposta per essere presi a calci.
Tuttavia le cose non sono così semplici se prendiamo in considerazione l’etica delle virtù. Avevo già accennato al problema anche se partendo da un altro punto di vista, quello del ringraziare le intelligenze artificiali. In pratica, più che i principi morali o le conseguenze delle azioni, conta come ci comportiamo. E dare sfogo alla rabbia prendendo a calci un robot non è un bel comportamento e mostra una sostanziale incapacità di controllare la rabbia. Certo, se l’alternativa è picchiare o uccidere una persona, dichiarare una guerra o inventare un’arma meglio fracassare dei robot. Ma sospetto che sia un falso dilemma e che anzi, avere dei robot progettati per irritarci e farci commettere atti di violenza (seppur senza vittime) sia una pessima idea.

Twitter, il mercato delle idee e quello pubblicitario

Dopo il cambio di proprietà gli inserzionisti stanno abbandonando Twitter. Una scelta compatibile con il modello del “libero mercato delle idee” che però solleva qualche preoccupazione.

Scopro, grazie a Paolo Attivissimo, che metà dei cento più importanti inserzionisti di Twitter non stanno più facendo pubblicità. Evidentemente le aziende non trovano interessante farsi pubblicità su Twitter dopo le novità introdotte, in maniera anche maldestra, da Elon Musk. Penso ai bollini blu, che certificavano l’identità degli account ufficiali e che improvvisamente sono stati aperti a tutti portando a una certa confusione. O alla riattivazione di diversi account sospesi per violazione delle regole, tra cui quello di Trump. Comprensibile che un’azienda voglia riconsiderare la propria presenza pubblicitaria sulla piattaforma. Il che non esclude, come denunciato dallo stesso Musk, che ci siano anche state pressioni da parte di alcuni movimenti.

Tutto questo rientra nel “libero mercato delle idee” che mi pare di capire sta alla base della concezione di Musk sulla libertà di espressione. Come la concorrenza e il mercato portano ad avere prodotti migliori, così il libero confronto delle opinioni porta ad avere le idee migliori. Quello che il modello del libero mercato delle idee non precisa è cosa si intenda con migliore. Parliamo di idee ben argomentate? Che indignano o divertono? Basate su fatti accertati?

In ogni caso, il libero mercato delle idee non vale solo all’interno di una piattaforma, ma anche tra piattaforme. Si sceglie quella in cui ci si trova meglio; io ad esempio sto guardando con un certo interesse Mastodon, e non sono il solo. E forse il libero mercato delle idee vale anche per gli inserzionisti: dopotutto non si limitano a comprare uno spazio pubblicitario neutro ma associano la propria immagine a quella di chi li ospita (e viceversa). Sulle riviste di astronomia non troviamo pubblicità di astrologi non solo perché sarebbero inserzioni inutili (gli appassionati di astronomia non credono agli oroscopi), ma anche perché dubito che gli uni vogliamo essere associati agli altri.
Insomma, se Musk vuole giocare al ”libero mercato delle idee” non può poi lamentarsi se a quel gioco rischia di perdere. Poi certo, accusare attivisti e aziende come Apple di tramare contro di lui, o addirittura contro la libertà di espressione, può essere utile per profilarsi verso una parte di pubblico. Il che spiegherebbe anche lo stile complottista di un tweet contro Apple nel quale si presenta come un segreto che finalmente Musk ha il coraggio di rivelare al mondo una cosa ben nota, la commissione del 30% sugli acquisti fatti su AppStore.

Ma se si accetta con riserva il modello del libero mercato delle idee? In quel caso c’è da essere un po’ preoccupati e per più di un motivo. Da una parte non è affatto semplice mettere in piedi un nuovo social network per cui quella concorrenza tra piattaforme è più una teoria, o una speranza, che una realtà. Pensare “tanto possiamo andare tutti da un’altra parte”, come il già citato Mastodon, è una consolazione molto parziale al peggioramento che sta avvenendo su Twitter.
Dall’altra parte la fuga degli inserzionisti mette in luce l’enorme potere che hanno le grandi aziende quando decidono dove fare pubblicità. Non è un problema nuovo e non riguarda solo i social network ma in generale tutti i media. E rimane un grosso problema anche se non abbiamo particolari simpatie per Musk e per la sua gestione dI Twitter.

La statua equestre dello pseudo Costantino

Domenico Fontana è quello dell’obelisco in Piazza San Pietro, ma in realtà l’architetto e urbanista di origine ticinese è uno di quelli che, con Bernini e Michelangelo, alla fine del Cinquecento ha ridisegnato Roma. Ma Fontana non è il grande architetto, non è l’artefice: la sua grandezza sta nella capacità di coordinare e di valorizzare le tante professionalità che lavorano in questi importanti cantieri, una sorta di catalizzatore di talenti come mi ha spiegato Nicola Navone che, con Letizia Tedeschi e Patrizia Tosini, ha curato una mostra dedicata a Fontana in corso alla Pinacoteca Züst di Rancate, frutto di un lavoro di ricerca svolto all’Archivio del Moderno dell’Università della Svizzera italiana.

Ma più che di Fontana e del suo essere “un direttore d’orchestra di argani” (con riferimento, appunto, alla elevazione dell’Obelisco vaticano), qui voglio scrivere della statua equestre di Marco Aurelio. Nella mostra è infatti esposta una veduta del Campo lateranense realizzata nel Cinquecento da un anonimo artista fiammingo. I curatori hanno inserito quella veduta, trovata in una galleria d’arte spagnola, per avere un confronto con lo spazio, oggi Piazza di San Giovanni in Laterano, ridisegnato appunto da Fontana. Peraltro capire che in quella veduta era raffigurato proprio il Campo lateranense non è stato semplice: lo si è ricostruito dai resti di un acquedotto e dalla presenza di un piedistallo.

Quel piedistallo ospitava la statua equestre di Marco Aurelio, quella che oggi sta in Piazza del Campidoglio.

Qui devo confessare una mia ingenuità: pur sapendo che la piazza è una creazione di Michelangelo, davo per scontato che quella statua fosse sempre stata lì. E anche che fosse sempre stata una statua di Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo. Ebbene no: si trovava appunto davanti al Patriarchio, edificio poi demolito proprio da Domenico Fontana per costruirvi l’attuale Palazzo del Laterano.
La sensazione di stranezza di immaginarmi quella statua in uno spazio così diverso dal Campidoglio è niente in confronto a quella di sapere che all’epoca non era affatto una statua di Marco Aurelio. Per un buon millennio, quindi oltre la metà della vita di quella statua, si è infatti creduto raffigurasse l’imperatore Costantino, quello del ‘In hoc signo vinces’, dell’editto di Milano e della Donazione che giustificava. Un imperatore decisamente pieno di falsi: magari ha davvero sognato Cristo, ma la donazione che giustifica il potere temporale dei pontefici è un falso smascherato da Lorenzo Valla nel Quattrocento e la sua statua equestre raffigura in realtà Marco Aurelio.
Questo errore ha tuttavia significato la salvezza, per quella statua: si fosse saputo che era la statua di un imperatore pagano, molto probabilmente sarebbe stata fusa per usarne in bronzo.

Questa storia è riportata un po’ ovunque, da varie guide turistiche alla pagina di Wikipedia dedicata alla statua. È quindi molto probabile che l’abbia già letta e dimenticata: come mai non mi è rimasta in mente la storia della statua? Forse perché non avevo un elemento visivo forte come quella veduta e gli interventi urbanistici di Fontana; forse perché tendiamo a considerare il passato una cosa unitaria.

La irresistibile ascesa delle emozioni nei discorsi pubblici

Quando discutiamo di qualcosa usiamo la ragione o le emozioni? Secondo uno studio pubblicato su PNAS, le parole legate alla razionalità, dopo una crescita durata oltre un secolo, sono in rapido declino.

Ho scoperto questa ricerca grazie a un articolo scritto dal filosofo Massimo Pigliucci sullo Skeptical Inquirer che riassume brevemente metodi e risultati e analizza le possibili interpretazioni.
Riassumendo: gli autori – Marten Scheffer, Ingrid van de Leemput, Els Weinans e Johan Bollen – hanno analizzato a partire dal 1850 la frequenza relativa di termini legate alla razionalità e all’emotività nei testi presenti in Google Books Ngram Viewer, guardando anche all’utilizzo della prima e della terza persona. Insomma, la differenza tra un “io credo che…” e un “si può dimostrare che…”.
Per essere sicuri della solidità del risultato hanno rifatto l’analisi sui libri di saggistica e su quelli di narrativa, sugli articoli del New York Times e in varie lingue (tra cui l’italiano). Il fatto che abbiano trovato andamenti simili mostra la bontà del loro lavoro, anche se non si possono escludere del tutto errori dovuti a distorsioni del campione (magari un tempo si pubblicavano solo un certo tipo di libri, o comunque quelli rimasti oggi nelle biblioteche sono una selezione non rappresentativa) o alle parole cercate (magari ci sono espressioni un tempo diffuse che non sono state considerate).

I su e giù dei discorsi fattuali

Come variano, quindi, razionalità ed emotività nei testi argomentativi e nella narrativa? Fino agli anni Settanta del Novecento le parole legate ai sentimenti sono in costante calo mentre quelle legate a prove fattuali (gli autori parlano di “fact-based argumentation”) crescono. A partire dal 1980 questa tendenza si ribalta con una crescita di discorsi non basati sui fatti che diventa molto marcata a partire dal 2007.

Perché tutto questo? Secondo gli autori della ricerca, la crescita che si vede fino agli anni Settanta potrebbe essere legata una visione razionalistica e naturalistica della realtà legata ai progressi scientifici e tecnici; il calo degli anni Ottanta e Novanta sarebbe una sorta di reazione alle disuguaglianze di un sistema sociale ed economico che, almeno a livello retorico, si basa sulla razionalità; infine, la rapida crescita dell’ultimo decennio sarebbe legata ai social media.
Si tratta ovviamente di ipotesi e Pigliucci, nel suo articolo, osserva giustamente che per quanto ragionevoli siano, possiamo facilmente immaginare altre spiegazioni. A me ad esempio viene in mente la globalizzazione che ha portato a una maggior diffusione di tradizioni non occidentali.

Comunicare meglio

C’è tuttavia un aspetto che non mi è chiaro. Sia gli autori dello studio, sia Pigliucci sembrano convinti che quei numeri mostrino un declino del discorso razionale. Potrebbe invece essere dovuto, almeno in parte, a una maggiore attenzione alle emozioni. Il che non vuol dire affidare alle emozioni giudizi che sarebbe meglio tenere razionali, ma rendersi conto che le emozioni ci sono e che vanno conosciute. E utilizzate per una comunicazione che, di nuovo senza escludere il giudizio razionale, riesca essere più efficace. Per convincere le persone, argomentava Aristotele, non basta il logos (il discorso razionale) ma servono anche pathos (le emozioni) ed ethos (il comportamento) che sospetto facciano uso delle parole che lo studio ha indicato come “non fattuali” e legate all’intuizione. Ma è irrazionale raccontare il cambiamento climatico, spiegandone le cause e gli effetti, partendo da un’esperienza personale?

È un’ipotesi che aggiungo a quelle già avanzate: forse quel declino di parole razionali e quella ascesa di parole emozionali sono anche il segno che stiamo imparando a conoscerci, e a comunicare, meglio.

Ci sarà una linea rossa per i mondiali di calcio in Qatar?

È iniziato il Campionato mondiale di calcio. Il mio interesse è praticamente nullo, ma non perché siamo in autunno o perché si svolgono in Qatar: semplicemente, gli eventi sportivi non mi appassionano, indipendentemente dalla disciplina, dal livello e dal luogo in cui si svolgono.

Mi interessano un po’ di più gli aspetti matematici dello sport. Alla fine per decretare un vincitore bisogna contare qualcosa e non c’è un unico modo di contare. Quanti punti diamo alla squadra che vince rispetto a quella che pareggia o che perde? In testa al medagliere olimpico mettiamo chi ha più medaglie d’oro o chi ha più medaglie?

E poi ci sono gli aspetti etici. È indubbio che le risorse mediatiche ed economiche che la collettività dedica ai Mondiali (e a praticamente tutti gli eventi sportivi internazionali) potrebbero essere dedicate ad attività con maggiori benefici per l’umanità: non dico le scontate lotta alla povertà e ricerca scientifica, ma anche solo sostenere lo sport amatoriale con attrezzature sportive decenti per tutti.
Questi poi si svolgono in un Paese che, come riassume Il Post, “criticato per il suo stile di governo autoritario, per le enormi spese affrontate nell’organizzazione dell’evento, per lo sfruttamento dei lavoratori che si sono occupati delle costruzioni e per le violazioni dei diritti umani che avvengono al suo interno, tra le altre cose”.

È stato divertente leggere le giustificazioni di Gianni Infantino, presidente della FIFA: i Paesi occidentali non possono criticare il Qatar perché hanno fatto e fanno tutt’ora lo stesso se non peggio. Il che è anche vero, ma direi che è un motivo per criticare anche i Paesi occidentali, non per assolvere il Qatar. Va inoltre notato che Infantino ha un’idea molto ampia della responsabilità collettiva, visto che ha citati i misfatti europei degli ultimi tremila anni attribuendoli, evidentemente, anche alle associazioni per i diritti umani. A Infantino si potrebbe far notare che molto probabilmente tra le cose per cui l’Europa dovrà chiedere scura per i prossimi tremila anni ci saranno anche – per quanto non in cima alla lista – anche questi Mondiali in Qatar.

Rimane comunque aperta la questione di cosa sarebbe giusto fare con Paesi che non rispettano i diritti umani. Sanzioni che colpiscono soprattutto la popolazione? Escluderli da ogni relazione commerciale, culturale o sportiva? Collaborare cercando di migliorare almeno un po’ la situazione?

Sinceramente non lo so. Mi chiedo però se esista una linea rossa, qualcosa che porterebbe al boicottaggio di questi Mondiali da parte della FIFA o di qualche squadra. È un caso ipotetico, perché questo evento è organizzato dal Qatar per rifarsi un’immagine internazionale e quindi si guarderanno bene dal fare qualcosa di grosso, ma ugualmente: che cosa porterebbe una qualche Nazionale a dire “al diavolo i risultati, noi non giochiamo”?

Rifiutare la domanda di divinità

Penso che tutti i lettori di questo sito conoscano la frase “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie”. È nota come “Sagan standard”, ma come sempre in questi casi non è Carl Sagan il primo ad averla formulata.

A me questo principio ha sempre lasciato perplesso. Che cosa vale come straordinario? E poi, cosa dovrei fare delle affermazioni che giudico straordinarie ma per le quali non ho prove (altrettanto) straordinarie? Le devo ignorare oppure le posso mantenere dando loro meno importanza?

Un buon esempio di quello che intendo riguarda l’esistenza di Dio: cosa è straordinario, dire che Dio esiste oppure che Dio non esiste? Per me la prima, ma per la maggior parte delle persone esistite l’affermazione straordinaria è la seconda, anche se probabilmente bisognerebbe sostituire “Dio” con un generico “divinità”. Lo standard di Sagan non ci aiuta né a dialogare con queste persone, né a ragionare sui nostri presupposti. Il che non vuol dire che sia un principio da buttar via, ovviamente, ma solo che ha dei limiti.

Questi limiti mi sono tornati in mente leggendo un’interessante intervista che l’amico (per comunione di interessi anche se non necessariamente di opinioni) Choam Goldberg ha fatto a Franco Tommasi su L’eterno assente.

Tommasi non si definisce né ateo né agnostico, non perché sia credente ma per ragioni più complesse e interessanti:

Rifiuto l’etichetta di ateo perché accettarla significa considerare ragionevole il punto di vista di chi pone un problema che è tale per lui ma non per me, un problema mal posto e in definitiva privo di senso in mancanza di una chiara definizione. Una definizione che in pratica non c’è e che chi ti fa la domanda, nella maggior parte dei casi, non ha nemmeno provato a darsi. Definendomi ateo, accetterei di giocare al suo gioco. Se tu mi chiedessi se io sono «a-sprilochista», io ti risponderei chiedendoti prima di tutto che cavolo vuol dire. Se tu non me lo spiegassi in maniera chiara, ti direi che non capisco cosa mi stai chiedendo. Se io dichiarassi di essere a-sprilochista o di non esserlo, starei al tuo gioco e darei legittimità alla tua domanda priva di senso. Ma torniamo a noi: per te questa idea dell’esistenza di Dio è importante? Bene, padronissimo, ma perché io dovrei partecipare al tuo gioco? Se tu mi spieghi che cosa vuol dire «credere nell’esistenza di Dio» in termini per me comprensibili, potrei aver voglia di provare a darti una risposta. Altrimenti di che cosa si parla? Di solito la migliore risposta che si ottiene è: «Credo in qualcosa di superiore». Ma è facile comprendere come questa risposta possa significare qualsiasi cosa e il suo contrario. Quindi meglio tirarsi fuori dal gioco.

Capisco il suo punto di vista: usare un concetto “in negativo” presuppone il concetto “in positivo”. Abbiamo una parola per definire le persone che non mangiano carne (vegetariano), ma non abbiamo una parola per indicare le persone che non mangiano insetti perché, almeno per ora e nella cultura occidentale, nessuno mangia insetti mentre la carne fa parte della nostra dieta. Una società dove polli, mucche e maiali non vengono mangiati non sarebbe una società di vegetariani, ma una società dove il concetto di vegetariano non ha alcun senso.

Tuttavia in questa società il concetto di Dio ha un senso. Il fatto che sia male definito non ha molta importanza: usiamo quotidianamente una miriade di concetti vaghi e ambigui, a volte abbiamo bisogno di precisione (ad esempio se vogliamo costruire un sapere scientifico) ma spesso non è necessaria e ci capiamo bene lo stesso.

Legittimo che Tommasi voglia sottrarsi a questo gioco linguistico.
Mi chiedo tuttavia quale sia il vantaggio. Anche perché ci sono buone possibilità che una idea di divinità faccia parte del nostro modo di leggere il mondo, andando alla ricerca di schemi e di intenzionalità. Certo, poi questa visione intuitiva e ingenua viene raffinata e ci rendiamo conto, per fare un esempio banale, che non è il sole a sorgere ma è la terra ruotare su se stessa. Tuttavia se ci alziamo al mattino presto continuiamo a vedere il sole che si alza sull’orizzonte: non ha molto senso pretendere di vedere la terra che ruota.

Siamo arrivati a 8 miliardi di persone

A scuola avevo imparato che la popolazione mondiale ammontava a circa 6 miliardi di persone. Quel numero l’avevo memorizzato come un fatto, insieme alla velocità della luce, 300mila chilometri al secondo e alla circonferenza della Terra, 40mila chilometri.

Solo che mentre la velocità della luce è rimasta uguale e lo stesso vale per il diametro terrestre, la popolazione mondiale ha raggiunto senza che me ne accorgessi i 7 miliardi e ora, stando alle Nazioni Unite, siamo arrivati a 8 miliardi. Milione più milione meno, perché ovviamente si tratta di stime – nonostante per questioni comunicative le stesse Nazioni Unite si mettano a dare cifre precise all’unità.

Quella di tenere per buone informazioni non più aggiornate è citata dalla fondazione Gapminder come una delle cause di ignoranza sul mondo – insieme alla generalizzazione della nostra particolare esperienza e ai media che prediligono eventi sensazionali a mutamenti lenti – e quindi prendiamo un po’ di dati.

Our World in Data ha un interessante articolo sulla crescita della popolazione mondiale (è del 2013 con dati aggiornati al 2019) ricco di grafici e analisi.

Questa ad esempio è la popolazione nei vari Paesi:

Confesso che mi ha sorpreso vedere quanto piccola sia la Russia, pur sapendo che ha un territorio in buona parte non popolato.

Questa invece è la crescita della popolazione negli ultimi 12mila anni:

Eppure quello che questo grafico non mostra è che la crescita della popolazione sta rallentando. Dagli anni Sessanta, infatti, quella linea è un po’ meno ripida, anche se non si vede dal grafico. Se ci sono voluto 11 anni per passare da 7 a 8 miliardi di persone, ce ne vorranno 15 per arrivare a 9 miliardi e 21 anni per arrivare a 10 miliardi (questi ultimi dati, più aggiornati, provengono dalle Nazioni Unite che hanno un altro interessante sito dedicato alla crescita della popolazione).

Insomma, come affermano gli autori della ricerca di Our World in Data, “Si concluderanno due secoli di rapida crescita della popolazione“. Il concetto base è la transizione demografica, ovvero quel divario di tempo che separa il calo della mortalità dal calo della natalità. Insomma quel periodo in cui le persone vivono più a lungo ma fanno ancora tanti figli.
La popolazione mondiale dovrebbe quindi stabilizzarsi introno ai 10,4 miliardi di persone, o comunque non crescere più al ritmo di qualche milione di persone in più all’anno. Quello che resterà sarà una diversa piramide dell’età e anzi – per tornare alle conoscenze che vanno aggiornate – dovremmo trovare un altro nome per quel grafico che avrà più la forma di un panettone.

Quali saranno le conseguenze di tutto questo? Le Nazioni Unite sembrano presentare la cosa come una opportunità da cogliere. La cosa ha un senso: nei prossimi anni dovremmo avere un aumento della popolazione attiva. Certo, leggendo bene si capisce che la grande opportunità da cogliere è risolvere i problemi dovuti alla crescita: non tanto trovare le risorse per dieci miliardi di persone – ci dovremmo arrivare nel 2058, tra 36 anni – quanto i modi per ottenere quelle risorse in modo sostenibile.

Abbiamo bisogno di uno spazio a prova di fake news

La disinformazione può essere pericolosa. Ridurre la produzione e la circolazione delle fake news è difficile e pone problemi di libertà di espressione. Una possibile alternativa è cercare di renderle innocue con spazi di comunicazione sicuri.

Premessa: i ‘toot’ di Mastodon

In questi giorni sto sperimentando un po’ Mastodon, un social network non centralizzato come del resto era decentralizzata tutta la rete fino a qualche anno fa, con tanti server che dialogavano tra di loro in base a protocolli pubblici.

Di Mastodon avevo sentito parlare già da qualche anno e forse mi ero anche iscritto da qualche parte; il profilo che sto usando attualmente risale a fine agosto, prima quindi della “grande fuga da Twitter” dovuta all’arrivo di Elon Musk, ma non me ne faccio un vanto anche perché questo articolo parla solo collateralmente di Mastodon e di social media – se siete finiti qui aspettandovi spiegazioni tecniche, mi spiace ma dovrete andare altrove.

Inizio dalla mia esperienza su Mastodon perché in questi primi giorni sulla piattaforma ho scoperto un paio di caratteristiche interessanti. La prima è l’assenza del “retweet con commento“: puoi rispondere a un contenuto (che qui si chiamano toot), lo puoi condividere alle persone della tua comunità ma non puoi citarlo con un commento e questa, da quel che ho capito, non è una dimenticanza ma una scelta. Il “cita e commenta” è infatti usato per il cosiddetto “grandstanding“, il criticare non per far progredire una discussione ma per “mettersi sul podio”. Sul tema c’è un bel libro di Justin Tosi e Brandon Warmke.
La seconda cosa interessante di Mastodon è che la ricerca funziona solo sugli hashtag: se scrivo una cosa critica su Elon Musk nessun fan del nuovo proprietario di Twitter la troverà a meno che non decida di aggiungere #elonmusk.

Queste caratteristiche di Mastodon – e probabilmente anche altre che non ho ancora scoperto – mirano a contenere il linguaggio d’odio e la violenza verbale senza ricorrere alla moderazione dei contenuti o a sospensioni e cancellazioni di account, misure che comunque avverrebbero su un singolo server.
Non so quanto siano efficaci; non so neanche se Mastodon avrà un futuro o meno. Però avremmo bisogno di soluzioni simili anche per la disinformazione e le fake news.

Il problema delle fake news

Penso che si possa dare per scontato che le fake news siano un problema. Magari non tutti sono d’accordo su quanto siano pericolose e sull’efficacia e l’opportunità delle varie soluzioni prospettate, ma credo che tutti siano d’accordo sul fatto che in un mondo ideale le persone condividano informazioni che considerano vere e rilevanti.

Un po’ meno scontato capire cosa sia una fake news. Una notizia errata frutto di un serio lavoro giornalistico è una fake news? E una notizia inventata di sana pianta che si rivela casualmente vera? O un’informazione vera ma presentata in maniera ingannevole? A questa ambiguità del concetto di fake news – che avevo proposto di ribattezzare “pseudonotizie” – si aggiungono poi le difficoltà nel verificare i singoli casi: un bel problema se pensiamo di intervenire attraverso la censura, sia essa affidata a esseri umani o ad algoritmi. Senza dimenticare che impedire o comunque ostacolare la condivisione di fake news è una limitazione della libertà di espressione. Il che non significa che sia sbagliata, ma solo che bisogna rifletterci bene.

Se è una buona cosa permettere di criticare e mettere in dubbio qualsiasi affermazione, anche e forse soprattutto quelle vere, d’altra parte ci sono fake news che possono causare danni, come la disinformazione intorno a farmaci sicuri ed efficaci.

L’esempio classico è considerare i panettieri responsabili della scarsità di pane: un conto è presentare questa ipotesi in una pacata discussione sull’aumento dei prezzi, un altro è affermarlo davanti a una folla affamata e inferocita. Una versione ancora più semplice riguarda il gridare “Al fuoco!” in un teatro affollato. E certo è opportuno che le persone non gridino “Al fuoco!”, ma come impedirlo? Forse conviene controllare gli impianti di sicurezza ed evitare che ci sia troppa gente in teatro.

È possibile pensare a spazi di comunicazione in cui le fake news possano diffondersi senza fare danni? Non lo so, ma certamente non sono il primo a guardare al fenomeno della disinformazione ragionando anche sulle caratteristiche dei vari mezzi di comunicazione che, a seconda delle dinamiche che instaurano, possono favorire o meno determinati comportamenti.

Dollar Street, come scoprire le vite degli altri

Leggendo l’interessante libro di Tim Harford Dare i numeri – al quale avevo già accennato in un articolo sui rischi dello scetticismo indiscriminato – ho scoperto l’esistenza di Dollar Street.

È un’idea della fondazione svedese GapMinder che conoscevo già per il test con cui mette si mette in guardia da alcuni “errori sistematici” nella nostra percezione del mondo. Esempio: quale percentuale della popolazione mondiale vive in città con oltre 10 milioni di abitanti: 8, 28 o 48%? Le grandi città sono, appunto, grandi e attirano l’attenzione, portandoci a sovrastimare la loro importanza: meno di una persona su dieci vive in megalopoli.

Dollar Street si inserisce nella stessa idea: fornire informazioni corrette e facilmente comprensibili su come è fatto il mondo che non conosciamo direttamente, immaginando che tutta l’umanità viva in una lunga strada, con le abitazioni distribuite in base al reddito.

Possiamo filtrare i risultati per continente o stato e vedere come si distribuiscono le varie case lungo la strada; possiamo vedere la famiglia riunita, cosa usano per cucinare, dove dormono, gli animali domestici, giocattoli e spazzolini da denti.

È un progetto interessante: la metafora della strada mi pare molto efficace nel mettere insieme situazioni che, su scala globale, è difficile confrontare. I filtri, almeno quando ci sono sufficienti dati a disposizione, permettono di evidenziare aspetti che si conoscono ma magari si sottovalutano. L’India ha ad esempio abitazioni distribuite in tutta la lunghezza della strada, da famiglia che vivono con meno di 100 dollari al mese ad altre che hanno redditi superiori ai 5000 dollari.

Devo solo capire come usarlo concretamente, andando oltre la semplice curiosità iniziale. Forse dovrei cercare di costruirmi una prassi, tipo una ricerca specifica – per paese o continente, per reddito… – da fare una volta a settimana o al mese.

A me piaceva l’idea di una amnistia pandemica

Su The Atlantic Emily Oster propone una “amnistia pandemica e a me era sembrata un’idea interessante: andare avanti affrontando i problemi che adesso ci si presentano, evitando di gongolare per le cose dette che si sono rivelate corrette o di minimizzare e negare le cose dette che si sono rivelate sbagliate.

Magari avrei evitato il concetto di “amnistia” che – almeno in italiano, forse in inglese il termine ha un significato un po’ diverso – riguarda la punizione di reati, preferendo parole come riconciliazione o riparazione. E avrei insistito maggiormente sul fatto che “andare oltre” non significa dimenticare tutto quello che è stato detto o fatto, anzi: bisogna ricordare tutto ma senza cercare colpevoli o innocenti, ascoltando le ragioni dell’altro.

Seppure con queste perplessità, l’idea di questa amnistia mi piaceva. Uso il passato perché quell’articolo è stato criticato, e in maniera molto netta, in quanto tentativo di garantirsi una sorta di perdono per gli errori commessi senza doversene assumere la responsabilità. E queste critiche sono arrivate sia da chi considera necessarie le misure di contenimento dei contagi, sia da chi al contrario le vede come un abuso di autorità (vorrei evitare il ricorso a etichette come “chiusuristi e “aperturisti”). Non penso che la verità si trovi al centro di opposti estremismi: chi viene criticato da una parte e dall’altra talvolta ha semplicemente torto due volte. Tuttavia questa doppia accusa all’idea di amnistia mi convince che no, non è ancora tempo per andare oltre.