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Riflessioni ancora più trascurabili delle altre

Letture in autoisolamento – o della scomparsa dei giornali

L’epidemia, la distanza sociale, l’autoisolamento come influiscono sulla vostra “dieta mediale”, insomma su quello che guardate, ascoltate e leggete?

Io ad esempio ho praticamente azzerato radio e audiolibri – che del resto ascoltavo soprattutto in viaggio –, la lettura di libri (cartacei ed ebook) è sostanzialmente invariata mentre la visione di film e serie tv credo sia leggermente aumentata. La televisione è sempre a zero

Ma il cambiamento principale – e quello che giustifica questo post – riguarda l’informazione.

Non riesco più a leggere i giornali.
Ora, la frase frase in neretto qua sopra ha bisogno di alcuni chiarimenti. Il primo è che mi riferisco al “consumo personale” di informazione: per lavoro (faccio il giornalista) i giornali li leggo ma fa appunto parte del lavoro, non dell’interesse personale.
Secondo chiarimento: con “giornali” non intendo solo le edizioni cartacee dei quotidiani ma – per sineddoche o metonimia, le confondo sempre – le testate giornalistiche in generale, per cui anche settimanali e mensili, i siti di informazione, i radio e telegiornali, canali YouTube eccetera.
Terzo punto: non “non riesco” intendo che non ho il minimo stimolo a prendere in mano un quotidiano per vedere che notizie riportano, andare sul sito per vedere cosa c’è in homepage eccetera. Poi un singolo articolo lo leggo/guardo/ascolto con attenzione e interesse – ma se vi arrivo per vie traverse, come dirò tra poco.
Unica eccezione in tutto questo, la newsletter del Post sul coronavirus, che condensa le notizie del giorno – ma di andare sul loro sito “per vedere quali sono le novità” non mi viene nessuna voglia, né prima né dopo aver letto la newsletter.

Come mi informo, quindi? Semplice: sui social network.
Ora, sono anni che, in maniera più o meno cosciente e sistematica, cerco di tenere pulite le mie liste di contatti, insomma mi sono costruito una mia bolla dove perlopiù circola buona informazione. Non che la pensino tutti come me o che non ci siano discussioni anche accese, ma quantomeno all’insulto si accompagna un argomento interessante.

Insomma, mi sono costruito non dico una comunità, ma un insieme di contatti che seleziona e discute gli articoli più interessanti e non mi sembra di perdermi nulla di realmente importante, con la possibile eccezione di notizie locali dal momento che le persone che vivono nella mia stessa zona sono relativamente poche.
Al contrario, mi perdo di fronte all’elenco di notizie di un qualsiasi giornale o telegiornale o podcast. Non è questione di affidabilità – per quanto il problema esiste soprattutto per le testate generaliste dove la qualità dei contributi è discontinua e mediamente bassa –, piuttosto di selezione: mi fido di quello che scrivono la BBC o il New York Times, ma perché devo cercare io le cose più interessanti e approfondite, tra tutto quello che pubblicano?

I giornali – ma non i loro articoli – sono quindi scomparsi dalle mie letture abituali. La vera domanda è se potrebbero sparire del tutto, i giornali, mantenendo ovviamente gli articoli.
In teoria sì: potremmo immaginare che i giornalisti attualmente pagati dalle testate continuino a fare il proprio lavoro come liberi professionisti, guadagnando da pubblicità o microabbonamenti.
Il problema di un sistema simile sistema non è solo che l’incertezza economica potrebbe tenere lontani dal lavoro di giornalista molti bravi professionisti, ma anche che si creerebbe un incentivo a occuparsi di temi popolari o quantomeno abbastanza popolari da avere abbastanza lettori paganti da mettere insieme il pranzo con la cena – mentre adesso, almeno in teoria, un editore può permettersi di rischiare su un tema di nicchia potendo contare sulle entrate degli articoli più popolari.

Forse devo sforzarmi di leggerli, i giornali.

Il lungo viaggio del nuovo coronavirus (ovvero smettiamola di dire che siamo in guerra)

A inizio marzo avevo scritto di “non sono particolarmente preoccupato”; penso sia il caso di ammettere di essere stato troppo ottimista: le conseguenze di questa epidemia le avvertiremo molto a lungo – per sempre, chi avrà perso una persona cara.

Inizio con questa ammissione perché non voglio che quanto segue venga preso come una minimizzazione della situazione: è e sarà dura, e ci vorrà la cooperazione di tutti. Ma non siamo in guerra con il virus SARS-CoV-2 e penso sia il caso di ridurre i riferimenti bellici, nei discorsi che facciamo sull’epidemia – discorsi nei quali invece le medicine sono armi, i medici truppe, gli ospedali fronti e così via.
Ripeto: non lo dico perché credo vada tutto bene. E neanche perché non veda punti di contatto con una guerra: i morti e i ricoverati, la sospensione della vita di tutti i giorni, i danni sociali ed economici. Ma le metafore sono infide, sfuggono di mano: non si limitano ad alcuni punti di contatto, ma si espandono e portano con sé tutto l’immaginario collettivo – in questo caso della guerra.
È come se inserissimo l’epidemia in corso dentro lo stampo della guerra: quel che rientra nello stampo diventa più evidente, quello che rimane fuori più difficile da vedere e da raccontare.1

Segue un piccolo esempio sugli effetti della metafora: se non siete interessati passate pure al paragrafo successivo.
Per un certo periodo ho studiato le metafore del Dna. Quando parliamo del Dna come del “progetto” dell’organismo abbiamo certamente delle ragioni: due Dna diversi ci daranno due organismi diversi, esattamente come due progetti diversi ci danno due case diverse. Però l’idea del progetto porta con sé non solo l’idea di un determinismo scientificamente insostenibile, dove per ogni caratteristica dell’individuo ci deve essere un gene corrispondente,2 ma anche l’idea di un progettista, aprendo le porte non dico al creazionismo o all’Intelligent design, ma comunque a storture nell’interpretazione dell’evoluzionismo.3
Oppure l’idea – ed era questo il tema della mia ricerca – che il Dna si possa brevettare come si brevettano i progetti, e non sia il caso di ricorrere ad altre soluzioni per la tutela della proprietà intellettuale.

Ma torniamo alla guerra e all’epidemia. Perché dico che non siamo in guerra, o meglio che non dobbiamo pensarci in guerra? Perché di solito nelle guerre l’obiettivo è sconfiggere un nemico – e si tratta, per così dire, di un obiettivo assoluto, per raggiungere il quale dobbiamo essere disposti a qualsiasi sacrificio e a qualsiasi danno collaterale.4 Quando invece nell’affrontare questa epidemia credo che l’obiettivo di tutti debba essere ridurre il più possibile i danni diretti e indiretti. A questo possiamo poi aggiungere medici e infermieri come eroi di guerra – quando invece sono professionisti che è giusto operino in condizioni di sicurezza.
E non dimentichiamo i contagiati: vittime, soprattutto se i sintomi comportano il ricovero – ma al contempo fonte di ulteriori contagi, e quindi “agenti del nemico”, collaborazionisti. E traditori sono anche quelli che non rispettano le regole e raccomandazioni, persino se non mettono in pericolo nessuno e la violazione riguarda qualche interpretazione insensatamente rigida.

Come accennato, le metafore le ho studiate un po’ e so che non basta dire “basta parlare di guerre”: occorre un’alternativa.
C’è chi – riferendosi soprattutto all’isolamento – ha parlato di maratona. Certamente meglio, ma è una metafora che non mi convince completamente: tralasciando le origini militari (la Battaglia di Maratona, tra l’altro anche quella contro un nemico che arrivava da oriente), la maratona è una gara. Anche se immagino che molti vi partecipino per soddisfazione persona, rimane una competizione e quando si arriva alla fine si festeggia. Con l’epidemia non si tratta di arrivare primi, ma di arrivare tutti insieme – e dubito che un bel giorno arriverà il comunicato “l’emergenza è finita” con concerti, baci e abbracci nelle strade e nelle piazze (che temo creerebbero un nuovo focolaio).

L’epidemia in corso è piuttosto un viaggio, e qui penso a un’impegnativa traversata – di un oceano, di una montagna, fate voi – non alla gita fuoriporta o al fine settimana al mare dagli amici. Si va tutti insieme, aiutando chi rimane indietro, perché l’obiettivo non è sconfiggere le avversità che si incontrano o battere gli altri, ma arrivare a destinazione tutti insieme e nel miglior modo possibile – il che vuol dire ovviamente ridurre disagi e sacrifici, cercare di mantenere il più possibile quella normalità persa con la partenza.
A un certo punto si sarà raggiunta la metà del percorso, si sarà superato il passo e la strada sarà in discesa, si avvisteranno i primi segni della costa: una buona notizia, ma non c’è da festeggiare perché il viaggio non è ancora finito. E non ci sarà da festeggiare neppure arrivati, perché si dovrà ormeggiare in sicurezza, montare le tende eccetera. E non dimentichiamoci che questo viaggio non ci ha riportati a casa, ma in un altro luogo che dovremo conoscere.

Ma forse non è neanche vero che occorre un’alternativa. Secondo alcuni è possibile neutralizzare le metafore. Del resto non ci facciamo ingannare dai colli delle bottiglie o dalle teste dei treni, capiamo perfettamente fino a che punto lasciarci guidare da queste metafore – sappiamo, in poche parole, che una bottiglia non deve preoccuparsi del mal di gola e un treno il mal di testa.
Certo, qui la situazione è diversa e la soluzione non è forse “normalizzare la metafora” come con i colli delle bottiglie (che è una catacresi, e insomma non saprei neanche come altro definirla quella parte della bottiglia se non collo) ma al contrario, problematizzarla. Rendersi conto che sì, parliamo di medici al fronte, di infermieri in prima linea, di battaglia contro i contagi, di armi per sconfiggere il virus – ma che sono metafore e che non siamo davvero in guerra.

Non sono il solo

È un po’ di giorni che ho in mente questo articolo.
Nel frattempo altri hanno scritto cose simili: Gianluca Briguglia sul Post, Daniele Cassandro su Internazionale e, in un’intervista su Riforma.it, Antonio Spadaro.
Dopo di me è uscito anche, su Il Tascabile, Giancarlo Sturloni.
Un discorso più ampio sulla narrazione del #iorestoacasa è quello di Antonio Vercellone su Doppiozero.

Nessuno, mi pare, ha comunque proposto la metafora alternativa del viaggio – che non è comunque farina del mio sacco ma che ho trovato più volte citata in vari saggi.
Tra l’altro, viaggio e guerra sono due metafore spesso usate per le relazioni sentimentali (che iniziano con la conquista del partner e si chiudono con la decisione di percorrer due strade diverse).

Aggiornamenti

26 marzo alle 16. Rispetto alla stesura iniziale, ho modificato la parte sulla metafora del viaggio, seguendo alcune osservazioni di Sonia Ciampoli su Facebook.

1º aprile alle 23. Ho aggiunto un altro articolo all’elenco e la parte sul neutralizzare le metafore.

  1. Di libri e articoli sul tema ce ne sono a migliaia, per cui mi limito a citare gli scritti di George Lakoff, per quanto non sia certo l’unico ad aver scritto di metafore. []
  2. Su questo aspetto rinvio al recente Sillabario di genetica di Guido Barbujani. []
  3. Su questo, c’è un bell’articolo introduttivo di Massimo Pigliucci (in inglese). []
  4. Anche qui di riferimenti ce ne sarebbero tanti e mi limito a un interessante articolo sull’Atlantic. []

Piccolo promemoria su chi fidarsi in questa emergenza sanitaria

Mascherine, mascherine fai da te, disinfettanti, distanze sociali, antinfiammatori, vitamina C, aglio… e sono solo alcune delle notizie che circolano in questi giorni su come difendersi dal virus SARS-CoV-2, il nuovo coronavirus.

Ora: sono un filosofo di formazione e un giornalista di professione. Il che vuol dire non fidatevi di me su questioni medico-sanitarie, perché non sono esperto di queste cose e mi limito a ripetere cose che ho sentito da fonti – queste sì – che ritengo affidabili.

Ecco: di chi avere fiducia? Su questo tema un po’ di competenza l’ho, quindi posso dare qualche consiglio secondo me sensato. Insomma: non so valutare l’informazione “le mascherine servono solo se siete ammalati o se assistete un malato”, ma so valutare l’affidabilità di chi lo dice. Poi certo: anche le persone affidabili possono dire cose non vere (perché si sbagliano) e persone non affidabili possono dire cose non false (per caso) ma, appunto, non lo sappiamo, per cui dobbiamo basarci sulla fiducia.

Dunque, di chi fidarci?
Purtroppo è più un’arte che una scienza, ma ecco alcuni indizi, alcuni punti da tenere presenti.

  • Chi cita le fonti, meglio se precise e dettagliate.
    “Se bevete tanta cicuta non vi ammalate di coronavirus” vale meno di “Un medico ha detto che…” che a sua volta vale meno di “Una ricerca pubblicata su una sconosciuta rivista dice che…”. Ma in questo momento non darei retta a nessuna informazione che non abbia dietro una qualche organizzazione o associazione sanitaria che magari avete già sentito nominare. E se bevete tanta cicuta non vi ammalate perché morite prima.
  • A proposito di fonti: come una rondine non fa primavera, una ricerca non fa scienza. Soprattutto adesso che, giustamente, la ricerca su SARS-CoV-2 è molta e urgente, i risultati sono più che mai provvisori ed è meglio quindi basarsi non sulle ultime novità ma su risultati più solidi e confermati.
  • Chi ammette di non sapere. Se lo chiamano nuovo coronavirus è perché, appunto, è nuovo. Il che significa che non si sa tutto e – vedi il punto precedente – le ricerche attendono conferme o smentite per cui la risposta più utile, spesso, è un “non lo sappiamo”.
  • Chi dice non solo cosa, ma anche perché. E in maniera chiara e comprensibile. E magari anche senza perdere la pazienza e senza insultare – che per carità, può capitare a tutti di perdere la pazienza, soprattutto di questi giorni, ma se il tuo passatempo è prendere in giro chi per l’ansia si comporta in maniera un po’ irrazionale, mi spiace ma io ascolto altri.
  • Qualcuno che già conoscete come affidabile. Ok, qui il serpente si morde la coda ma è così che funziona la fiducia. C’è qualche divulgatore che conoscete per altri temi, non necessariamente medici, e che considerate serio e affidabile? Benissimo: se non ha perso la testa proprio in questi giorni – e può essere – fidatevi.
    Per me rientrano in questa categoria (in ordine alfabetico) Dario Bressanini, Beatrice Mautino e Roberta Villa (link ai profili Instagram).

Traduzioni di genere

È morta la produttrice cinematografica Tiziana Soudani – quella di Pane e tulipani di Silvio Soldini, per capirci.

Tra le varie “manifestazioni di cordoglio”, anche quella delle Giornate cinematografiche di Soletta che qualche anno fa aveva dato a Soudani il Prix d’honneur. Circostanza ricordata così in tedesco e francese:

Die Tessinerin wurde an den 52. Solothurner Filmtagen als erste Filmproduzentin überhaupt mit dem «Prix d’honneur» geehrt.
Aux 52es Journées de Soleure, la Tessinoise avait été la première productrice de cinéma à recevoir le «Prix d’honneur».

C’è una certa ambiguità, in quel “erste Filmprodutenin/première productrice”: intenderà che prima non erano mai stati premiati, in generale, produttori – oppure che non erano mai state premiate donne produttrici ma qualche produttore uomo sì?
Ma capisco le perplessità verso il “maschile inclusivo” (anche se non sono sicuro di come funzioni in francese e tedesco), e comunque l’elenco dei premiati precedenti fuga ogni dubbio: prima di Tiziana Soudani non ci sono produttori o produttrici.

Ma il comunicato di cordoglio è stato tradotto anche in italiano, in un pdf visto che il sito è solo in francese e tedesco. E la frase, da ambigua, diventa semplicemente falsa:

La produttrice ticinese è stata la prima donna in assoluto a ricevere il «Prix d’honneur» alle 52e Giornate di Soletta.

Il premio, in passato, è andato alla giornalista Françoise Deriaz, alla distributrice Ilona Stamm ed altre donne ancora.

Ora, capisco il lasciarsi ingannare dall’ambiguità del femminile, ma come si è arrivati da “prima produttrice” a “prima donna in assoluto”?

Niente di nuovo sul fronte occidentale

È mattino, nella mia “rassegna stampa social” – sì, insomma, negli articoli che trovo condivisi dai miei contatti – trovo un’intervista, pubblicata da La Stampa, al direttore della Fondazione Italia-Cina Vincenzo Petrone che “smentisce alcuni luoghi comuni sull’aggressività di Pechino”.

Perché, mi rassicura il titolo, la Cina “non è una democrazia liberale, ma non aggredisce i valori occidentali”. Perché certo, gli uiguri nei campi di concentramento ma “i cinesi ritengono che la versione uigura dell’Islam rappresenti un rischio per l’unità nazionale” e “la questione dell’indipendentismo non è un problema solo cinese”. Certo, Hong Kong, ma normale che Pechino voglia un “governo friendly”. Certo, “non ci sono forme pubbliche di dissenso come da noi” ma “in privato si critica la burocrazia del partito comunista” e comunque i cinesi “pensano che sia il giusto prezzo da pagare per aver tirato fuori dalla povertà 500 milioni di persone”.

Insomma, la Cina “non aggredisce i valori occidentali” (così il titolo dell’intervista) perché alla fine fa quello che fanno anche i Paesi occidentali, i primi a mettere in discussione i diritti umani in nome della sicurezza e del benessere economico.
Posso dire che non mi sento per niente rassicurato?

Colazione con Tiziano Ferro – o della musica che non ti aspetti

Ho fatto colazione al bar, stamattina. Da solo. E ho fatto un’esperienza strana – strana per essere il 2020, ma perfettamente normale qualche anno fa. Ho ascoltato musica che non avevo scelto.

Mentre mangiavo c’era una canzone di Tiziano Ferro – non chiedetemi quale, non lo so: ho solo riconosciuto la voce del cantante. Poi, ahimè a brioche terminata e mentre uscivo, Purple Rain di Prince.
Ma il problema non sono tanto le canzoni, ma proprio il fatto che non le avessi scelte: ascolto raramente la radio, e perlopiù trasmissioni parlate; per la musica ho la mia libreria musicale e anche quando utilizzo servizi di streaming, scelgo sempre cosa ascoltare, per quanto tra un ventaglio di proposte selezionate da un algoritmo o da un curatore umano in base a quelli che potrebbero essere i miei gusti.

Stamattina, niente di tutto questo: mi sono ritrovato lì, con un cappuccino in una mano, una brioche nell’altra e della musica che non avevo assolutamente preventivato nelle orecchie.

Musica “al ribasso”: non per qualità, ma per gradimento: con Tiziano Ferro e Prince si va relativamente sul sicuro.
Musica condivisa, o almeno condivisibile. Non fosse che nel locale c’erano solo io, una barista indaffarata a preparare panini per il pranzo e qualche altro pendolare che andava di fretta.

Morally

Una delle cose belle degli ebook, è poter selezionare una parola e averne una definizione. Certo, non sempre è d’aiuto – se mi spieghi “giulebbato” con riferimento al “giulebbe”, ne so quanto prima – ma è comunque una funzione utile, soprattutto se provi a leggere in una lingua che non è la tua.

Il Kindle di Amazon ha introdotto una funzione ancora più comoda: Word Wise, disponibile al momento in inglese. In pratica sopra le parole difficili mette una breve definizione.
Anche qui, spesso queste parole difficili derivano dal latino, per cui non presentano particolare difficoltà a un lettore italofono, ma la funzione è comunque utile.
Ed è comunque interessante vedere come l’abilità con cui si spiega un termine in poche parole. Ho particolarmente apprezzato, leggendo The Testament di Margaret Atwood, come hanno definito “morally”, roba da costruirci un corso di filosofia morale.

Ho incontrato Sophia

Ho avuto il “piacere” di “intervistare” Sophia, robot umanoide sviluppato dalla Hanson Robotics per interagire con gli esseri umani – presente al Forum innovazione Svizzera italiana a Lugano.

Sophia

Alcune riflessioni sparse.

L’idea di robot umanoidi mi pare, al momento, pessima, una di quelle cose che fa tanto fantascienza ma che forse è meglio lasciarla lì, nella narrativa e non nella realtà.
L’obiettivo dovrebbe essere permettere interazioni più naturali, ma per provare empatia basta un viso stilizzato, tipo quello dell’iCub sviluppato all’Istituto italiano di tecnologia. Le espressioni e le movenze di Sophia, nel loro tentativo di imitare gli esseri umani, sono terribilmente innaturali e in certi momenti pure un po’ inquietanti. Se devo scegliere con chi (o cosa?) interagire – e magari in un contesto delicato come l’assistenza medica a domicilio –, al momento preferisco non solo un robot meno umano, ma pure uno smartphone con le emoji, e non disdegnerei neppure l’occhio rosso di HAL 9000.

Peraltro, Sophia era collegata a due grossi cavi – immagino uno per i dati e l’altro per la corrente – il che rende ancora meno surreale l’aspetto umano.

Io e altri giornalisti abbiamo posto delle domande; lei ha risposto, in maniera quasi sempre pertinente per quanto perlopiù superficiale. Talvolta con intervalli di tempo, tra domanda e risposta, innaturalmente lunghi. E ci trovavamo in un contesto protetto: abbiamo dovuto presentare in anticipo le domande ed erano presenti degli operatori, anche se non mi è chiaro se e come sono intervenuti durante l’incontro.
Io ho osato fare una domanda non prevista: “Di quanta energia hai bisogno per funzionare?”. La risposta è stata una cosa tipo “ogni tanto mi devo riposare”.
Direi che c’è ancora parecchia strada da fare, prima di poter mettere Sophia a interagire col pubblico, anche solo in contesti non complicati come prendere delle ordinazioni al ristorante, figuriamoci l’assistenza clienti o lezioni personalizzate (due ambiti che Sophia stessa ha indicato rispondendo a una mia domanda).

Non metto in dubbio che in futuro ci ritroveremo sempre più spesso a interagire con intelligenze artificiali.
Dubito fortemente saranno robot umanoidi come Sophia.

Quel che dice la pubblicità

Mi piacciono le pubblicità.
Ovviamente essendo io una persona perfettamente razionale non mi faccio influenzare nelle mie scelte – che poi è quello che penserebbe una persona almeno in parte irrazionale, ma non vuol dire nulla –; semplicemente mi diverte vedere come mi si vorrebbe convincere a comprare un determinato prodotto, fare la spesa in un determinato posto, fare una donazione a una determinata Ong. aprire un conto in un determinato istituto di credito, abbonarmi a un determinato servizio eccetera.

Certo, il più delle volte si tratta della banale magnificazione del proprio prodotto o servizio rispetto alla concorrenza: è più bello, più veloce, più economico, più affidabile, più divertente, più efficace, più esclusivo, più comodo, più luccicante, più…
Ci sono però delle interessanti eccezioni, dove il tema più che la qualità di quel che si vende, è l’adesione a una certa visione del mondo, a certi valori che si suppone coincidano con quelli della maggioranza se non della popolazione, quantomeno dei potenziali clienti.
Un’azienda dei telecomunicazioni non mi informa sui giga o i mega che offre e a quale prezzo, ma del fatto che la sua infrastruttura è al 100% alimentata da energie rinnovabili. Un supermercato si vanta non di avere bistecche e verdure particolarmente buone o economiche, ma di avere lo stipendio base più alto di tutto il settore. E una banca lascia perdere interessi e servizi, ma mi informa di essere “ticinese”.

Difficile dire se vi sia una sincera adesione a quei valori oppure un semplice calcolo economico – anche perché parliamo di aziende, entità alle quali non è facile attribuire un’intenzionalità. Ma tutto sommato – e ammesso ovviamente che si tratti di un vero impegno, non di vuoti slogan – la differenza non è così fondamentale: il risultato è in fondo lo stesso, un impegno per un mondo più sostenibile, più equo o più autarchico. E se, da consumatore, mi chiami a scegliere tra questi valori, non diventerò mai cliente di quella banca.

Ma poi che cos’è una fake news? Un apostrofo rosa messo tra le parole “documentati”

Sui social media mi sono imbattuto nella versione Bacio perugina del celeberrimo “bacio apostrofo rosa t’amo” di Rostand.

Dispiace un po’ veder mutilato il testo, ma lo spazio è quello che è ed è giusto andare subito al sodo semplificando un po’. Così il “Ma poi che cos’è un bacio?” diventa un lineare “Che cos’è un bacio?”, il “giuramento fatto poco più da presso” sparisce e si va subito a “un apostrofo rosa tra le parole t’amo”.

Ma il vero problema è la versione francese, che in teoria sarebbe quella originale. Solo che Rostand non ha mai scritto di “un apostrophe rose”, innanzitutto perché apostrophe in francese è femminile e quindi sarebbe “une apostrophe”. Ma soprattutto, nell’originale il bacio è “Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer”, un punto rosa che si mette sulla i del verbo amare (che però in italiano non ha la i).
Insomma, l’apostrophe rose è una retrotraduzione dall’italiano.

Ed è interessante che, cercando online “un(e) apostrophe rose entre les mots je t’aime”, i risultati siano praticamente tutti di siti italiani che, immagino per darsi un tono, hanno voluto mettere l’originale francese della romantica frase del Cyrano, andando di apostrophe e senza pensare di cercare il testo originale.

Per carità, i foglietti che troviamo nei Baci perugina non son certo saggi di letteratura comparata e certamente in giro si trovano falsi ben più gravi.
Ma, come spesso capita, è interessante il meccanismo: questa “fake news” si è diffusa perché ci viene naturale cercare conferme di quello che pensiamo di sapere (nel caso specifico: che l’originale francese abbia un apostrophe rose), invece di attrezzarci per una ricerca indipendente (nel caso specifico: andiamo a vedere il testo originale del Cyrano).