La cangiante verità metaforica

Questo è il titolo del quotidiano laRegioneTicino di oggi, dedicato ovviamente all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea:
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Come peraltro avvenuto in altre redazioni, non avendo niente di meglio ci si è fidati di un sondaggio rivelatosi poi errato e vabbè, col senno di poi si poteva puntare a un titolo più cauto.

La cosa curiosa è che il titolo non è completamente sbagliato, perché Londra – la città – ha effettivamente votato per restare nell’UE.
Certo, la parola ‘Londra’ è stata usata per indicare tutta la nazione (per sineddoche o metonimia, non ricordo mai la differenza), ma domani si potrebbe usare lo stesso identico titolo per sottolineare non il probabile esito della votazione, ma la distribuzione geografica del voto.

Insomma, un titolo che è, al contempo, vero e falso; ci si potrebbe scrivere un saggio.

Tutta colpa della scienza

Come detto, in Isvizzera si è votato sulla diagnosi preimpianto, e alla fine la nuova legge è stata approvata con un certo scorno dei contrari che, a giudicare dalla vignetta pubblicata il giorno dopo dal Giornale del popolo (cattolico) non l’hanno  presa benissimo:

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Al temma della diagnosi preimpianti è dedicato anche il commento della direttrice del giornale Alessandra Zumthor:

[Con la diagnosi preimpianto] si ritira l’umano ed entra il freddo rigore della scienza, che d’ora in poi anche nel nostro Paese si arrogherà il diritto di decidere, nel caso di bambini concepiti con la fecondazione artificiale, quale avrà il diritto di vivere e quale no.

Dal punto di vista della retorica (o della persuasione, come ultimamente si dice) nulla da eccepire: è una bella immagine, quello dell’umano che si ritira per lasciare spazio alla fredda scienza.
Dal punto di vista del contenuto (che mi illudo conti ancora) è però una fesseria, per non dire di peggio. Al di là dell’opinione sulla diagnosi preimpianto, rimane il fatto che a decidere non sarà un’astratta e ovviamente fredda “scienza”, ma delle concrete e calde persone, quelle che scelgono se fare o meno la diagnosi.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha reso possibile quella scelta, ma di per sé non ha imposto nulla. Non c’è di mezzo alcuna “fiducia cieca e incrollabile nella scienza, cui sempre più si tendono a delegare decisioni che non le spetterebbero”, semplicemente perché le scelte continuano a spettare alle persone.

Ma dare la colpa alla fredda scienza è così comodo.

Naturisti e progressisti

Screenshot 2016-05-18 23.55.24 Quello che mi diverte di più, delle votazioni popolari svizzere, è guardare la propaganda. Uno dei temi su cui si voterà riguarda la Legge federale sulla medicina della procreazione, modifica che permette – a determinate condizioni – la diagnosi preimpianto degli embrioni.

Tema eticamente divisivo, che riguarda questioni come l’eugenetica – che non è di per sé una cosa cattiva –, lo statuto morale e giuridico degli embrioni, la procreazione consapevole e così via.
Questioni complesse, meglio convincere i votanti con argomenti diretti e magari un po’ terrorizzanti. Come gli OGM che anche loro di per sé non sarebbero una brutta cosa, ma evocano brutte cose. E quindi, ecco che il ripugnante mais geneticamente modificato viene associato a un altrettanto ripugnante bambino OGM.

Tralasciando che la legge in votazione non riguarda le manipolazioni genetiche di embrioni umani – che al più possono essere tirate in ballo con un lunghissimo e scivolosissimo piano inclinato –, che cosa accomuna il MON810 alla diagnosi preimpianto?
Risposta facile: la violazione di un (presunto) ordine naturale dell’universo, un ordine in realtà molto umano nel quale non trovano posto procreazione medicalmente assistita, organismi transgenici e, immagino, neppure matrimoni omosessuali.
Non è semplice rifiuto o diffidenza verso le novità, e neppure la ricerca di una qualche volontà divina: è proprio la convinzione di una natura buona e giusta dalla quale non ci si deve allontanare.
Per questo credo non sia giusto descrivere questa ostilità verso le novità tecnologiche e sociali – novità non necessariamente buone, sicuramente non buone a tutti i costi – come conservatrici o integralismo, ma più semplicemente naturiste (con buona pace dei nudisti).

Aggiornamento 24 maggio

Mi segnalano quest’altro manifesto:

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Non ci sono gli OGM; in compenso, abbiamo una specie di Barbie ariana e l’inversione vagamente poetica “estrema legge”.

Il Kosovo gioca ma non canta

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Nel suo lento percorso verso l’essere una nazione vera e propria, il Kosovo ha fatto un passo non da poco. È infatti membro dell’Uefa. Insomma, avrà una nazionale di calcio, il che dal punto di vista sportivo credo sia un evento quasi trascurabile – anche se qualche giocatore professionista con doppia nazionalità potrebbe optare per la nuova squadra, indebolendo le altre formazioni nazionali.

Politicamente, il riconoscimento dell’Uefa è probabilmente più importante di quello di un altro governo. Il che dovrebbe far riflettere su quanto sia complesso – filosoficamente parlando – definire che cosa sia uno Stato.
Interessante notare che, se il Kosovo può prendere a calci una palla con la propria bandiera, non può invece cantare: non solo non fa parte dei Paesi che possono partecipare a Eurosong (vi figura, invece, l’Australia), ma la bandiera del Kosovo è tra quelle esplicitamente proibite durante la manifestazione, insieme a quella dello Stato islamico e della Palestina.

Contro il metodo scientifico

Commentando su Facebook l’articolo precedente su Gabriella Mereu, qualcuno ha lamentato la mancanza di una “comprensione anche solo intuitiva del metodo scientifico”.

Dissento. O meglio, in generale non dissento affatto: indubbiamente la conoscenza dei metodi utilizzati nelle varie discipline scientifiche, dalla fisica alla psicologia, è cosa buona e giusta. Continua la lettura di Contro il metodo scientifico

Alla fine non è cambiato niente

Ho scritto un articolo su Gabriella Mereu, la guaritrice – forse dovrei chiamarla dottoressa, dal momento che, avendo presentato ricorso, risulta ancora risulta iscritta all’ordine dei medici – che alla medicina preferisce quella che chiama terapia verbale, convinta – potrei sbagliarmi, ma secondo me lei crede davvero in quello che dice, e quindi non è una truffatrice, il che ovviamente non la rende meno pericolosa – convinta, dicevo, che le malattie siano tutte questioni di testa, e che ad esempio gli epilettici siano in realtà degli esibizionisti. Continua la lettura di Alla fine non è cambiato niente

Se hai un messaggio, usa uòzzap

If you have a message, call Western Union.

Un’altra variante recita “Just write me the comedy. Messages are for Western Union”. Tutte frasi attribuite, pare erroneamente, al produttore cinematografico Samuel Goldwyn (quello della Metro-Goldwyn-Mayer, per intenderci), il cui senso – anche se oggi Western Union non si occupa più di telegrammi e andrebbe sostituito, chessò, con WhatsApp o Telegram – è chiaro: non inserire messaggi politici dove non ci vanno.
Lì si parlava di film, con l’idea che “the public wants entertainment, not a lecture”, mentre io vorrei parlare di votazioni.

Tra pochi giorni si terrà il referendum sulle trivelle – sì, lo so, in realtà non si tratta di trivellare, ma di sfruttare concessioni già esistenti anche dopo la scadenza, ma il problema, almeno il mio problema, non riguarda né la disinformazione né le difficoltà a comprendere gli aspetti tecnici del tema in votazione.Riguarda, più banalmente, uno degli argomenti impiegati nel dibattito.

In molti hanno criticato la strategia dell’astensionismo, e in effetti puntare al fallimento per mancato raggiungimento della maggioranza di votanti è – per quanto legittimo – quantomeno furbo se non addirittura scorretto. Ma è, appunto, legittimo, e della cosa si è discusso in abbondanza, per cui passiamo oltre.
Passiamo cioè a quello che secondo alcuni sarebbe un buon motivo per votare anche se il referendum fallirà: per mandare un messaggio al governo. Ora, sono convinto che mandare messaggi sia cosa buona e giusta; tuttavia, non credo che il referendum sia un buon modo per farlo. Non dico di utilizzare i telegrammi – anche perché temo non esistano più –, e neppure Whatsapp, Telegram o Twitter (per quanto quest’ultimo piaccia molto a diversi politici). Penso invece a lettere aperte, a campagne di protesta, a petizioni e a manifestazioni. Tutti magnifici mezzi per comunicare quali sono le opinioni di una parte più o meno grande e più o meno organizzata della cittadinanza – che poi il politico di turno tenga conto di queste opinioni, è un altro discorso.
I referendum, però, no, non servono a mandare messaggi ma a cambiare le leggi. Poi è ovvio che l’esito – qualunque esito – assuma anche un significato politico oltre che giuridico, è inevitabile ma è un fatto secondario rispetto al cambiamento delle norme.

In conclusione, votate sì, votate no, votate stocazzo o non votate: basta che abbiate presente di non stare scrivendo una lettera al presidente del consiglio.

Io gli elettori non li capisco

Ieri, qui in Ticino, si sono tenute le elezioni comunali, e la Lega dei ticinesi ha conquistato globalmente una ventina di municipali e oggi si scoprirà quanti consiglieri comunali.1

Io ho un problema: non capisco come si possa votare per la Lega.
Capisco la preferenza a un particolare candidato dell Lega,2 gente degna di fiducia oggettivamente c’è, capisco votare per uno degli altri partiti presenti, partiti di cui magari non condivido la visione politica – integralmente non condivido quella di nessuna formazione – ma la cui presenza considero necessaria per i soliti discorsi sul pluralismo e la democrazia. Ma un partito che basa la propria retorica e la propria azione politica sulla paura e sull’odio verso l’altro, sul “padroni in casa nostra” e sul “prima i nostri”, non capisco proprio come possa riscuotere un così vasto successo, soprattutto a livello comunale dove, in linea di massima, le ideologie contano poco e contano le azioni concrete.

Il mio non è “non capisco” per mascherare un “sono tutti dei cretini” o per consolarmi della sconfitta con un “comunque abbiamo ragione noi”.3 È un “non capisco” che significa proprio che non capisco, che ho di fronte un fenomeno che non riesco a spiegarmi e che invece vorrei e dovrei capire.

  1. Nota per i lettori italiani: qui si vota, separatamente, per il l’esecutivo, cioè il Municipio, e per il legislativo, cioè il Consiglio comunale. []
  2. Seconda nota per i lettori italiani: è possibile votare la lista X ma dare la preferenza a uno o più candidati delle liste Y e Z; anzi è addirittura possibile non votare nessuna lista e dare solo preferenze personali. []
  3. Cosa di cui, comunque, sono convinto. Ricordo che in democrazia la maggioranza decide, ma non ha necessariamente ragione. []

Sto iniziando a odiare Renzi

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Renzi a Lampedusa

Sto iniziando a odiare il presidente del consiglio1 Matteo Renzi.

Non per qualcosa che ha fatto o ha detto, e neppure per qualcosa che non ha fatto o non ha detto; semplicemente, per quello che dicono gli altri, tutti gli altri.
Salvo rare eccezioni, qualsiasi cosa faccia o dica Renzi, metà delle persone lo accuserà e lo prenderà per il culo senza pietà, l’altra metà loderà invece il suo comportamento.
E questo per qualsiasi cosa: sarà selvaggiamente criticato anche per la più ovvia e innocente delle decisioni, sarà applaudito per la più discutibile e criticabile.

È una situazione terribile. Sia perché diventa difficile informarsi su meriti e demeriti dell’attuale presidente del consiglio, sia perché vieni insultato sia se provi a dire qualcosa non dico di positivo, ma diciamo di non negativo verso Renzi, sia se avanzi anche solo un semplice dubbio su qualcosa che  ha fatto il governo. Insulti diversi, ovviamente, ma poco cambia: il dibattito serio e costruttivo – quella cosa che sarebbe indispensabile per una sana democrazia – diventa impresa ardua.

Un esempio? Provate a chiedervi seriamente se la responsabilità di questa situazione è di Renzi o se lui ne è vittima innocente.

  1. Ricordo a tutti che non è un premier. []

Ieri ho comprato un quotidiano, ovvero la rivincita della carta

Ieri, per la prima volta dopo tanto tempo, sono entrato in un’edicola e ho acquistato un quotidiano.
Anni fa era una specie di rito, l’acquisto mattutino del giornale cartaceo. Ora c’è il digitale, sia nel senso dei siti internet dei quotidiani e di altri organi di informazione – ai quali arrivo sempre più spesso tramite qualche social network –, sia nel senso della versione digitale del giornale cartaceo.

Ieri, invece, c’è stata la rivincita della carta, e ho comprato un quotidiano, sfogliando le sue cinquanta e rotte pagine e leggendo persino qualche articolo. C’erano diversi approfondimenti di notizie che già conoscevo e che, tuttavia, non mi interessava più di tanto approfondire. Un articolo, invece, mi pareva molto interessante, ma occupava un’intera pagina, non avevo tempo di leggerlo con l’attenzione che meritava. Tenerlo da parte per leggerlo più tardi avrebbe voluto dire tagliare la pagina e conservarla da qualche parte, sperando di non perderla o rovinarla: troppo complicato.

Perché, dunque, parlo di rivincita della carta? Perché niente come la carta di giornale asciuga scarpe e scarponi bagnati dopo una giornata sulla neve.