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Cinquemila dollari per dio

Sono un agnostico tendente ateo. Tradotto in altre parole: nessuna delle prove dell’esistenza di dio mi pare essere valida, magari esiste ma nel dubbio preferisco agire e pensare come se dio non ci fosse.

Il fatto che non consideri valide le prove dell’esistenza di dio non significa che le schifi, che insomma consideri spazzatura tutta la teologia. Anzi: secondo me è lì che troviamo alcuni tra i ragionamenti più raffinati della cultura occidentale.

Premesso tutto questo, adesso parliamo delle Identity proofs for the existence of God.
Le ho scoperte grazie a una mail di un certo Ruud Schuurman che è circolata in una mailing list accademica. Grazie a non ho capito bene quale finanziatore – forse lo stesso Schuurman, non ho approfondito –, vengono offerti cinquemila dollari per pubblicare un articolo sull’esistenza di dio in un numero speciale della rivista Inquiry. Non un premio al miglior testo, ma proprio un compenso per ogni articolo che sarà pubblicato dalla rivista.

In che cosa consiste una ‘identity proof’? Come spiega nell’email, “basically, Identity Proofs argue that God is identical with something that obviously exists, therefore God exists”. Insomma, come George Edward Moore per dimostrare l’esistenza del mondo esterno sollevò la propria mano dicendo “Questa è la mia mano”, grazia alla prova identitaria possiamo dimostrare l’esistenza di Dio semplicemente dicendo “Dio è la mia mano, e quindi esiste”.
Difficile confutare una simile dimostrazione: a meno di non fare gli scettici a oltranza, come sostenere la non esistenza del proprio corpo? Difficile anche capirne l’utilità, non solo religiosa (da tempo il dio dei filosofi è diverso dal dio della fede) ma pure teologica: che me ne faccio di un dio ridotto a qualcosa di banale?

Sto maramaldeggiando un argomento teologico ben più serio? Può darsi. Ma Schrruman propone un articolo per spiegare la sua prova. Nell’abstract – l’articolo completo non l’ho letto – si legge:

The second proof shows that GOD exists because I am GOD, and I exist.

Era meglio la mano.

Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie

Grazie a Wikipedia scopro che la famosa frase “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie” è di Marcello Truzzi. Per la precisione, la citazione corretta è la seguente:

E quando queste affermazioni sono straordinarie tanto da essere rivoluzionarie nelle implicazioni che hanno rispetto alle attuali leggi scientifiche generali e verificate, dobbiamo richiedere prove straordinarie.

Supponendo che la cosa non sia valida solo per le affermazioni scientifiche, ma in generale per tutte le affermazioni, proviamo ad applicare questa cosa all’esistenza di dio, tema che quando lo affronto sul blog attira sempre i suoi bei commenti. Continua la lettura di Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie

Dimostrare la non esistenza di Dio

Sono convinto che la dimostrazione dell’esistenza di Dio sia questione filosofica, non religiosa: la fede è qualcosa di diverso dall’esistenza di un ente sovrannaturale. In altre parole: se hai ricevuto quello che molti chiamano “il dono della fede”, buon per te; io ho ricevuto quella orribile teiera a forma di Babbo Natale. Continua la lettura di Dimostrare la non esistenza di Dio

Dio, la religione e la poliomielite

Sono almeno nove gli operatori sanitari uccisi in Pakistan perché impegnati in un progetto di vaccinazione contro la poliomielite.
Perché? Pare che secondo i talebani non si tratti di semplici vaccinazioni, ma di un progetto di sterilizzazione dei musulmani portato avanti dalla CIA. Continua la lettura di Dio, la religione e la poliomielite

Va bene, mi avete trovato

«Supponga che lei si sia sbagliato riguardo all’esistenza di Dio. Supponga che l’intera storia sia vera e che lei giunga ai cancelli del paradiso per venire ammesso da san Pietro. Avengo negato l’esistenza di Dio per tutta la vita, che cosa direbbe a… Lui?». Questa domanda venne posta a Bertrand Russell durante una cena della Voltaire Society1. Il filosofo rispose: «Bene, andrei da Lui e gli direi: ‘non ci hai dato sufficiente evidenza!’». Continua la lettura di Va bene, mi avete trovato

  1. Così riporta John Searle in Mente, linguaggio, società, Raffaello Cortina editore, 2000, p. 41. []

Quanto vale Dio?

Vaaal propone un interessante argomento a favore non dell’esistenza di Dio, ma del credere nella sua esistenza. Un ragionamento che ricorda molto la famosa scommessa di Pascal:

Ritengo possa essere corretto giudicare l’evento “Credere nell’esistenza di Dio” tramite due parametri

Cred. Es. Dio: p(Ev)*Val(Ev)

e cioè la probabilità che Dio esista rapportata al valore che l’esistenza di Dio assume per noi stessi (Ev sta per Evento: esistenza di Dio). E’ ovvio che stiamo giudicando, in questo caso, non l’esistenza effettiva di Dio, ma stiamo valutando se noi dovremmo credere che esista.

C’è del marcio, in questo ragionamento.1 Continua la lettura di Quanto vale Dio?

  1. Che Vaaal non si offenda: ho recentemente visto l’Amleto a teatro, e certe espressioni rimangono. []

Obbedire a Dio

L’eretico boemo Jan Hus, morto sul rogo il 6 luglio 1415, è uno di quelli che chiameremmo un credente duro e puro, convinto che il Papa (anzi, i Papi: all’epoca ce n’erano due, uno ad Avignone e uno a Roma) sia una sorta di anticristo.
Riassumendo in poche battute il pensiero di Hus sul rapporto tra uomo e Dio, l’uomo deve essere sottomesso a Dio e Gli deve completa ubbidienza, anche se l’ordine risulta incomprensibile. Un invasato con cui è impossibile ragionare? Lo pensavo anche io, però, come nota Armando Comi1:

Dio solo dà ordini ai quali occorre obbedire senza indugio. Gli ordini dell’uomo devono invece essere valutati ed eventualmente fatti oggetti di obbedienza o disobbedienza (p. 96).

L’uomo è dotato di ragione e la deve usare per valutare, e soprattutto per criticare, l’autorità degli altri uomini. È una piacevole sorpresa trovare un razionalista dove meno te lo aspetti.

  1. in Verità e Anticristo. L’eresia di Jan Hus, Bolonga, Pendragon 2007; non ho letto il libro, ma solo una bella recensione di Piero Venturelli che probabilmente verrà pubblicata su ReF []

Eutifrone

PlatoneOgni tanto, in qualche articolo sul ruolo pubblico della religione o durante qualche dibattito sulle radici religiose dell’etica e della politica, viene citato l’Eutifrone di Platone. In effetti in quel dialogo Socrate discute, appunto, di santità e giustizia con uno che di mestiere, se così si può definire, fa l’indovino.
In Platone la cornice dei dialoghi non è mai casuale, e infatti i due si incontrano davanti al tribunale: Socrate è lì perché denunciato da Meleto, Eutifrone, invece, per accusare il padre di omicidio.
Sul tema della giustizia, Eutifrone si professa grande esperto, e Socrate, viste le accuse che pendono sul suo capo, è ben disposto ad ascoltarlo: diventando suo scolaro potrebbe apprendere come difendersi.

Eutifrone gli propone però una definizione deludente: giusto è ciò che è caro agli dei.
Obietta Socrate: gli dei litigano, e ciò che gradisce Zeus può dispiacere a Crono e Urano. Eutifrone abbozza: è giusto ciò che è caro a tutti gli dei, nessuno escluso.
E qui arriva l’affondo di Socrate: è l’uomo giusto, in quanto giusto, ad essere amato dagli dei, oppure è l’uomo amato dagli dei a essere giusto? In altre parole, una certa azione è approvata dagli dei perché buona oppure è buona perché approvata dagli dei?
Se è buona perché approvata dagli dei, allora gli dei approvano ciò che approvano, in un circolo vizioso privo di senso. Se invece gli dei approvano qualcosa perché buono, allora l’approvazione degli dei è, tutto sommato irrilevante.
Eutifrone, alla fine, si allontana con una scusa. Continua la lettura di Eutifrone