Tutti gli articoli di Ivo Silvestro

In difesa delle “fake news”

Lo ammetto subito: il titolo di questo post è un’esca per attirare lettori, un click bait per capirci. Non intendo affatto difendere bufale e notizie inventate — per quanto, lo ammetto, non abbia molta simpatica per le soluzioni autoritarie talvolta proposte per contrastare il fenomeno, per cui potrei davvero trovarmi a difendere il diritto di scrivere e condividere baggianate.
Ma questo è un altro discorso: qui mi interessa una difesa linguistica delle fake news. È la parola, che voglio difendere, non il fenomeno.

Infatti, nel titolo, fake news è scritto tra virgolette, trucchetto da filosofi del linguaggio per indicare che si sta parlando, appunto, della parola, non di quello che indica.1
Perché a volte c’è bisogno di uno stolto che, mentre il saggio indica la Luna, guarda il dito, più che altro per capire se al saggio trema un po’ la mano e se non è meglio usare un bastone o un cannocchiale, per mostrare il nostro bel satellite agli altri. Continua la lettura di In difesa delle “fake news”

  1. Trucchetto che rischia di appesantire la lettura, e visto che quello che sto scrivendo non è un saggio di filosofia del linguaggio, vi risparmio le virgolette nel testo. []

Come Facebook può influenzare le elezioni. E senza fake news

fishing-1081734_1920Il dibattito su politica e social network è tutto concentrato sulle fake news,1 ma mi è venuto in mente un altro sistema – estremamente banale – con cui Facebook (e probabilmente anche Twitter e Google) potrebbero influenzare il risultato delle prossime elezioni. E questo senza manipolare le opinioni, senza spostare gli utenti un po’ più a destra o a sinistra – oppure sopra o sotto, visto che ormai vanno di moda i grafici politici bidimensionali – proponendo contenuti ad hoc, veri o falsi che siano. Continua la lettura di Come Facebook può influenzare le elezioni. E senza fake news

  1. Sì, lo so: ‘fake news’ è ormai una parola improponibile, da quanto è abusata. []

Perché odio le auto elettriche

electric-charge-2301604_1920Le macchine elettriche stanno diventando “per tutti” e in molti sono entusiasti, di questa piccola rivoluzione della mobilità che, se ci aggiungiamo le macchine a guida autonoma, diventa una grande rivoluzione.
Non io. O meglio: posso anche essere felice per la scomparsa dei motori a scoppio con il loro baccano e le loro emissioni (del resto, se si chiamano “motori a scoppio” un motivo ci sarà). E essendo uno dei rari esemplari di H. sapiens maschio a cui non piace guidare, pure l’idea di salire in auto, dire “portami a casa” e mettermi a leggere un libro la trovo molto allettante, visto soprattutto che l’alternativa prevede di dover tenere gli occhi fissi su una striscia di asfalto non particolarmente interessante.

Il problema è che l’auto elettrica riduce — neanche risolve: riduce — uno dei problemi della mobilità automobilistica, distogliendo l’attenzione dagli altri.
Non abbiamo emissioni in centro città, ed è certamente un bene. Le abbiamo però dove stanno le centrali elettriche, e le abbiamo avute dove è stata prodotta la batteria. Certo, il saldo è molto probabilmente negativo — anche perché nel computo bisogna pure tenere conto l’impatto ambientale di raffinerie e benzinai —, per cui anche tenendo conto di questo inquinamento nascosto un’auto elettrica è più pulita di una a benzina. In giro si trovano cartine che mostrano anche di quanto, a seconda dell’approvvigionamento energetico dei vari Paesi. Un vantaggio c’è, ma è relativo e già li vedo, i fanatici dell’auto elettrica, atteggiarsi a salvatori del pianeta solo perché inquinano un po’ meno e da un’altra parte.

Ma c’è un altro grosso problema. E “grosso” non è un termine usato tanto per dire, perché mi riferisco alla dimensione delle auto. Sono grandi. E ingombranti, perché non le puoi impilare nei posteggi come fai coi libri in libreria, devi lasciare un po’ di spazio per aprire le portiere e per fare manovra. Ogni auto occupa quanto un monolocale. E lo occupa per molto tempo perché, in media, quanto tempo usiamo un’auto? Non ho dati sotto mano, ma dubito si superino le due-tre ore al giorno. Visto che di ore in un giorno ce ne sono ventiquattro, vuol dire che, quando le usiamo tanto, le automobili sono mobili per circa un decimo del tempo. Dovremmo chiamarle autostatiche.
Non che quando si spostano occupino meno spazio. Tenendo conto di un ragionevole spazio di frenata, un’auto che viaggia a trenta chilometri orari (circa 8 metri al secondo) ha bisogno di 15 metri di strada; più la lunghezza della macchina, ovviamente. Se da posteggiata è un monolocale, in movimento ingombra almeno quanto un bilocale.1
Uno spreco di spazio enorme, se confrontato con altri mezzi di trasporto come bus o treni che certo sono più grandi, ma trasportano molte più persone (anche ammettendo di avere auto con quattro-cinque passeggeri, una rarità) e in ogni caso vengo utilizzati più a lungo.
Spazio sottratto a tutti noi, a meno che qualcuno non apprezzi starsene fermo in un posteggio o in mezzo a una strada.

Se pensate che le auto elettriche possano almeno risolvere il problema del posteggio, dal momento che — quando e se saranno in grado di andarsene in giro senza neanche umani a bordo — possono portarmi a destinazione e poi andarsene in un qualche posteggio in periferia, rendetevi conto che state praticamente raddoppiando il traffico sulle strade.2 E uccidendo il trasporto pubblico collettivo.

Ecco perché odio l’auto elettrica (e pure quella a guida autonoma): rende etico e responsabile l’utilizzo di un mezzo che, almeno per come lo usiamo adesso, è fondamentalmente stupido.

  1. La situazione migliorerebbe un po’ se, nei tragitti lunghi, le auto potessero agganciarsi insieme, come i vagoni di un treno. []
  2. Rischiando anche di mandare a ramengo il discorso ecologista qui sopra: inquinare la metà a chilometro percorso ma fare il doppio di strada non mi pare un grande affare. []

Le sette meraviglie di TRAPPIST-1

Li capisco perfettamente, quelli che – occupandosi con passione e competenza di comunciazione scientifica – sono adesso impegnati a smorzare i facili entusiasmi di chi è già lì a immaginarsi pianeti con civilità aliene e future sedi di colonie terrestri. Dei sette esopianeti che orbitano la stella TRAPPIST-1, non si è nemmeno sicuri che abbiano acqua allo stato liquido o un’atmosfera…

È che con queste suggestioni certo la scoperta si vende meglio, e la Nasa lo sa, visto che propone non solo una ricostruzione (artistica, ovviamente) di uno dei pianeti:Imagine standing on the surface of the exoplanet TRAPPIST-1f. This artist's concept is one interpretation of what it could look like.

ma addirittura realizza un manifesto rétro di una possibile vacanza sul quarto pianeta del sistema:

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Capisco che di fronte a tutto questo, e a dire il vero già di fronte a scelte terminologiche come “super-Terra” che evocano molto di più di quello che in teoria dovrebbero significare, gli inviti alla cautela siano quasi un obbligo.

Proviamo però a prendere la faccenda da un altro punto di vista.
È bello immaginare di salire su un’astronave e visitare un mondo a 40 anni luce da qui, ma abbiamo davvero bisogno di questo, per meravigliarci? Voglio dire, siamo riusciti a scoprire che, intorno a una stella che si trova a centinaia di migliaia di miliardi di chilometri (se ho fatto giusti i conti) e che non è neanche visibile a occhio nudo, ruotano sette pianeti, determinandone massa, dimensione e distanza dal loro sole. E non solo: si sta cercando di studiare – ripeto, a miliardi di chilometri di distanza – la composizione della loro atmosfera (ammesso che ce l’abbiano). Solo qualche secolo fa, tutto quello che potevamo fare era scrutare il cielo a occhio nudo.
Non mi pare poco. Anzi.

Manifesto della comunicazione non ostile

È uscito il Manifesto della comunicazione non ostile, o meglio una sua bozza, il cui scopo – cito dal sito – è “ridurre, arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi della Rete”. Continua la lettura di Manifesto della comunicazione non ostile

Fatti, interpretazioni, scemenze

Non ci sono fatti ma solo interpretazioni.
E io son d’accordo con questa affermazione, alla quale però aggiungo subito che non tutte le interpretazioni sono uguali, e alcune sono proprio stupide.

Prendiamo un esempio dalla politica ticinese.
Come interpretare l’esito della votazione popolare sull’iniziativa “Prima i nostri!”?
Che la maggioranza dei votanti ha deciso di modificare la costituzione cantonale inserendo, tra le altre cose, il principio che “sul mercato del lavoro [viene] privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero”.
Un articolo banalmente compatibile con la dichiarazione che è “meglio un ottimo insegnante straniero che uno residente sufficiente”, perché banalmente se uno è ottimo e l’altro solo sufficiente, non si rientra per nulla nelle pari qualifiche.

Eppure secondo qualcuno – il politico Massimiliano Robbiani, addirittura con un’interrogazione – quella affermazione è “scandalosa” e un “modo particolare di interpretare la votazione popolare”.
Evidentemente per questa persona non conta il testo della norma approvata. Conta lo spirito, il sentimento della popolazione – e trattandosi di un concetto terribilmente vago, è doveroso aggiungere “quello che secondo lui è lo spirito e il sentimento della popolazione”.

Due interpretazioni diverse. Una logica e razionale, l’altra che vaga, indefinita e potenzialmente pericolosa. Vedete voi.

No, non ho previsto la vittoria di Trump

Presidente eletto (foto di Gage Skidmore)
Presidente eletto (foto di Gage Skidmore)

Ero convinto che avrebbe vinto Hillary Clinton. E pure con un certo margine.
Però, col post di ieri, potrei anche spacciarmi per uno che se lo sentiva, che il candidato repubblicano avrebbe sconfitto la candidata democratica. Ovviamente non avrebbe senso, per me, cercare di spacciarmi per un politologo “in sintonia con il vero volto degli USA”. Anche perché quale sarebbe questo “vero volto”? Stiamo parlando di una nazione di oltre trecento milioni di abitanti sparpagliati in 9 milioni di chilometri quadrati: trovo quasi offensivo pensare che una simile moltitudine abbia un unico vero volto.

Il fatto è che ho l’impressione che molti1 di quelli che oggi dicono di aver previsto la vittoria di Trump non siano necessariamente più sagaci di me, ma abbiano semplicemente più faccia tosta.

  1. Molti, non tutti. []

Una parte di me ci spera, che vinca Trump

Trump (foto di Michael Vadon)
Trump (foto di Michael Vadon)

Lo confesso, una parte di me spera che a vincere le elezioni statunitensi sia il candidato repubblicano Donald Trump.
Non perché lo consideri migliore di Hillary Clinton o perché speri che una batosta elettorale possa spingere i democratici a cambiare. Tutt’altro: per quanto Clinton sia tutt’altro che perfetta – ma chi lo è, visto che in politica la perfezione significa spesso “la pensa esattamente come me”? – credo sarà un’ottima presidente degli Stati Uniti. E, siamo onesti, la storia del “non ti voto così impari la lezione” ha mai funzionato? Continua la lettura di Una parte di me ci spera, che vinca Trump

Nell’aprile del 1917

Il bello dei libri di storia, è scoprire che, alla fine, è sempre la stessa storia, in genere di stupidità umana.

Poi, nell’aprile del 1917, la vita dei tedeschi negli Stati Uniti cambia bruscamente. […] L’autocrazia prussiana, tuona il presidente Wilson nel suo discorso al congresso, «fin dall’inizio del conflitto ha riempito di spie le nostre ignare comunità e perfino gli uffici del nostro governo».
La macchina della propaganda si mette subito in moto. Si girano decine di film di spionaggio dove il cattivo è sempre di sangue tedesco, e complotta con altri tedeschi contro il suo paese di adozione, e solo i buoni investigatori americani riescono a sventare i suoi disegni criminali. Mentre un milione di “veri patrioti” combattono e muoiono nelle trincee in Europa, gli States sono percorsi da un’ondata di odio antigermanico.
[…] La crociata sconfina nel ridicolo, innescando una vera e propria “pulizia lessicale”. I pastori tedeschi vengono ribattezzati “cani poliziotti” e i bassotti (Dachshund) diventano liberty dogs, nei menù dei ristoranti gli hamburger si chiamano “bistecche della libertà”. Molte scuole aboliscono i corsi di tedesco, in varie città le statue di Goethe e di Schiller vengono abbattute e fatte a pezzi. Una canzone molto popolare, Don’t Bite the Hand That’s Feeding You, “non mordere la mano che ti nutre”, suggerisce di rispedire a casa loro gli immigrati sleali. Negli articoli e nelle vignette sui giornali, i soldati con l’elmo chiodato sono raffigurati come scimmie, maiali e mostri. E volano di bocca in bocca le più lugubri leggende metropolitane, come la “fabbrica dei cadaveri”: i tedeschi prendono i corpi dei soldati morti e li fanno bollire per produrre grasso. Non c’è niente di vero, si chiarirà in seguito: in quelle caldaie cuocevano solo carcasse di cavalli.

Da Riccardo Chiaberge, 1918 La grande epidemia: Quindici storie della febbre spagnola, UTET.

Cinquemila dollari per dio

Sono un agnostico tendente ateo. Tradotto in altre parole: nessuna delle prove dell’esistenza di dio mi pare essere valida, magari esiste ma nel dubbio preferisco agire e pensare come se dio non ci fosse.

Il fatto che non consideri valide le prove dell’esistenza di dio non significa che le schifi, che insomma consideri spazzatura tutta la teologia. Anzi: secondo me è lì che troviamo alcuni tra i ragionamenti più raffinati della cultura occidentale.

Premesso tutto questo, adesso parliamo delle Identity proofs for the existence of God.
Le ho scoperte grazie a una mail di un certo Ruud Schuurman che è circolata in una mailing list accademica. Grazie a non ho capito bene quale finanziatore – forse lo stesso Schuurman, non ho approfondito –, vengono offerti cinquemila dollari per pubblicare un articolo sull’esistenza di dio in un numero speciale della rivista Inquiry. Non un premio al miglior testo, ma proprio un compenso per ogni articolo che sarà pubblicato dalla rivista.

In che cosa consiste una ‘identity proof’? Come spiega nell’email, “basically, Identity Proofs argue that God is identical with something that obviously exists, therefore God exists”. Insomma, come George Edward Moore per dimostrare l’esistenza del mondo esterno sollevò la propria mano dicendo “Questa è la mia mano”, grazia alla prova identitaria possiamo dimostrare l’esistenza di Dio semplicemente dicendo “Dio è la mia mano, e quindi esiste”.
Difficile confutare una simile dimostrazione: a meno di non fare gli scettici a oltranza, come sostenere la non esistenza del proprio corpo? Difficile anche capirne l’utilità, non solo religiosa (da tempo il dio dei filosofi è diverso dal dio della fede) ma pure teologica: che me ne faccio di un dio ridotto a qualcosa di banale?

Sto maramaldeggiando un argomento teologico ben più serio? Può darsi. Ma Schrruman propone un articolo per spiegare la sua prova. Nell’abstract – l’articolo completo non l’ho letto – si legge:

The second proof shows that GOD exists because I am GOD, and I exist.

Era meglio la mano.