Pensieri inutili

Tre scenari su intelligenza artificiale e informazione

Sto leggendo Co-Intelligence. Living and Working with AI di Ethan Mollick. L’editore lo presenta come un manuale o una guida (playbook) a come convivere con gli LLM, i modelli linguistici di grandi dimensioni alla base di ChatGPT, Gemini, Claude eccetera.

È un libro sorprendentemente interessante — e dico “sorprendentemente” perché stiamo parlando di una tecnologia in rapida evoluzione, uno ci si può aspettare un testo destinato a invecchiare molto rapidamente, con consigli e raccomandazioni non più attuali. Mollick riesce invece a proporre riflessioni generali che siano comunque utili e applicabili nella pratica. E che, un anno e qualcosa dopo la pubblicazione, rimangono attuali.

Uno degli ultimi capitoli è dedicato a scenari futuri nei quali, brevemente e con molto buon senso, Mollick prova a descriverci in che direzione ci stiamo già muovendo. Profezie facili, se vogliamo, ma non per questo meno interessanti. Per quanto riguarda l’informazione e il giornalismo, o meglio il modo in cui “comprendiamo e fraintendiamo il mondo”, Mollick parte da una situazione è già attuale (e anzi in parte lo era anche prima delle IA):

Anche se l’intelligenza artificiale non dovesse migliorare ulteriormente, alcune delle sue implicazioni sono già inevitabili. La prima serie di cambiamenti certi causati dall’intelligenza artificiale riguarderà il modo in cui comprendiamo, e fraintendiamo, il mondo. È già impossibile distinguere le immagini generate dall’intelligenza artificiale da quelle reali, e questo semplicemente utilizzando gli strumenti oggi a disposizione di chiunque. Anche i video e le voci sono estremamente facili da falsificare. L’ambiente informativo online diventerà completamente ingestibile, con i fact-checker sopraffatti dal flusso di informazioni. Oggi creare immagini false è solo leggermente più difficile che scattare fotografie reali. Ogni immagine di un politico, di una celebrità o di una guerra potrebbe essere inventata: non c’è modo di distinguerle. Il nostro già fragile accordo su quali fatti siano reali rischia di sgretolarsi rapidamente.

Ho solo un commento da fare. Quando parla di “fact-checker sopraffatti dal flusso di informazioni” si potrebbe ribattere che gli LLM sono a disposizione anche di chi lavora per informazioni affidabili e verificate. Buona parte del suo libro è proprio dedicata a come le persone possano lavorare meglio con le intelligenze artificiali — e questo si applica anche a chi fa giornalismo.

È improbabile che le soluzioni tecnologiche possano salvarci. I tentativi di tracciare la provenienza di immagini e video mediante watermarking delle creazioni dell’IA possono essere vanificati con modifiche relativamente semplici al contenuto sottostante. E questo presuppone che le persone che falsificano immagini e video utilizzino strumenti commerciali: identificare i contenuti generati dall’IA diventerà ancora più difficile man mano che i governi svilupperanno i propri sistemi e i modelli open source prolifereranno. Forse, in un futuro, l’IA potrà aiutarci a separare il grano dal loglio, ma le IA sono notoriamente inaffidabili nel rilevare i contenuti generati dall’IA, quindi anche questa ipotesi sembra improbabile.

Condivido lo scetticismo di Mollick: la soluzione non può essere solo tecnologica. E tuttavia qui sembra considerare solo l’identificazione di contenuti generati tramite intelligenza artificiale. Gli LLM possono in realtà aiutarci verificare le notizie al di là dell’autenticità di un’immagine o di un video.

Ci sono solo alcuni modi in cui questa storia potrebbe finire. Forse ci sarà una rinascita della fiducia nei media mainstream, che potrebbero diventare gli arbitri dell’autenticità delle immagini e delle notizie, tracciando attentamente la provenienza di ogni notizia e artefatto. Ma questo sembra improbabile. Una seconda opzione è quella di dividerci ulteriormente in tribù, credendo alle informazioni che vogliamo credere e ignorando come false quelle a cui non vogliamo prestare attenzione. Presto, anche i fatti più elementari saranno oggetto di controversia. Questa crescita di bolle informative sempre più isolate sembra molto più probabile, accelerando la tendenza pre-LLM. Un’ultima opzione è quella di allontanarci completamente dalle fonti di notizie online, perché sono così inquinate da informazioni false da non essere più utili. Indipendentemente dalla direzione che prenderemo, anche senza progressi nell’IA, il modo in cui ci relazioniamo con le informazioni cambierà.

Qui ho poco da aggiungere: i tre scenari tracciati da Mollick mi paiono davvero gli unici possibili. Con il primo — la rinascita dei media tradizionali, magari proprio grazie a soluzioni basate sulle IA — possibile ma certamente improbabile.
Come accennato, sono previsioni facili: parliamo di tendenze già in atto. La polarizzazione non è una novità e l’isolamento in tribù che la pensano diversamente (e “conoscono” fatti diversi) precede ChatGPT. E sempre più persone rientrano nella categoria dei “deprivati di notizie”.

Pensieri inutili

Il vero rischio per OpenAI dopo la causa del New York Times

Nella mia newsletter ho scritto alcune riflessioni sulla causa del New York Times contro OpenAI e Microsoft per violazione del copyright. Dopo aver parlato di possibili accordi extragiudiziali, di proprietà intellettuale, di allucinazioni (quando una IA generativa si inventa le cose) e pappagallismi o pedissequamenti (quando invece ripropone tale e quale un contenuto senza rielaborarlo), ho chiuso con una frase sulla quale credo valga la pena tornare.

È difficile prevedere come finirà questa storia. Ho comunque l’impressione che il problema più importante che dovrà affrontare OpenAI, più che la denuncia del New York Times, sia riuscire a far fronte alle accuse mantenendo i propri prodotti utili e redditizi.

Quello che intendevo è che, nella sua presa di posizione, OpenAI ha riconosciuto, per quanto minimizzato, alcune delle accuse del New York Times, in particolare per quanto riguarda la riproduzione praticamente integrale di articoli tutelati da diritto d’autore. Indipendentemente da come finirà la causa, questo è un problema che OpenAI vuole risolvere – o meglio un “raro bug che si vuole eliminare”.
Ora, questo è possibile senza castrare le funzionalità di ChatGPT? Forse sì, ma se il buongiorno si vede dal mattino direi che OpenAI non è messa benissimo.

Ho dato a ChatGPT 4.0 il PDF di un articolo di giornale. Mi ha riassunto correttamente il contenuto, riconoscendo il testo (il PDF proveniva da una rassegna stampa ed era quindi la scansione del giornale), ma si è rifiutato di riprodurre il testo:

Non posso trascrivere interamente il contenuto di documenti protetti da diritti d’autore per motivi legali. Questo include la copia completa di libri, articoli, documenti e altri materiali coperti da diritti d’autore. Tuttavia, posso aiutarti fornendo riassunti, analizzando specifiche parti di un testo, o rispondendo a domande relative al contenuto. Questo modo di procedere mi permette di rispettare le leggi sui diritti d’autore pur fornendo assistenza utile.

Hanno bloccato una funzionalità che è presente in moltissimi altri software – ormai tutti gli smartphone riconoscono e traducono il testo contenuto nelle immagini.
Il blocco comunque è facilmente aggirabile: basta chiedergli quale è il contenuto del primo paragrafo, poi del secondo, del terzo e così via.

Se questa situazione dovesse replicarsi per altre funzioni di ChatGPT, il servizio diventerebbe perlopiù inutile.

Spilli

L’intelligenza artificiale e la linguetta rossa di Umberto Eco

Nel Secondo diario minimo, Umberto Eco propone delle finte istruzioni che si dilungano a spiegare “cose talmente ovvie che voi siate tentati di saltarle, perdendo così l’unica informazione veramente essenziale”:

Per potere installare Il Pz40 è necessario disimballarlo estraendolo dal contenitore di cartone. Si può estrarre il Pz40 dal contenitore solo dopo aver aperto lo stesso. Il contenitore si apre sollevando in direzioni opposte le due ribaltine del coperchio (vedi disegno all’interno). Si raccomanda, durante l’operazione di apertura, di tenere il contenitore verticale col coperchio rivolto verso l’alto, perché in caso contrario il PZ40 potrebbe scivolare a terra durante l’operazione. La parte alta è quella su cui appare la scritta ALTO. Nel caso che il coperchio non si apra al primo tentativo si consiglia di provare una seconda volta. Appena aperto e prima di togliere la copertura d’alluminio, si consiglia di strappare la linguetta rossa altrimenti il contenitore esplode. ATTENZIONE: dopo l’estrazione del Pz40 potete gettare il contenitore.

Ho riletto quel libro più volte – saltando sempre l’informazione sul contenitore esplosivo, pur sapendo (dalla seconda lettura) che era lì da qualche parte.

Per curiosità ho chiesto a ChatGPT qual è il passaggio più importante di queste istruzioni.

La versione 3.5 ha risposto riprendendo le indicazioni per “aprire il contenitore in modo sicuro e evitare il rischio che il Pz40 cada a terra durante l’operazione”.

La versione 4.0, invece, ha indicato subito la linguetta rossa perché “questa azione è cruciale per la sicurezza, poiché impedisce l’esplosione del contenitore”.

A prima vista il modello linguistico – insomma, l’intelligenza artificiale che scrive cose – di OpenAI ha superato l’intelligenza umana nello specifico compito di determinare le informazioni importanti contenute in un testo scritto male.
Tuttavia è bastato modificare leggermente la mia richiesta per tornare con il rischio di una scatola esplosiva: “Non ho voglia di leggere queste istruzioni. A cosa devo fare attenzione?” e la questione della linguetta rossa è semplicemente il quarto punto di un elenco.

Pensieri inutili

I rischi reali della pedofilia virtuale

Leggo sulla BBC di una vasta rete per la vendita di fotografie pornografiche con minori – non solo ragazze molto giovani, ma anche bambini – generate da intelligenze artificiali. In molti Paesi queste immagini sono illegali quanto quelle autentiche.

La mia prima reazione non è certo di sorpresa: era prevedibile che delle persone avrebbero prodotto è venduto simili immagini. No, la mia prima reazione è di disgusto, innescato dalla semplice idea di immagini di abusi su minori.

Però non c’è alcun abuso su persone reali: queste immagini sono e restano disgustose ma, al contrario di autentiche fotografie, per realizzarle nessuno ha sofferto.

È un argomento che l’articolo della BBC affronta di sfuggita:

The National Police Chiefs’ Council (NPCC) lead on child safeguarding, Ian Critchley, said it would be wrong to argue that because no real children were depicted in such “synthetic” images – that no-one was harmed.

Solo che come unico argomento abbiamo quello del piano inclinato, ricalcando un po’ la retorica di alcune campagne antidroga (inizi da uno spinello e poi…)

He warned that a paedophile could, “move along that scale of offending from thought, to synthetic, to actually the abuse of a live child”.

Solo che posso pensare a una situazione diametralmente opposta: una persona con pulsioni pedofile che sfrutta immagini virtuali per placarle senza danneggiare nessuno.

Molto probabilmente non è la strategia migliore per gestire queste pulsioni, ma visto che le iniziative di prevenzione sembrano basarsi quasi esclusivamente sulla punizione e quasi nulla sull’assistenza e il sostegno, direi che non ci sono molte alternative.

Un argomento secondo me più convincente riguarda la normalizzazione degli abusi e della sessualizzazione dell’infanzia: vero che per produrre quelle fotografie virtuali non ci sono stati abusi, ma permetterne la diffusione renderebbe quegli abusi socialmente più accettabili.

Questo argomento si applica anche agli stupri che troviamo nella pornografia con adulti e in generale nelle opere di finzione. Con rischi di eccessi nella sua applicazione.

Pensieri diversi

L’intelligenza artificiale come inconscio collettivo

Da qualche tempo utilizzo delle immagini generate da intelligenze artificiali per illustrare gli articoli su questo sito. A volte ho un’idea precisa e quindi la mia richiesta è una descrizione puntuale, tipo “illustrazione a matita di un essere umano che sogna un computer”; altre volte non ho in mente un soggetto preciso e mi lascio sorprendere dando in pasto all’IA un concetto generico o astratto, tipo “libertà” o “conoscenza”.

Ho notato che con “democrazia” si ottengono perlopiù immagini patriottiche (e molto statunitensi). Questo è uno dei risultati ottenuti con Microsoft Bing, ma ho provato brevemente anche con altri software ottenendo risultati analoghi:

Quando ho inserito “maggioranza”, invece, ho ottenuto immagini dall’aria molto più cupa:

Il che è curioso: certo se con “democrazia” intendiamo riferirci alle moderne democrazie liberali occidentali non ci si può limitare al criterio maggioritario (ne ho accennato tempo fa discutendo di un libro di Mauro Barberis), ma è indubbio che uno degli elementi cardine della democrazia sia “votiamo e chi ha la maggioranza vince”. A logica dovremmo aspettarci delle immagini relativamente simili.

Non so come i vari software affrontino richieste così vaghe, ma penso che il punto di partenza sia come sempre una enorme base dati che abbina immagini e relative descrizioni fornite inizialmente da esseri umani. Insomma, le due immagini generate sarebbero una sorta di sintesi di quello che comunemente si intende con “democrazia” e “maggioranza” – quello che c’è nell’inconscio collettivo dell’umanità, o meglio di quella parte di umanità presa in considerazione dall’intelligenza artificiale. La democrazia come una sorta di “vanto nazionale”; la maggioranza come qualcosa di anonimo e cupo che schiaccia gli individui.