L’ambiguità del teologo

Ho letto con interesse e un fondo di ammirazione l’intervista al teologo Ernesto Borghi su omosessualità e Pride apparsa ieri sul Corriere del Ticino.1

Innanzitutto trovo molto interessante il fatto che il teologo non dica praticamente nulla di religioso: il suo è un discorso Etsi deus non daretur, come se Dio non esistesse. Quando l’intervistatore gli chiede della Bibbia, la sua risposta non è sulla parola di Dio, ma su un testo storico: «nellacultura mediterranea e mediorientale antica c’erano dei percorsi che vedevano nell’omosessualità non soltanto una prospettiva lecita, ma addirittura nel rapporto omosessuale una possibilità di educazione assolutamente normale» e «la tradizione ebraico-cristiana è del tutto alternativa a questa prospettiva».

Detta in altre parole: Dio non è più un argomento spendibile in un dibattito pubblico. E infatti dai moniti divini si passa alla natura, ai dati di fatto.
“Fallacia naturalistica!” esclameranno alcuni. Ma in realtà non c’è bisogno di far presente la differenza tra descrizioni e prescrizioni e il difficile salto dall’è al deve essere. Perché le osservazioni del teologo sono deboli anche ammettendo che esista un ordine naturale delle cose. «Io sono di orientamento eterosessuale e sono convinto che questo orientamento, senza criminalizzare o svilire gli altri, sia maggioritario» dichiara a un certo punto, e francamente non capisco la pertinenza dell’osservazione visto, come del resto affermato da lui stesso, si parla di tutelare una minoranza, e se si tratta di una minoranza è abbastanza scontato che la maggioranza sia un’altra.

Anche quando affronta il trito tema della “famiglia naturale” — cioè che alla fine, per la nascita di un figlio, servono un maschio e una femmina (in età fertile e in buona salute) —, lo fa senza particolare convinzione. Perché certo l’orientamento eterosessuale è quello «grazie al quale, dentro le coppie, in modo naturale nasce la vita» ma «nessuno vieta di pensare che due uomini o due donne possano adottare un figlio».
La battaglia del teologo sembra limitarsi a far presente che «non possiamo dire che ogni tipo di schema familiare o orientamento sessuale sia eguale agli altri». Certo si intuisce abbastanza chiaramente che alcuni schemi familiari siano migliori degli altri — il che può portare a politiche discriminatorie del tipo “prima gli etero” —, ma non viene affermato esplicitamente e si preferisce puntare a un equilibrio tra quelli che sarebbero due eccessi: chi crede che ogni rapporto sia uguale agli altri — senza ovviamente specificare se si tratti di uguaglianza di fatto o di valore — e chi propone preghiere riparatrici.

La mia impressione è di una persona che vede avanzare la barbarie e si scopre non solo impotente, ma persino priva di argomenti per contrastarla e si arrocca su posizioni difensive. Il che, visto che per me non si tratta di barbarie ma di civiltà, è una buona notizia.

  1. Purtroppo non c’è online. []

Lo stile del disgusto

Rabbia, disgusto, paura… è normale che atti coma la pedofilia suscitino emozioni forti.
È, o almeno dovrebbe essere, un po’ meno normale lasciarsi trasportare a queste emozioni, augurando le peggio cose a chi è anche solo sospettato di questi atti e auspicando la reintroduzione di torture e pena di morte. Ma si sa che capita, soprattutto sui social media, per cui non mi hanno stupito i vari “bestia!”, “buttare via la chiave” e “castrazione!!!” a corredo della notizia di un processo per atti sessuali con fanciulli (questo il reato secondo il codice penale svizzero).

Quello che mi ha stupito è la persona che ha deciso di manifestare il proprio disgusto con una gif animata presa da un reality show:

Il concetto di malattia non è mai innocente

Definire cancro un fenomeno è un incitamento alla violenza. L’uso del cancro nel discorso politico favorisce il fatalismo e giustifica provvedimenti «severi», oltre a rafforzare notevolmente la convinzione diffusa che la malattia sia necessariamente mortale.

Ho appena (ri)letto Malattia come metafora di Susan Sontag. Nonostante sia stato scritto 40 anni fa – quando se ne sapeva molto meno sia di Aids e di cancro, sia di metafore1 – l’ho trovato straordinariamente lucido e attuale nella sua analisi della mitologia delle malattie, dalla romantica tubercolosi che consuma al cancro che invade il corpo e al quale dobbiamo fare guerra, bombardandolo di raggi o usando armi chimiche.
Perché, come scrive nell’ultimo capitolo, «il concetto di malattia non è mai innocente».

L’ho trovato molto attuale perché questa dimensione concettuale e metaforica, questa mitologia moderna – che non riguarda solo la malattia – mi pare ancora sottovalutata. Da chi è convinto che contino solo i fatti, non le parole e i concetti, per cui è indifferente se quello che facciamo è “prendersi cura” del paziente o “muovere guerra” alla malattia. E sottovalutata anche da chi quelle facili e grossolane metafore le accoglie e le usa senza fare caso a tutto quello che c’è dietro, rinforzando questa mitologia.

  1. Metafora e vita quotidiana di Lakoff e Johnson sarebbe uscito solo due anni dopo. []

Fare filosofia dopo la morte di Dio

Il nichilismo è un punto di partenza imprescindibile dopo la morte di Dio. Secondo me una filosofia che, facendo finta di niente, fondasse i valori morali in una qualche trascendenza divina o in una natura umana immutabile, sarebbe ingenua. Ma sarebbe altrettanto ingenuo quello che Nietzsche chiamava “nichilismo passivo”, che si arrende al nulla e concepisce l’esistenza come infondata e inutile.

Mia intervista a Giovanni Gaetani, autore di Come se Dio fosse Antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.

Di birre, vaccini e razionalità

Nelle discussioni da bar si affronta sempre un gran numero di argomenti. E così, davanti a una birra, una camomilla e un’acqua minerale – no, non ero io quello della camomilla –, dopo aver parlato di politiche fiscali, organizzazione interna di partiti, educazione religiosa e influenza della filosofia aristotelica nella teoria della transustanziazione, si è fatto accenno anche ai vaccini. Sui quali, ha argomentato il mio interlocutore, “ci sono certezze che non lasciano spazio alla discussione”. Continua la lettura di Di birre, vaccini e razionalità

Alfie Evans, l’autodeterminazione è una strada a due vie

Non abbiamo bisogno di paladini della vita, di ministri che concedono cittadinanze italiane per mania di protagonismo […]. Abbiamo bisogno di una discussione aperta e chiara sul senso della libera scelta nel fine vita. Abbiamo bisogno di dire che la libertà ha sempre un costo, ma che sono soldi che vale la pena di spendere, in una direzione o nell’altra, se si vuole essere un Paese civile.

Daniela Ovadia su Strade.

Ancora sulle fake news

Ovviamente le bufale, le fandonie e le menzogne sono sempre esistite, partendo dall’Impero romano e, ci fosse una documentazione, probabilmente da ancora prima. E sempre esisteranno. La differenza oggi è data dallo strumento del web che permette di diffonderle e di amplificarle in maniera rapidissima. Probabilmente è questo l’elemento che preoccupa di più: lanci una fandonia e queste viene immediatamente ritenuta vera, con conseguenze di tipo politico, economico, sociale…

Mia intervista a Massimo Polidoro, segretario del CICAP, sul tema delle bufale.

In difesa delle “fake news”

Lo ammetto subito: il titolo di questo post è un’esca per attirare lettori, un click bait per capirci. Non intendo affatto difendere bufale e notizie inventate — per quanto, lo ammetto, non abbia molta simpatica per le soluzioni autoritarie talvolta proposte per contrastare il fenomeno, per cui potrei davvero trovarmi a difendere il diritto di scrivere e condividere baggianate.
Ma questo è un altro discorso: qui mi interessa una difesa linguistica delle fake news. È la parola, che voglio difendere, non il fenomeno.

Infatti, nel titolo, fake news è scritto tra virgolette, trucchetto da filosofi del linguaggio per indicare che si sta parlando, appunto, della parola, non di quello che indica.1
Perché a volte c’è bisogno di uno stolto che, mentre il saggio indica la Luna, guarda il dito, più che altro per capire se al saggio trema un po’ la mano e se non è meglio usare un bastone o un cannocchiale, per mostrare il nostro bel satellite agli altri. Continua la lettura di In difesa delle “fake news”

  1. Trucchetto che rischia di appesantire la lettura, e visto che quello che sto scrivendo non è un saggio di filosofia del linguaggio, vi risparmio le virgolette nel testo. []

Come Facebook può influenzare le elezioni. E senza fake news

fishing-1081734_1920Il dibattito su politica e social network è tutto concentrato sulle fake news,1 ma mi è venuto in mente un altro sistema – estremamente banale – con cui Facebook (e probabilmente anche Twitter e Google) potrebbero influenzare il risultato delle prossime elezioni. E questo senza manipolare le opinioni, senza spostare gli utenti un po’ più a destra o a sinistra – oppure sopra o sotto, visto che ormai vanno di moda i grafici politici bidimensionali – proponendo contenuti ad hoc, veri o falsi che siano. Continua la lettura di Come Facebook può influenzare le elezioni. E senza fake news

  1. Sì, lo so: ‘fake news’ è ormai una parola improponibile, da quanto è abusata. []