Rifiutare la domanda di divinità

Penso che tutti i lettori di questo sito conoscano la frase “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie”. È nota come “Sagan standard”, ma come sempre in questi casi non è Carl Sagan il primo ad averla formulata.

A me questo principio ha sempre lasciato perplesso. Che cosa vale come straordinario? E poi, cosa dovrei fare delle affermazioni che giudico straordinarie ma per le quali non ho prove (altrettanto) straordinarie? Le devo ignorare oppure le posso mantenere dando loro meno importanza?

Un buon esempio di quello che intendo riguarda l’esistenza di Dio: cosa è straordinario, dire che Dio esiste oppure che Dio non esiste? Per me la prima, ma per la maggior parte delle persone esistite l’affermazione straordinaria è la seconda, anche se probabilmente bisognerebbe sostituire “Dio” con un generico “divinità”. Lo standard di Sagan non ci aiuta né a dialogare con queste persone, né a ragionare sui nostri presupposti. Il che non vuol dire che sia un principio da buttar via, ovviamente, ma solo che ha dei limiti.

Questi limiti mi sono tornati in mente leggendo un’interessante intervista che l’amico (per comunione di interessi anche se non necessariamente di opinioni) Choam Goldberg ha fatto a Franco Tommasi su L’eterno assente.

Tommasi non si definisce né ateo né agnostico, non perché sia credente ma per ragioni più complesse e interessanti:

Rifiuto l’etichetta di ateo perché accettarla significa considerare ragionevole il punto di vista di chi pone un problema che è tale per lui ma non per me, un problema mal posto e in definitiva privo di senso in mancanza di una chiara definizione. Una definizione che in pratica non c’è e che chi ti fa la domanda, nella maggior parte dei casi, non ha nemmeno provato a darsi. Definendomi ateo, accetterei di giocare al suo gioco. Se tu mi chiedessi se io sono «a-sprilochista», io ti risponderei chiedendoti prima di tutto che cavolo vuol dire. Se tu non me lo spiegassi in maniera chiara, ti direi che non capisco cosa mi stai chiedendo. Se io dichiarassi di essere a-sprilochista o di non esserlo, starei al tuo gioco e darei legittimità alla tua domanda priva di senso. Ma torniamo a noi: per te questa idea dell’esistenza di Dio è importante? Bene, padronissimo, ma perché io dovrei partecipare al tuo gioco? Se tu mi spieghi che cosa vuol dire «credere nell’esistenza di Dio» in termini per me comprensibili, potrei aver voglia di provare a darti una risposta. Altrimenti di che cosa si parla? Di solito la migliore risposta che si ottiene è: «Credo in qualcosa di superiore». Ma è facile comprendere come questa risposta possa significare qualsiasi cosa e il suo contrario. Quindi meglio tirarsi fuori dal gioco.

Capisco il suo punto di vista: usare un concetto “in negativo” presuppone il concetto “in positivo”. Abbiamo una parola per definire le persone che non mangiano carne (vegetariano), ma non abbiamo una parola per indicare le persone che non mangiano insetti perché, almeno per ora e nella cultura occidentale, nessuno mangia insetti mentre la carne fa parte della nostra dieta. Una società dove polli, mucche e maiali non vengono mangiati non sarebbe una società di vegetariani, ma una società dove il concetto di vegetariano non ha alcun senso.

Tuttavia in questa società il concetto di Dio ha un senso. Il fatto che sia male definito non ha molta importanza: usiamo quotidianamente una miriade di concetti vaghi e ambigui, a volte abbiamo bisogno di precisione (ad esempio se vogliamo costruire un sapere scientifico) ma spesso non è necessaria e ci capiamo bene lo stesso.

Legittimo che Tommasi voglia sottrarsi a questo gioco linguistico.
Mi chiedo tuttavia quale sia il vantaggio. Anche perché ci sono buone possibilità che una idea di divinità faccia parte del nostro modo di leggere il mondo, andando alla ricerca di schemi e di intenzionalità. Certo, poi questa visione intuitiva e ingenua viene raffinata e ci rendiamo conto, per fare un esempio banale, che non è il sole a sorgere ma è la terra ruotare su se stessa. Tuttavia se ci alziamo al mattino presto continuiamo a vedere il sole che si alza sull’orizzonte: non ha molto senso pretendere di vedere la terra che ruota.

Indovinelli sarcastici e pregiudizi di genere

Sto leggendo insieme a mio figlio Indovinelli sarcastici per bambini svegli di Jax Bell. Il libro è divertente, anche se la traduzione italiana (di Giuditta Spassini) ogni tanto arranca con i giochi di parole in inglese e ci sono alcune sviste che lasciano perplessi (tipo i cinque sensi che sarebbero “vista, tatto, olfatto, gusto e tatto”).

Nella versione italiana due indovinelli giocano sui pregiudizi di genere.

Dopo che un treno si è schiantato, ogni passeggero muore. Chi sopravvive?

La risposta è: le passeggere. Nell’originale inglese l’indovinello si basa su un altro meccanismo perché abbiamo “every single person” e la risposta è “the couples”.

Il secondo caso, invece, è questo:

Una ragazza e suo padre hanno un incidente d’auto, Quando arrivano all’ospedale il chirurgo vede la ragazza e grida con disperazione: “quella è mia figlia!”. Com’è possibile?

La risposta è che si tratta della madre. In inglese, dove c’è un generico “the doctor”, l’indovinello funziona meglio, ma regge anche in italiano vista l’abitudine a usare nomi di professione al maschile anche per le donne. E infatti una variante di questo indovinello è presente anche nel bel libro di Vera Gheno Femminili singolari.

Come ha reagito mio figlio a questi indovinelli? Nel primo caso ha tentato la risposta “il macchinista e il capotreno” (solitamente esclusi dal novero dei passeggeri), ma una volta rivelata la risposta corretta l’ha accettata, riconoscendo l’ambiguità di “ogni passeggero”. Nel secondo caso no: “Se è la mamma avrebbe dovuto dire chirurga“. Nessuna obiezione, invece, alla possibilità che i genitori della ragazza potrebbero essere due padri.

Le parole sono importanti anche a destra

Su Facebook mi è stato fatto notare, a proposito della mia riflessione sul termine ‘woke’, che per la destra le parole non sarebbero importanti e che, se non fosse per la sinistra con la sua attenzione al linguaggio inclusivo, non si interesserebbe alla cosa.

C’è del vero: banalmente se sei conservatore il tuo obiettivo è non cambiare niente e per non cambiare niente devi (anche) contrastare chi le cose le vuole cambiare. Ma se il cambiamento riguardasse qualcosa di poco conto, non ci sarebbe motivo di intervenire.

Credo che ridurre il diverso punto di vista sul linguaggio a “per le destre le parole non sono importanti” non colga il punto secondo me più importante, ovvero il tipo di potere che avrebbero le parole.

Iniziamo da una constatazione banale: a destra non mancano le persone che sanno parlare e questa abilità si basa anche sul riconoscere l’importanza delle parole. Ma ovviamente non è solo retorica e ho trovato un passaggio di Robert Scruton, filosofo britannico conservatore, che potremmo trovare praticamente identico in un manuale sul linguaggio inclusivo:

La realtà sociale è plasmabile. Come è dipende da come viene percepita; e come viene percepita dipende da come viene descritta. Per questo il linguaggio è un importante strumento della politica moderna e molti dei conflitti politici del nostro tempo sono conflitti di parole.

Robert Scruton, A Political Philosophy: Arguments for Conservatism, cap. 9 (trad. mia)

Certo, da questa premesse Scruton costruisce una critica al linguaggio usato non per il suo scopo principale, cioè descrivere la realtà, ma al contrario per affermare il proprio potere su di essa. Ma questo è possibile appunto perché le parole – e non solo le parole, perché nella sua analisi del linguaggio dell’Unione europea prende in considerazione anche la sintassi e la costruzione delle frasi – hanno questo potere. Le parole plasmano la realtà sociale e per questo occorre usarle per descrivere la realtà società tradizionale, non per modificarla.

C’è anche un bel passaggio su come le definizioni possano essere oppressive:

Chi e cosa sono io? Chi e cosa sei tu? Queste sono le domande che hanno ossessionato i romantici russi e alle quali hanno dato risposte che non hanno alcun significato di per sé, ma che hanno dettato il destino di coloro ai quali sono state applicate. Io sono un membro dell’intellighenzia, tu sei un populista; io sono un nichilista, tu sei un anarchico; io sono un progressista, tu sei un reazionario.
[…] Fin dall’inizio [del comunismo], quindi, erano necessarie etichette che stigmatizzassero il nemico interno e ne giustificassero l’espulsione.

D’accordo, Scruton è un conservatore ma anche un filosofo, uno che non solo cita ma ha anche letto Wittgenstein e Marx. Cambiamo quindi contesto e prendiamo Donald Trump Jr e il suo libro Triggered (del libro di Scruton mi sono letto con interesse i capitoli sul linguaggio, qui ho cercato i passaggi pertinenti nel pdf). Quando parla di politicamente corretto e di discorsi d’odio, troviamo una tesi di fondo simile: le parole contano anche se purtroppo “nel clima odierno hanno perso completamente il loro significato” al quale sarebbe importante tornare. Certo, Trump Jr ribadisce in più punti che “le parole non sono violenza, sono solo parole” e questo credo sia un punto importante. Le parole – per Trump Jr e probabilmente anche per Scruton – si muovo in uno spazio, quello linguistico, che rimane separato dalle azioni ma non per questo non sono importanti, dal momento che ci permettono non solo di comunicare ma anche di interpretare il mondo.

Le parole sono importanti tanto a destra quanto a sinistra, tanto per i conservatori quanto per i progressisti. La differenza è che per la destra non è possibile fare cose con le parole, perlomeno se quelle cose sono atti violenti. Per la sinistra, invece, le parole possono essere azioni.
Partendo da qui si comprende meglio la diversa valutazione del linguaggio d’odio in rapporto alla libertà di espressione: non è che a sinistra la libertà di espressione valga meno che a destra; semplicemente c’è una diversa valutazione di quello che le parole possono fare.

La strana storia della parola ‘woke’

Io sono uno di quelli convinti che le parole sono importanti. Tanto che un po’ mi spiace che questa espressione, “le parole sono importanti”, faccia subito pensare alla celebre scena di Palombella rossa di Nanni Moretti, associando questa attenzione all’uso delle parole alla sinistra radicale e a un personaggio un po’ nevrotico. Peraltro Le parole sono importanti è anche il titolo di un bel libro di Marco Balzano.

Le parole sono importanti, dicevo, non solo per quello che significano ma anche e spesso soprattutto per quello che evocano. Rubo un classico esempio da Non pensare all’elefante di George Lakoff: gli sgravi fiscali. Di fronte alla proposta di ridurre tasse e imposte, uno può chiedersi chi ci guadagnerà di più e chi di meno, da questa riduzione, e come verranno finanziate le minori entrate fiscali; ma parlare di sgravi fiscali si evoca un carico pesante che si fatica a gestire e un salvatore che ci toglie parte del peso, e con questa immagine in mente di spazio per quelle domande ne resta poco.

C’è però un ulteriore livello: le parole sono importanti per quello che significano, per quello che evocano ma anche per quello che le circonda, il contesto sociale nel quale vengono usate. Me ne sono resto conto ragionando sul termine “woke”, variante del participio di wake nata nell’inglese afro-americano vernacolare. Come sintetizza Wikipedia, «Woke, letteralmente “sveglio”, è un aggettivo della lingua inglese con il quale ci si riferisce allo “stare all’erta”, “stare svegli” nei confronti di presunte ingiustizie sociali o razziali».

Ora, lasciamo da parte le ingiustizie e anche le discriminazioni sistemiche – quelle implicite e incorporate in prassi e norme – e proviamo a ragionare sulla parola woke come se indicasse una generica consapevolezza, come peraltro capitava prima del movimento Black Lives Matter. Proviamo quindi a valutare la parola come se si riferisse al fatto che la carbonara si fa col guanciale e non con la pancetta.
Personalmente trovo che woke sia una parola molto interessante. Innanzitutto non presuppone la superiorità o la perfezione in chi si riconosce “woke”: di per sé non c’è nulla di eroico nell’essere svegli e nulla di riprovevole nel dormire, semplicemente una volta che ci si è svegliati, che si è diventati consapevoli sulla ricetta della carbonara, si notano cose che prima sfuggivano. Inoltre chiunque può svegliarsi: magari la cosa non è immediata ma è alla portata di chiunque, non serve essere cuochi provetti o attenti buongustai per capire che c’è differenza tra la pancetta e il guanciale. Infine woke è un concetto che riguarda innanzitutto noi stessi: certo possiamo impegnarci a svegliare gli altri, a combattere chi usa la pancetta al posto del guanciale ma quella è più una cosa da “social justice warrior” e mi immagino che una persona che si è svegliata sia innanzitutto attenta a quello che cucina e mangia.

Certo l’immagine di alcune persone vigili e attente e di altre addormentate o disattente può indispettire e implicitamente aderisce al “deficit model” secondo cui la diffidenza verso certi temi è dovuta a ignoranza, il che riduce drasticamente le possibilità di avere un vero dialogo alla pari con chi non condivide le nostre idee, ma nonostante tutto questo mi pare restare un termine interessante.
Eppure qualcosa è andato storto perché oggi “woke” è usato anche in modo spregiativo o sarcastico, indicando non una attenzione a certi temi ma un pericoloso fondamentalismo ideologico. E a questo punto quelle caratteristiche di apertura viste all’inizio sono bruciate: anche a voler usare “woke” con il significato originario di “essere vigili”, ci si confronterà con la diffidenza di alcuni e la complicità di altri; impossibile portare avanti un discorso condiviso con la parola “woke”.

Perché è successo tutto questo? Una prima risposta da prendere in considerazione è che semplicemente è capitato così: è normale che le parole cambino di significato, tutto dipende dalle scelte spontanee dei parlanti. Così da un generico “essere vigili sulle ingiustizie sociali” si è passati a indicare posizioni maggiormente profilate sui temi razziali e infine chi non si riconosce in quei valori ha ripreso il termine per criticare un attivismo giudicato sbagliato. In italiano l’analogo “sveglia” – diffuso, mi pare, in ambienti di controinformazione vicini al complottismo – è ad esempio stato subito parodiato.

Tuttavia c’è anche un’altra possibilità. Ne parla la sociologa Francesca Bolla Tripodi nel suo saggio The Propagandists’ Playbook: il cambiamento di significato non sarebbe del tutto spontaneo in quanto guidato dai movimenti conservatori con lo scopo di “dirottare le parole”. Che cosa significa rendere“woke” un insulto? Significa togliere di mezzo, almeno per quanto riguarda i discorsi condivisi, una parola concisa ed efficace con cui esprimere le proprie idee. Significa che chi cercherà online “woke” si imbatterà anche, e forse soprattutto, nelle accuse e nelle contestazioni di questa presunta pericolosa ideologia (una parte della ricerca di Tripodi riguarda appunto l’uso di parole chiave progressiste da parte dei conservatori). Significa che dizionari ed enciclopedie daranno uno spazio rilevante a quelle accuse e contestazioni, visto che fanno parte del significato della parola.

Le parole sono importanti. Perché è importante quello che facciamo con le parole.

Si può dire “pirla” senza offendere e “risorsa” per voler offendere

Se ce ne fosse bisogno è l’ennesima dimostrazione che non sono le singole parole a essere razziste o più generalmente insultanti: razzista è l’uso che se ne fa in un dato contesto storico. Possiamo insomma cantare Azzurro senza tema di rivelare un nostro inconscio colonialismo, così come potremmo ricordare che nessuna parola ha il suo significato e il suo potenziale offensivo in un qualche patrimonio genetico. Si può dire “pirla” senza offendere e “risorsa” per voler offendere: il valore e il peso di una parola si stabilisce nel momento e nella situazione in cui la si usa. E comunque risorsa, senatore, sarà lei.

Stefano Bartezzaghi, Le risorse di Salvini, Repubblica del 7 settembre 2022

Tutto vero, ed è certamente un problema per chi spera di affrontare i discorsi d’odio con procedure automatiche o un elenco di espressioni proibite. Ma aggiungerei che ci sono parole nelle quali quel “potenziale offensivo” è attuato quasi sempre e, anche con tutte le buone intenzioni del mondo, andrebbero maneggiate con qualche cautela in più.

Le parole e le cose secondo il professor Grammaticus

Il professor Grammaticus è una creazione di Gianni Rodari, protagonista di alcuni racconti del bellissimo Il libro degli errori, un libro nato dall’idea che “gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa”. Quindi, perché non giocare con gli errori di grammatica, “i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta”?

Ma dicevamo del professor Grammaticus che, nel racconto Essere e avere, corregge alcuni operai meridionali per un “ho andato in Germania”:

– Il verbo andare, – continuò il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere.

Gli emigrati sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse:

– Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei.

– Un verbo intransitivo.

– Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri… Lasciare la famiglia, i bambini.

Grammaticus inizia a balbettare: si rende conto di aver sbagliato, ma persevera col verbo essere: “Insomma, però… Comunque si dice sono andato, non ho andato“. L’operaio risponde sorridendo con gentilezza: “Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia”.

E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbottava tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi son nelle cose!

Ho sempre trovato delizioso questo passaggio. Apparentemente la conclusione è un invito a non dare troppa importanza alle parole che usiamo per descrivere le cose e concentrarci invece sulle cose stesse, ma credo che in realtà questo racconto sia un riconoscimento del grande potere e della grande importanza delle parole. L’errore di Grammaticus non è far caso alle parole, ma guardare solo alla regola grammatica senza pensare che l’ausiliare avere – oltre a essere una forma dialettale legittima quanto l’italiano standard, almeno in alcuni contesti – può segnare una distanza rispetto al verbo essere.

Gli errori più grossi sono nelle cose e non nelle parole, certo, ma avere le parole giuste per dar voce a questi errori è altrettanto importante.

L’italiano è una lingua complicata, per le persone non binarie

Sto seguendo il Locarno film festival e ho visto – è in concorso nella sezione Cineasti del presente, dedicata opere prime e seconde – Before I Change My Mind di Trevor Anderson.
È un bel “coming of age movie”, insomma uno di quei film con adolescenti che si confrontano con i primi problemi da adulti. Siamo nel Canada degli anni Ottanta e la storia ruota intorno a Robin, da poco trasferitosi dagli Stati Uniti col padre e alle prese con i soliti problemi di ambientazione. Con un intelligente misto di commedia e dramma, il film racconta del rapporto tra Robin e Carter, che semplificando un po’ possiamo definire il bullo della scuola.

Vaughan Murrae in una scena del film

Ora, scrivere di questo film è difficile proprio da un punto di vista linguistico: Robin è infatti una persona non binaria, vale a dire che non si riconosce né come maschio né come femmina. Nel film – che come accennato è ambientato nel 1987 quando “binario” e “non binario” si riferivano perlopiù all’informatica – non si usano pronomi di genere per Robin mentre adesso, quando devono parlare del personaggio o dell’interprete (l’eccezionale Vaughan Murrae), gli autori hanno deciso di usare il ‘singular they’. Ma in inglese è relativamente semplice: in italiano evitare espressioni che siano maschili o femminili è invece un casino, come si vede nella presentazione sul sito del Festival dove troviamo giri di parole un po’ forzati come “giovane volto principale” (e nel finale gli scappa un “che Robin sia libero”).

Ho avuto il piacere di incontrare Trevor Anderson, affrontando anche questo problema. La sua prima risposta è stata un “buona fortuna” seguito da “grazie al cielo non ho dovuto scrivere il film in italiano”. Entrambi eravamo un po’ scettici sull’usare soluzioni come asterischi o schwa, non tanto perché sarebbero risultati anacronistici rispetto all’epoca del film – dopotutto ne stiamo scrivendo/parlando oggi nel 2022 e anche loro adesso, per praticità, usano il ‘singular they’ –, ma perché sarebbero risultati meno naturali: il rischio è che alla fine, più che del film e di Robin, uno si ricordi soprattutto di quella strana ə che era presente nella recensione, relegando Before I Change My Mind tra i film LGBT+ quando l’intento di Anderson era realizzare un classico film di formazione in cui capita che il personaggio principale sia non binario. “Volevo fare il coming of age movie che negli anni Ottanta non ho avuto modo di vedere”, mi ha detto. Così, nella recensione che ho scritto ho cercato espressioni neutre, riformulando in continuazione le frasi, ma temo che qualcosa mi sia sfuggito.

Perché racconto tutto questo? Semplicemente perché capisco molte delle perplessità nei confronti dello schwa per evitare il maschile sovraesteso e i riferimenti al genere (scrivendo ad esempio “l’attorə” invece di “l’attore” o “l’attrice”): è una soluzione che ha i suoi limiti. Ma il problema, come mostra nel suo piccolo il film in concorso a Locarno, c’è e non ha senso fare finta di nulla.

100 milioni di anni, “più di un secolo”

Il Corriere della Sera ha dato la notizia del ritrovato di un fossile di millepiedi gigante in Inghilterra che risale al Carbonifero. Visto che non tutti hanno familiarità con la scala dei tempi geologici, nel catenaccio si precisa “più di un secolo prima dell’arrivo dei dinosauri”:

Il catenaccio dell’articolo prima della correzione

L’articolo è poi stato corretto con “oltre 100 milioni di anni prima dell’arrivo dei dinosauri”, ma su Internet Archive è salvata la versione errata.

Ma è davvero sbagliato quel “più di un secolo”? La frase è corretta, dal punto di vista del significato letterale: 100 milioni di anni sono infatti “più di un secolo”, un milione di volte per la precisione.

Su Twitter l’ho ironicamente fatto notare a Paolo Attivissimo. Mi è stato giustamente risposto che è come dire che il Kāma Sūtra propone più di due posizioni o che Bellinzona è a più di 500 metri da New York. Due begli esempi che comunque cadono corti rispetto all’originale: il Kāma Sūtra riporta 64 posizioni, non 2 milioni, e le due città stanno a circa 6’500 chilometri, non 500mila.

Dovrebbe essere chiaro: dire “più di un secolo” è sbagliato perché l’indicazione, per quanto letteralmente corretta, non è informativa. I filosofi del linguaggio dicono che non viene rispettata una delle massime conversazionali di Grice, direi quella di relazione (“sii pertinente”).

Il problema non riguarda la semantica (il significato della parole), ma la pragmatica (come quelle parole vengono utilizzate dai parlanti) e allora ho provato a immaginare dei contesti in cui l’affermazione “quel fossile precede di più di un secolo la comparsa dei dinosauri” sia corretta anche pragmaticamente.
Non è difficile: immaginiamo che una qualche istituzione, ad esempio un museo, abbia un regolamento che stabilisce dove vadano conservati i vari reperti. Per controllare che questo millepiedi gigante sia stato inventariato correttamente la domanda “precede di più di un secolo la comparsa dei dinosauri?” sarebbe quindi sensata: che si tratti di 150, di 150mila o di 150 milioni di anni, poco cambia. Similmente, se le autorità hanno stabilito che una persona non può stare a meno di 500 metri da Bellinzona, l’informazione “New York è a più di 500 metri da Bellinzona” diventa pertinente: non importa se siano 600 metri, 6mila chilometri, basta siano più di 500 metri.

È la ricchezza, e la complessità, del linguaggio. Alla quale spesso non pensiamo: la dimensione pragmatica la diamo un po’ per scontata, e non ci rendiamo conto di quanto possa cambiare gli effetti di quello che diciamo.
Il che vale anche per la discriminazione e i discorsi d’odio che non riguardano solo insulti e termini dispregiativi. In un contesto in cui l’informazione non dovrebbe essere pertinente, dire “è una donna” oppure “è un immigrato” – affermazioni corrette per quanto riguarda il significato letterale – apre un mondo di implicature e presupposizioni discriminanti (l’esempio è ripreso, con alcune modifiche, dall’interessante Hate speech: il lato oscuro del linguaggio di Claudia Bianchi)

E se la pandemia non fosse solo un’emergenza sanitaria?

Riflessione assolutamente inutile, visto il momento in cui ci troviamo. Ma tant’è: nella mia posizione, non è che possa fare molto altro; e se ormai con questa pandemia è tardi per rimediare, magari con la prossima andrà meglio. Quindi, mi chiedo: e se avessimo sbagliato fin dall’inizio a raccontare la pandemia come un problema sanitario?

Perché certo, abbiamo a che fare con un virus che – in ordine decrescente di probabilità – ti contagia, ti fa ammalare, ti uccide. Indubbiamente la nostra salute, lo “stato del nostro corpo”, è il primo pensiero. Mi ammalerò? Quanto gravemente? Guarirò completamente? Morirò?

Il primo pensiero; solo che per molti – e includo qui anche comunicazioni e decisioni delle autorità – è stato anche l’unico pensiero: la pandemia è un problema sanitario e individuale, riguarda le condizioni del nostro corpo.

Perché dico che è un errore? Innanzitutto perché da tempo con il termine “salute” non si intende solo il corretto funzionamento del corpo. L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la salute come “uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale”. Ok, è una definizione vaga, per non dire una supercazzola. Se già c’è incertezza su come interpretare grandezze misurabili come la temperatura corporea o la pressione del sangue (37,5 è febbre? 130 è ipertensione?), figuriamoci leggere la qualità delle relazioni sociali o della vita spirituale. Difficoltà che però non possono farci ignorare che la salute è anche quello e soprattuto che la pandemia incide anche su quello.

Ma non è solo questione di salute. La pandemia colpisce non solo gli individui, ma anche la società. Ora, non ho ben capito perché ma “società” è diventata una parola controversa, come se l’autonomia dell’individuo si potesse manifestare solo ignorando completamente l’esistenza di altre persone. Ad ogni modo, con “società” intendo banalmente il fatto che la nostra quotidianità è fatta anche dalla quotidianità di altre persone: se preferite, chiamatela “vita in comune”, “rapporti interpersonali” (includendovi ovviamente anche le reflazioni economiche). Dormiamo in letti costruiti da altre persone, ci facciamo la doccia grazie a uno scaldabagno costruito e installato da altre persone e che funziona grazie a delle canalizzazioni costruite da altre persone, leggiamo libri scritti, tradotti, pubblicati e venduti da altre persone, mangiamo cibo prodotto, elaborato e distribuito da altre persone, scrivo queste parole su un dispositivo elettronico progettato, costruito, distribuito e venduto da altre persone.
Ora, se molte di queste “altre persone” non possono fare quello che fanno di solito – non dico perché in condizioni critiche in un reparto di terapia intensiva: bastano febbre alta e spossatezza, o il dover badare a un familiare malato, il periodo di lutto per aver perso una persona cara –, tutto il sistema non tiene. Anche economicamente: questa idea che “senza lockdown la situazione economica sarebbe tale e quale a prima” non ho ben capito dove salta fuori.

Ora, abbiamo un problema non solo medico-sanitario ma più in generale “umano” (e forse anche più che umano, perché non sono così sicuro che le conseguenze per l’ambiente siano state solo positive). Pensare che sia solo un problema medico-sanitario è appunto un errore, perché perdiamo di vista parte del problema. Restiamo lì, incantati dal bollettino giornaliero di morti e ricoverati come se fossero l’unica cosa di cui preoccuparci, non la punta dell’iceberg; ci sembra che mascherine, chiusure e limitazioni varie abbiano l’unico scopo di salvare quelle vite lì, non proteggere anche tutto il resto, il vivere in comune, l’economia. Sbagliamo a fare l’analisi costi-benefici, mettendo i costi solo sull’economia e i benefici solo su (una limitata concezione di) salute. Ovvio che ci si chieda se vale la pena “uccidere l’economia” per “degli ottantacinquenni con un piede nelle fossa”.

Parole contro la paura

Lo ammetto: ho un pregiudizio contro gli instant book. Ma ho una grande stima per Vera Gheno: ho adorato il suo Potere alle parole, trovato delizioso Prima l’italiano, devo ancora superare il trauma di aver prestato senza ritorno Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi) e mi vergogno di aver solo sfogliato Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole.

Ho quindi subito preso Parole contro la paura e non me ne sono affatto pentito.
L’operazione di partenza può lasciare perplessi: chiedere ai propri contatti di Facebook le prime tre parole che vengono in mente pensando alla pandemia. Può lasciare perplessi perché, appunto, cosa te ne fai di un elenco di parole? Vera Gheno ci fa tutto: partendo dal presupposto che «i protagonisti della storia di una lingua, di ogni lingua, sono i suoi parlanti» e che «ogni parola non è mai “solo” una parola, ma una specie di gancio verso un intero mondo di significati», dalla a di attesa alla z di zombie il libro ci porta a esplorare questi mondi, ben più vasti di quello in cui siamo giocoforza confinati in questi giorni.

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