Sul riduzionismo

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 14 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Cosa è il riduzionismo?
In generale, è il ridurre, ossia il ricondurre, un evento ad altri eventi ritenuti primitivi o fondamentali.
In questa accezione generale, essere riduzionisti non significa praticamente nulla: è necessario specificare quali eventi si cerca di ridurre, ed eventualmente perché.

Per i filosofi della mente, essere riduzionisti significa voler ridurre gli eventi mentali ad altri eventi che mentali non sono, ad esempio scariche elettriche tra neuroni. Banalizzando, per un riduzionista un pensiero non è altro che un evento cerebrale.
Per un antiriduzionista, o irriducibilista, questa identificazione non è possibile: gli eventi psichici non possono esaurirsi in eventi fisici, in quanto sono qualcosa di radicalmente diverso. Sempre banalizzando, per un antiriduzionista il pensiero è qualcosa di più di un evento cerebrale, o comunque qualcosa di diverso.
Il riduzionista argomenterà che, dato un certo evento psichico, si manifesteranno sempre e comunque un certo tipo di eventi cerebrali e che è quindi lecito sbarazzarsi dei primi per tenere i secondi, senza bisogno di aggiungere qualche misteriosa entità o capacità.
L’irriducibilista, da parte sua, ribatterà che nella descrizione degli eventi mentali vi sono peculiarità incomprensibili e inspiegabili da un punto di vista fisico, come la coscienza o l’intenzionalità.

Cervello cognitivoLe discussioni sul tema sono ovviamente molto più elaborate, ed è impensabile fornire qui un quadro esaustivo del dibattito. Un tema non affrontato, almeo a quanto di risulta, è costituito dai fini della riduzione.
Perché tentare una riduzione di un fenomeno? Perché cercare fenomeni più fondamentali? Che cosa si va cercando?
Non ci sono molte possibilità: o si cerca il significato di un certo concetto, oppure si è alla ricerca di una qualche conoscenza pratica intorno ad un certo fenomeno. La differenza è in realtà solo una questione di punti di vista: il significato di un concetto è, almeno per il pragmatista, un certo insieme di conoscenze pratiche.

La corrispondenza tra stati cerebrali ed eventi mentali è una conoscenza indubbiamente utile: il riduzionismo è, da questo punto di vista, più che legittimo. Del resto, che certe sostanze siano in grado di influenzare gli stati mentali non è certo un fenomeno eccezionale o una scoperta recente: quando si beve troppo caffè si diventa nervosi e non si riesce a dormire.
Rifiutare questa relazione, o non riconoscerne l’importanza, è un errore.
È ovviamente un errore anche il sopravvalutare questa influenza: non tutti i bevitori di caffè sono nervosi, e ci si può rilassare anche senza ricorrere a tisane e infusi.

Per quanto riguarda il significato dei concetti psicologici, il riduzionismo sembra invece rivelare i propri limiti.
Cosa significa essere arrabbiati o felici oppure vedere un libro o risolvere un problema geometrico? Sicuramente non significa l’esistenza di determinate configurazioni cerebrali, dal momento che nessuno prova a spiegare il significato di “essere arrabbiato” a partire dall’attività cerebrale. Accade anzi il contrario: di fronte ad una determinata attività cerebrale si spiega il suo significato guardando o, in caso di esperimento, determinando quello che fa il soggetto osservato. Non si parte dall’evento cerebrale per spiegare quello mentale, ma viceversa.
Per quanto riguarda il significato dei concetti, non sono gli eventi mentali a venire ridotti agli stati cerebrali, ma il contrario: è l’attività cerebrale che viene ricondotta agli stati mentali.

Due osservazioni conclusive su quanto scritto.

La situazione descritta non è ovviamente eterna ed immutabile: i concetti mutano di significato, in quanto mutano le pratiche che li coinvolgono. Dubito tuttavia che, da un punto di vista concettuale, potrà mai accadere che il significato di uno stato mentale venga ricondotto all’attività cerebrale, anche nel caso dello scenario estremo di un computer in grado di stabilire i nostri gusti dopo una scansione cerebrale.
Ho volutamente omesso il discorso sulla realtà oggettiva, che è solitamente il tacito presupposto dei riduzionisti (anche se uno dei suoi difensori filosofici più accaniti, Searle, è almeno in parte iscritto al partito degli irriducibilisti).
Il mondo esterno esiste? Sicuramente sì.
È oggettivo, ossia indipendente dalle mie opinioni o idiosincrasie? Sicuramente sì.
È completamente indipendente dall’uomo, dalle sue pratiche e dai suoi saperi? Se lo è, allora non posso dire nulla sul mondo oggettivo e, su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere (e così citiamo esplicitamente Ludwig Wittgenstein, al quale questa argomentazione è debitrice).
Se si deve tacere, la scienza dovrebbe stare zitta? Non se ne vede il motivo: la scienza descrive, o cerca di descrivere, un mondo indipendente dagli uomini, ma non dall’uomo in generale.

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