Archivi tag: John Stuart Mill

Perché i filosofi non ci sono arrivati prima?

Perché si è dovuto aspettare un naturalista inglese dell’Ottocento per avere la teoria dell’evoluzione per selezione naturale? Perché i filosofi non ci sono arrivati prima?

Con questa domanda – in realtà un’accusa, ma non sottilizziamo – Richard Dawkins ha celebrato su Twitter il Darwin Day 2014.

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Libero mercato delle idee

C’è chi si lamenta del fatto che il Comune di Milano conceda spazi pubblici ai creazionisti capeggiati da Harun Yahya.

Non ho capito se la conferenza che si terrà a Palazzo delle Stelline sarà patrocinata dal Comune o se, più banalmente, l’amministrazione milanese ha soltanto concesso, a pagamento, lo spazio. Continua la lettura di Libero mercato delle idee

Lo stigma

Nel secondo capitolo di On Liberty, John Stuart Mill afferma:

For a long time past, the chief mischief of the legal penalties is that they strengthen the social stigma.

Da ormai molto tempo, l’aspetto più negativo delle sanzioni legali è che ribadiscono il marchio di infamia imposto dalla società.

Lo stigma, l’infamia che colpisce alcune persone, è in molti casi più dannoso delle sanzioni legali. Ed è, quindi, più pericoloso per la libertà individuale.
È meno costoso delle pene comminate da una autorità: niente iter legislativi (nulla poena sine lege), niente denuncia, niente indagini, niente processi: basta una diceria Il marchio di infamia non è controllabile: non ci sono quelle garanzie che caratterizzano, o dovrebbero caratterizzare, la sanzione legale. Non ci sono appelli, revisioni, garanzia che la pena sia commisurata al crimine.

Lo stigma dovrebbe quindi essere tenuto sotto controllo, ostacolato.
Non è così. In Svezia si valuta di ricorrere allo stigma per contrastare la prostituzione: i clienti, oltre a trascorrere sei mesi in carcere, riceverebbero a casa una busta facilmente identificabile da familiari e vicini di casa.1
Almeno la proposta svedese riguarda un crimine: in Oklahoma una legge, per fortuna incostituzionale, prevedeva la creazione di un sito internet contenente tutti i dati delle donne che hanno abortito.

Tempi bui.

  1. Pare che i residenti di alcuni quartieri appiccichino dettagliati adesivi sulle auto dei clienti, qualcosa del tipo “venerdì sera sono andato a puttane in via del campo. []

Essere e avere un corpo

Apprendo l’esistenza del Body Integrity Identity Disorder, che si potrebbe tradurre con “disordine dell’identità dell’integrità corporea” (traduzione orribile: meglio l’originale inglese, abbreviato in BIID).

Le persone che soffrono di questo disordine hanno una percezione del proprio corpo che non coincide con il corpo realmente esistente. In poche parole, si ha la sensazione di abitare un corpo che non è il proprio (o di avere un corpo invece di essere un corpo). Nello specifico, nel corpo reale c’è qualcosa di troppo: «il “corpo immaginato” e desiderato da queste persone è un corpo amputato o paraplegico».
In poche, surreali, parole: una persona BIID per sentirsi completa deve privarsi di una parte del (proprio?) corpo.

Esistono alcune associazioni che hanno l’obiettivo di permette alle persone BIID di “mettere le cose a posto”, ricorrendo a interventi chirurgici:

I  frequentatori di questi siti sembrano essere per lo più maschi, di mezza età, profondamente convinti che il BIID non sia una malattia mentale e non possa essere trattata come tale, ma rappresenti un tratto dell’identità, eventualmente di natura neuropsicologica, a cui solo la chirurgia può porre soluzione, un po’ come succede a coloro che hanno un disturbo dell’identità di genere (transessualismo) e possono ricorrere alla chirurgia di riattribuzione del sesso.

È una richiesta lecita?
Secondo John Stuart Mill, “su se stesso, sulla propria mente e sul proprio corpo l’individuo è sovrano”, e quindi non avrebbe senso proibire simili interventi. D’altra parte Mill stesso afferma che è giusto fermare una persona che si dirige verso un ponte crollato, appunto perché non sa che è crollato.
Una persona BIID sa quello che vuole?

20 maggio 1867

Ma alla fine, verrà detto, le donne non subiranno nessun inconveniente pratico, in quanto donne, per il fatto di non avere diritto di voto. Gli interessi delle donne sono al sicuro, infatti, nelle mani dei loro padri, mariti, e fratelli che hanno i loro stessi interessi, e non solo sanno molto meglio ciò che è bene per loro, ma hanno a cuore molto più di loro ciò che sta a cuore a loro stesse. […]
Mi piacerebbe che questa Camera disponesse di un elenco del numero delle donne che ogni anno vengono picchiate, prese a calci, o calpestate fino alla morte dai loro protettori uomini; e in un’altra colonna, mi piacerebbe che fosse elencato il numero delle sentenze emesse, in quei casi nei quali questi vili criminali non abbiano già avuto modo di darsela a gambe. E mi piacerebbe anche avere, in una terza colonna, l’ammontare esatto della proprietà la cui acquisizione illecita, nelle stessa seduta o assise, lo stesso giudice aveva ritenuto degna di una pena corrispondente. 

John Stuart Mill, Discorso alla Camera del 20 maggio 1867 (tratto da Reset n. 106, marzo-aprile 2008)

Quando inizio a leggere un testo non proprio recente, diciamo più vecchio di una quarantina d’anni, avverto un leggero disagio. Continua la lettura di 20 maggio 1867

Sull’impossibilità di ogni filosofia morale

hronir mi invita a «ripensare [a una] domanda, se non dal punto di vista di morale, da quello della filosofia morale».
Non è importante quale sia questa domanda, ma il passaggio dalla morale alla filosofia morale. Provocatoriamente, voglio qui sostenere che questo passaggio è semplicemente impossibile.

Due massime

John Stuart Mill propone due semplici massime:

La prima massima è che l’individuo non deve render conto alla società delle proprie azioni, se queste riguardano soltanto gli interessi suoi e di nessun altro. Gli altri, se ritengono che sia necessario per il loro bene, potranno consigliarlo, avvertirlo, persuaderlo, evitarlo: queste sono le sole misure cui la società può ricorrere per esprimere legittimamente la propria avversione o la propria disapprovazione alla condotta di un individuo. La seconda massima è che all’individuo si può chiedere conto di quelle sue azioni che possono pregiudicare gli interessi altrui: e gli si possono infliggere delle punizioni sociali o legali, se la società ritiene che le une o le altre siano necessarie alla propria salvaguardia.

John Stuart Mill, On Liberty, Capitolo V (trad. it. di Enrico Mistretta, La libertà, Rizzoli 1999).

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Dio, Vitiello e i frigoriferi

Maurizio Colucci dedica parte del suo tempo alla nobile opera di diffusione, sul suo Novissimo blog, di alcune opere di Richard Dawkins e Sam Harris dedicate alla religione.
Entrambi gli autori hanno una posizione decisamente critica. Harris, in particolare, si sofferma sui danni e i pericoli della fede, anche quella moderata e laica. (Personalmente, credo che ad essere pericolose siano le persone, non le idee o le fedi).
A Malvino è piaciuto soprattutto un passaggio effettivamente molto interessante, che non si può non citare:

Immaginate che il vostro vicino creda di avere, sepolto nel suo giardino, un diamante grande come un frigorifero. Gli chiedete perché, e lui risponde: «Ma non capisci? Questo diamante dà alla mia vita un enorme significato». Oppure: «La mia famiglia va matta per le riunioni che facciamo in giardino cercando di scavare per tirarlo fuori ogni domenica. E tu ci vuoi togliere questa cosa?». Oppure immaginate che risponda: «Non vorrei vivere in un universo in cui non ci fosse un diamante nel mio giardino grande quanto il mio frigorifero». Per me è chiaro, immediatamente chiaro, che queste risposte sarebbero inadeguate. Profondamente inadeguate. Sono in realtà le risposte di un pazzo. O di un idiota. Eppure, prendete lo stesso identico ragionamento e trasportatelo nel campo della religione, e queste risposte hanno immenso prestigio. Anzi, fino a che non sostieni un qualche ragionamento di questo tipo, è impossibile per te essere eletto in una carica politica nel nostro paese.

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