Tutti gli articoli di Ivo Silvestro

Applausi

Domenica scorsa ho ascoltato la Nona di Beethoven.

Il concerto, parte del Ludwig van Festival dell’Orchestra della Svizzera italiana, doveva originariamente essere all’aperto, poi causa pioggia si è tenuto all’interno della sala del Lac, il centro culturale di Lugano. Mantenendo comunque la formula dell’evento eccezionale e gratuito, vista la presenza di vari cori della regione e l’allestimento di uno schermo nella hall del centro culturale – il che ha verosimilmente portato in sala un pubblico nuovo, non avvezzo ai riti della musica classica.

Così alla fine del primo movimento c’è stato qualcuno che ha osato applaudire, subito intimorito dagli sguardi severi dei vicini avvezzi al rigido rituale della musica classica. Poi magari uno a casa di legge la Lettura della nona sinfonia di Massimo Mila, e – vado a memoria – scopre che alla prima esecuzione il pubblico viennese proruppe in un applauso spontaneo nel bel mezzo del secondo movimento.
Insomma, puoi portare la musica classica in piazza; ma portare gli applausi nella musica classica, no.

Uno schioccare di dita

C’è un pensiero che continua ad arrovellarmi, dopo aver visto Avengers endgame.1

Ora, già nel precedente film la conta degli scomparsi era realisticamente di molto superiore alla metà – perché un conto son quelli letteralmente ridotti in polvere dallo schiocco di dita di Thanos, un altro son quelli morti per i vari incidenti seguiti alla scomparsa. Incidenti per metà delle automobili in circolazione, un quarto degli aerei (contando il copilota, ammesso che lui e il personale dell’aeroporto abbiano il sufficiente sangue freddo per l’atterraggio), più navi, elicotteri, treni, metropolitane, autobus senza dimenticare centrali nucleari, dighe eccetera.
E tutto questo ammettendo che il sistema economico continui a funzionare, che nelle fattorie si continui a coltivare la terra, che qualcuno rifornisca le fabbriche di materie prime e distribuisca i prodotti, eccetera.
Insomma, secondo me è facile azzardare che, tra polverizzati da Thanos, morti immediatamente in incidenti e morti di inedia nelle settimane successiva, almeno due terzi dell’umanità non ci siano più. E temo sia una stima molto conservativa.

Abbiamo quindi una popolazione mondiale di due-tre miliardi di persone che con difficoltà si riorganizza, ricostruisce una società.
Passano gli anni – cinque, per la precisione, e non sono pochi – e gli Avengers riescono a procurarsi le gemme dell’infinito: un altro schiocco di dita e 4 miliardi di persone ritornano come se nulla fosse. Il problema non è tanto ritrovarsi la figlia di cinque anni che ne ha dieci e chiama qualcun altro mamma e papà, ma dove alloggiare – se ti va bene hai una casa abbandonata da cinque anni, se ti va male è abitata da altri, se ti va malissimo è diventata una discarica tossica con le macerie dalla Grande scomparsa –, cosa mangiare, cosa bere, che medicine prendere. Perché, anche stimando una crescita demografica, tutto il sistema produttivo è dimensionato per poco più di tre miliardi di persone – e improvvisamente hai sette miliardi di bocche da sfamare, di corpi di curare e vestire.

Insomma, un’altra catastrofe e se per numero di morti il secondo schiocco di dita è forse inferiore al primo, è sicuramente maggiore per sofferenza. E gli Avengers sono i buoni.

  1. Breve premessa per chi non ha visto gli ultimi due cinefumettoni Marvel: Thanos, preoccupato per l’incontrollata crescita demografica, decide di far sparire metà degli esseri viventi – perlomeno quelli senzienti – della galassia. Gli Avengers non riescono a fermarlo, ma cinque anni dopo riescono a far tornare in vita tutti quelli cancellati. []

‘Umani vs. Macchina’. Davvero?

La tv svizzera proporrà, mercoledì 21 novembre, una serata speciale dedicata a big data e intelligenza artificiale, <data>land.

Dando un’occhiata agli ospiti invitati – tra cui, cito dal comunicato, il direttore dell’Istituto Dalle Molle Luca Gambardella e il garante europeo della protezione dei dati Giovanni Buttarelli –, non ho dubbi sulla serietà della trasmissione.
Tuttavia nell’ambito di <data>land troviamo anche un’iniziativa che mi lascia molto perplesso: una sfida “Umani vs. Macchina”.

CheeseMaster, questo il nome scelto, così viene presentato:

La SRG SSR e la RSI ti propongono di partecipare a un grande esperimento scientifico. Una sfida individuale e collettiva sotto forma di gioco ispirato alla tradizione svizzera: il formaggio. Ma non sarà un incontro amichevole come una cena a base di fondue… Sarà una lotta di potere, la razza umana contro l’intelligenza artificiale, la macchina!

Con tanto di chiusa finale da facepalm:

Forse pensi sia solo formaggio… A essere in gioco è invece il futuro della società e tu puoi fare la differenza.

Non critico, qui, l’idea di aggiungere un gioco per coinvolgere il pubblico e neppure la retorica del “grande esperimento scientifico”. Il problema è la cornice – o frame – concettuale in cui si inserisce CheeseMaster. Che è quello di una società esclusivamente umana in cui un bel giorno arrivano da chissà dove delle intelligenze artificiali con cui ci ritroviamo a competere. Umanità contro artificialità, organico contro inorganico eccetera: una competizione per dimostrare a quei cavolo di algoritmi che siamo sempre noi i migliori.
(Migliori in cosa, poi? Perché se rileggiamo la storia della tecnologia con questo schema dello scontro, è una lunga ritirata, iniziata con la forza fisica, proseguita con i lavori meccanici di precisione, l’elaborazione di informazioni semplici e adesso quelle complesse; ci resta, al momento, solo la creatività).

Non sono esperto di intelligenza artificiale e big data, ma qualcosa ho letto e mi pare si possa affermare che la vera sfida non sia battere i computer, ma lavorarci assieme, trovare il modo di interagire nel migliore dei modi (il che significa anche affrontare il fatto, moralmente importante, che abbiamo a che fare non più con semplici strumenti, ma con agenti che prendono decisioni).
Del resto, nessuno vuole essere più forte di una leva, ma vogliamo usare la leva nel migliore dei modi. Allo stesso modo, non dovrebbe interessarci essere più intelligenti (o creativi, o emotivi… scegliete voi il criterio) di un computer, ma come usare al meglio la sua intelligenza (o creatività, o emotività…).
Per restare all’interno dello scenario di CheeseMaster, la sfida non dovrebbe essere riuscire a essere il miglior caseificio del Paese battendo i caseifici gestiti dall’intelligenza artificiale. Ma essere il miglior caseificio del Paese imparando a utilizzare l’intelligenza artificiale.

Quelle due mani che troviamo nell’immagine di CheeseMaster non dovrebbero sfidarsi a braccio di ferro, ma stringersi come fanno le persone beneducate quando si incontrano.

Aggiornamento

La trasmissione è andata in onda e il gioco si è rivelato ben più di un semplice “gioco per coinvolgere il pubblico”, ma un modo – immagino molto efficace – per mostrare quanto sia facile impadronirsi, in maniera lecita, delle informazioni personali degli utenti, come spiegato sul sito:

Il trasferimento dei dati è avvenuto alla completa insaputa degli utenti-giocatori, ma con il loro consenso esplicito visto che tutti avevano accettato le condizioni di utilizzo del gioco interattivo. Non vi è stato nessun furto quindi.

Quanto scritto sopra rimane forse valido in generale, ma fuori luogo.

Che gli vuoi rispondere?

Dopo una consultazione online – che fatico a considerare rappresentativa, ma che capisco non possa essere ignorata – si discute del futuro dell’ora legale.

E Matteo Salvini commenta così su Twitter:

Credo che qui non sia il caso di spiegare perché è una sparata populista e pure delle più banali, per quanto non delle più becere. Di quelle che scuoti la testa e pensi “e che gli vuoi dire, a uno così?”.
Una domanda retorica che – dopotutto è quello che fanno i filosofi – voglio prendere sul serio. Che gli vuoi dire? Come ribatti a un messaggio simile che, comunque, ha la sua efficacia, gettando al pubblico affamato l’osso di una Commissione europea lontana dalle vere esigenze della gente.

Rispondi che un’istituzione come la Commissione europea ha le forze, e peraltro il dovere, di occuparsi di più temi contemporaneamente? Gli rinfacci che se sui migranti non c’è un accordo è anche colpa sua? Ribatti che è la consultazione online che ha avuto più partecipanti?

Non ci sono chiese, al centro

Non ci sono chiese, al centro. Non ci sono dèi, al centro. Dio è al centro della tradizione giudaico-cristiana. E Dio può dire: «Togli quella vita». E allora non soltanto è permesso, ma è obbligatorio. Lo dice tutto il Vecchio Testamento. Ci sono degli esempi anche nel Nuovo. Nel giudaismo e nel cristianesimo la vita appartiene a Dio. La vita non è sacra, Dio è sacro. Ma al centro, per noi, non c’è la fede nella sovranità di Dio, ma la fede nella santità della vita.

Sto leggendo1 Pastorale Americana di Philip Roth.
Nel sesto capitolo, Merry spiega al padre la sua conversione al gianismo. La ragazza non è del tutto sana di mente – mettiamola così – ma questa sua risposta all’ennesima domanda stupita del padre non poteva lasciarmi indifferente.

  1. In realtà sto ascoltando su Audible letto da Massimo Popolizio, molto bravo. []

Non sono antirazzista, ma…

Uno si distrae un attimo e si ritrova senza parole.

Era lì. Ed era una bella parola: antirazzismo. Sì, c’era chi sosteneva che non bisogna essere “contro” ma “per” e che il vero valore era un altro – l’integrazione, il rispetto, la tolleranza, l’uguaglianza, fate voi. Ma la realtà è che l’antirazzismo marcava un limite, escludeva un concetto dallo spazio pubblico, dichiarandolo socialmente inaccettabile: non era possibile sostenere le proprie opinioni, o le proprie azioni, con l’idea che gli esseri umani siano divisi in razze con caratteristiche stabili e definite.
E questo, secondo me, era un bene. Continua la lettura di Non sono antirazzista, ma…

Le parole sono importanti

È il mio momento Nanni Moretti, quello in cui mi viene voglia di urlare “le parole sono importanti!”.

Accade che in Ticino si discuta della promozione di un poliziotto condannato per aver condivido post nazisti su Facebook. Sul merito non ho voglia di pronunciarmi – mi limito a osservare che, dovesse essere effettivamente promosso, non potrei non guardare con diffidenza e un po’ di timore tutti i sergenti maggiori della Cantonale – ma, come Nanni Moretti, lasciatemi urlare un “le parole sono importanti”. Continua la lettura di Le parole sono importanti

Dio, il burro, l’assenza di prove e la prova dell’assenza

Consideriamo un semplice problema: c’è del burro nel frigorifero? Se non lo apriamo e non diamo un’occhiata ci sarà un’assenza di prove che il burro c’è, ma questo non equivale a una prova della sua assenza. Se guardiamo dentro il frigorifero, lo esaminiamo a fondo e non troviamo traccia di burro allora abbiamo un’assenza di prove che veramente equivale a una prova di assenza.

Julian Baggini, Ateismo. Una brevissima introduzione, Nessun Dogma 2018

Ottima risposta all’obiezione “l’assenza di prove non è una prova dell’assenza”. Rimane, ovviamente, il problema di mettersi d’accorso su qual è l’equivalente, per la divinità, dell’aprire il frigorifero ed esaminarlo a fondo.

Populismo penale e informazione

Ogni violenza sessuale è un abominio da reprimere: da ciò non discende che tutte le violenze sessuali siano ugualmente gravi e vadano punite allo stesso modo. Un sistema rispettoso delle vittime non è un sistema in cui ogni violenza sessuale — al di là dalle modalità di commissione — sia sanzionata con l’ergastolo, la castrazione del perpetratore, la confisca dei suoi averi e una rigorosissima damnatio memoriae; bensì un sistema in cui le pene siano prevedibili, certe e per quanto possibile proporzionate alle condotte concrete, anche quando si tratti di reati così odiosi

Massimiliano Trovato, Aggravanti che non lo erano – a proposito di un fatto di cronaca che ha scaldato gli animi più del dovuto.

Parole di buon senso – merce sempre più rara, putroppo.

La casta e la mezz’ora gratis in rete

Tutti a perculare Luigi Di Maio e la sua proposta di fornire “gratuitamente una connessione a Internet di almeno mezz’ora al giorno a chi non può ancora permettersela”. E ci sta tutto, il perculo, solo che poi ci si dimentica del contesto.
Per il vicepresidente del consiglio la mezz’ora gratis in rete non è il fine, ma il mezzo per raggiungere quello che è il vero obiettivo: far votare le leggi ai cittadini.

Da sempre, con la forza politica da cui provengo, lavoriamo affinché un giorno ci siano referendum senza quorum propositivi anche via Rete, e che possano diventare la normalità per i cittadini.

Referendum. Propositivi. Senza quorum. In Rete.
In pratica, un migliaio di persone, forse anche meno, possono vincolare il parlamento ad approvare una legge semplicemente prendendo lo smartphone e toccando lo schermo. A casa, sul tram, in vacanza o al lavoro – o sotto gli occhi del datore di lavoro.

Che sia una pessima idea, forse oggi se ne sono resi conto anche quelli del Movimento 5 stelle: