Un promemoria sul ‘backfire effect’

Per affrontare un’informazione falsa non basta presentare i fatti. Cambiare idea, soprattutto quando queste idee hanno una particolare importanza, non è infatti solo una questione di acquisire nuove informazioni e la correttezza non è l’unico aspetto di cui tenere conto.

Questo lo si sa da ormai da qualche millennio: già il buon Aristotele indicava, a fianco del logos (grosso modo la logica dei fatti), anche l’ethos (l’essere brave persone, sempre grosso modo) e il pathos, le emozioni.
Più recentemente la tesi che i fatti non bastano viene argomentata col cosiddetto backfire effect. In poche parole: la semplice verifica delle informazioni (fact-checking o debunking) non solo non basta, ma può essere controproducente agendo, appunto, come un “ritorno di fiamma” (in italiano di parlerebbe di “effetto boomerang” ma non ho mai visto usare questa espressione per il backfire effect) rinforzando la credenza nell’informazione che si è cercato di smentire.

L’eccezione, non la regola

Il tutto parte da una ricerca di Brendan Nyhan e Jason Reifler intitolato “When Corrections Fail: The Persistence of Political Misperceptions” e pubblicato nel 2010 sulla rivista Political Behavior.

La ricerca è citata di continuo (recentemente l’ho trovata in un libro sulla disinformazione appena pubblicato) ed è comprensibile: è un aspetto del quale tenere conto. Solo che il backfire effect non è così frequente come si sarebbe portati a pensare e a ricordarlo è proprio uno dei due autori, Brendan Nyhan:

Read this! Widespread neglect of more recent studies since my paper. Key point: “while backfire may occur in some cases, the evidence now suggests it is rare rather than the norm…generally debunking can make people’s beliefs in specific claims more accurate”

Nyhan si riferisce a un report di una ventina di pagine curato da Full Fact (vedi Does the “backfire effect” exist—and does it matter for factcheckers?) che, dopo aver analizzato varie ricerche, conclude che questo effetto controproducente è l’eccezione, non la regola. Tutto questo ovviamente con l’aggiunta che è importante capire come rendere più efficace l’azione dei factcecker – nel testo si cita ad esempio la questione della fiducia che, tornando ad Aristotele, rientra nella parte di ethos.

Quella di Nyhan non è una ritrattazione, ma una precisazione che, quando si cita quel lavoro, andrebbe secondo me ripresa. E spero che questo piccolo fact-checking funzioni.

Norme sociali, leggi di natura e contrappasso

Un lungo articolo nel quale, partendo dagli scritti di Hans Kelsen, ragiono sull’origine comune delle norme sociali e delle leggi di natura e sul dualismo tra società e natura.

Premessa

Capita di scrivere di Antigone e, immersi in un contesto di norme giuridiche e morali, neanche ci si rende conto dell’ambiguità dell’espressione “legge naturale” che può indicare – come era il caso per Antigone – sia leggi che sono valide e giuste per natura (come la cosiddetta “regola aurea” del non fare agli altri quel che non vorresti venisse fatto a te) sia leggi che riguardano i fenomeni naturali (come “la velocità di caduta di un corpo non dipende dalla sua massa”).

Così il titolo “Le leggi naturali sono in realtà molto umane” è stato frainteso e l’equivoco si è concluso con un invito, da parte di Choam Goldberg, a riflettere se anche le leggi naturali – nel secondo significato, quello scientifico – possono essere costrutti sociali.

Società e natura: una ricerca sociologica

La stesura di questo articolo si è intersecata con la notizia della morte del filosofo e sociologo Bruno Latour che sosteneva proprio questo: la scienza è una costruzione sociale (ovviamente in una forma più raffinata di questo semplice riassunto). Ma non pensavo di scrivere di Latour, bensì del filosofo e giurista Hans Kelsen. E questo perché volevo approcciare il tema da un altro punto di vista: non tanto capire se le leggi di natura siano socialmente costruite ma da dove nasce l’idea di una legge di natura.

Ora, Hans Kelsen è il padre della dottrina pura del diritto, dove quel “pura” significa studiare il diritto lasciando perdere cose come l’etica, la politica, la storia, la sociologia e ragionare su cosa è, in generale, una norma giuridica. Il che comunque non significa etica, politica, storia o sociologia siano perdite di tempo. Infatti nel 1943 – dopo aver lasciato l’Europa per sfuggire al nazismo; per i dettagli consiglio caldamente di recuperare i suoi Scritti autobiografici (Diabasis 2008) – pubblicò un libro che di sottotitolo ha proprio Ricerca sociologica. Il titolo è invece Società e natura ed è un’opera che alcuni studiosi non sanno bene come inquadrare, all’interno del pensiero di Kelsen, e viene spesso ignorata, per quanto la tesi di fondo del libro trovi spazio anche nelle opere successive. È ad esempio riassunta nell’articolo Causalità e imputazione del 1950, pubblicato in appendice ai Lineamenti di dottrina pure del diritto. La traduzione italiana di Società e natura, fatta da Laura Fuá, temo sia esaurita; io ho una copia dell’edizione del 1992 pubblicata da Bollati Boringhieri.

Oggi è una lettura un po’ imbarazzante, per come descrive – peraltro senza indagini sul campo ma basandosi su resoconti – dei “popoli primitivi” caratterizzati fondamentalmente da uno scarso sviluppo mentale. Vero che siamo negli anni Quaranta (e le idee fondamentali del libro risalgono ad almeno un decennio prima, stando alla prefazione di Renato Treves), ben prima che studiosi come Claude Lévi-Strauss ci mostrassero la razionalità dei “selvaggi”, ma il punto non è accusare o assolvere Kelsen dall’accusa di occidentalismo, bensì chiederci se vale la pena, oggi, leggere un testo dall’impostazione così datata. La risposta è sì, ne vale la pena perché il ragionamento di Kelsen, al di là dei pregiudizi sui “popoli primitivi”, riguarda il dualismo tra società e natura.

Questo dualismo, nella forma dell’opposizione tra “essere” (natura) e “dover essere” (società) è uno degli elementi alla base della dottrina pura del diritto. Kelsen la presenta proprio con la differenza da cui siamo partiti, quella tra “le leggi naturali [che] sono proposizioni sul corso effettivo degli eventi” e “le regole giuridiche [che] sono prescrizioni per il comportamento degli uomini” (la citazione è da Teoria generale del diritto e dello Stato, ma il concetto lo si trova anche in altri testi). È bene precisare che il “dover essere” non caratterizza la società in generale ma solo quelle scienze normative – come la morale, il diritto e, almeno secondo Kelsen, anche la teologia – che non descrivono quello che le persone fanno, e che rientra nella dimensione dell’essere, ma quello che le persone dovrebbero fare: “non uccidere” non significa che le persone non uccidano, ma che non dovrebbero farlo (morale) o che quando lo fanno dovrebbero essere punite (diritto).

Le origini del dualismo tra natura e società

Da dove arriva questo dualismo tra natura e società, tra essere e dover essere?

“La differenza fra essere e dover essere non può essere ulteriormente spiegata: è un dato immediato della nostra coscienza” si legge nella Dottrina pura del diritto, ma questo non impedisce di indagare la genesi di questo concetto. Norme sociali e leggi di natura hanno infatti un’origine comune che Kelsen identifica nel principio del contrappasso (mantengo la traduzione usata in Società e natura, anche in omaggio agli studi di Kelsen sul pensiero politico di Dante, per quanto credo che oggi sarebbe più opportuno parlare di retribuzione).

Il contrappasso è la lex talionis, la legge del taglione, quella che vede una corrispondenza tra azione (illecita) e punizione, come se la seconda dovesse ristabilire un equilibrio rotto dalla prima. Il contrappasso non è la semplice reazione a una minaccia dovuta all’istinto di autoconservazione e neanche il pretendere di tornare alla situazione di partenza tramite una qualche riparazione del danno: è l’infliggere al colpevole un danno paragonabile a quello che lui ha inflitto a noi, fondamentalmente una vendetta regolata.

Per i “primitivi”, scrive Kelsen, il principio del contrappasso regola tutto, senza distinzioni tra realtà naturale e realtà sociale. Ogni evento si spiega in quanto ricompensa o punizione di un altro evento e non c’è punizione senza colpa o ricompensa senza merito. Non so se davvero non vi fosse alcuna differenza tra una frana e il vicino che ti tira una bastonata, ma l’idea di base mi sembra compatibile con gli studi sul pensiero magico e la psicologia popolare (quella che intuitivamente ci fa attribuire stati mentali alle altre persone e talvolta anche a oggetti). Cosa, che ovviamente non riguardano solo i “popoli primitivi” ma l’umanità in generale.

I primi filosofi e i primi sovrani

Poi nel mondo greco arrivarono i primi filosofi, non a caso oggi conosciuti come “naturalisti” perché appunto cercarono una spiegazione unitaria dei fenomeni naturali, qualcosa che andava quindi al di là del singolo evento. Ma – e questa è un aspetto molto interessante – tutto questo non accadde perché si stava capendo che le cose si comportano diversamente dalle persone. Per i primi naturalisti, scrive Kelsen, il carattere normativo della spiegazione era lo stesso di prima, la realtà sociale continuava a essere il modello dal quale partire per comprendere tutta la realtà:

Le piú antiche scuole filosofiche greche, a simiglianza del pensiero mitico dell’uomo primitivo, spiegarono la natura in base all’analogia con la società.

Che cosa era cambiato quindi tra il pensiero mitico e quello filosofico? A essere cambiata era la società, con un sovrano che accentrava il potere inclusa la giustizia, regolando il gioco di ricompense e vendette con delle norme generali.

La comunità che detiene il comando, lo Stato, offre il modello di quell’ordine che la filosofia trasferirà nell’universo.

Il singolo evento non viene ricondotto a un precedente evento del quale sarebbe la reazione (di ricompensa o di punizione), ma a una legge generale. È a questo punto, in cui abbiamo leggi e non più singoli contrappassi, che è possibile separare le leggi degli uomini da quelle di natura:

L’idea di una legge universale della natura, che in principio era semplice proiezione della legge dello Stato nel cosmo, si emancipa dal suo prototipo e acquista un significato del tutto indipendente. La legge dello Stato, o norma, da un canto, e la legge della natura, o legge di causalità, dall’altro, diventano due principi completamente diversi.

Si tratta ovviamente di un processo lento: il carattere normativo delle leggi di natura rimane determinante ancora per qualche secolo. Kelsen indica nell’atomismo di Leucippo e Democrito la nascita di un principio causale che non sia espressione di una volontà più o meno personale. Parliamo del passaggio da una legge naturale inviolabile perché “non è assolutamente possibile evitare la reazione a una eventuale disobbedienza” a una legge che diventa “l’espressione di una necessità obbiettiva impersonale”.

Una trasformazione simile avviene anche in ambito sociale. Qui il grande innovatore è Protagora che propose un’idea che ancora adesso si fatica ad accettare: non puniamo per ristabilire un equilibrio che il colpevole ha infranto, la pena non è retribuzione ma prevenzione:

La punizione non è inflitta per motivi misteriosi, bensì per scopi assai chiari. Nessuno punisce pel fatto e pel motivo della colpa, salvo chi lo fa irragionevolmente a sfogo di vendetta, come le bestie. Chi punisce ragionevolmente non punisce per il fatto passato – ciò che è avvenuto non si può fare che non sia avvenuto – ma per l’avvenire, affinché non pecchi piú né il colpevole né altri che lo veda punito. Con questo pensiero ammette che la virtú si possa insegnare; egli punisce per prevenire.

La scienza moderna e le sue cause

Possiamo concludere con Leucippo e Democrito la storia della separazione tra natura e società? Verrebbe da rispondere di sì: con la scienza moderna si capisce come studiare meglio la natura, ma l’idea di base resta quella di una causalità non determinata da una qualche forma di volontà.

Eppure Kelsen vede ancora un’ombra della vecchia concezione, un residuo del contrappasso: il concetto di causalità. In natura, osserva Kelsen, non esistono cause ed effetti ma quelle che lui chiama “dipendenze funzionali“, come quella che lega temperatura e pressione di un gas. Pensare che l’aumento di temperatura sia la causa dell’aumento della pressione significa applicare alla natura i concetti di colpa e punizione.

Il primo a intuirlo fu Hume, attribuendo l’impressione che un fenomeno ne causi un altro all’abitudine dell’osservatore (e Kelsen ipotizza di nuovo un’analogia con le leggi umane, in particolare il diritto consuetudinario). Poi arrivarono Kant, Ernst Mach e Werner Heisenberg ma il concetto di base è che non c’è una cosa che possa essere definita “causa” e una cosa “effetto” – a meno che non ci mettiamo di mezzo la volontà umana che desidera aumentare la pressione e quindi scalda il gas o, al contrario, desidera scaldare un gas e allora lo comprime.

Quando la causalità si emancipa dal contrappasso, e la legge di natura dalla norma sociale, la natura e la società appaiono come due sistemi completamente diversi. È possibile immaginare un sistema di norme che regolino la condotta umana e organizzino la società in un ordine completamente diverso dalle leggi della natura, senza ricorrere alla finzione del libero arbitrio e senza contraddire quindi al principio di causalità.

Il significato simbolico della vittoria di Giorgia Meloni

Sul significato politico delle elezioni mi pare non ci sia molto da discutere: abbiamo un governo è un parlamento di destra, conservatori se non reazionari. Se va bene, in Italia si starà fermi una legislatura su temi come i diritti sociali, la tutela dell’ambiente e anche le liberalizzazioni; se va male ci aspettano pure dei passi indietro.

Non so se è per cercare una qualche consolazione o se per dovere di obiettività, c’è chi sottolinea che per la prima volta c’è una donna alla presidenza del consiglio. Anzi, “una donna con un curriculum di partito e di origini familiari modeste che a 45 anni arriva a Palazzo Chigi” come ha scritto un’esponente politica.

Penso che si tratti di aspetti sociali, e anche simbolici, importanti che certo non diminuiscono le preoccupazioni politiche ma che allo stesso tempo non liquiderei con un “è una donna ma è contro le donne” (questa non è una citazione, ma un riassunto).

Solo che sulla questione “valore sociale della nomina di Giorgia Meloni” distinguerei due livelli, e lo faccio riferendomi non solo al genere ma in generale a gruppi che hanno il potere (chiamateli pure classe dominante o élite a seconda delle preferenze) e gruppi che invece lo subiscono.

L’ascesa di Giorgia Meloni è la storia di una persona che è passata dal secondo al primo gruppo e che esista una certa permeabilità è molto importante. Va ovviamente ricordato che c’è il bias del sopravvissuto: quante persone altrettanto e forse più capaci non sono riuscite a fare il salto?

Però c’è anche un altro tema, quello delle caratteristiche di questi gruppi, delle qualità che i membri devono possedere e mostrare, qualità spesso funzionali a far restare in una situazione di minorità l’altro gruppo. L’ascesa di Giorgia Meloni non cambia, e anzi forse rafforza, queste qualità. Il che ovviamente non significa che Giorgia meloni non sia una vera donna, non abbia vere origini modeste eccetera: quello è un discorso sull’autenticità che di solito appartiene alla retorica dei gruppi di potere e che mi pare stupido riprendere se l’obiettivo è, come io ritengo giusto che sia, modificare lo stato delle cose.

Intelligenze artificiali che scrivono cose

Cercando un sistema per controllare come scrivo – quelle cose tipo “paragrafi troppo lunghi”, “metti un link esterno” eccetera –, ho scoperto l’esistenza di Writesonic. Si tratta di una piattaforma che sfrutta l’intelligenza artificiale per la creazione e la modifica di testi.

L’offerta è ampia, si va dai testi che accompagnano le foto su Instagram alle descrizioni di prodotti per Amazon, da “storie coinvolgenti e persuasive” 1 al riassunto di testi.

Puoi impostare la qualità dei testi su quattro livelli e un piano gratuito che ti permette, con qualità premium, fino a 2500 parole. Per curiosità ho sperimentato la funzione “AI Article & Blog Writer”.

Cosa ho fatto

Innanzitutto ho scelto il tema: la sovranità alimentare. Con Giorgia Meloni che ha ribattezzato il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, si discute se sia un’idea “di destra o di sinistra”. Ho quindi impostato come argomento il seguente testo: “La sovranità alimentare è un’idea progressista legata alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica? Oppure è un’idea reazionaria, nazionalista e classista?”

Mi ha proposte tre possibili titoli: “La sovranità alimentare è una questione progressista? Discutiamo!” (che ho scelto), “La sovranità alimentare è un’idea progressista legata alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica? O è un’idea reazionaria, nazionalista e classista?” e “La sovranità alimentare è un’idea progressista?”.

Mi ha poi proposto tre possibili introduzioni.

La sovranità alimentare è un tema che ha acquisito visibilità negli ultimi anni. La comunità internazionale ha preso atto delle gravi implicazioni dei mercati alimentari aziendali e del loro impatto sui piccoli produttori, sui sistemi alimentari e sull’ambiente. La sovranità alimentare può essere intesa come un insieme di diritti relativi al modo in cui le popolazioni producono, conservano, distribuiscono e accedono al cibo. È anche un processo attraverso il quale le comunità riprendono il controllo sulla produzione e sul consumo di alimenti sani. Per capire se questo argomento è adatto alla vostra organizzazione o riunione in questo momento, potete chiedervi: questi valori sono in linea con la missione della mia organizzazione? È un argomento che sta a cuore ai membri? Le persone si sentiranno più legate alla mia organizzazione grazie a questo argomento? È rilevante per i nostri membri? Risponde a qualche esigenza attuale della nostra organizzazione? Ci sono altri modi in cui potremmo sostenere ulteriormente gli sforzi di altri che lavorano in questo settore?

La sovranità alimentare è sempre più riconosciuta come una valida alternativa al sistema alimentare industriale dominante. Tale riconoscimento, tuttavia, è stato limitato a circoli specializzati. Anche all’interno del movimento per la giustizia alimentare, è rimasto un termine oscuro fino a poco tempo fa. Questo articolo esplora il potenziale della “sovranità alimentare” come questione progressista e la inquadra come tale. Ci sono diverse ragioni per cui questo tema non fa ancora parte della comprensione comune dei movimenti per la giustizia sociale: l’invisibilità strutturale, il gergo accademico, la limitata accessibilità alle fonti primarie e le tensioni ideologiche tra i diversi movimenti per la giustizia sociale. Questo articolo cerca di spiegare perché dovremmo considerare la sovranità alimentare come una questione progressista.

Il cibo non è solo una fonte di energia, vitamine e minerali. È anche un luogo chiave per contestare le relazioni di potere tra aziende e consumatori, produttori e fornitori, interessi radicati e attori emergenti. I dibattiti che ne derivano sono diventati così divisivi che è difficile capire dove finisce una parte e inizia l’altra. Ma se ci fosse un modo per unire tutti coloro che hanno a che fare con il cibo? E se la sovranità alimentare potesse essere quel tema unificante? Secondo il sito web di Food First, “la sovranità alimentare riguarda innanzitutto il fatto che le persone abbiano diritti sicuri sulla terra, l’acqua, le sementi e le fonti di proteine, nonché l’accesso a mercati equi e convenienti”. In altre parole, si tratta di capire chi possiede il nostro sistema alimentare: le grandi aziende o i piccoli agricoltori?

Ho scelto l’ultima e a questo punto mi ha proposto tre possibili scalette:

  1. Chi dovrebbe possedere il nostro sistema alimentare?
  2. Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?
  3. Perché la sovranità alimentare non è una questione progressista?
  4. La sovranità alimentare riguarda solo i grandi e i piccoli proprietari?
  5. Conclusione
  1. Che aspetto ha la sovranità alimentare?
  2. Il caso della sovranità alimentare
  3. Perché potrebbe non essere una questione progressista
  4. Il caso contro la sovranità alimentare
  5. Riflessioni finali
  1. Chi possiede il nostro sistema alimentare?
  2. Che aspetto ha la sovranità alimentare?
  3. Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?
  4. Critiche alla sovranità alimentare

Ho scelto la prima togliendo il quarto punto e ho ottenuto il testo che ho pubblicato poco fa.

Qualche considerazione

Il risultato, lo confesso, mi ha stupito: potrebbe benissimo essere un testo scritto da un essere umano. Certo, un essere umano che ha idee particolarmente originali sulla sovranità alimentare e sviluppa quanto contenuto nella traccia iniziale grazie a qualche ricerca online e frasi fatte, senza davvero aver capito quello che scrive. Il che è comunque un risultato notevole, anche perché quella è la situazione tipica non solo di uno studente alle prese con temi e tesine, ma anche di molte persone che scrivono per lavoro – penso, ma solo perché è una realtà che conosco bene, al giornalista che si ritrova a occuparsi di un tema del quale sa poco o nulla. Certo, un bravo giornalista sa come diventare un “esperto” in qualche ora, eventualmente sentendo colleghi o persone davvero esperte (senza virgolette), ma qui ho avuto il testo in pochi minuti.
Dove l’intelligenza artificiale ha decisamente fallito è la scelta dell’immagine.

I vantaggi per chi pubblica contenuti – e privilegia la quantità e la tempestività alla qualità – mi paiono evidenti. Più interessante chiedersi quali possano essere i vantaggi per un lettore.
Me ne viene in mente uno: semplificare la raccolta di informazioni. Proviamo a ripercorrere il procedimento che ho seguito pensando che il mio obiettivo non fosse avere un articolo sul tema del giorno per avere un po’ di clic, ma sapere che cosa è la sovranità alimentare. Ho chiesto quello che volevo sapere, nei passaggi successivi ho specificato meglio quel che mi interessa sapere, e poi ho lasciato che un’intelligenza artificiale accedesse a un certo numero di risorse e me facesse un riassunto di 7-800 parole.
L’alternativa sarebbe stata cercare “sovranità alimentare” su Google: se mi va bene qualcuno ha già fatto questo lavoro di sintesi – è il caso ad esempio del Post –, ma se mi va male dovrò perdere qualche ora selezionando e confrontando fonti.

Il problema è che ovviamente non ho la minima idea di come quelle informazioni siano state selezionate. Il testo generato automaticamente è chiaramente favorevole alla sovranità alimentare (“una questione progressista che può unire tutti coloro che si occupano di cibo”), immagino perché la maggioranza delle fonti hanno quella impostazione. Tremo all’idea di chiedere se i vaccini contro il Covid hanno come obiettivo ridurre la popolazione umana tramite terapia genica sperimentale.

  1. In teoria la persuasione riguarda i testi argomentativi e non la narrativa, ma forse in inglese “persuasive” vale anche per i racconti.[]

La sovranità alimentare è una questione progressista? Discutiamo!

Ho scoperto l’esistenza di un “creatore automatico di contenuti”. Gli ho chiesto un articolo lungo sulla sovranità alimentare. Questo è il risultato (inclusi titolo e immagine)

Il cibo non è solo una fonte di energia, vitamine e minerali. È anche un luogo chiave per contestare le relazioni di potere tra aziende e consumatori, produttori e fornitori, interessi radicati e attori emergenti. I dibattiti che ne derivano sono diventati così divisivi che è difficile capire dove finisce una parte e inizia l’altra. Ma se ci fosse un modo per unire tutti coloro che hanno a che fare con il cibo? E se la sovranità alimentare potesse essere quel tema unificante? Secondo il sito web di Food First, “la sovranità alimentare riguarda innanzitutto il fatto che le persone abbiano diritti sicuri sulla terra, l’acqua, le sementi e le fonti di proteine, nonché l’accesso a mercati equi e convenienti”. In altre parole, si tratta di capire chi possiede il nostro sistema alimentare: le grandi aziende o i piccoli agricoltori?

Chi dovrebbe essere il proprietario del nostro sistema alimentare?

Nel contesto alimentare, il termine “proprietà” si riferisce a chi controlla la produzione e la distribuzione del cibo. Ad esempio, sono i piccoli agricoltori o le grandi aziende fornitrici? Attualmente, la maggior parte del sistema alimentare è di proprietà e controllato da grandi aziende. Questo potrebbe essere problematico perché le aziende sono guidate dal profitto, non dal bene sociale. E se ci fossero altri modi per distribuire il cibo? I piccoli agricoltori sono un ottimo esempio. Le aziende agricole su piccola scala sono di proprietà di singoli o di comunità e producono l’80% del cibo del mondo. Sono la pietra miliare della sovranità alimentare. Eppure c’è chi sostiene che la sovranità alimentare non sia una questione progressista, poiché promuove un’agricoltura localizzata e su piccola scala, che non ha la capacità di sfamare tutti.

Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?

La sovranità alimentare può essere una questione progressista unificante perché mette le persone al primo posto. Si concentra sul conferimento alle comunità locali del potere di produrre e distribuire autonomamente il cibo, in modo che tutti abbiano accesso ad alimenti nutrienti. Questo spostamento della proprietà dalle aziende alle comunità dà a tutti una maggiore voce in capitolo nel sistema alimentare. Si tratta di un passaggio da un sistema alimentare orientato al profitto a uno orientato alle persone. In altre parole, si passa dalla ricerca del massimo profitto alla ricerca della soddisfazione dei bisogni delle persone. In un sistema alimentare guidato dalle persone, tutti sono più uguali. Significherebbe porre fine allo sfruttamento dei lavoratori agricoli e alla distruzione degli agricoltori del Sud del mondo. Significherebbe anche migliori condizioni di lavoro per i lavoratori del settore alimentare nel Nord globale. La sovranità alimentare è quindi una questione progressista perché è un modo per raggiungere standard più elevati in tutti i settori. È un modo per riunire tutte le diverse circoscrizioni coinvolte nel sistema alimentare e assicurarsi che siano tutte su un piano di parità.

Perché la sovranità alimentare non è una questione progressista?

La sovranità alimentare non è una questione progressista perché è troppo ottimista. Il modello idealizzato di sovranità alimentare non tiene conto della realtà del cambiamento climatico e della crescita demografica. Per nutrire l’intera popolazione, dovremmo aumentare la nostra produzione agricola del 70%. Si tratta di un’impresa ardua, soprattutto perché il cambiamento climatico sta già compromettendo la nostra produzione agricola. Per questo motivo alcuni sostengono che non dovremmo concentrarci sull’aumento della produzione agricola, ma piuttosto sulla diminuzione del consumo di carne e di colture utilizzate per l’alimentazione animale. In questo modo si libererebbero più terra e acqua che potrebbero essere utilizzate per le coltivazioni destinate al consumo umano. Questo approccio sarebbe comunque progressivo e ridurrebbe le disuguaglianze nel sistema alimentare, pur riuscendo a nutrire l’intera popolazione.

Conclusione

La sovranità alimentare è un concetto unificante che riunisce tutti i diversi tipi di attori coinvolti nel sistema alimentare. Riunisce agricoltori, aziende, consumatori e funzionari governativi per creare un sistema più equo. Ciò significa che la sovranità alimentare è una questione progressista che può unire tutti coloro che si occupano di cibo. Può essere un modo per porre fine al capitalismo clientelare e migliorare le condizioni di lavoro di tutti coloro che operano nel sistema alimentare. Solo unendo tutti coloro che sono coinvolti nel sistema alimentare possiamo sperare di creare un sistema più giusto ed equo per tutti.

Le statistiche possono mentire. E anche lo scetticismo

Non ricordo chi, anni fa, mi consigliò di leggere How to Lie with Statistics di Darrell Huff, però gli o le sono molto riconoscente perché quel libro lo adorai fin da subito. Pubblicato nel 1954 ma tradotto in italiano mi pare solo nel 2007, il libro spiega come le statistiche possono essere usare per nascondere una verità oppure per dimostrare, con l’apparente solidità di numeri e percentuali, praticamente qualsiasi cosa. Nell’esporre queste tecniche Duff spiega ovviamente alcuni aspetti importanti come la selezione del dati o la differenza tra media, mediana e moda, ma il libro è impostato tutto sull’inganno delle statistiche e sull’importanza di dubitare.

“Può sembrare un manuale per gli imbroglioni” scrive Huff nell’introduzione, ma ”i furfanti conoscono già questi trucchi, le persone oneste devono impararli per difendersi”. In questo Huff si paragona al ”ladro in pensione i cui insegnamenti in un corso universitario su come scassinare una serratura o disattivare un allarme” solo che ho scoperto che non era affatto in pensione, anzi era passato di livello.

Lo spiega il giornalista economico Tim Harford in un libro che riprende e approfondisce i temi del libro di Huff ma capovolgendone l’impostazione: in Dare i numeri si parte da quello che le statistiche ci permettono di vedere, non dagli inganni. Perché questo cambiamento di prospettiva è importante? Perché l’approccio di Huff rischia di portarci a uno scetticismo indiscriminato, al dubbio verso ogni tipo di statistica. E qualcuno può sfruttare questo dubbio, come l’industria del tabacco quando – proprio negli anni in cui venne pubblicato How to Lie with Statistics – emersero le prime conferme sui danni del fumo, conferme supportate da statistiche. E chi, nel 1965, venne chiamato per screditare quelle statistiche in un’audizione al Senato degli Stati Uniti? Esatto, Darrell Huff. Come scrive Harford:

Darrell Huff era stato pagato dall’industria del tabacco per fare ciò che sapeva fare meglio: mettere assieme qualche astuto aneddoto e poi aggiungere un pizzico di sagacia statistica e una buona dose di cinismo per instillare il dubbio sulla pericolosità delle sigarette. All’epoca stava persino lavorando al seguito del suo libro, che però non fu mai pubblicato: si sarebbe intitolato How To Lie With Smoking Statistics.

Huff ha spiegato come è possibile usare le statistiche per ingannare. E poi ha usato proprio il dubbio da lui creato per ingannare, per far capire che non abbiamo certezze e che in assenza di certezze è meglio non fare nulla.
Tuttavia limitarsi a denunciare la pericolosità del dubbio non avrebbe molto senso: vorrebbe dire applicare allo scetticismo lo stesso metodo che Huff ha applicato alla statistica. Seguendo l’approccio di Harford, dobbiamo sottolineare le virtù del dubbio e imparare a dubitare bene. Perché, come ha scritto Hume, l’uomo saggio non è quello che dubita di tutto, ma che proporziona le proprie credenze in base alle prove di cui dispone.

Qualche dubbio sull’etica a lungo termine

Marco Annoni ha scritto un lungo articolo sul lungo-terminismo, l’idea etica che dovremmo basare le nostre decisioni morali guardando anche alle conseguenze sulla vita delle persone che esisteranno in futuro.

Alla base del lungo-terminismo ci sono tre idee:

1. La vita delle persone future è moralmente importante.

2. Noi viviamo sul “precipizio” o “cardine” della storia.

3. Esistono diversi rischi esistenziali che potrebbero compromettere, forse per sempre, il futuro della vita intelligente nell’universo.

I punti 2 e 3 sono affermazioni fattuali; su 3 non ho particolari obiezioni (a parte che non mi pare che ne sappiamo poi così tanto, sulle condizioni per l’evolversi di vita intelligente); 2 mi pare un atto di superbia: perché il “cardine della storia” sarebbe adesso e non – poniamo – la Seconda guerra mondiale, la Grande peste, l’estinzione dei Neanderthal o l’invenzione del teletrasporto tra un migliaio di anni? Ma alla fine 2 non mi pare così essenziale: che sia o no un momento cruciale nella storia dell’umanità, è quello in cui viviamo adesso e in cui possiamo prendere delle decisioni.

Il problema vero secondo me è in 1, nell’argomento morale: non che la vita delle persone future non sia importante, ma è ugualmente importante di quella delle persone esistenti?

Mi spiego riprendendo l’esperimento mentale citato da Annoni:

Immaginiamo uno scenario di questo tipo: davanti a noi si trovano due bottoni. Il primo permette di incrementare la possibilità (diciamo, dello 0,000001%) che 1058 persone che non sono ancora nate vengano al mondo in un futuro molto distante. Il secondo permette di salvare la vita a un miliardo di persone che sono già in vita, oggi. Non potete premere entrambi i bottoni: quale dei due scegliete di premere?

Se ho fatto correttamente i conti, il primo bottone permette di salvare 100’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000 volte le vite del secondo. Una differenza che dovrebbe convincere anche chi non si riconosce completamente nell’utilitarismo e nel suo calcolo morale che la cosa giusta da fare sia premere il primo bottone. Non fosse che quelle 1058 vite esattamente da cosa le abbiamo salvate? Non dalla morte, visto che non sono ancora nate, ma al massimo dalla non esistenza. Se fossimo una specie di quelle che troviamo in alcuni racconti di fantascienza, che si muovono nel tempo come noi ci muoviamo nello spazio, forse il discorso sarebbe diverso, ma così non è.

Il che non significa che non dovremmo interessarci delle generazioni future: semplicemente non possiamo fare il calcolo utilitaristico considerando le due cose equivalenti, neppure con qualche fattore di correzione tipo “1 vita presente ne vale 1000 future”. È come chiedersi se 2 metri sono più grandi di un miliardo di ore: il calcolo non si può fare.

Il che non significa che il presente vince sempre. Se riformuliamo l’esperimento mentale dei due bottoni mettendo da una parte la sofferenza di molte persone esistenti e dall’altra un mondo migliore tra cento anni (che è grosso modo lo scenario della lotta alla crisi climatica), la scelta su cosa sia giusto fare rimane secondo me aperta. Il problema non è prendere in considerazione il futuro, ma pensare di poter decidere cosa è giusto fare con un semplice calcolo di vite salvate oggi o tra miliardi di anni. Sono decisioni complesse: sarebbe bello poter trovare la risposta semplicemente applicando una regola, ma è più una questione di “saggezza pratica” – che va certamente “allenata” ragionando su esperimenti mentali come questi sui due pulsanti.

Conclude Annoni:

Il lungo-terminismo è, con tutta probabilità, una delle idee più affascinanti, controverse e importanti degli ultimi decenni. È una di quelle idee che, nel bene o nel male, è destinata a segnare la riflessione e il dibattito per anni, non solo in filosofia o in ambito accademico, ma anche a livello sociale e culturale.

Concordo, anche se non sono molto ottimista sulla qualità del dibattito e sulle possibili conseguenze.

Morning verso l’infinito e oltre

Premessa: uno sterile esercizio di data journalism

Nell’ambito di un corso che sto frequentando ho dovuto fare un esercizio di data journalism. Avendo completa libertà per quanto riguarda l’argomento, e non avendo nessun progetto in corso che avrebbe guadagnato dall’aggiunta di dati, ho deciso di dedicarmi a una sorta di divertissement con il podcast Morning, la rassegna stampa quotidiana di Francesco Costa.

Per l’occasione sperimento anche un formato particolare di articoli, a piena grandezza (senza barra laterale). Chi legge questo articolo tramite feed RSS o email potrebbe non vedere correttamente i grafici.

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Ho ascoltato la radio in diretta ed è stato strano

Stamattina dovevo portare l’auto dal meccanico per cui, invece del mio solito percorso piedi+bus, ho guidato – o meglio sono rimasto fermo nel traffico del mattino.

Di solito leggo o ascolto qualche podcast, molti dei quali tratti da trasmissioni radiofoniche perlopiù di ReteDue (il corrispettivo svizzero di Radio 3). Stamattina invece ho acceso la radio e mi sono reso conto che era da molto tempo che non ascoltavo la radio in diretta. Come è stato? Strano.

Dal punto di vista musicale, ho “riscoperto” il jazz: per qualche motivo negli ultimi mesi ne ho ascoltato pochissimo e così, nonostante nella mia libreria musicale i brani non manchino, gli algoritmi che regolano i suggerimenti su cosa ascoltare l’hanno escluso e sono quindi felice di aver bucato una bolla musicale della quale non mi ero reso conto.

Per quanto riguarda il parlato, invece, l’esperienza non è stata così positiva: sarà che quell’ora del mattino è un momento un po’ così, in cui si riempiono i silenzi tra un notiziario e l’altro, ma ho trovato solo chiacchiericcio e annunci di cose interessanti che sarebbero arrivate dopo – e che ascolterò, verosimilmente, in podcast.

Indovinelli sarcastici e pregiudizi di genere

Sto leggendo insieme a mio figlio Indovinelli sarcastici per bambini svegli di Jax Bell. Il libro è divertente, anche se la traduzione italiana (di Giuditta Spassini) ogni tanto arranca con i giochi di parole in inglese e ci sono alcune sviste che lasciano perplessi (tipo i cinque sensi che sarebbero “vista, tatto, olfatto, gusto e tatto”).

Nella versione italiana due indovinelli giocano sui pregiudizi di genere.

Dopo che un treno si è schiantato, ogni passeggero muore. Chi sopravvive?

La risposta è: le passeggere. Nell’originale inglese l’indovinello si basa su un altro meccanismo perché abbiamo “every single person” e la risposta è “the couples”.

Il secondo caso, invece, è questo:

Una ragazza e suo padre hanno un incidente d’auto, Quando arrivano all’ospedale il chirurgo vede la ragazza e grida con disperazione: “quella è mia figlia!”. Com’è possibile?

La risposta è che si tratta della madre. In inglese, dove c’è un generico “the doctor”, l’indovinello funziona meglio, ma regge anche in italiano vista l’abitudine a usare nomi di professione al maschile anche per le donne. E infatti una variante di questo indovinello è presente anche nel bel libro di Vera Gheno Femminili singolari.

Come ha reagito mio figlio a questi indovinelli? Nel primo caso ha tentato la risposta “il macchinista e il capotreno” (solitamente esclusi dal novero dei passeggeri), ma una volta rivelata la risposta corretta l’ha accettata, riconoscendo l’ambiguità di “ogni passeggero”. Nel secondo caso no: “Se è la mamma avrebbe dovuto dire chirurga“. Nessuna obiezione, invece, alla possibilità che i genitori della ragazza potrebbero essere due padri.