I can’t breathe

Guardo le immagini che arrivano dagli Stati Uniti: le manifestazioni, le proteste, i saccheggi, le violenze della polizia dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia.

Mi pongo alcune domande.

La prima è: se quelle immagini arrivassero da un altro Paese, come reagiremmo – come singoli e come istituzioni? Se invece di “Minneapolis, USA” nella didascalia di quelle fotografie ci fosse scritto, chessò, “Teheran, Iran” o “Mosca, Russia” cambierebbe qualcosa nel nostro modo di vederle e di descriverle? Poco sopra ho scritto “proteste”; in un altro luogo o in un’altra epoca avrei forse parlato di “rivolte”, “ribellione”, “rivoluzione”, “colpo di stato”?
Una prima risposta è “certo che sarebbe diverso”: il contesto è importante, per comprendere gli eventi. Ma mi chiedo se non vi sia anche una parte di pregiudizio – che di nuovo ovviamente c’è da parte delle istituzioni che stanno attente ad alleanze e simpatie internazionali.

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Dov’è finito il dentifricio

Mi stavo per lavare i denti e non trovavo il dentifricio.

Dopo aver cercato ovunque, mi sono accorto che era appoggiato sul lavello, ad approssimativamente meno di trenta centimetri dal mio naso (e cosa ancora più grave, dai miei occhi che per ventura si trovano proprio attaccati al naso).

Di fronte a una situazione del genere, credo che l’umanità si divida in quattro gruppi.

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I valori della pandemia

Immagino sia capitato a molti: incontrare una persona e salutarla senza stringerle la mano.
E mi sono messo a pensare a molte cose che – almeno in alcuni contesti, almeno da alcuni – erano considerate “valori”, insomma cose giuste da fare, meritevoli di approvazione sociale, ma che adesso, con la pandemia, siamo invitati a non fare più, almeno temporaneamente.

Nell’elenco c’è un po’ di tutto: cose che sono forse positive di per sé, cose che lo sono solo in quanto mezzi per un fine positivo, cose che a ben pensarci non sono positive ma solo usuali.

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Come mentire con le statistiche – Facebook edition

How to Lie with Statistics è un bellissimo libro di Darrell Huff – tradotto anche in italiano, ma non so quanto facile sia trovarlo – su come distorcere le informazioni attraverso dati statistici.

Un piccolo esempio lo fornisce Facebook in un comunicato stampa sugli sforzi intrapresi dal social media per una corretta informazione sul nuovo coronavirus.

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Due o tre cose sull’app di tracciamento contatti

Avvertenza
Se siete finiti qui cercando informazioni tecniche sul funzionamento dell’app di tracciamento contatti che dovrebbe contrastare la diffusione del nuovo coronavirus SARS-CoV-2: mi spiace, ma siete nel posto sbagliato. Però vi segnalo due cose che ho trovato interessanti: la prima è una spiegazione a fumetti (di uno dei progetti in fase di sviluppo), il secondo è un articolo pubblicato dalla Electronic Frontier Foundation (qui in traduzione italiana).
Che cosa troverete qui di seguito? Semplicemente qualche riflessione generale e forse un po’ filosofica sulla famosa e un po’ famigerata app.

In breve: più che la privacy o la sicurezza, mi preoccupa che l’app venga percepita (dalle autorità e dalle persone) come la soluzione, invece di uno degli strumenti da usare. E molto si giocherà sugli incentivi (o le sanzioni).

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Ragazza guadagna 2000€ al giorno con i Bitcoin

Non so bene perché: forse è colpa della mancanza di inserzionisti seri, forse sono io che non rientro nei profili standard – sta di fatto che da qualche settimana mi imbatto in pubblicità truffa.
Roba tipo: “Quando [Nome di personaggio famoso] lo ha detto non credeva di essere in onda e adesso la gente guadagna fino a [numero a tre zeri] al giorno” oppure “Ragazza di [Città a caso] guadagna [numero a quattro zeri] al mese con i Bitcoin” (solo femmine, nessun maschio, immagino per attirare l’attenzione).

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La fine della globalizzazione e dell’urbanizzazione

Ho fatto una lunga chiacchierata con una persona convinta che il mondo non sarà più lo stesso, dopo l’epidemia.
Non perché – come anch’io mi auguro accada – assumeremo come individui e come società abitudini più igieniche; penso al lavarsi spesso e approfonditamente le mani, a non andare al lavoro in caso di sintomi anche lievi, a non considerare disdicevole non stringere la mano alle persone (cose utili anche per contenere la “banale” influenza). E neanche perché, conclusa l’emergenza sanitaria, ci sarà un tessuto economico da ricostruire.

Più che nuove abitudini, secondo il mio interlocutore, avremo nuovi abiti – nel senso di inclinazioni, attitudini, indoli. Mettendo in crisi i due pilastri su cui si negli ultimi cinquant’anni si è retta l’evoluzione sociale: la globalizzazione e l’urbanizzazione. Non si tratta di utopistici ritorni al passato, ma di pratiche e stili di vista molto diversi da quelli attuali: una minore mobilità, un’economia più locale e legata al territorio, la ricerca di spazi e stili di vita meno affollati.

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Del falso bilanciamento tra salute ed economia

Si discute sempre più di allentare le misure di contenimento della pandemia, di ripresa e riapertura. Discussioni che per molti sono sul giusto equilibrio tra salute ed economia.
Non so voi, ma io mi immagino una bilancia, con “la salute” da una parte e “l’economia” dall’altra, oppure una leva, un’altalena basculante del parco giochi.

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Abbiamo raggiunto il picco – o il fondo?

Sempre a proposito di nuovo coronavirus e metafore, c’è un particolare che mi colpisce – e questo, ne sono sicuro, interesserà solo me e qualche altro maniaco del tema. Intendo la questione del picco, della necessità di abbassare la curva (dei contagi/ricoveri) eccetera.

Si tratta di un esempio di quelle che Lakoff e Johnson chiamano “metafore di orientamento”:

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Smetti di leggere il libro che dice di smettere di leggere notizie

Ho iniziato a leggere Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli.
La tesi di fondo si può condensare nel perfettamente condivisibile “al giorno d’oggi l’informazione non è più una risorsa limitata, l’attenzione invece sì”. Da qui Dobelli costruisce la sua proposta: dovremmo completamente rinunciare alle notizie – che credo di capire siano gli articoli di cronaca, escludendo quindi gli approfondimenti che al contrario invita a leggere – perché sono una perdita di tempo.

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