Piccola guida ragionata al “pensiero unico”

Immagino che sia un’esperienza comune: l’improvvisa comparsa di un “pensiero unico”. Nel giro di qualche giorno un tema del quale non si parlava praticamente mai, e sul quale c’era una certa varietà di opinioni, diventa presenza costante nelle discussioni e tutti grosso modo sostengono la stessa posizione.

Mettiamo – è un codardo esempio di fantasia escogitato per evitare che l’eventuale discussione degeneri su qualche tema divisivo – che raramente si parli delle vacanze estive e comunque, quando ogni tanto il tema salta fuori, c’è chi preferisce il mare e chi la montagna. Poi nel giro di qualche giorno newsletter, podcast, siti internet, radio, tv, giornali, cartelloni pubblicitari, conoscenti e articoli scientifici parlino solo delle vacanze estive e tutti siano d’accordo che è meglio andare al mare, magari indicando giusto due o tre località e limitando la discussione sull’ora più opportuna in cui prendere il gelato.

Difficile non pensare, anche in situazioni meno estreme di questo scenario inventato, a un qualcosa di organizzato dall’alto: non necessariamente un complotto che coinvolga tutta la popolazione mondiale tranne noi, ma anche solo una riuscita campagna di propaganda per convincere quante più persone possibile ad andare al mare, o dissuaderle ad andare in montagna, o distrarle da qualche altro tema più importante e urgente.

Un’ipotesi assolutamente legittima e sensata e, dal momento che congiure e cospirazioni (e più banalmente campagne di marketing) esistono davvero, sarebbe un errore liquidare ogni ipotesi di complotto. Solo che è un attimo passare dalle ipotesi, basate su indizi e in attesa di conferme, alle fantasie di complotto 1 completamente slegate dalla realtà non è sempre evidente.

Senza troppa originalità, propongo alcune indicazioni per evitare di fare quel passo e affrontare i casi di pensiero unico senza cadere nel complottismo.

L’idea dietro questo articolo non è fornire argomenti per criticare chi dà credito all’esistenza di un qualche complotto, ma fornire strumenti utili innanzitutto per noi stessi.

La massima di Hyman

Il punto di partenza, di fronte a un caso di pensiero unico e in generale di fronte a ogni fenomeno che vogliamo cercare di chiarire, non può che essere la “massima di Hyman” (spesso indicata anche come “imperativo categorico di Hyman”, ma il termine “massima” mi pare più adatto).

Non cercare di spiegare qualcosa finché non sei sicuro che questo qualcosa esista.

Ray Hyman

Ray Hyman è uno psicologo statunitense noto per le sue critiche alla parapsicologia ed è considerato uno dei fondatori dei movimenti scettici moderni. Sembra che ripetesse spesso questa massima, aggiungendo che anche i migliori ragionamenti sono inutili se i dati di partenza sono avariati.

Cosa vuol dire applicare la massima di Hyman al pensiero unico? Innanzitutto chiedendosi se è davvero così unico, questo pensiero. Non è che siamo noi a fare caso solo a chi sostiene la bontà delle vacanze al mare e non notiamo tutti quelli che invece ci propongono di andare in montagna? Oppure frequentiamo ambienti in cui la maggioranza preferisce il mare, ma il mondo è pieno di persone che invece vanno in e parlano di montagna?

A un altro livello, potremmo anche chiederci se l’improvvisa svolta verso il mare ci sia davvero stata. Siamo sicuri che delle vacanze estive si discutesse così poco, prima che qualcuno ci facesse notare il “pensiero unico del mare”? E davvero c’era tutta questa varietà di opinioni oppure c’è sempre stata un’importante maggioranza a favore del mare?

Il rasoio di Hanlon

Una volta presa in considerazione la massima di Hyman, c’è il rasoio Hanlon:

Mai attribuire a malafede quel che si può adeguatamente spiegare con la stupidità.

Robert J. Hanlon

La metafora del rasoio – che viene dal più conosciuto rasoio di Occam, vedi più avanti – si spiega con l’idea di dare un taglio netto eliminando certe ipotesi (quelle basate sulle malafede) in favore di altre (quelle basate sulla stupidità). Mantengo questa immagine, ma considero sia il rasoio di Hanlon sia quello di Occam delle massime, indicazioni generali su come ragionare, non dei principi da applicare indipendentemente dalla situazione.

Devo inoltre espandere il concetto che Hanlon – un tizio della Pennsylvania che ha inviato questa massima per un raccolta dedicata alla Legge di Murphy – chiama “stupidità” e che, a rigore, imporrebbe di prendere in considerazione solo l’ipotesi che stupidamente ci si dimentichi della possibilità di fare le vacanze in montagna.

Direi quindi di non attribuire a malafede, e in generale a un piano preordinato, quello può essere spiegato come un fenomeno spontaneo che non ha bisogno di spinte o imposizioni dall’alto. Nessuno parlava delle vacanze estive perché si pensava a cosa fare a Pasqua, adesso che siamo in estate tutti discutono e organizzano le vacanze estive; tra qualche mese si parlerà di cosa fare a Capodanno. Si parla del mare perché in pochi hanno voglia di fare lunghe camminate sui sentieri e con questo caldo mica vorrai visitare le città d’arte. E così via.

C’è anche da considerare la questione dell’imitazione o emulazione che porta naturalmente a una certa uniformità di opinioni e comportamenti. Ora: fare quel che fanno gli altri può apparire una scelta poco intelligente, ma in realtà in molte circostanze – ad esempio se non disponiamo di sufficienti informazioni – affidarsi alla scelta della maggioranza, o comunque delle persone a noi vicine, può essere una buona strategia. Se abbiamo di fronte due ristoranti, uno semivuoto e l’altro con molti tavoli occupati, è naturale pensare che in quello con più persone si mangi meglio. Questo ovviamente non è sempre vero: su un argomento specialistico e contro intuitivo molto probabilmente la maggior parte delle persone si sbaglia e comunque non è detto che quello che va bene agli altri vada bene anche a me. Sono sicuro che alla domanda “Qual è la capitale della Florida?” molti risponderanno (sbagliando) Miami e pochi (correttamente) Tallahassee; e magari il ristorante con meno persone fa semplicemente porzioni più piccole e noi siamo in cerca di un pasto leggero.

Da notare che i due scenari, quello di un fenomeno spontaneo o di un’imposizione dall’alto, non si escludono completamente: c’è magari qualcuno che, a vari livelli, spinge per ottenere un certo risultato ma il successo di questa impresa è solo in parte dovuto alla campagna di persuasione. Il mio esempio preferito, in proposito, riguarda Edward Bernays: nipote di Freud, è considerato il primo spin doctor o, per dirla in altra maniera, manipolatore dell’opinione pubblica. Combinando le teorie dello zio, soprattutto per quanto riguarda il subconscio, alla psicologia delle masse avrebbe sviluppato un sistema infallibile e tra i suoi successi viene spesso citata la colazione con uova e pancetta. Pagato da un’azienda produttrice di bacon, Bernays ha puntato sul messaggio, sostenuto dalla comunità medica, che una colazione nutriente è il modo più salutare per iniziare la giornata. Riuscendo effettivamente a rendere uova e pancetta una tipica colazione americana, cosa che forse senza di lui non sarebbe successa. Mi chiedo tuttavia cosa sarebbe successo se a contattare Bernays fosse stato un produttore di cavoletti di Bruxelles: dubito che questa verdura (che peraltro a me piace molto) avrebbe trovato molto spazio. Ma non c’è bisogno di ricorrere a esperimenti mentali: nel 1932 Bernays ha lavorato alla campagna per la rielezione del presidente Herbert Hoover, sconfitto (e non di poco) da Franklin D. Roosevelt.

Il rasoio di Occam

Ed eccoci al celebre rasoio di Occam, dal teologo e filosofo del Trecento Guillelmus de Ockham:

A parità di fattori, la spiegazione più semplice è quella da preferire.

Direi che i punti importanti, qui, sono due. Il primo è cosa intendiamo con “idea più semplice”, perché se in alcuni casi l’ipotesi di un complotto globale è incredibilmente complessa – pensiamo alle scie chimiche: quante persone dovrebbero essere coinvolte? Possibile che nessuna riesca a portare prove certe? –, in altre situazioni pensare a una campagna centralizzata è invece un’ipotesi più semplice rispetto a un fenomeno spontaneo o di una semplice coincidenza. Il punto è valutare attentamente la semplicità: pensare a una campagna pubblicitaria organizzata dalle località balneari è un conto; una cospirazione per svuotare le città perché è in corso una qualche catastrofe che si vuole tenere nascosta un altro.

Il secondo punto è “a parità di fattori”: la soluzione più semplice è da preferire se spiega quanto sta accadendo altrettanto bene di ipotesi più complicate.

Cosa significa in concreto? Direi soprattutto prendere in considerazione l’ipotesi che tutti sostengono che sia meglio andare al mare perché banalmente andare al mare è più bello anche se a noi non sembra, grosso modo come si è tutti d’accordo che la terra non è piatta perché la terra effettivamente non è piatta.

Riassumendo

Quando improvvisamente tutti la pensano allo stesso modo, prima di pensare che sia tutto organizzato da qualcuno dobbiamo chiederci se è davvero così (magari è solo una nostra impressione), poi se può essere anche solo in parte un fenomeno spontaneo e infine se l’ipotesi di una qualche campagna organizzata sia effettivamente la più semplice: magari tutti la pensano allo stesso modo perché, banalmente, hanno ragione.

  1. Il termine è di Wu Ming, vedi l’impegnativo ma interessante Q di qomplotto.[]

Come giustificare i lockdown (quando la pandemia era un mistero)

La stazione di Liverpool Street a Londra nell’aprile del 2020 (foto di Ben Garratt/Unsplash)

Mi sono imbattuto in un articolo pubblicato su ‘Philosophy of Medicine’ che è sostanzialmente una difesa delle decisioni prese dal governo britannico durante i primi mesi della pandemia di Covid-19. In particolare gli autori – Lucie White, Philippe van Basshuysen e Mathias Frisch – si soffermano su quelli che vengono definiti i ‘lockdowns’ al plurale, cioè tutte le limitazioni – dagli assembramenti alla chiusura di scuole e luoghi di lavoro – che mirano a ridurre i contatti tra le persone, che si applicano a tutta la popolazione e che prevedono sanzioni per chi non le rispetta.

Non ho trovato quando l’articolo è stato presentato alla rivista, ma è una sfortunata coincidenza che la pubblicazione – datata 28 aprile 2022 – sia arrivata nel periodo dello scandalo per le feste natalizie organizzate dal primo ministro Boris Johnson proprio in violazione di quelle restrizioni (uno dei tanti scandali che lo hanno portato a dimettersi). Sfortunata perché, come spesso capita per questo tipo di analisi, più che le conclusioni è interessante il ragionamento che ha portato gli autori ad affermare che sì, in base alle informazioni disponibili in quel momento la scelta di limitare le libertà personali era giustificata.

L’articolo merita una lettura, ma grosso modo i punti affrontati sono due: come giustificare decisioni prese in situazioni di forte incertezza; il ruolo dei modelli epidemiologici che si sono dimostrati errati.

Una corsa a ostacoli al buio

Sul primo punto: adesso, dopo due anni e qualcosa di pandemia, è relativamente facile prendere decisioni visto che bene o male siamo in grado di valutare sia gli effetti della malattia (con giusto qualche incognita in più per le nuove varianti) sia l’impatto delle misure di contrasto, dove con “impatto delle misure di contrasto” intendo sia la riduzione di contagi, sia i costi sociali ed economici. Poi bilanciare tutti questi fattori è un compito – peraltro politico, non scientifico – tutt’altro che facile, ma almeno è una corsa a ostacoli nella quale gli ostacoli li vediamo mentre nei primi mesi si correva al buio.

Ora, visto che al buio non si sa neanche se l’ostacolo c’è, è giusto imporre agli altri di fermarsi o saltare? Uscendo dalla metafora della corsa al buio – che è mia, non degli autori dell’articolo – è giusto limitare la libertà delle persone su basi così incerte? La risposta degli autori, come detto, è “sì”, ma con una serie di precisazioni interessanti:

  • la decisione di adottare le restrizioni anche in situazione di forte incertezza non può essere una scusa per smettere di fare ricerca e cercare di ridurre questa incertezza (adattando i provvedimenti in base all’evolversi delle conoscenze e passando quando possibile a misure meno invasive ma altrettanto efficaci).
  • Una parte non trascurabile dei costi sociali ed economici delle restrizioni si sarebbe avuta anche “lasciando correre” la pandemia, il che porta a considerare le restrizioni il “male minore”.
  • Indizi sia della particolare gravità delle conseguenze di una pandemia incontrollata, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del sistema sanitario, sia dell’importanza dei tempi per l’efficacia delle restrizioni: ritardare anche solo di qualche settimana le misure, aspettando “di saperne di più”, avrebbe potuto rendere la situazione ingestibile.

È soprattutto l’urgenza che, secondo gli autori, può portare a quello che definiscono “un allentamento degli standard epistemici necessari a giustificare interventi regolatori”:

Although estimations of the magnitude and nature of harm were, in the early months of the pandemic, based only on emerging and uncertain evidence, the necessity of provisions for acting quickly where potential harm is imminent should lead us to relax the epistemic standards to which we normally hold policymakers when there is time for further evidence gathering and extensive deliberation. (p.12)

Accettare il rischio‌

C’è poi tutta la questione del “principio del danno” che in ottica liberale costituisce l’unica giustificazione per proibire qualcosa. Il principio del danno è facile da applicare con i “danni tradizionali”, tipo Tizio che ferisce/deruba/incatena Caio. Ma qui abbiamo a che fare con un rischio, un danno che potrebbe anche non esserci e che anzi – parliamo restrizioni che riguardano tutta la popolazione, non solo le persone contagiate e contagiose come l’isolamento per i positivi – è molto probabile che non si verificherà. Non parliamo del caso estremo, per quanto non di fantasia, di una persona che sa di essere positiva e contagiosa e se ne va in giro a tossire addosso alle persone, ma di impedire a tutti di fare acquisti non essenziali, di andare al ristorante eccetera.

Alcuni rischi sono considerati socialmente accettabili e ce li teniamo così come sono; altri sono socialmente inaccettabili e riteniamo opportuno intervenire. Il rischio di essere vittime di incidenti stradali è un buon esempio di entrambi, dal momento che la circolazione delle auto è limitata e regolata, ma non proibita del tutto: accettiamo il rischio rappresentato da un guidatore sobrio, non quello rappresentato da un guidatore ubriaco che viene punito anche se non ha causato incidenti.

Perché alcuni rischi sono considerati accettabili e altri no? Dipende certamente da quanto è grave e probabile il danno potenziale, ma seguendo il teorico del rischio Sven Ove Hansson (di cui ignoravo l’esistenza prima di leggere questo articolo), gli autori introducono un altro criterio. Un rischio è accettabile se rientra in un sistema equo che va a vantaggio di tutti – e le persone fragili, maggiormente a rischio di ammalarsi gravemente, sarebbero escluse da questo sistema equo.

Suona bene, ma poi provo ad applicare questo principio alle automobili: forse ho capito male io, ma chi non guida non trae alcun beneficio, dalla circolazione delle auto per cui il rischio di incidenti anche da guidatori sobri potrebbe essere giudicato socialmente inaccettabile; viceversa, ogni guidatore può beneficiare del fatto di poter guidare anche dopo aver bevuto, per cui potremmo dire che il rischio di incidenti per alcol sia socialmente accettabile. Insomma, l’argomento non mi convince per nulla e sospetto che l’accettabilità sociale di un rischio sia semplicemente il frutto di una (tacita) negoziazione tra persone. Un accordo che necessariamente basato su valutazioni razionali ma anche su cose come l’abitudine.

Del resto questo ragionamento sembra convincere poco anche gli autori dell’articolo, visto che ritornano sulla pericolosità della pandemia non solo per la singola persona contagiata, ma per la collettività che rischia di trovarsi con un sistema sanitario sovraccarico. Questo del rischio rimane comunque uno dei punti deboli del ragionamento.

Il modello sbagliato

Ultimo punto, quello sui modelli epidemiologici che, valutati con il senno di poi – ovvero che l’effettivo andamento della pandemia – sono stati un disastro, anche tenendo conto che ogni modelli è per sua natura una semplificazione (se un modello non fosse significativamente più semplice da maneggiare della realtà, studieremmo direttamente la realtà).

Tuttavia forse il problema non sta nei modelli, ma in quello che ci vogliamo fare, insomma il ruolo che dovrebbero avere nel processo decisionale. Secondo gli autori un modello può essere usato per avere una previsione, che dovrebbe essere qualcosa che ci dice come effettivamente andranno le cose in futuro, e per avere una proiezione, che dovrebbe invece dirci come potrebbero andare le cose partendo da alcune condizioni iniziali che magari sappiamo già in partenza essere false (come le persone che, indipendentemente da eventuali restrizioni e raccomandazioni, non cambiano abitudini durante una pandemia). Ne risulta che confrontare il modello con la realtà ha senso per le previsioni, non per le proiezioni (che però a questo punto non è chiaro come vengano valutati e migliorati).

Qual è l’utilità delle proiezioni?

This projection functions as a counterfactual limiting case of the death toll under a completely uncontained spread of the virus—an unrealistic limiting case, as all parties agree, but one that may nevertheless play a role in anchoring our perceptions of the severity of the threat posed by the virus.

Una proiezione non descrive come andranno le cose, forse neanche come potrebbero andare ma fornisce ugualmente informazioni utili per una comprensione qualitativa del fenomeno. Il che potrebbe anche essere interpretato come una maniera gentile di “servono a spaventare i decisori politici e la popolazione”; interpretazione che non condivido ma che devo ammettere essere coerente con l’impiego che è stato fatto di alcune di queste proiezioni.

100 milioni di anni, “più di un secolo”

Il Corriere della Sera ha dato la notizia del ritrovato di un fossile di millepiedi gigante in Inghilterra che risale al Carbonifero. Visto che non tutti hanno familiarità con la scala dei tempi geologici, nel catenaccio si precisa “più di un secolo prima dell’arrivo dei dinosauri”:

Il catenaccio dell’articolo prima della correzione

L’articolo è poi stato corretto con “oltre 100 milioni di anni prima dell’arrivo dei dinosauri”, ma su Internet Archive è salvata la versione errata.

Ma è davvero sbagliato quel “più di un secolo”? La frase è corretta, dal punto di vista del significato letterale: 100 milioni di anni sono infatti “più di un secolo”, un milione di volte per la precisione.

Su Twitter l’ho ironicamente fatto notare a Paolo Attivissimo. Mi è stato giustamente risposto che è come dire che il Kāma Sūtra propone più di due posizioni o che Bellinzona è a più di 500 metri da New York. Due begli esempi che comunque cadono corti rispetto all’originale: il Kāma Sūtra riporta 64 posizioni, non 2 milioni, e le due città stanno a circa 6’500 chilometri, non 500mila.

Dovrebbe essere chiaro: dire “più di un secolo” è sbagliato perché l’indicazione, per quanto letteralmente corretta, non è informativa. I filosofi del linguaggio dicono che non viene rispettata una delle massime conversazionali di Grice, direi quella di relazione (“sii pertinente”).

Il problema non riguarda la semantica (il significato della parole), ma la pragmatica (come quelle parole vengono utilizzate dai parlanti) e allora ho provato a immaginare dei contesti in cui l’affermazione “quel fossile precede di più di un secolo la comparsa dei dinosauri” sia corretta anche pragmaticamente.
Non è difficile: immaginiamo che una qualche istituzione, ad esempio un museo, abbia un regolamento che stabilisce dove vadano conservati i vari reperti. Per controllare che questo millepiedi gigante sia stato inventariato correttamente la domanda “precede di più di un secolo la comparsa dei dinosauri?” sarebbe quindi sensata: che si tratti di 150, di 150mila o di 150 milioni di anni, poco cambia. Similmente, se le autorità hanno stabilito che una persona non può stare a meno di 500 metri da Bellinzona, l’informazione “New York è a più di 500 metri da Bellinzona” diventa pertinente: non importa se siano 600 metri, 6mila chilometri, basta siano più di 500 metri.

È la ricchezza, e la complessità, del linguaggio. Alla quale spesso non pensiamo: la dimensione pragmatica la diamo un po’ per scontata, e non ci rendiamo conto di quanto possa cambiare gli effetti di quello che diciamo.
Il che vale anche per la discriminazione e i discorsi d’odio che non riguardano solo insulti e termini dispregiativi. In un contesto in cui l’informazione non dovrebbe essere pertinente, dire “è una donna” oppure “è un immigrato” – affermazioni corrette per quanto riguarda il significato letterale – apre un mondo di implicature e presupposizioni discriminanti (l’esempio è ripreso, con alcune modifiche, dall’interessante Hate speech: il lato oscuro del linguaggio di Claudia Bianchi)

Il lungo viaggio del nuovo coronavirus (ovvero smettiamola di dire che siamo in guerra)

A inizio marzo avevo scritto di “non [essere] particolarmente preoccupato”; penso sia il caso di ammettere di essere stato troppo ottimista: le conseguenze di questa epidemia le avvertiremo molto a lungo – per sempre, chi avrà perso una persona cara.

Inizio con questa ammissione perché non voglio che quanto segue venga preso come una minimizzazione della situazione: è e sarà dura, e ci vorrà la cooperazione di tutti. Ma non siamo in guerra con il virus SARS-CoV-2 e penso sia il caso di ridurre i riferimenti bellici, nei discorsi che facciamo sull’epidemia – discorsi nei quali invece le medicine sono armi, i medici truppe, gli ospedali fronti e così via.
Ripeto: non lo dico perché credo vada tutto bene. E neanche perché non veda punti di contatto con una guerra: i morti e i ricoverati, la sospensione della vita di tutti i giorni, i danni sociali ed economici. Ma le metafore sono infide, sfuggono di mano: non si limitano ad alcuni punti di contatto, ma si espandono e portano con sé tutto l’immaginario collettivo – in questo caso della guerra.

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Contro il verismo del fact checking

La verifica dei fatti è importantissima. Nel giornalismo come nella vita di tutti i giorni – che poi sui social media facciamo tutti qualcosa di simile al giornalismo –, è importante avere informazioni verificate e attendibili. E se questo controllo non è stato fatto, o se è sfuggito qualcosa, è importante far presente l’errore: per una correzione, per segnalare l’informazione errata agli altri utenti o, nella peggiore delle situazioni, per far capire che è meglio stare alla larga da quella fonte lì che pubblica un sacco di bufale.

Ma – è ovvio che sarebbe arrivato un “ma”, no? A parte il titolo che lascia intuire una critica al fact checking, quanto letto finora era la classica premessa del “non sono razzista ma”: come non aspettarsi un attacco alla verifica dei fatti?

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‘Umani vs. Macchina’. Davvero?

La tv svizzera proporrà, mercoledì 21 novembre, una serata speciale dedicata a big data e intelligenza artificiale, <data>land.

Dando un’occhiata agli ospiti invitati – tra cui, cito dal comunicato, il direttore dell’Istituto Dalle Molle Luca Gambardella e il garante europeo della protezione dei dati Giovanni Buttarelli –, non ho dubbi sulla serietà della trasmissione.
Tuttavia nell’ambito di <data>land troviamo anche un’iniziativa che mi lascia molto perplesso: una sfida “Umani vs. Macchina”.

CheeseMaster, questo il nome scelto, così viene presentato:

La SRG SSR e la RSI ti propongono di partecipare a un grande esperimento scientifico. Una sfida individuale e collettiva sotto forma di gioco ispirato alla tradizione svizzera: il formaggio. Ma non sarà un incontro amichevole come una cena a base di fondue… Sarà una lotta di potere, la razza umana contro l’intelligenza artificiale, la macchina!

Con tanto di chiusa finale da facepalm:

Forse pensi sia solo formaggio… A essere in gioco è invece il futuro della società e tu puoi fare la differenza.

Non critico, qui, l’idea di aggiungere un gioco per coinvolgere il pubblico e neppure la retorica del “grande esperimento scientifico”. Il problema è la cornice – o frame – concettuale in cui si inserisce CheeseMaster. Che è quello di una società esclusivamente umana in cui un bel giorno arrivano da chissà dove delle intelligenze artificiali con cui ci ritroviamo a competere. Umanità contro artificialità, organico contro inorganico eccetera: una competizione per dimostrare a quei cavolo di algoritmi che siamo sempre noi i migliori.
(Migliori in cosa, poi? Perché se rileggiamo la storia della tecnologia con questo schema dello scontro, è una lunga ritirata, iniziata con la forza fisica, proseguita con i lavori meccanici di precisione, l’elaborazione di informazioni semplici e adesso quelle complesse; ci resta, al momento, solo la creatività).

Non sono esperto di intelligenza artificiale e big data, ma qualcosa ho letto e mi pare si possa affermare che la vera sfida non sia battere i computer, ma lavorarci assieme, trovare il modo di interagire nel migliore dei modi (il che significa anche affrontare il fatto, moralmente importante, che abbiamo a che fare non più con semplici strumenti, ma con agenti che prendono decisioni).
Del resto, nessuno vuole essere più forte di una leva, ma vogliamo usare la leva nel migliore dei modi. Allo stesso modo, non dovrebbe interessarci essere più intelligenti (o creativi, o emotivi… scegliete voi il criterio) di un computer, ma come usare al meglio la sua intelligenza (o creatività, o emotività…).
Per restare all’interno dello scenario di CheeseMaster, la sfida non dovrebbe essere riuscire a essere il miglior caseificio del Paese battendo i caseifici gestiti dall’intelligenza artificiale. Ma essere il miglior caseificio del Paese imparando a utilizzare l’intelligenza artificiale.

Quelle due mani che troviamo nell’immagine di CheeseMaster non dovrebbero sfidarsi a braccio di ferro, ma stringersi come fanno le persone beneducate quando si incontrano.

Aggiornamento

La trasmissione è andata in onda e il gioco si è rivelato ben più di un semplice “gioco per coinvolgere il pubblico”, ma un modo – immagino molto efficace – per mostrare quanto sia facile impadronirsi, in maniera lecita, delle informazioni personali degli utenti, come spiegato sul sito:

Il trasferimento dei dati è avvenuto alla completa insaputa degli utenti-giocatori, ma con il loro consenso esplicito visto che tutti avevano accettato le condizioni di utilizzo del gioco interattivo. Non vi è stato nessun furto quindi.

Quanto scritto sopra rimane forse valido in generale, ma fuori luogo.

Tette contro la scienza

Breastfeeding_baby
By Irene – original work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17002318

Potrei iniziare citando Agostino d’Ippona, ma meglio invece mettere in chiaro che nessuno, qui, è contrario all’allattamento, né io né le due autrici di “Unintended Consequences of Invoking the ‘Natural’ in Breastfeeding Promotion“, Jessica Martucci e Anne Barnhill.

Certo, sembra che i benefici effettivi e “scientificamente dimostrati” siano esagerati (le due autrici citano in proposito questo articolo) e l’esaltazione dell’allattamento può portare a uno stigma sociale verso le donne che non vogliono o non possono allattare, ma non è questo il punto. Semplicemente, le due autrici invitano le autorità a non far più propaganda insistendo sul fatto che l’allattamento sia naturale.
Confesso di aver scosso la testa la prima volta che ho letto questa proposta, segnalata da qualcuno su qualche social network. Dopotutto, se c’è qualcosa che ha senso chiamare naturale, oltre naturalmente all’acqua minerale senza gas, è proprio l’allattamento. Poi ho letto il loro articolo e ho cambiato idea.

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Il senso di Antonin Scalia per la scienza

È morto Antonin Scalia, giudice della corte suprema statunitense noto per le sue posizioni decisamente conservatrici. Continua a leggere “Il senso di Antonin Scalia per la scienza”

Dagli OGM all’Intelligent design

Quello che segue prendetelo un po’ come la supercazzola del lunedì mattina o – per usare un linguaggio più aulico – come una audace ipotesi concettuale che forse vale la pena approfondire.

C’è un filo rosso tra gli organismi geneticamente modificati e la negazione dell’evoluzione tramite selezione naturale. Non nel senso che mangiare OGM abbia strani effetti sul cervello per cui mi mangio un po’ di soia transgenica (o del formaggio prodotto con latte munto da una mucca che ha mangiato quella soia) e improvvisamente mi convinco che Dembski sia più intelligente di Dawkins.
Il filo rosso è concettuale, e richiede una piccola premessa.

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Breve riflessione sulla sperimentazione animale

Grandi dibattiti, almeno nella parte italofona del globo, sulla sperimentazione animale (a.k.a. vivisezione).

Grandi dibattiti di scarsa qualità, mischiando in un indistinto amalgama questioni squisitamente tecniche (l’utilità della sperimentazione animale e la validità delle alternative), politiche (bilanciamento tra varie sensibilità della popolazione), morali (come valutare diritti e benessere dei vari esseri vivente, umani e non umani) e filosofiche (statuto morale dei vari esseri viventi). Continua a leggere “Breve riflessione sulla sperimentazione animale”