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Che gli vuoi rispondere?

Dopo una consultazione online – che fatico a considerare rappresentativa, ma che capisco non possa essere ignorata – si discute del futuro dell’ora legale.

E Matteo Salvini commenta così su Twitter:

Credo che qui non sia il caso di spiegare perché è una sparata populista e pure delle più banali, per quanto non delle più becere. Di quelle che scuoti la testa e pensi “e che gli vuoi dire, a uno così?”.
Una domanda retorica che – dopotutto è quello che fanno i filosofi – voglio prendere sul serio. Che gli vuoi dire? Come ribatti a un messaggio simile che, comunque, ha la sua efficacia, gettando al pubblico affamato l’osso di una Commissione europea lontana dalle vere esigenze della gente.

Rispondi che un’istituzione come la Commissione europea ha le forze, e peraltro il dovere, di occuparsi di più temi contemporaneamente? Gli rinfacci che se sui migranti non c’è un accordo è anche colpa sua? Ribatti che è la consultazione online che ha avuto più partecipanti?

Non sono antirazzista, ma…

Uno si distrae un attimo e si ritrova senza parole.

Era lì. Ed era una bella parola: antirazzismo. Sì, c’era chi sosteneva che non bisogna essere “contro” ma “per” e che il vero valore era un altro – l’integrazione, il rispetto, la tolleranza, l’uguaglianza, fate voi. Ma la realtà è che l’antirazzismo marcava un limite, escludeva un concetto dallo spazio pubblico, dichiarandolo socialmente inaccettabile: non era possibile sostenere le proprie opinioni, o le proprie azioni, con l’idea che gli esseri umani siano divisi in razze con caratteristiche stabili e definite.
E questo, secondo me, era un bene. Continua la lettura di Non sono antirazzista, ma…

Le parole sono importanti

È il mio momento Nanni Moretti, quello in cui mi viene voglia di urlare “le parole sono importanti!”.

Accade che in Ticino si discuta della promozione di un poliziotto condannato per aver condivido post nazisti su Facebook. Sul merito non ho voglia di pronunciarmi – mi limito a osservare che, dovesse essere effettivamente promosso, non potrei non guardare con diffidenza e un po’ di timore tutti i sergenti maggiori della Cantonale – ma, come Nanni Moretti, lasciatemi urlare un “le parole sono importanti”. Continua la lettura di Le parole sono importanti

La casta e la mezz’ora gratis in rete

Tutti a perculare Luigi Di Maio e la sua proposta di fornire “gratuitamente una connessione a Internet di almeno mezz’ora al giorno a chi non può ancora permettersela”. E ci sta tutto, il perculo, solo che poi ci si dimentica del contesto.
Per il vicepresidente del consiglio la mezz’ora gratis in rete non è il fine, ma il mezzo per raggiungere quello che è il vero obiettivo: far votare le leggi ai cittadini.

Da sempre, con la forza politica da cui provengo, lavoriamo affinché un giorno ci siano referendum senza quorum propositivi anche via Rete, e che possano diventare la normalità per i cittadini.

Referendum. Propositivi. Senza quorum. In Rete.
In pratica, un migliaio di persone, forse anche meno, possono vincolare il parlamento ad approvare una legge semplicemente prendendo lo smartphone e toccando lo schermo. A casa, sul tram, in vacanza o al lavoro – o sotto gli occhi del datore di lavoro.

Che sia una pessima idea, forse oggi se ne sono resi conto anche quelli del Movimento 5 stelle:

Lo stato e chi lo governa

Alpha: Posso farti una domanda?

Beta: Intendi un’altra, oltre a quella se puoi farmi una domanda?

Alpha (facendo finta di non aver sentito): Che cosa ascoltavi l’altra sera?

Beta: Intendi prima di addormentarmi? Un audiolibro. Ho sottoscritto un abbonamento di prova e devo dire che non è male, anche se ogni tanto mi distraggo — magari perché il ritmo è troppo lento — e mi perdo qualche parte…

Alpha: Tipo quando russavi? Comunque che libro, o audiolibro, era?

Beta: La svastica sul sole di Philip K. Dick. Hai presente, il romanzo distopico, dove le forze dell’Asse hanno vinto la Seconda guerra mondiale e gli Stati Uniti sono spartiti tra Germania e Giappone… Continua la lettura di Lo stato e chi lo governa

Come Facebook può influenzare le elezioni. E senza fake news

fishing-1081734_1920Il dibattito su politica e social network è tutto concentrato sulle fake news,1 ma mi è venuto in mente un altro sistema – estremamente banale – con cui Facebook (e probabilmente anche Twitter e Google) potrebbero influenzare il risultato delle prossime elezioni. E questo senza manipolare le opinioni, senza spostare gli utenti un po’ più a destra o a sinistra – oppure sopra o sotto, visto che ormai vanno di moda i grafici politici bidimensionali – proponendo contenuti ad hoc, veri o falsi che siano. Continua la lettura di Come Facebook può influenzare le elezioni. E senza fake news

  1. Sì, lo so: ‘fake news’ è ormai una parola improponibile, da quanto è abusata. []

Fatti, interpretazioni, scemenze

Non ci sono fatti ma solo interpretazioni.
E io son d’accordo con questa affermazione, alla quale però aggiungo subito che non tutte le interpretazioni sono uguali, e alcune sono proprio stupide.

Prendiamo un esempio dalla politica ticinese.
Come interpretare l’esito della votazione popolare sull’iniziativa “Prima i nostri!”?
Che la maggioranza dei votanti ha deciso di modificare la costituzione cantonale inserendo, tra le altre cose, il principio che “sul mercato del lavoro [viene] privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero”.
Un articolo banalmente compatibile con la dichiarazione che è “meglio un ottimo insegnante straniero che uno residente sufficiente”, perché banalmente se uno è ottimo e l’altro solo sufficiente, non si rientra per nulla nelle pari qualifiche.

Eppure secondo qualcuno – il politico Massimiliano Robbiani, addirittura con un’interrogazione – quella affermazione è “scandalosa” e un “modo particolare di interpretare la votazione popolare”.
Evidentemente per questa persona non conta il testo della norma approvata. Conta lo spirito, il sentimento della popolazione – e trattandosi di un concetto terribilmente vago, è doveroso aggiungere “quello che secondo lui è lo spirito e il sentimento della popolazione”.

Due interpretazioni diverse. Una logica e razionale, l’altra che vaga, indefinita e potenzialmente pericolosa. Vedete voi.

L’automobile nucleare

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Una Opel Kadett Olympia del 1968, via Wikimedia Commons

I Verdi svizzeri hanno iniziato – con largo anticipo – la campagna per la votazione popolare del 27 novembre sul nucleare. Campagna che si basa, al momento, su una Opel Olympia del 1969, anno di entrata in servizio della centrale nucleare di Beznau.
La lettura proposta è semplice: come quell’auto è tecnologicamente superata e, per gli standard attuali, pericolosa, così lo è anche la centrale che andrebbe quindi chiusa definitivamente.

Il problema è che io vedo almeno tre letture alternative, tutte non favorevoli ai Verdi. Continua la lettura di L’automobile nucleare

Se hai un messaggio, usa uòzzap

If you have a message, call Western Union.

Un’altra variante recita “Just write me the comedy. Messages are for Western Union”. Tutte frasi attribuite, pare erroneamente, al produttore cinematografico Samuel Goldwyn (quello della Metro-Goldwyn-Mayer, per intenderci), il cui senso – anche se oggi Western Union non si occupa più di telegrammi e andrebbe sostituito, chessò, con WhatsApp o Telegram – è chiaro: non inserire messaggi politici dove non ci vanno.
Lì si parlava di film, con l’idea che “the public wants entertainment, not a lecture”, mentre io vorrei parlare di votazioni.

Tra pochi giorni si terrà il referendum sulle trivelle – sì, lo so, in realtà non si tratta di trivellare, ma di sfruttare concessioni già esistenti anche dopo la scadenza, ma il problema, almeno il mio problema, non riguarda né la disinformazione né le difficoltà a comprendere gli aspetti tecnici del tema in votazione.Riguarda, più banalmente, uno degli argomenti impiegati nel dibattito.

In molti hanno criticato la strategia dell’astensionismo, e in effetti puntare al fallimento per mancato raggiungimento della maggioranza di votanti è – per quanto legittimo – quantomeno furbo se non addirittura scorretto. Ma è, appunto, legittimo, e della cosa si è discusso in abbondanza, per cui passiamo oltre.
Passiamo cioè a quello che secondo alcuni sarebbe un buon motivo per votare anche se il referendum fallirà: per mandare un messaggio al governo. Ora, sono convinto che mandare messaggi sia cosa buona e giusta; tuttavia, non credo che il referendum sia un buon modo per farlo. Non dico di utilizzare i telegrammi – anche perché temo non esistano più –, e neppure Whatsapp, Telegram o Twitter (per quanto quest’ultimo piaccia molto a diversi politici). Penso invece a lettere aperte, a campagne di protesta, a petizioni e a manifestazioni. Tutti magnifici mezzi per comunicare quali sono le opinioni di una parte più o meno grande e più o meno organizzata della cittadinanza – che poi il politico di turno tenga conto di queste opinioni, è un altro discorso.
I referendum, però, no, non servono a mandare messaggi ma a cambiare le leggi. Poi è ovvio che l’esito – qualunque esito – assuma anche un significato politico oltre che giuridico, è inevitabile ma è un fatto secondario rispetto al cambiamento delle norme.

In conclusione, votate sì, votate no, votate stocazzo o non votate: basta che abbiate presente di non stare scrivendo una lettera al presidente del consiglio.

Sto iniziando a odiare Renzi

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Renzi a Lampedusa

Sto iniziando a odiare il presidente del consiglio1 Matteo Renzi.

Non per qualcosa che ha fatto o ha detto, e neppure per qualcosa che non ha fatto o non ha detto; semplicemente, per quello che dicono gli altri, tutti gli altri.
Salvo rare eccezioni, qualsiasi cosa faccia o dica Renzi, metà delle persone lo accuserà e lo prenderà per il culo senza pietà, l’altra metà loderà invece il suo comportamento.
E questo per qualsiasi cosa: sarà selvaggiamente criticato anche per la più ovvia e innocente delle decisioni, sarà applaudito per la più discutibile e criticabile.

È una situazione terribile. Sia perché diventa difficile informarsi su meriti e demeriti dell’attuale presidente del consiglio, sia perché vieni insultato sia se provi a dire qualcosa non dico di positivo, ma diciamo di non negativo verso Renzi, sia se avanzi anche solo un semplice dubbio su qualcosa che  ha fatto il governo. Insulti diversi, ovviamente, ma poco cambia: il dibattito serio e costruttivo – quella cosa che sarebbe indispensabile per una sana democrazia – diventa impresa ardua.

Un esempio? Provate a chiedervi seriamente se la responsabilità di questa situazione è di Renzi o se lui ne è vittima innocente.

  1. Ricordo a tutti che non è un premier. []