L’intelligenza artificiale e la linguetta rossa di Umberto Eco

Nel Secondo diario minimo, Umberto Eco propone delle finte istruzioni che si dilungano a spiegare “cose talmente ovvie che voi siate tentati di saltarle, perdendo così l’unica informazione veramente essenziale”:

Per potere installare Il Pz40 è necessario disimballarlo estraendolo dal contenitore di cartone. Si può estrarre il Pz40 dal contenitore solo dopo aver aperto lo stesso. Il contenitore si apre sollevando in direzioni opposte le due ribaltine del coperchio (vedi disegno all’interno). Si raccomanda, durante l’operazione di apertura, di tenere il contenitore verticale col coperchio rivolto verso l’alto, perché in caso contrario il PZ40 potrebbe scivolare a terra durante l’operazione. La parte alta è quella su cui appare la scritta ALTO. Nel caso che il coperchio non si apra al primo tentativo si consiglia di provare una seconda volta. Appena aperto e prima di togliere la copertura d’alluminio, si consiglia di strappare la linguetta rossa altrimenti il contenitore esplode. ATTENZIONE: dopo l’estrazione del Pz40 potete gettare il contenitore.

Ho riletto quel libro più volte – saltando sempre l’informazione sul contenitore esplosivo, pur sapendo (dalla seconda lettura) che era lì da qualche parte.

Per curiosità ho chiesto a ChatGPT qual è il passaggio più importante di queste istruzioni.

La versione 3.5 ha risposto riprendendo le indicazioni per “aprire il contenitore in modo sicuro e evitare il rischio che il Pz40 cada a terra durante l’operazione”.

La versione 4.0, invece, ha indicato subito la linguetta rossa perché “questa azione è cruciale per la sicurezza, poiché impedisce l’esplosione del contenitore”.

A prima vista il modello linguistico – insomma, l’intelligenza artificiale che scrive cose – di OpenAI ha superato l’intelligenza umana nello specifico compito di determinare le informazioni importanti contenute in un testo scritto male.
Tuttavia è bastato modificare leggermente la mia richiesta per tornare con il rischio di una scatola esplosiva: “Non ho voglia di leggere queste istruzioni. A cosa devo fare attenzione?” e la questione della linguetta rossa è semplicemente il quarto punto di un elenco.

Adeguare le parole ai fatti

È bello servire lo Stato con i fatti, non è sconveniente farlo con le parole; e molti hanno acquistato rinomanza compiendo imprese, molti narrando quelle degli altri. Però, sebbene una gloria non pari accompagni chi scrive e chi compie le imprese, credo che specialmente arduo sia il compito dello storico: primo, perché bisogna adeguare le parole ai fatti; poi, perché la maggior parte della gente considera dettate da invidia e da odio le parole con cui si denuncia una colpa, mentre, quando si sono ricordati il grande valore e la gloria dei buoni, ognuno accetterà di buon grado quanto ritiene di poter fare facilmente egli stesso; giudicherà falso, frutto di fantasia, ciò che riesce superiore alle sue forze.

Sallustio, La congiura di Catilina, a cura di Giancarlo Pontiggia, Mondadori 1992

Inizialmente mi ero annotato questo passaggio per la parte finale, quella per cui si giudica vero quel che è alla propria portata e frutto di fantasia quel che è superiore alle proprie forze (e frutto di invidia le critiche). Tuttavia, rileggendo questo passaggio di Sallustio, mi accorgo che la parte più interessante è prima. Il compito dello storico è arduo perché bisogna adeguare le parole ai fatti.
Il riferimento – così indicano le note di commento – è all’abilità retorica dello storico che deve appunto trovare le parole adatte per raccontare le grandi imprese dei buoni (o per denunciare le colpe dei cattivi, ovviamente). Ma “adeguare le parole ai fatti” può essere interpretato anche come invito a non esagerare, a raccontare le cose come stanno riportando le informazioni a disposizione senza introdurre cose nuove, frutto di fantasia.

Il contributo filosofico delle domande

Non so chi siano Joshua Habgood-Coote, Lani Watson e Dennis Whitcomb, ma hanno scritto l’articolo filosofico con il miglior rapporto rilevanza/lunghezza di sempre.

Il primato finora spettava a Edmund Gettier e alle tre pagine del suo Is Justified True Belief Knowledge?; non so se il lavoro di Habgood-Coote, Watson e Whitcomb sarà altrettanto citato ma un po’ se lo meritano.

Si può dire “pirla” senza offendere e “risorsa” per voler offendere

Se ce ne fosse bisogno è l’ennesima dimostrazione che non sono le singole parole a essere razziste o più generalmente insultanti: razzista è l’uso che se ne fa in un dato contesto storico. Possiamo insomma cantare Azzurro senza tema di rivelare un nostro inconscio colonialismo, così come potremmo ricordare che nessuna parola ha il suo significato e il suo potenziale offensivo in un qualche patrimonio genetico. Si può dire “pirla” senza offendere e “risorsa” per voler offendere: il valore e il peso di una parola si stabilisce nel momento e nella situazione in cui la si usa. E comunque risorsa, senatore, sarà lei.

Stefano Bartezzaghi, Le risorse di Salvini, Repubblica del 7 settembre 2022

Tutto vero, ed è certamente un problema per chi spera di affrontare i discorsi d’odio con procedure automatiche o un elenco di espressioni proibite. Ma aggiungerei che ci sono parole nelle quali quel “potenziale offensivo” è attuato quasi sempre e, anche con tutte le buone intenzioni del mondo, andrebbero maneggiate con qualche cautela in più.

Tre libri in uscita a settembre

Stanno per uscire diversi libri che paiono molto interessanti – e dei quali spero di riuscire a scrivere delle recensioni. Nel frattempo, semplici segnalazioni in ordine cronologico di uscita

Il 6 settembre uscirà La natura è più grande di noi di Telmo Pievani che promette uno sguardo filosoficamente interessante al rapporto tra uomo e natura, evitando gli eccessi di antropocentrismo.

Il giorno dopo Federico Faloppa, del quale ho molto apprezzato #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole (per il quale lo avevo anche intervistato), esce con Sbiancare un etiope: La costruzione di un immaginario razzista: come il sottotitolo indica, l’autore ricostruisce la storia di un’idea, quella di “pulire la pelle scura”, che pare incredibilmente persistente.

Infine, il 27 settembre – due giorni dopo le elezioni in Italia, purtroppo – The Quest for Character: What the Story of Socrates and Alcibiades Teaches Us About Our Search for Good Leaders di Massimo Pigliucci. Il libro approfondisce un’idea alla quale Pigliucci aveva già accennato – purtroppo non ricordo dove –: nello scegliere per chi votare, dovremmo prendere in considerazione non solo aspetti politici come il programma o le competenze, ma anche qualcosa di più personale e spesso trascurato, ovvero il carattere.

Il picchio che ammortizza i colpi e altri miti scientifici

selective focus photo of downy woodpecker on tree trunk
Photo by Dariusz Grosa on Pexels.com

Scopro grazie al giornalista scientifico Ed Yong che la testa dei picchi non si è evoluta per ammortizzare i colpi, come ero convinto fino a pochi minuti fa – per averlo letto in migliaia di occasioni, anche in contesti scientifici.

Del resto, come nell’articolo spiega il biologo Sam Van Wassenbergh dell’Università di Antwerp, se il tuo obiettivo è colpire il legno con forza, dissipare l’energia cinetica non ha molto senso: sarebbe come mettere un cuscino sopra un martello.

Yong è un ottimo giornalista e non si limita a smentire questo mito scientifico (o, come li definisce lui, “fattoide”) e citarne altri sul regno animale e va più in dettaglio. Come è nato il mito della testa del picchio che assorbe i colpi? Due spiegazioni: si sono fatte molte supposizioni ma pochi test; si è ragionato da umani la cui prima preoccupazione, in una situazione del genere, sarebbe indossare un casco che eviti commozioni cerebrali (un bel caso di antropocentrismo). Solo che i picchi evitano la commozione cerebrale grazie a un sistema molto semplice: hanno un cervello piccolo.

Letture d’altrove

Negli scorsi giorni ho scritto, per il quotidiano laRegione, alcuni articoli e commenti che potrebbero interessare anche chi mi legge qui.

  • Le parole del nuovo coronavirus: versione breve su quanto già scritto a proposito delle metafore belliche e del bilanciamento tra salute ed economia.
  • È la scienza bellezza!: commento su cosa ci aspettiamo dalla scienza e cosa invece possiamo avere.
  • Le follie del Premio Nobel Montagnier: Montagnier è quello che ha vinto il Nobel per aver scoperto il virus dell’Hiv – poi ha sostenuto di poter curare il Parkinson con la papaya fermentata e altre affermazioni diciamo “avventate”. Adesso se ne è uscito con l’origine artificiale del nuovo coronavirus: invece di spiegare per l’ennesima volta perché questo non è vero, ho pensato di riprendere i criteri che il filosofo Alvin Goodman ha proposto per orientarsi quando due esperti sono in disaccordo.
  • Covid-19, la corsa etica al vaccino: è lecito, per accelerare lo sviluppo del vaccino, provare a contagiare le persone?

Che gli vuoi rispondere?

Dopo una consultazione online – che fatico a considerare rappresentativa, ma che capisco non possa essere ignorata – si discute del futuro dell’ora legale.

E Matteo Salvini commenta così su Twitter:

Credo che qui non sia il caso di spiegare perché è una sparata populista e pure delle più banali, per quanto non delle più becere. Di quelle che scuoti la testa e pensi “e che gli vuoi dire, a uno così?”.
Una domanda retorica che – dopotutto è quello che fanno i filosofi – voglio prendere sul serio. Che gli vuoi dire? Come ribatti a un messaggio simile che, comunque, ha la sua efficacia, gettando al pubblico affamato l’osso di una Commissione europea lontana dalle vere esigenze della gente.

Rispondi che un’istituzione come la Commissione europea ha le forze, e peraltro il dovere, di occuparsi di più temi contemporaneamente? Gli rinfacci che se sui migranti non c’è un accordo è anche colpa sua? Ribatti che è la consultazione online che ha avuto più partecipanti?

Non ci sono chiese, al centro

Non ci sono chiese, al centro. Non ci sono dèi, al centro. Dio è al centro della tradizione giudaico-cristiana. E Dio può dire: «Togli quella vita». E allora non soltanto è permesso, ma è obbligatorio. Lo dice tutto il Vecchio Testamento. Ci sono degli esempi anche nel Nuovo. Nel giudaismo e nel cristianesimo la vita appartiene a Dio. La vita non è sacra, Dio è sacro. Ma al centro, per noi, non c’è la fede nella sovranità di Dio, ma la fede nella santità della vita.

Sto leggendo 1 Pastorale Americana di Philip Roth.
Nel sesto capitolo, Merry spiega al padre la sua conversione al gianismo. La ragazza non è del tutto sana di mente – mettiamola così – ma questa sua risposta all’ennesima domanda stupita del padre non poteva lasciarmi indifferente.

  1. In realtà sto ascoltando su Audible letto da Massimo Popolizio, molto bravo.[]

Dio, il burro, l’assenza di prove e la prova dell’assenza

Consideriamo un semplice problema: c’è del burro nel frigorifero? Se non lo apriamo e non diamo un’occhiata ci sarà un’assenza di prove che il burro c’è, ma questo non equivale a una prova della sua assenza. Se guardiamo dentro il frigorifero, lo esaminiamo a fondo e non troviamo traccia di burro allora abbiamo un’assenza di prove che veramente equivale a una prova di assenza.

Julian Baggini, Ateismo. Una brevissima introduzione, Nessun Dogma 2018

Ottima risposta all’obiezione “l’assenza di prove non è una prova dell’assenza”. Rimane, ovviamente, il problema di mettersi d’accorso su qual è l’equivalente, per la divinità, dell’aprire il frigorifero ed esaminarlo a fondo.