Il Principe Harry, il gossip e la felicità

Dubito che leggerò Spare, l’autobiografia del Principe Harry.
Mi sono divertito a leggere alcune recensioni, come quella di Sean Coughlan sul sito della BBC, che definisce il libro “part confession, part rant and part love letter”, in pratica “the longest angry drunk text ever sent”. Ho trovato interessante la spiegazione del titolo originale e del perché quello italiano, Il minore, sia una buona soluzione. E mi ha sorpreso sapere che il ghostwriter del libro, J. R. Moehringer, è un autore affermato nonché vincitore di un Pulitzer. Ma la vita dei reali non rientra tra i miei interessi, almeno non fino al punto di prendermi il tempo per leggere le oltre quattrocento pagine di Spare.

Eppure so alcune cose, di quel libro; molte delle quali le ho apprese mio malgrado, ritrovandomele condivise sui social media o presenti nei titoli di varie testate. È un bene o un male? Cioè, sono informazioni che una persona deve conoscere (o quantomeno è bene che conosca) in quanto parte del bagaglio di conoscenze che è bene avere per capire un po’ il mondo, oppure è quella che Agostino d’Ippona chiamava vana curiositas e che oggi potremmo semplicemente definire gossip?

Alcuni dettagli appartengono certamente alla vana curiositas, tipo il primo rapporto sessuale di Harry. Altri aspetti credo siano di “interesse generale”, almeno in un senso abbastanza debole del termine. Certo la famiglia reale britannica non è più a capo di un vasto impero, ma in ogni caso non parliamo né dei litigi dei vicini di casa o di qualche celebrità tutto sommato ininfluente.

Insomma, direi che l’interesse pubblico verso le confessioni di Harry non è solo gossip. E anche per la parte più di gossip, forse c’è qualche elemento positivo. La vana curiositas potrebbe non essere del tutto vana e indurci a riflettere su che cosa è, o può essere, la felicità. E in particolare il rapporto tra ricchezza e felicità. Perché Harry è ricco ed è nato in una famiglia potente e agiata. È scontato fare dell’ironia sulle difficoltà che può aver incontrato, ma non credo che farsi beffe delle (vere o presunte) sofferenze altrui sia una bella cosa.

Intuitivamente pensiamo che più di è ricchi e più si è felici. Certo, una persona ricca e malata è forse meno felice di una con reddito inferiore ma in salute, ma in generale la relazione è quella. Ed è confermata da uno studio condotto negli Stati Uniti dallo psicologo Daniel Kahneman e dall’economista Angus Deaton, Solo che i due hanno suddiviso il concetto di felicità in due elementi distinti. Il primo è il benessere emotivo, se proviamo più spesso gioia e serenità oppure tristezza e rabbia. Il secondo è invece la valutazione della propria vita. Entrambi i fattori crescono fino a 75mila dollari annui di reddito, poi la felicità rimane grosso modo costante e aumenta solo l’autovalutazione della propria vita. Insomma, non sono più felice ma mi considero tale perché guadagno tanto.

Grazie a Marco Annoni e al suo interessante libro La felicità è un dono ho scoperto che uno studio successivo, condotto da Matthew Killingsworth, ha ridimensionato questo risultato.  Una ulteriore conferma a non dare mai per scontati i risultati delle singole ricerche, soprattutto nelle scienze sociali.
Non c’è una soglia oltre la quale la felicità cessa di crescere, anche se superati gli 80mila dollari le emozioni positive superano quelle negative. E a essere correlato con la felicità è non solo il reddito, ma anche – e soprattutto – quanto importante si considera il denaro.
In ogni caso, più soldi si hanno e meno felicità porta averne un po’ di più. E questo in maniera molto marcata. 10mila dollari in più all’anno aumentano sensibilmente la felicità di chi guadagna poco, un po’ meno in chi ha un reddito medio. E praticamente non cambiano nulla per chi è molto ricco.

Cosa significa tutto questo? Come conclusione provvisoria, direi che la felicità dipende da diversi fattori, alcuni dei quali sono sotto il nostro controllo.

Avatar 2, la via dei buchi di sceneggiatura

Sono due le cose incredibili di Avatar – La via dell’acqua. La prima è ovviamente l’esperienza visiva e sonora, con un nuovo ambiente di Pandora in cui immergersi grazie agli effetti speciali.

La seconda è la pochezza della sceneggiatura. Il primo Avatar aveva una storia incredibilmente classica e prevedibile; il secondo capitolo alla prevedibilità unisce incoerenze e insensatezze varie. Immagino che il processo creativo sia andato grosso modo così: James Cameron riunisce il team di autori – il soggetto è firmato anche da Rick Jaffa, Amanda Silver, Josh Friedman e Shane Salerno –, dice cosa vuole filmare e questi si inventano la prima cosa che possa giustificare quelle scene. Rivoglio il cattivo interpretato da Stephen Lang! Facciamo che prima di morire ha fatto una copia della propria coscienza che adesso viene riversata in un clone. Voglio mostrare un mondo acquatico! Bene, il protagonista abbandona la foresta perché boh, vuole sfuggire al cattivo? Voglio una grande caccia a qualcosa di simile a dei cetacei senzienti! Facciamo che li cacciano perché hanno un siero che arresta l’invecchiamento. E così via.

Magari lo scrittore Steven Gould, al quale è stato affidato il compito di scrivere i romanzi tratti dai film, troverà delle giustificazioni credibili. Ma il film è tanto una gioia per gli occhi e le orecchie quanto una sofferenza per chi cerca di tenere insieme gli eventi. Suggerirei, per il prossimo film della serie, di lasciar perdere lo sforzo e tentare un’operazione postmoderna: realizzare una serie di episodi slegati introdotti da James Cameron che spiega cosa ha voluto filmare. “Ho pensato che fosse figo mostrare l’assalto a un treno a levitazione magnetica, tipo quelli dei vecchi western”. “Adesso vi mostro il protagonista che si integra in una nuova popolazione acquatica di Pandora”. E così via.

Meglio la clonazione o il siero anti-invecchiamento?

Fin qui non ho detto nulla di particolarmente originale: le poche recensioni che ho leggiucchiato mi pare dicano sostanzialmente la stessa cosa.

Provo quindi a dire qualcosa di più originale prendendo due buchi di sceneggiatura come esperimenti mentali per ragionare su alcune intuizioni etiche e filosofiche.

Il primo esperimento riguarda il già citato siero che arresta l’invecchiamento e che sostituisce l’unobtainium quale sostanza preziosa che spinge gli umani a saccheggiare Pandora e fare guerra ai nativi.
Una persona ricca quanto sarebbe disposta a pagare per una simile sostanza? Secondo me poco, visto che può fare un backup della propria mente e riversarla in un clone più giovane e magari geneticamente migliorato. Dubito infatti che la distopica società terrestre dei film, visto quello che fa a Pandora, si ponga molti problemi verso il miglioramento genetico. La tecnica “backup mentale + clonazione” non dovrebbe essere particolarmente cara, visto che viene impiegata per resuscitare un gruppo di soldati: i costi devono essere inferiori a quelli di arruolamento e addestramento.
Giusto una persona giovane e in perfetta salute potrebbe preferire il siero che arresta l’invecchiamento, ma direi che per tutti gli altri l’opzione clonazione con riversamento dei ricordi è la migliore, mettendoci anche al riparo da morti accidentali. A meno che non esista qualche dubbio sul trasferimento della coscienza: nel film va a buon fine e oltre ai ricordi i cloni mantengono anche la propria personalità, ma magari è un caso oppure per qualche motivo si attribuisce al proprio “corpo naturale” un qualche valore intrinseco.

Lontano dal cuore

Il secondo esperimento mentale riguarda i tulkun, i cetacei senzienti cacciati dai terrestri per ottenere il siero. La relazione con i Na’vi, i nativi umanoidi, è molto stretta: le due specie hanno un rapporto di fratellanza ma finché i tulkun venivano uccisi lontano dai villaggi Na’vi, nessun problema. Quando però la strage avviene vicino casa diventa improvvisamente intollerabile e bisogna agire. Si può ribattere che è difficile fare qualcosa in acque lontane, ma i primo intervento è spiegare ai tulkun come evitare di farsi localizzare dai cacciatori! Insomma: sei come un fratello per me, ma se ti ammazzano a mille miglia da qui la cosa mi lascia indifferente.

Strana etica, quella dei Na’vi. Ma gli umani non sono da meno e non mi riferisco alla cattiveria di ignorare la sofferenza di esseri senzienti per il proprio tornaconto: parliamo dei cattivi del film, in questo c’è coerenza. Ma uno dei buoni, di fronte all’uccisione di un tulkun, commenta qualcosa tipo “ma come, lo uccidiamo per prenderci solo questa bottiglietta di siero e tutto il resto del corpo lo buttiamo?”. Come se uno sfruttamento più efficiente avrebbe reso l’uccisione di una creatura senziente meno sbagliata.

Un acquario, due feriti, 350 sfollati e 1500 morti

“Intorno alle 5.45 di questa mattina, a Berlino, è scoppiato un acquario cilindrico alto 14 metri e contenente 1 milione di litri d’acqua salata e circa 1.500 pesci che si trovava all’interno del Radisson Collection Hotel. […] Due persone sono state ferite, una delle quali è stata portata in ospedale. Le 350 persone alloggiate nell’hotel sono state evacuate sfollate“.

Così Il Post riporta l’accaduto e l’acquario in questione è impressionante:

Vxla at English Wikipedia, CC BY 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by/3.0, via Wikimedia Commons

Quanto accaduto pare quasi un esperimento mentale per saggiare le nostre intuizioni etiche.

Abbiamo infatti:

  • importanti danni materiali: una colonna d’acqua alta 14 metri è, per quanto circoscritta, un’alluvione all’ennesima potenza;
  • due persone ferite;
  • i disagi affrontati dalle 350 persone sfollate;
  • 1500 pesci morti.

Quale di queste conseguenze è la più grave?
I danni materiali sono facilmente quantificabili e risarcibili; i disagi affrontati dagli sfollati un po’ meno (per alcuni sarà stato uno shock psicologico, altri ) ma sono almeno in teoria completamente compensabili tramite un risarcimento. Le ferite riportare dalle due persone coinvolte, in caso di lesioni permanenti, potrebbero invece non esserlo e in ogni caso il danno riguarda l’integrità del corpo. E i pesci? Per i proprietari i pesci sono probabilmente danni materiali: tra le spese per ripristinare l’acquario andrà inserito anche il costo di 1500 pesci tropicali. Tuttavia si tratta di esseri viventi in grado di provare dolore e che sono morti in maniera che immagino particolarmente brutta. Tra l’altro tra quei 1500 pesci potrebbero essercene anche alcuni esemplari di specie in pericolo.

Sembra un esperimento mentale ben costruito perché le quantità agiscono in opposizione alle qualità. Valutiamo le lesioni corporee e psicologiche più importanti dei danni materiali, ma qui abbiamo due persone ferite probabilmente in maniera non grave contro qualche milione di euro di danni; un pesce vale meno di un essere umano, ma di nuovo abbiamo ben 1500 pesci morti e due esseri umani feriti.

Può essere utile prendere a calci i robot?

Un biglietto per Tranai è un delizioso racconto di fantascienza di Robert Sheckley con un interessante spunto sul rapporto tra umanità e tecnologia.

Il racconto è del 1955 e rientra nella “social science fiction”, dove la tecnologia è più che altro uno strumento per scoprire la natura umana. Abbiamo ovviamente navi spaziali e viaggi interstellari, ma ci servono semplicemente per raggiungere il pianeta Tranai. In un’altra epoca il protagonista del racconto, Goodman, sarebbe semplicemente naufragato su un’isola sconosciuta. Ma nel 1955 l’età delle esplorazioni era finita da un pezzo e la nuova frontiera era quella spaziale. Ecco quindi Goodman arrivare su Tranai, una sorta di paradiso (extra)terrestre in cui tutti i problemi dell’umanità non esistono. Il che è vero, ma con soluzioni decisamente creative che Goodman fatica ad accettare. Non dico altro per non rovinare il piacere della lettura, anche se secondo fantascienza.com l’ultima traduzione italiana è in un’antologia del 1989 temo difficile da recuperare.

Una delle stranezze di Tranai riguarda i robot. Goodman è abituato ai robot terrestri veloci, precisi e robusti. Quelli di Tranai sono invece lenti e fragili ma non per limiti tecnologici: sono proprio costruiti per essere così. “Mi lasci capire bene. Si tratta di rallentare di proposito questi robot, in modo che diano sui nervi ai clienti e questi li prendano a pedate?” chiede al titolare della fabbrica di robot per cui lavora. E quest’ultimo, gentilmente, gli spiega tutto. Alla base c’è il profondo e tenace disprezzo per le macchine che “gli psicologi la chiamano reazione istintiva della vita contro la pseudo-vita”. Ecco, con qualche taglio, il suo lungo discorso:

Ogni macchina è fonte di irritazione. Meglio opera la macchina e più forte è l’irritazione. Così, per estensione, una macchina che funzioni perfettamente è una perfetta generatrice di frustrazione, perdita di stima in se stessi, risentimento indiretto e schizofrenia.

Ma le macchine sono necessarie a un’economia avanzata. La miglior soluzione, dal punto di vista umano, è quindi di avere delle macchine che funzionino male.

Se le macchine funzionano bene e non si possono distruggere a pedate, quella frustrazione andrà sfogata da qualche parte:

Sulla Terra, i vostri meccanismi funzionano quasi all’optimum, provocando complessi di inferiorità nei loro operatori. Ma disgraziatamente avete dei tabù tribali, che vi impediscono di distruggerli. Risultato? Ansietà generalizzata in presenza della sacrosanta macchina, e ricerca di un oggetto di sfogo, generalmente la moglie, o un amico. Una ben triste situazione. Oh, è efficiente, suppongo, in termini di produzione robot-ora, ma assolutamente inefficiente in termini di benessere e salute a lunga scadenza.

L’uomo è un animale essenzialmente dominato dall’ansia, e perciò bisognoso di sfogo. Qui su Tranai noi indirizziamo lo sfogo verso i robot, sia per l’ansia che per un mucchio di altre frustrazioni. Un uomo ne ha abbastanza? Blam! Con una pedata sbudella il suo robot. Ecco un’immediata e terapeutica scarica di sentimenti, con senso di superiorità sopra la macchina, generale allentamento di tensione, benefico afflusso di adrenalina nel sangue, notevole spinta all’industria, dal momento che la prima cosa che l’uomo fa dopo aver sfasciato il suo robot, è sempre di comprarne un altro. E che cosa ha fatto, dopo tutto? Non ha picchiato sua moglie, non s’è suicidato, non ha dichiarato guerra, non ha inventato una nuova arma e non s’è abbandonato a uno dei modi generalmente usati per sfogare la propria ansietà-aggressività. Ha semplicemente fracassato un robot di poco prezzo che può immediatamente sostituire.

È sempre interessante, con questi classici della fantascienza, guardare prima di tutto a quello che non c’è. Dal punto di vista psicologico è forse un bene, distruggere e ricomprare robot. Dal punto di vista economico mi pare uno spreco di risorse con un forte impatto ambientale, ma ci sta che Sheckley non se ne preoccupasse più di tanto negli anni Cinquanta.

Passiamo a quello che c’è, che è tanto. Esiste davvero questa “reazione istintiva della vita contro la pseudo-vita”? Tenderei a pensare che sia più questione di abitudine. Non quindi “qualsiasi aggeggio meccanico”, come spiega il produttore di robot, ma solo quelli percepiti come una novità – e una minaccia. Ai tempi di Sheckley i robot, oggi l’intelligenza artificiale, qualche secolo fa i telai meccanici.
È comunque vero che, quando la tecnologia non funziona come dovrebbe, ci arrabbiamo. È utile che questa rabbia venga sfogata sui robot, che alla fine sono cose, e non su altri esseri umani? Apparentemente sì: non abbiamo doveri verso i robot e non causiamo sofferenza. Del resto almeno su Tranai sono costruiti apposta per essere presi a calci.
Tuttavia le cose non sono così semplici se prendiamo in considerazione l’etica delle virtù. Avevo già accennato al problema anche se partendo da un altro punto di vista, quello del ringraziare le intelligenze artificiali. In pratica, più che i principi morali o le conseguenze delle azioni, conta come ci comportiamo. E dare sfogo alla rabbia prendendo a calci un robot non è un bel comportamento e mostra una sostanziale incapacità di controllare la rabbia. Certo, se l’alternativa è picchiare o uccidere una persona, dichiarare una guerra o inventare un’arma meglio fracassare dei robot. Ma sospetto che sia un falso dilemma e che anzi, avere dei robot progettati per irritarci e farci commettere atti di violenza (seppur senza vittime) sia una pessima idea.

Qualche dubbio sull’etica a lungo termine

Marco Annoni ha scritto un lungo articolo sul lungo-terminismo, l’idea etica che dovremmo basare le nostre decisioni morali guardando anche alle conseguenze sulla vita delle persone che esisteranno in futuro.

Alla base del lungo-terminismo ci sono tre idee:

1. La vita delle persone future è moralmente importante.

2. Noi viviamo sul “precipizio” o “cardine” della storia.

3. Esistono diversi rischi esistenziali che potrebbero compromettere, forse per sempre, il futuro della vita intelligente nell’universo.

I punti 2 e 3 sono affermazioni fattuali; su 3 non ho particolari obiezioni (a parte che non mi pare che ne sappiamo poi così tanto, sulle condizioni per l’evolversi di vita intelligente); 2 mi pare un atto di superbia: perché il “cardine della storia” sarebbe adesso e non – poniamo – la Seconda guerra mondiale, la Grande peste, l’estinzione dei Neanderthal o l’invenzione del teletrasporto tra un migliaio di anni? Ma alla fine 2 non mi pare così essenziale: che sia o no un momento cruciale nella storia dell’umanità, è quello in cui viviamo adesso e in cui possiamo prendere delle decisioni.

Il problema vero secondo me è in 1, nell’argomento morale: non che la vita delle persone future non sia importante, ma è ugualmente importante di quella delle persone esistenti?

Mi spiego riprendendo l’esperimento mentale citato da Annoni:

Immaginiamo uno scenario di questo tipo: davanti a noi si trovano due bottoni. Il primo permette di incrementare la possibilità (diciamo, dello 0,000001%) che 1058 persone che non sono ancora nate vengano al mondo in un futuro molto distante. Il secondo permette di salvare la vita a un miliardo di persone che sono già in vita, oggi. Non potete premere entrambi i bottoni: quale dei due scegliete di premere?

Se ho fatto correttamente i conti, il primo bottone permette di salvare 100’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000 volte le vite del secondo. Una differenza che dovrebbe convincere anche chi non si riconosce completamente nell’utilitarismo e nel suo calcolo morale che la cosa giusta da fare sia premere il primo bottone. Non fosse che quelle 1058 vite esattamente da cosa le abbiamo salvate? Non dalla morte, visto che non sono ancora nate, ma al massimo dalla non esistenza. Se fossimo una specie di quelle che troviamo in alcuni racconti di fantascienza, che si muovono nel tempo come noi ci muoviamo nello spazio, forse il discorso sarebbe diverso, ma così non è.

Il che non significa che non dovremmo interessarci delle generazioni future: semplicemente non possiamo fare il calcolo utilitaristico considerando le due cose equivalenti, neppure con qualche fattore di correzione tipo “1 vita presente ne vale 1000 future”. È come chiedersi se 2 metri sono più grandi di un miliardo di ore: il calcolo non si può fare.

Il che non significa che il presente vince sempre. Se riformuliamo l’esperimento mentale dei due bottoni mettendo da una parte la sofferenza di molte persone esistenti e dall’altra un mondo migliore tra cento anni (che è grosso modo lo scenario della lotta alla crisi climatica), la scelta su cosa sia giusto fare rimane secondo me aperta. Il problema non è prendere in considerazione il futuro, ma pensare di poter decidere cosa è giusto fare con un semplice calcolo di vite salvate oggi o tra miliardi di anni. Sono decisioni complesse: sarebbe bello poter trovare la risposta semplicemente applicando una regola, ma è più una questione di “saggezza pratica” – che va certamente “allenata” ragionando su esperimenti mentali come questi sui due pulsanti.

Conclude Annoni:

Il lungo-terminismo è, con tutta probabilità, una delle idee più affascinanti, controverse e importanti degli ultimi decenni. È una di quelle idee che, nel bene o nel male, è destinata a segnare la riflessione e il dibattito per anni, non solo in filosofia o in ambito accademico, ma anche a livello sociale e culturale.

Concordo, anche se non sono molto ottimista sulla qualità del dibattito e sulle possibili conseguenze.

Libero alcol in libero stato

Spesso le tasse su prodotti dannosi per la salute – tipicamente alcol e tabacco; più recentemente anche lo zucchero – vengono presentate come un disincentivo al consumo.

È una misura che mi lascia perplesso perché colpisce in maniera diseguale ricchi e poveri, lasciando intendere che chi ha tanti soldi è sufficientemente virtuoso da non abusare, mentre se uno è povero è anche incapace di autocontrollo.
Però sembra funzionare: ho trovato un articolo scientifico, pubblicato sull’American Journal of Public Health, nel quale analizzando 50 ricerche precedenti si arriva alla conclusione che raddoppiare la tassa sui prodotti alcolici porta a una riduzione della mortalità per alcol di circa il 35% e degli incidenti stradali dell’11%, con anche effetti, per quanto meno importanti, sulle malattie a trasmissione sessuale, atti di violenza e crimine in generale.

supreme sake set and playing cards on a car dashboard
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La tesi “tassiamo l’alcol per disincentivarne il consumo” sembrava quindi solida. Poi arrivano le autorità giapponesi che, stando a quanto riporta la BBC, chiedono ai giovani di consumare più alcol per sostenere l’economia.
Il consumo di alcol è infatti passato, dal 1995 al 2020, da 100 a 75 litri (immagino per persona all’anno), con conseguente riduzione delle tasse sugli alcolici e quindi ecco che si raccolgono idee per convincere ventenne e trentenni a bere di più. Perché evidentemente quello che conta davvero non è la salute, ma le entrare fiscali.

Forse in Giappone la storia della tassa come disincentivo non c’è mai stata. Ma il passaggio dal “vi tassiamo perché bevete troppo” al “bevete di più sennò vi tassiamo troppo poco” porta a guardare alle politiche di salute pubblica con un po’ più di scetticismo.

Dobbiamo ringraziare i robot che puliscono i pavimenti?

Commentando l’acquisizione da parte di Amazon di iRobot, il produttore dei popolari robot aspirapolvere Roomba, John Gruber immagina un futuro in cui avremo per casa degli assistenti robotici ben più versatili di una macchinetta che se la cava bene con la polvere ma non la cacca di cane (il web è pieno di racconti del genere) e non è neanche in grado di fare le scale. Qualcosa al quale poter dire “Roomba, sistema il casino che c’è in cucina e quando hai finito portami un bicchiere d’acqua, grazie”.

round robot vacuum
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A essere sincero sono un po’ scettico su questi possibili sviluppi – mi ricordano le auto a guida autonoma, che è almeno vent’anni che avremo “entro 5 anni” – ma è interessante che Gruber concluda il suo ipotetico ordine ringraziando il robot. Se ne rende conto anche lui, tanto da concludere il suo testo con una precisazione:

(I like saying thanks to my AI assistants. My wife thinks I’m nuts. But I worry we, collectively, are going to be dreadfully rude to them by the time they’re essential elements of our daily lives.)

Ora, tralasciando il fatto che in inglese “please” e “thank you” sono più comuni che in italiano o in tedesco (Licia Corbolante spiega bene i motivi), perché mai dovremmo ringraziare un’intelligenza artificiale?

Partendo dalle principali teorie etiche, non vedo buoni motivi per farlo né per le morali deontologiche (per le quali, grosso modo, è giusto quello che discende da alcuni principi morali) né per quelle consequenzialiste (che valutano l’agire in base alle conseguenze). L’intelligenza artificiale non ha coscienza di sé e non soffre: la mancata gentilezza non viola principi morali e non ha conseguenze sgradevoli per nessuno.

Risposta diversa per l’etica delle virtù, quella che invece di guardare ai principi o agli effetti delle nostre azioni, si chiede che tipo di agenti morali vogliamo essere. E possiamo rispondere, come sembra fare John Gruber, che non vogliamo essere delle persone maleducate, anche se la maleducazione riguarda un’intelligenza artificiale.

Perché il ‘Green pass’? Contenere l’epidemia o punire i non vaccinati?

Certificato digitale di vaccinazionePer quel che vale la mia opinione, non vedo nulla di scandaloso nell’idea che le persone vaccinate possano fare cose proibite alle persone non vaccinate: se la situazione pandemica rende necessarie delle limitazioni – dalla mascherina nei luoghi chiusi allo restarsene chiusi in casa –, ha senso che chi è immune sia anche solo parzialmente esentato. E sì, i vaccinati non solo si ammalano meno e meno gravemente, ma contagiano anche meno, per cui c’è una riduzione del rischio non solo per sé stessi, ma anche per gli altri.

Certo, se una persona considera ingiustificate – per motivi morali o politici – alcune o tutte restrizioni fin qui imposte, ovviamente sarà contraria anche all’introduzione del Green pass, come viene chiamato il certificato che attesta l’avvenuta vaccinazione (o, a seconda della versione, l’avvenuta guarigione oppure un test negativo recente) e che in vari Paesi diventa un lasciapassare per varie attività, dai grandi eventi ai ristoranti ai musei.
Credo valga la pena ascoltare queste obiezioni, perché colgono un punto importante: il Certificato Covid ha la stessa ragion d’essere degli altri interventi non farmacologici introdotti dall’inizio della pandemia, cioè ridurre il rischio per la collettività. Altre motivazioni andrebbero discusse – insieme alle conseguenze di ordine pratico, come le difficoltà di una verifica di certificato e documento di identità per bersi un cappuccino seduti al tavolo di un bar.

Che cosa intendo? Sospetto che il Green pass da alcuni sia pensato come un premio per i vaccinati, o una punizione per i non vaccinati: ci siamo fatti lo sbattimento di prenotare e andare al centro vaccinale, abbiamo affrontato gli eventuali effetti collaterali e adesso siamo nella stessa situazione di chi invece ha scelto di non vaccinarsi? Il ragionamento è tutt’altro che campato per aria – soprattutto per le persone non a rischio il vaccino è un gesto in parte altruistico –, così come ha senso pensare a misure che incentivino gli indecisi a vaccinarsi. Ma allora introduciamo dei veri incentivi, come permessi retribuiti al lavoro o un buono per una pizza, non delle punizioni per chi non si vaccina che non hanno senso a meno che non si introduca l’obbligo. Perché una qualsiasi restrizione non giustificata dalla situazione pandemica sarebbe appunto una punizione. In altre parole: se l’alternativa è chiudere per tutti, ha senso chiudere solo ai non vaccinati, se invece si potrebbe tenere tutto aperto non c’è ragione di introdurre il Green Pass.

Un’ultima cosa: ad avere effetti indesiderati non sono solo i vaccini, ma anche le misure come l’obbligo di certificato vaccinale. Ho già argomentato che la pandemia non è una guerra contro il virus ma un viaggio che tutti stiamo facendo affrontando varie difficoltà: chi non si vaccina non è un agente al soldo del nemico ma un compagno di viaggio che per vari motivi – alcuni dei quali perfettamente legittimi – sta facendo scelte diverse, additarlo come colpevole di chissà cosa rischia soltanto di allontanare l’arrivo a destinazione per tutti.

Il valore della tradizione (e della biologia)

A volte capita di avere conversazioni pacate e costruttive anche sui cosiddetti temi etici, come la maternità surrogata.
“Costruttive” non significa che uno dei due abbia cambiato idea, ma solo che io (tendenzialmente favorevole), e probabilmente anche il mio interlocutore (contrario), ci siamo almeno un po’ chiariti le idee. Continua a leggere “Il valore della tradizione (e della biologia)”

Contrario alla morale

Secondo l’articolo 53 della Convenzione europea per i brevetti, un’invenzione non può essere brevettate se è contraria all’ordine pubblico o alla moralità (the commercial exploitation of inventions would be contrary to ‘ordre public’ or morality).

Ciò significa che se io invento qualcosa che disgusta parte dell’opinione pubblica europea, questa invenzione sarà, almeno in Europa, di pubblico dominio, e tutti potranno utilizzarla senza restrizioni.