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Contro il verismo del fact checking

La verifica dei fatti è importantissima. Nel giornalismo come nella vita di tutti i giorni – che poi sui social media facciamo tutti qualcosa di simile al giornalismo –, è importante avere informazioni verificate e attendibili. E se questo controllo non è stato fatto, o se è sfuggito qualcosa, è importante far presente l’errore: per una correzione, per segnalare l’informazione errata agli altri utenti o, nella peggiore delle situazioni, per far capire che è meglio stare alla larga da quella fonte lì che pubblica un sacco di bufale.

Ma – è ovvio che sarebbe arrivato un “ma”, no? A parte il titolo che lascia intuire una critica al fact checking, quanto letto finora era la classica premessa del “non sono razzista ma”: come non aspettarsi un attacco alla verifica dei fatti?

La verità non basta

Il fatto è che la verità non basta. Nel senso: è ovvio che vogliamo informazioni vere, ma in realtà quello che davvero vogliamo – o che dovremmo volere – sono informazioni buone. Per cui informazioni che siano non solo vere, ma anche pertinenti alla discussione, che non siano ambigue e né troppo dettagliate né troppo superficiali. (Per chi se lo stesse chiedendo: sì, sto riprendendo le massime conversazionali di Grice).

Questo vale per le indicazioni stradali, per una discussione su quale film guardare, per un dibattito sul riscaldamento globale, per un reportage sui vaccini: la verità è uno dei fattori da prendere in considerazione. E possiamo avere una buona informazione non del tutto vera (per una semplificazione, ad esempio) e una cattiva informazione del tutto vera (perché incompleta o fuori contesto).

Soffermarsi unicamente sulla verità e trascurare gli altri aspetti non contribuisce a migliorare la circolazione dell’informazione. Anzi.
Si arriva al punto in cui alla critica verso un ministro di aver firmato un’intesa con la Cina, si risponde con il fact checking: in realtà il documento è stato firmato da dei funzionari. (Sì, è accaduto davvero). Il che è certamente vero, ma pare quantomeno poco pertinente riguardo al tema della critica.

Se si prende in considerazione unicamente la verità – e magari pure con pedanteria – si finisce per fare la figura di quello che alla domanda “scusi sa che ore sono?” risponde semplicemente “sì”.

La verità non è abbastanza

Poi, fateci caso: abbiamo parlato di “verifica dei fatti”, poi di “vero e falso”. Ma i fatti, tecnicamente, non sono né veri né falsi: al più lo sono le affermazioni intorno a quei fatti. Il mio viaggio in treno di venerdì mattina non è vero né falso: lo è l’affermazione “ho preso il treno delle 9.01”.

Finezze da filosofo, certo: del resto tutti ci capiamo se dico “è un fatto vero” – intendo che quello che ho detto su quel fatto è vero.
Tuttavia vedo, sui social media, il fact checking abbattersi pure su delle semplici fotografie, bollate come “informazione falsa”. Ma un’immagine, di per sé, non è vera o falsa: per esserlo dovrebbe affermare qualcosa – ma quello accade fuori dall’immagine.

Mi spiegato meglio. L’immagine di un disco volante sui cieli di Washington non è né vera né falsa; è vera l’affermazione che è un fotogramma di ‘Ultimatum alla Terra’ di Robert Wise; è falsa l’affermazione che si tratta della prova che gli alieni esistono.
Poi certo, a volte basta inserire un’immagine in un articolo o pubblicarla online perché “lasci intendere” qualcosa. Il che può essere un problema – ma non è un problema di verità della foto, bensì di pertinenza o ambiguità.

Il verismo del fact checking

La morale è una cosa bellissima: sono quelle norme che cercano di indicare come ci si dovrebbe comportare in situazioni difficili. Poi c’è il moralismo, dove prendi quelle norme e le applichi pedissequamente per lavarti la coscienza.

Similmente, la verità è una cosa bellissima: indica quell’onestà alla quale dovremmo tendere nel diffondere informazioni. Poi c’è il verismo – ok, il nome è già stato preso da due-tre dignitosissime correnti artistiche, ma fate finta di nulla –, dove prendi l’esattezza e ne fai un dogma con cui zittire gli altri.

Quindi? Alla fine credo che una non piccola parte dei problemi relativi alla cattiva qualità dell’informazione – in generale, non solo giornalistica – si possa risolvere con un po’ di trasparenza. Dare un minimo di contesto alle informazioni (e a chi le sta fornendo) aiuta a capire quanto siano chiare, pertinenti, complete. E vere.

La reputazione non è una cosa che un individuo possiede

Leggo su LibertariaNation:

[Secondo me e secondo Rothbard] la reputazione non è una cosa che un individuo possiede perché è un pensiero che tutti gli altri si formano sull’individuo in questione. Non puoi entrare nella testa delle persone e costringerle a pensare bene di te. Tu non possiedi la tua reputazione, sono le tue azioni che formano una reputazione di te da parte degli altri.[…] Quindi chiedere danni a terzi per un danno di reputazione lo trovo assurdo.

Non capisco se qui si assume la veridicità delle cose dette o se il ragionamento vale anche nel caso uno affermi il falso.1 In ogni caso, mi sembra un approccio interessante: onore e reputazione sono cose “possedute” dagli altri, non dal diretto interessato. Continua la lettura di La reputazione non è una cosa che un individuo possiede

  1. In quest’ultimo caso: Rothbard e l’autore del post su LibertariaNation trascorrono il proprio tempo libero a torturare creature innocenti come passerotti, criceti ed economisti keynesiani. Nessuno dei due può lamentarsi, perché non possiedono la propria reputazione danneggiata da queste falsità (essendo morto da una ventina d’anni, credo ci siano anche altri motivi per cui Rothbard non si lamenterà). []

Rashōmon 2012

Comunicato stampa della Polizia cantonale:

La Polizia cantonale comunica che in riferimento all’azione dimostrativa avvenuta ieri a Lugano nell’ambito di una conferenza organizzata da un’associazione nell’Auditorium dell’Università della Svizzera italiana, sono state controllate ed identificate 2 persone che hanno attivamente partecipato alla protesta e che saranno segnalate alle autorità competenti. Per quanto riguarda i compiti di pertinenza degli agenti della Polizia, è stato messo in atto un dispositivo comune tra Polizia cantonale e Polizia Città di Lugano. In questo senso, è stata garantita la sicurezza dei relatori presenti che non hanno riportato conseguenze fisiche a seguito della dimostrazione. In brevi istanti, grazie al pronto intervento degli agenti presenti in sala e all’esterno, l’azione dimostrativa è stata interrotta e la situazione normalizzata, tanto da permettere la continuazione della conferenza senza particolari ritardi. Si precisa che i manifestanti erano muniti di gas irritante e grazie alla prontezza d’intervento della polizia, questo non ha causato danni ai presenti.

Resoconto dei contestatori:

La sera del 31 gennaio il procuratore italiano Caselli era ospite all’Università della Svizzera Italiana di Lugano per un convegno su “politica e giustizia”. Una delegazione di no tav ticinesi si è recata al dibattito per informare la platea di cosa il Caselli intende per rapporto tra politica e giustizia: incarcerazione del dissenso, criminalizzazione della protesta, difesa degli intrecci mafia-imprese-partiti che stanno alla base del progetto alta velocità ferroviaria Torino-Lyon.
Ma non ve n’è stato tempo, né modo, né bisogno di farlo: non appena i no tav hanno iniziato a spiegare le loro ragioni con un intervento, mentre esponevano degli striscioni e volantinavo, alcuni agenti senza divisa hanno aggredito i no tav con calci e pugni. Sono poi intervenuti agenti di polizia che, come marionette in una commedia, aspettavano dietro un paravento: peccato che calci, pugni, spray urticanti, spintoni, minacce e insulti fossero veri! Tra gli sguardi allibiti della platea e il plauso di Caselli, è stato a tutti chiaro quale sia la “giustizia” di cui il procuratore parla.

Che cosa è il metodo scientifico

Di solito scrivo il titolo alla fine, e lo faccio un po’ per pigrizia (e il titolo è la parte più difficile), un po’ perché magari non so bene che cosa scriverò.
In questo caso, invece, lo so: scriverò – sto scrivendo – di metodo scientifico. Quindi il titolo non può non essere “che cosa è il metodo scientifico”… chiaro, immediato, sintetico. A dire il vero, il titolo potrebbe anche essere “che cosa è il metodo scientifico?”, con un bel punto interrogativo che, a un filosofo, si addice: in molti pensano che il compito del filosofo sia fare domande, non trovare risposte.
È più umile fare domande che dare risposte. Ora, tralasciando il fatto che dopo Socrate per noi filosofi è da supponenti anche fare domande, io che cosa è il metodo scientifico lo so. E quindi lo scrivo. Immagino che qualche uomo di scienza si metterà le mani nei capelli, pensando al letterato che, sentendosi superiore, si mette a dare lezioni a chi la scienza la conosce sul serio. Continua la lettura di Che cosa è il metodo scientifico

Beati monoculi in terra caecorum

Beati monoculi in terra caecorum o, con una traduzione leggermente creativa, nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo è re.
Se chi ha un occhio solo è re, chi li ha ancora tutti e due, come minimo, può diventare imperatore. Continua la lettura di Beati monoculi in terra caecorum

Il bracciale dei miracoli

Lo definiscono “il braccialetto tormentone dell’estate“, e io mi sento subito fuori dal mondo1 perché non avevo mai sentito parlare del bracciale Power balance prima di oggi.

Sembra la versione tecnologica dei bracciali di rame contro i reumatismi.2 Il rame è aumentato di prezzo, e allora ad avere proprietà curative è un ologramma che interagirebbe con il campo energetico naturale del corpo umano. Continua la lettura di Il bracciale dei miracoli

  1. Questo blog si intitola “L’estinto” mica per caso. []
  2. Per un certo periodo ho portato anche io un bracciale di rame – perché mi piaceva. Ho smesso di indossarlo perché stanco di sentirmi chiedere se soffrissi di reumatismi. []

Verità omeopatiche

Mentre in Europa si discute se inserire il riferimento alle radici cristiane nelle costituzioni e statuti vari, il prossimo 17 maggio in Svizzera si voterà per tutelare a livello costituzionale la medicina complementare (o alternativa). Continua la lettura di Verità omeopatiche

Il mondo, il modello e la teoria

Questo schema, trovato su Gödel, mi ha dato da riflettere:

Per una sua lettura (probabilmente) corretta, rimando ai commenti.

Qui vorrei solo sottolineare come vero e falso (true, false) non si possano applicare direttamente al Mondo, ma solo al Modello, che approssima (approximation) il Mondo, e lo fa più o meno bene.
In poche parole, possiamo sperare di avere risposte univoche solo confrontando teorie e modelli, mentre se ci rivolgiamo al Mondo otteniamo risposte ambigue.

Le maiuscole sono ironiche: ha senso, qui, parlare di Mondo, Modello e Teoria come se fossero cose, oggetti chiusi e ben definiti? E ancora: questo schema qui, appartiene al Mondo, al Modello o alla Teoria? (Io direi che è un modello, in quanto di esso non si può dire se è vero o falso, ma solo se è una buona o una cattiva approssimazione.)

Linguaggio senza verità (ma con tanta evidenzialità)

Data la possibilità che le opinioni percettive siano fluttuanti, è estremamente interessante che i linguisti abbiano di recente attirato l’attenzione sull’esistenza di linguaggi umani in cui le regole grammaticali richiedono che frasi su ciò che si crede si riferiscano esplicitamente a come tale convinzione sia sta acquistata. Nel linguaggio sudamericano tariana, ad esempio, una frase come “so che sta piovendo” deve essere integrata con un suffisso che indichi coma fa il soggetto a saperlo: “So che sta piovendo visivamente” (ossia lo vedo), in contrapposizione a “so che sta piovendo uditivamente” (lo sento). La richiesta che sia identificata la sorgente dell’informazione è chiamata evidenzialità.

Nicholas Humphrey, Rosso, Torino, Codice, 2007, p. 20
Perr il linguaggio tariana Humphrey cita A. Y. Aikhenvald e R.M.W. Dixon (a cura di), Studies in Evidentiality, Amsterdam, John Benjamins, 2003

Io adesso farò qualcosa di molto sconveniente, una di quelle cose che tanto piacciono ai filosofi e che tanto fanno imbestialire psicologi e linguisti: farò una affermazione fuori luogo e non supportata dai fatti.
Io affermo che i tariana non possiedono il concetto di verità. Continua la lettura di Linguaggio senza verità (ma con tanta evidenzialità)

Chi parla della verità?

Diego Marconi, nel suo recente Per la verità. Relativismo e filosofia (Einaudi 2007), difende il realismo attraverso tre semplici esempi: Ustica, il numero di pianeti nell’Universo e la presenza di sette ‘7’ consecutivi nello sviluppo di π.
Mi è chiaro dove vuole arrivare Marconi: «siete dei realisti [se] siete persone che pensano che c’è un modo in cui le cose stanno indipendentemente dal fatto che qualcuno sappia o possa sapere che stanno così, e che, di conseguenza, gli enunciati che dicono che le cose stanno in quel modo sono veri, che lo sappiamo o no» (pp. 4-5).
Per un realista affermare “il numero di pianeti nell’Universo è x” è una frase vera per un certo x e falsa per tutti gli altri, anche se noi non sapremo mai quale sia questo x. Similmente, il DC9 è caduto nel mare  di Ustica per un certo motivo, anche se non sappiamo quale. Lo stesso vale, se si è platonicamente convinti dell’esistenza degli enti matematici, per i sette ‘7’ nello sviluppo di π. Continua la lettura di Chi parla della verità?