Perché il ‘Green pass’? Contenere l’epidemia o punire i non vaccinati?

Certificato digitale di vaccinazionePer quel che vale la mia opinione, non vedo nulla di scandaloso nell’idea che le persone vaccinate possano fare cose proibite alle persone non vaccinate: se la situazione pandemica rende necessarie delle limitazioni – dalla mascherina nei luoghi chiusi allo restarsene chiusi in casa –, ha senso che chi è immune sia anche solo parzialmente esentato. E sì, i vaccinati non solo si ammalano meno e meno gravemente, ma contagiano anche meno, per cui c’è una riduzione del rischio non solo per sé stessi, ma anche per gli altri.

Certo, se una persona considera ingiustificate – per motivi morali o politici – alcune o tutte restrizioni fin qui imposte, ovviamente sarà contraria anche all’introduzione del Green pass, come viene chiamato il certificato che attesta l’avvenuta vaccinazione (o, a seconda della versione, l’avvenuta guarigione oppure un test negativo recente) e che in vari Paesi diventa un lasciapassare per varie attività, dai grandi eventi ai ristoranti ai musei.
Credo valga la pena ascoltare queste obiezioni, perché colgono un punto importante: il Certificato Covid ha la stessa ragion d’essere degli altri interventi non farmacologici introdotti dall’inizio della pandemia, cioè ridurre il rischio per la collettività. Altre motivazioni andrebbero discusse – insieme alle conseguenze di ordine pratico, come le difficoltà di una verifica di certificato e documento di identità per bersi un cappuccino seduti al tavolo di un bar.

Che cosa intendo? Sospetto che il Green pass da alcuni sia pensato come un premio per i vaccinati, o una punizione per i non vaccinati: ci siamo fatti lo sbattimento di prenotare e andare al centro vaccinale, abbiamo affrontato gli eventuali effetti collaterali e adesso siamo nella stessa situazione di chi invece ha scelto di non vaccinarsi? Il ragionamento è tutt’altro che campato per aria – soprattutto per le persone non a rischio il vaccino è un gesto in parte altruistico –, così come ha senso pensare a misure che incentivino gli indecisi a vaccinarsi. Ma allora introduciamo dei veri incentivi, come permessi retribuiti al lavoro o un buono per una pizza, non delle punizioni per chi non si vaccina che non hanno senso a meno che non si introduca l’obbligo. Perché una qualsiasi restrizione non giustificata dalla situazione pandemica sarebbe appunto una punizione. In altre parole: se l’alternativa è chiudere per tutti, ha senso chiudere solo ai non vaccinati, se invece si potrebbe tenere tutto aperto non c’è ragione di introdurre il Green Pass.

Un’ultima cosa: ad avere effetti indesiderati non sono solo i vaccini, ma anche le misure come l’obbligo di certificato vaccinale. Ho già argomentato che la pandemia non è una guerra contro il virus ma un viaggio che tutti stiamo facendo affrontando varie difficoltà: chi non si vaccina non è un agente al soldo del nemico ma un compagno di viaggio che per vari motivi – alcuni dei quali perfettamente legittimi – sta facendo scelte diverse, additarlo come colpevole di chissà cosa rischia soltanto di allontanare l’arrivo a destinazione per tutti.

Il valore della tradizione (e della biologia)

A volte capita di avere conversazioni pacate e costruttive anche sui cosiddetti temi etici, come la maternità surrogata.
“Costruttive” non significa che uno dei due abbia cambiato idea, ma solo che io (tendenzialmente favorevole), e probabilmente anche il mio interlocutore (contrario), ci siamo almeno un po’ chiariti le idee. Continua a leggere Il valore della tradizione (e della biologia)

Contrario alla morale

Secondo l’articolo 53 della Convenzione europea per i brevetti, un’invenzione non può essere brevettate se è contraria all’ordine pubblico o alla moralità (the commercial exploitation of inventions would be contrary to ‘ordre public’ or morality).

Ciò significa che se io invento qualcosa che disgusta parte dell’opinione pubblica europea, questa invenzione sarà, almeno in Europa, di pubblico dominio, e tutti potranno utilizzarla senza restrizioni.

Herzog il relativista

Al Festival del film Locarno ho visto due dei quattro episodi di Death Row II, la serie di quattro documentari su altrettanti condannati a morte negli Stati Uniti realizzata del regista tedesco Werner Herzog.

L'intervista a Blaine Milam
L’intervista a Blaine Milam

Ogni documentario inizia in una maniera che ho trovato molto forte: la voce fuori campo di Herzog che afferma di essere negli Stati Uniti come ospite e, in quanto tale, di rispettare le loro scelte in fatto di pena capitale, di rispettarle ma, visto il suo diverso bagaglio culturale, di essere in profondo disaccordo. Continua a leggere Herzog il relativista

Siamo tutti specisti, forse

Salvereste un cucciolo o un neonato da un edificio in fiamme?
Da questa domanda inizia un bel post di Hal Herzog sulle intuizioni morali per quanto riguarda i rapporti tra noi e le altre specie animali, rapporti spesso oggetto di dibattito etico, pensiamo alla sperimentazione animale. Continua a leggere Siamo tutti specisti, forse

Fai la citazione giusta

Ho sempre avuto un po’ di perplessità verso i documentari, perplessità che è persino aumentata quando ho incontrato, anche se velocemente, persone che i documentari li realizzano. Ci sono documentari molto belli e interessanti – qualcuno probabilmente l’ho pure segnalato qui, sul sito – ma rimane il problema che il documentario deve avere una immagine di quello che racconta; se un aspetto importantissimo della vicenda non ha una immagine o ha l’immagine sbagliata, sei fregato. Continua a leggere Fai la citazione giusta

Giocava al casinò

“Giocava al casinò con i soldi della società”, titola un quotidiano a proposito di un caso di appropriazione indebita. Dettaglio ribadito anche nell’attacco dell’articolo: “I soldi che sottraeva alla sua società li avrebbe usati per scopi personali. In particolare per giocare al casinò”.

Il filosofo che è in me non può non chiedersi – davvero, non è una domanda retorica –: cambia qualcosa, dal punto di vista valutativo, sapere che quei soldi sono stati utilizzati per il gioco d’azzardo? Li avesse spesi per comprarsi una casa o una collezione di libri antichi cambierebbe qualcosa nel nostro giudizio? Me lo chiedo sia dal punto di vista morale (quanto dobbiamo biasimare il ladro) che penale (quanto dura deve essere la pena da infliggere).

What Money Can’t Buy

Michael J. Sandel

Il libro si intitola What Money Can’t Buy: The Moral Limits of Markets e dopo averlo letto posso affermare di aver trovato il titolo veritiero, nel senso che rispecchia il contenuto. Attenzione: il titolo, non il sottotitolo, perché più che di limiti morali all’azione dei mercati, Michael J. Sandel mi sembra aver scritto di problemi o dubbi morali legati ai mercati.
La differenza è che un limite morale è qualcosa che è bene non superare, un problema morale è invece una difficoltà – magari una difficoltà tale che è meglio rinunciare, ma comunque qualcosa di diverso da un divieto.
Sandel, in altre parole, non è contro la commerciabilità in generale; semplicemente, ci sono cose che se messe in vendita cambiano (in peggio, secondo Sandel, ma questo lo vedremo dopo), e occorre tenere conto di questo fattore. Il mercato, ammonisce Sandel, non è neutrale.

Continua a leggere What Money Can’t Buy

Assicurazioni

20120812-120250.jpgSto leggendo What Money Can’t Buy: The Moral Limits of Markets di Michael J. Sandel.

Nel quarto capitolo, intitolato ‘Markets in Life and Death’, l’autore presenta il mercato dei Viaticals. Si tratta della compravendita di polizze sulla vita di persone con malattie terminali.
Se Tizio ha una polizza sulla vita di centomila dollari e, visto il suo stato di salute, è verosimile che morirà entro un anno, può vendere la sua assicurazione a Caio per cinquantamila dollari. Continua a leggere Assicurazioni