Dobbiamo ringraziare i robot che puliscono i pavimenti?

Commentando l’acquisizione da parte di Amazon di iRobot, il produttore dei popolari robot aspirapolvere Roomba, John Gruber immagina un futuro in cui avremo per casa degli assistenti robotici ben più versatili di una macchinetta che se la cava bene con la polvere ma non la cacca di cane (il web è pieno di racconti del genere) e non è neanche in grado di fare le scale. Qualcosa al quale poter dire “Roomba, sistema il casino che c’è in cucina e quando hai finito portami un bicchiere d’acqua, grazie”.

round robot vacuum
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A essere sincero sono un po’ scettico su questi possibili sviluppi – mi ricordano le auto a guida autonoma, che è almeno vent’anni che avremo “entro 5 anni” – ma è interessante che Gruber concluda il suo ipotetico ordine ringraziando il robot. Se ne rende conto anche lui, tanto da concludere il suo testo con una precisazione:

(I like saying thanks to my AI assistants. My wife thinks I’m nuts. But I worry we, collectively, are going to be dreadfully rude to them by the time they’re essential elements of our daily lives.)

Ora, tralasciando il fatto che in inglese “please” e “thank you” sono più comuni che in italiano o in tedesco (Licia Corbolante spiega bene i motivi), perché mai dovremmo ringraziare un’intelligenza artificiale?

Partendo dalle principali teorie etiche, non vedo buoni motivi per farlo né per le morali deontologiche (per le quali, grosso modo, è giusto quello che discende da alcuni principi morali) né per quelle consequenzialiste (che valutano l’agire in base alle conseguenze). L’intelligenza artificiale non ha coscienza di sé e non soffre: la mancata gentilezza non viola principi morali e non ha conseguenze sgradevoli per nessuno.

Risposta diversa per l’etica delle virtù, quella che invece di guardare ai principi o agli effetti delle nostre azioni, si chiede che tipo di agenti morali vogliamo essere. E possiamo rispondere, come sembra fare John Gruber, che non vogliamo essere delle persone maleducate, anche se la maleducazione riguarda un’intelligenza artificiale.

‘Umani vs. Macchina’. Davvero?

La tv svizzera proporrà, mercoledì 21 novembre, una serata speciale dedicata a big data e intelligenza artificiale, <data>land.

Dando un’occhiata agli ospiti invitati – tra cui, cito dal comunicato, il direttore dell’Istituto Dalle Molle Luca Gambardella e il garante europeo della protezione dei dati Giovanni Buttarelli –, non ho dubbi sulla serietà della trasmissione.
Tuttavia nell’ambito di <data>land troviamo anche un’iniziativa che mi lascia molto perplesso: una sfida “Umani vs. Macchina”.

CheeseMaster, questo il nome scelto, così viene presentato:

La SRG SSR e la RSI ti propongono di partecipare a un grande esperimento scientifico. Una sfida individuale e collettiva sotto forma di gioco ispirato alla tradizione svizzera: il formaggio. Ma non sarà un incontro amichevole come una cena a base di fondue… Sarà una lotta di potere, la razza umana contro l’intelligenza artificiale, la macchina!

Con tanto di chiusa finale da facepalm:

Forse pensi sia solo formaggio… A essere in gioco è invece il futuro della società e tu puoi fare la differenza.

Non critico, qui, l’idea di aggiungere un gioco per coinvolgere il pubblico e neppure la retorica del “grande esperimento scientifico”. Il problema è la cornice – o frame – concettuale in cui si inserisce CheeseMaster. Che è quello di una società esclusivamente umana in cui un bel giorno arrivano da chissà dove delle intelligenze artificiali con cui ci ritroviamo a competere. Umanità contro artificialità, organico contro inorganico eccetera: una competizione per dimostrare a quei cavolo di algoritmi che siamo sempre noi i migliori.
(Migliori in cosa, poi? Perché se rileggiamo la storia della tecnologia con questo schema dello scontro, è una lunga ritirata, iniziata con la forza fisica, proseguita con i lavori meccanici di precisione, l’elaborazione di informazioni semplici e adesso quelle complesse; ci resta, al momento, solo la creatività).

Non sono esperto di intelligenza artificiale e big data, ma qualcosa ho letto e mi pare si possa affermare che la vera sfida non sia battere i computer, ma lavorarci assieme, trovare il modo di interagire nel migliore dei modi (il che significa anche affrontare il fatto, moralmente importante, che abbiamo a che fare non più con semplici strumenti, ma con agenti che prendono decisioni).
Del resto, nessuno vuole essere più forte di una leva, ma vogliamo usare la leva nel migliore dei modi. Allo stesso modo, non dovrebbe interessarci essere più intelligenti (o creativi, o emotivi… scegliete voi il criterio) di un computer, ma come usare al meglio la sua intelligenza (o creatività, o emotività…).
Per restare all’interno dello scenario di CheeseMaster, la sfida non dovrebbe essere riuscire a essere il miglior caseificio del Paese battendo i caseifici gestiti dall’intelligenza artificiale. Ma essere il miglior caseificio del Paese imparando a utilizzare l’intelligenza artificiale.

Quelle due mani che troviamo nell’immagine di CheeseMaster non dovrebbero sfidarsi a braccio di ferro, ma stringersi come fanno le persone beneducate quando si incontrano.

Aggiornamento

La trasmissione è andata in onda e il gioco si è rivelato ben più di un semplice “gioco per coinvolgere il pubblico”, ma un modo – immagino molto efficace – per mostrare quanto sia facile impadronirsi, in maniera lecita, delle informazioni personali degli utenti, come spiegato sul sito:

Il trasferimento dei dati è avvenuto alla completa insaputa degli utenti-giocatori, ma con il loro consenso esplicito visto che tutti avevano accettato le condizioni di utilizzo del gioco interattivo. Non vi è stato nessun furto quindi.

Quanto scritto sopra rimane forse valido in generale, ma fuori luogo.

15 Teraflops

Ricordo che anni fa, durante una conferenza, Carlo Lepori, direttore del Dalle Molle Institute for Artificial Intelligence, disse che per un computer battere un umano agli scacchi è relativamente facile, contrariamente al gioco giapponese Go che i computer non riuscivano a imparare decentemente.

Le cose, come era prevedibile, sono cambiate. Hanno preso un computer datato di 800 (ottocento) processori da 4,7 Ghz e gli hanno fatto giocare una partita a Go contro un uomo.
Il computer, grazie alla potenza di calcolo di 15 Teraflops (15 mila miliardi di operazioni al secondo) e a un handicap di nove pedine è riuscito a vincere una delle tre partite disputate.

L’intelligenza artificiale, oggi, non fa più paura, probabilmente perché abbiamo tutti familiarità con i computer, e questa notizia risulta quindi meno inquietante (e meno commentata) di Kasparov battuto da Deep Blue.

Una cosa secondo me interessante è che, per quanto sconfitto, l’intelligenza umana è sicuramente più efficiente di quella artificiale: non so quanto sia durata la partita, ma è facile immaginare che Myungwan Kim, il giocatore umano, abbia respirato qualche metro cubo d’aria, bevuto un litro d’acqua e mangiato uno o due panini, mentre non oso immaginare quanto avranno consumato gli 800 processori del computer.

Intelligenza artificiale

Lui: Incredibile!

Lei: Sì, incredibile: con tutto quello che c’è da fare, sei ancora davanti al computer a giocare!

Lui: Non è un gioco. O, meglio, è un gioco ma è molto interessante.

Lei: L’avevo intuito: tutto quello che fai tu è molto interessante, al contrario di quello che faccio io…

Luifacendo finta di non aver sentito: Vedi, è un gioco di intelligenza artificiale. l’ho scoperto praticamente per caso. Tu devi pensare a qualcosa, e questo sito, 20Q, ti pone alcune domande e prova a indovinare che cosa hai pensato. Continua a leggere “Intelligenza artificiale”

Il menu intelligente

Piccolo esperimento mentale.
Nel futuro, non necessariamente prossimo, alcuni ristoranti avranno installato, all’entrata, uno scanner in grado di analizzare le persone, in modo da scoprire l’intera composizione chimica e fisica dell’organismo, oltre all’attività elettrica del sistema nervoso e a qualche altro misterioso parametro che attualmente ignoriamo.
Tutte queste informazioni verranno successivamente inviate ad un computer per scoprire quali pietanze sono gradite e quali invece no, tenendo conto di eventuali problemi di salute. Dopo alcuni minuti il risultato dei calcoli verrà inviato alle cucine e ad alcuni chip installati nei menu sui tavoli, in realtà sofisticati schermi a cristalli liquidi. Continua a leggere “Il menu intelligente”

La soluzione definitiva al problema dell’intelligenza artificiale

Una macchina può pensare?

Un interrogativo sul quale si sono confrontati numerosi studiosi di filosofia, psicologia e informatica, e sul quale sono stati scritti innumerevoli articoli e saggi.
I problemi soggiacenti sono, ovviamente, cosa sia il pensiero e cosa sia l’uomo, dal momento che sicuramente l’uomo pensa. Continua a leggere “La soluzione definitiva al problema dell’intelligenza artificiale”