Una di quelle parole

Sarebbe un’esagerazione dire che nessuno sapeva che cosa volesse dire entropia. Comunque, era una di quelle parole. Ai Bell Labs si diceva che Shannon l’avesse presa da John von Neumann, che gliel’aveva consigliata: avrebbe trionfato in qualsiasi discussione perché nessuno l’avrebbe capita. Falso, ma plausibile.

James Gleick, L’informazione: Una storia. Una teoria. Un diluvio

La politica è diventata una brutta cosa

Adesso, se uno mi parla di una associazione apolitica, capisco che cosa intende: un gruppo che non si occupa di politica ma, chessò, di ortaggi o di romanzi gialli.
Capisco anche che cosa è un movimento politico apartitico, cioè che non si riconosce, o almeno non si identifica, in nessuna delle ideologie e formazioni partitiche storiche o che comunque pensa che i progetti siano più importanti delle appartenenze politiche.

Ma poco fa ho letto di un movimento “volutamente apolitico” che presenta una lista per le elezioni comunali. E qui non capisco proprio come faccia a essere apolitico un movimento con dei candidati a delle cariche politiche.
Evidentemente la parola política è diventata, non solo in Italia, molto brutta, ed è meglio dichiararsi estranei anche quando quello che si sta facendo è chiaramente della politica.

Io sono per la famiglia naturale

Io sono per la famiglia naturale.

Il problema è che l’affermazione precedente non significa nulla di preciso, tanto è ambiguo e vago il termine “naturale”. Per dire: la società è naturale o artificiale? E il diritto? La religione? 
Che cosa intendo, quindi, con famiglia naturale? Al di là, o meglio prima, di sacramenti religiosi e istituzioni giuridiche, intendo due (o più) persone (di qualsiasi sesso o genere) che decidono di condividere insieme un progetto di vita. Questa, per me, è la famiglia naturale, o meglio quella cosa che ha senso chiamare famiglia naturale, quella dove la dimensione socialmente costruita è minima.

Il resto – cerimonie, firme, fidanzamenti, anelli… – è appunto socialmente costruito. Il che significa che possiamo costruirla più o meno come vogliamo.

Il valore della tradizione (e della biologia)

A volte capita di avere conversazioni pacate e costruttive anche sui cosiddetti temi etici, come la maternità surrogata.
“Costruttive” non significa che uno dei due abbia cambiato idea, ma solo che io (tendenzialmente favorevole), e probabilmente anche il mio interlocutore (contrario), ci siamo almeno un po’ chiariti le idee. Continua la lettura di Il valore della tradizione (e della biologia)

I numeri del declino

Grazie al plugin in Wpit Blog Stats,1 ecco i numeri del declino di questo blog.

Interessante come la lunghezza media degli articoli sia rimasta tutto sommato costante, segno che negli ultimi anni ho sì scritto di meno, ma non cose più semplici.
Come già scritto, uno dei proposito per il nuovo anno è tornare a scrivere, ma dubito fortemente di tornare ai livelli del 2006 (268 articoli pubblicati).

Anno Nr.articoli Media caratteri per articolo Caratteri tot per articolo Media commenti Commenti totali
2015 14 2,184 30,565 2.9 41
2014 47 1,670 78,467 5.3 247
2013 116 1,618 187,621 6.3 732
2012 71 2,119 150,383 7.5 530
2011 55 1,643 90,314 8.2 449
2010 116 2,238 259,590 13.1 1,519
2009 185 1,861 344,177 11.7 2,171
2008 249 2,058 512,293 8.7 2,164
2007 261 2,569 670,343 5.3 1,375
2006 268 2,992 801,758 1.5 407
2005 65 2,052 133,331 0.1 4
  1. Scoperto grazie a .mau. []

Del giornalismo del 21º secolo

Secondo me, se il giornalismo ha un senso, oggi, è quello di fare da traduttore all’interno della società.

Con giornalismo intendo, qui, chi dà notizie quotidianamente: gli approfondimenti sono un altro discorso, perché appunto non danno la notizia, ma forniscono gli strumenti per comprenderla. Il problema è che non è detto che questi strumenti siano alla portata di tutti e non è detto che interessino a tutti. Due aspetti che non è il caso di trascurare: una società in cui tutti riescono a comprendere tutto sarebbe bellissima, ma se non ci si ricorda che è un’utopia quello che si ottiene è una società in cui metà della popolazione crede di sapere tutto perché due anni fa ha letto un articolo su Internazionale e l’altra metà odia quelli che leggono Internazionale perché si sentono trattati da capre ignoranti (senza dimenticare un’altra metà che neppure sa che cosa sia Internazionale, e un’altra metà ancora che non conosce le frazioni). Continua la lettura di Del giornalismo del 21º secolo

Bufale nella bolla

Negli ultimi giorni ho frequentato poco i social network, per cui quello che vado a raccontare potrebbe essere solo un effetto della mia “distrazione digitale”. Comunque: ieri, su Facebook, mi sono imbattuto in due smentite, due sbufalamenti, se vogliamo chiamarli così. Insomma, i miei contatto hanno condiviso le rettifiche di due notizie che, nella versione iniziale menzognera o comunque inesatta, attribuivano ad alcune persone – e indirettamente a tutte le persone della stessa nazionalità o religione – comportamenti poco civili.

Ecco, io le notizie originali non le avevo viste. Forse perché sono state condivise nei giorni in cui io ero disattento, o forse perché i miei contatti quelle notizie false non le hanno condivise, e io quindi non le ho viste.

Se è giusta la seconda, mi chiedo se non valga anche il contrario, ovvero se chi si è imbattuto nelle due notizie false si sia anche imbattuto nelle smentite, oppure se sia rimasto protetto dalla verità dalla bolla creata dai filtri automatici di Facebook.

Non trovo il riferimento – eventualmente aggiornerò l’articolo – ma pare da alcune ricerche sicuramente più serie e accurate di questo aneddoto che in realtà i filtri automatici di Facebook non isolino completamente, nel senso che non nascondono tutte le notizie contrarie alla propria visione del mondo. Però a me il dubbio rimane.

Stigma virtuale

A me dispiace, per quel ragazzo di cui non ricordo il nome intervistato da non so quale emittente dopo i disordini di Milano.1
Dispiace non perché penso che sia innocente o un bravo ragazzo. Semplicemente, penso non meriti tutto quello che gli accadrà. E gliene accadranno, di cose.
E anche a lungo. Molto a lungo, perché i giornali che hanno riportato il suo nome non finiranno semidimenticati in qualche emeroteca come in passato, ma rimarranno accessibili come se fossero stati scritti ieri. Accessibili in tutto il mondo: pure al polo sud, i pinguini con lo smartphone potranno scoprire le sue gesta. Continua la lettura di Stigma virtuale

  1. In realtà lo so, il nome dell’emittente, e pure quello del ragazzo. E anche se non li sapessi, basterebbe una breve ricerca online per trovarli. Ma non voglio. []