Il significato simbolico della vittoria di Giorgia Meloni

Sul significato politico delle elezioni mi pare non ci sia molto da discutere: abbiamo un governo è un parlamento di destra, conservatori se non reazionari. Se va bene, in Italia si starà fermi una legislatura su temi come i diritti sociali, la tutela dell’ambiente e anche le liberalizzazioni; se va male ci aspettano pure dei passi indietro.

Non so se è per cercare una qualche consolazione o se per dovere di obiettività, c’è chi sottolinea che per la prima volta c’è una donna alla presidenza del consiglio. Anzi, “una donna con un curriculum di partito e di origini familiari modeste che a 45 anni arriva a Palazzo Chigi” come ha scritto un’esponente politica.

Penso che si tratti di aspetti sociali, e anche simbolici, importanti che certo non diminuiscono le preoccupazioni politiche ma che allo stesso tempo non liquiderei con un “è una donna ma è contro le donne” (questa non è una citazione, ma un riassunto).

Solo che sulla questione “valore sociale della nomina di Giorgia Meloni” distinguerei due livelli, e lo faccio riferendomi non solo al genere ma in generale a gruppi che hanno il potere (chiamateli pure classe dominante o élite a seconda delle preferenze) e gruppi che invece lo subiscono.

L’ascesa di Giorgia Meloni è la storia di una persona che è passata dal secondo al primo gruppo e che esista una certa permeabilità è molto importante. Va ovviamente ricordato che c’è il bias del sopravvissuto: quante persone altrettanto e forse più capaci non sono riuscite a fare il salto?

Però c’è anche un altro tema, quello delle caratteristiche di questi gruppi, delle qualità che i membri devono possedere e mostrare, qualità spesso funzionali a far restare in una situazione di minorità l’altro gruppo. L’ascesa di Giorgia Meloni non cambia, e anzi forse rafforza, queste qualità. Il che ovviamente non significa che Giorgia meloni non sia una vera donna, non abbia vere origini modeste eccetera: quello è un discorso sull’autenticità che di solito appartiene alla retorica dei gruppi di potere e che mi pare stupido riprendere se l’obiettivo è, come io ritengo giusto che sia, modificare lo stato delle cose.

La strana storia della parola ‘woke’

Io sono uno di quelli convinti che le parole sono importanti. Tanto che un po’ mi spiace che questa espressione, “le parole sono importanti”, faccia subito pensare alla celebre scena di Palombella rossa di Nanni Moretti, associando questa attenzione all’uso delle parole alla sinistra radicale e a un personaggio un po’ nevrotico. Peraltro Le parole sono importanti è anche il titolo di un bel libro di Marco Balzano.

Le parole sono importanti, dicevo, non solo per quello che significano ma anche e spesso soprattutto per quello che evocano. Rubo un classico esempio da Non pensare all’elefante di George Lakoff: gli sgravi fiscali. Di fronte alla proposta di ridurre tasse e imposte, uno può chiedersi chi ci guadagnerà di più e chi di meno, da questa riduzione, e come verranno finanziate le minori entrate fiscali; ma parlare di sgravi fiscali si evoca un carico pesante che si fatica a gestire e un salvatore che ci toglie parte del peso, e con questa immagine in mente di spazio per quelle domande ne resta poco.

C’è però un ulteriore livello: le parole sono importanti per quello che significano, per quello che evocano ma anche per quello che le circonda, il contesto sociale nel quale vengono usate. Me ne sono resto conto ragionando sul termine “woke”, variante del participio di wake nata nell’inglese afro-americano vernacolare. Come sintetizza Wikipedia, «Woke, letteralmente “sveglio”, è un aggettivo della lingua inglese con il quale ci si riferisce allo “stare all’erta”, “stare svegli” nei confronti di presunte ingiustizie sociali o razziali».

Ora, lasciamo da parte le ingiustizie e anche le discriminazioni sistemiche – quelle implicite e incorporate in prassi e norme – e proviamo a ragionare sulla parola woke come se indicasse una generica consapevolezza, come peraltro capitava prima del movimento Black Lives Matter. Proviamo quindi a valutare la parola come se si riferisse al fatto che la carbonara si fa col guanciale e non con la pancetta.
Personalmente trovo che woke sia una parola molto interessante. Innanzitutto non presuppone la superiorità o la perfezione in chi si riconosce “woke”: di per sé non c’è nulla di eroico nell’essere svegli e nulla di riprovevole nel dormire, semplicemente una volta che ci si è svegliati, che si è diventati consapevoli sulla ricetta della carbonara, si notano cose che prima sfuggivano. Inoltre chiunque può svegliarsi: magari la cosa non è immediata ma è alla portata di chiunque, non serve essere cuochi provetti o attenti buongustai per capire che c’è differenza tra la pancetta e il guanciale. Infine woke è un concetto che riguarda innanzitutto noi stessi: certo possiamo impegnarci a svegliare gli altri, a combattere chi usa la pancetta al posto del guanciale ma quella è più una cosa da “social justice warrior” e mi immagino che una persona che si è svegliata sia innanzitutto attenta a quello che cucina e mangia.

Certo l’immagine di alcune persone vigili e attente e di altre addormentate o disattente può indispettire e implicitamente aderisce al “deficit model” secondo cui la diffidenza verso certi temi è dovuta a ignoranza, il che riduce drasticamente le possibilità di avere un vero dialogo alla pari con chi non condivide le nostre idee, ma nonostante tutto questo mi pare restare un termine interessante.
Eppure qualcosa è andato storto perché oggi “woke” è usato anche in modo spregiativo o sarcastico, indicando non una attenzione a certi temi ma un pericoloso fondamentalismo ideologico. E a questo punto quelle caratteristiche di apertura viste all’inizio sono bruciate: anche a voler usare “woke” con il significato originario di “essere vigili”, ci si confronterà con la diffidenza di alcuni e la complicità di altri; impossibile portare avanti un discorso condiviso con la parola “woke”.

Perché è successo tutto questo? Una prima risposta da prendere in considerazione è che semplicemente è capitato così: è normale che le parole cambino di significato, tutto dipende dalle scelte spontanee dei parlanti. Così da un generico “essere vigili sulle ingiustizie sociali” si è passati a indicare posizioni maggiormente profilate sui temi razziali e infine chi non si riconosce in quei valori ha ripreso il termine per criticare un attivismo giudicato sbagliato. In italiano l’analogo “sveglia” – diffuso, mi pare, in ambienti di controinformazione vicini al complottismo – è ad esempio stato subito parodiato.

Tuttavia c’è anche un’altra possibilità. Ne parla la sociologa Francesca Bolla Tripodi nel suo saggio The Propagandists’ Playbook: il cambiamento di significato non sarebbe del tutto spontaneo in quanto guidato dai movimenti conservatori con lo scopo di “dirottare le parole”. Che cosa significa rendere“woke” un insulto? Significa togliere di mezzo, almeno per quanto riguarda i discorsi condivisi, una parola concisa ed efficace con cui esprimere le proprie idee. Significa che chi cercherà online “woke” si imbatterà anche, e forse soprattutto, nelle accuse e nelle contestazioni di questa presunta pericolosa ideologia (una parte della ricerca di Tripodi riguarda appunto l’uso di parole chiave progressiste da parte dei conservatori). Significa che dizionari ed enciclopedie daranno uno spazio rilevante a quelle accuse e contestazioni, visto che fanno parte del significato della parola.

Le parole sono importanti. Perché è importante quello che facciamo con le parole.

Due cose sulle cose che diciamo delle elezioni

Non sono in grado di fare analisi politiche sulle elezioni italiane, tantomeno dare consigli ai vari partiti. Ma tanto di analisi e consigli così ce n’è in abbondanza.

Tra quelle che ho letto ho trovato due argomentazioni ricorrenti che mi hanno incuriosito.

La prima riguarda la legge elettorale, il “Rosatellum”. Non metto in dubbio che sia una brutta legge e che sarebbe importante cambiarla, innanzitutto perché è molto complicata, ma la legge è quella e tutti i partiti hanno avuto il tempo di adattare le proprie strategie. Le regole del gioco sono quelle, non sono state cambiate all’ultimo e certo possiamo prendere questo risultato come ennesima prova che la legge elettorale è da cambiare, ma pensare che con una legge diversa avremmo avuto un risultato migliore – ad esempio perché la coalizione guidata da Giorgia Meloni avrebbe una maggioranza parlamentare meno marcata – non ha molto senso: regole diverse comportano strategie diverse e non vedo perché chi (vedi il Partito democratico) non è riuscito ad attuare una strategia efficace in questa situazione di sarebbe dovuto riuscire in un’altra.

Poi c’è il tema del voto utile, dell’opportunità di scegliere il male minore. Su questo punto il filosofo Massimo Pigliucci ha scritto un interessante articolo a proposito delle presidenziali statunitensi partendo da una prospettiva stoica nella quale mi riconosco abbastanza.
“Ma perché in politica pretendi la perfezione quando in amore o sul lavoro sei disposto a venire a compromessi?” è un’obiezione che ho sentito spesso. Ed è un curioso argomento. Intanto perché scegliere per quale partito votare dipende esclusivamente da me, mentre per relazioni affettive e lavoro ci deve essere l’accordo di partner e datore di lavoro, ma poi quantomeno in amore gli astenuti non mancano: si chiamano single ed è perfettamente normale non avere una relazione se non si trova la persona giusta. Anzi, scegliere “il meno peggio” in amore fa ancora più strano che in politica. Sul lavoro è più comune ritrovarsi a fare qualcosa di indesiderato perché non si trova di meglio ma la consideriamo una situazione molto spiacevole che, nei casi più estremi, diventa addirittura una forma di lavoro forzato. Senza dimenticare che comunque non mancano quelli che lasciano un lavoro perché insostenibile.
Direi che in tutti e tre i contesti, politica, amore e lavoro, non si pretende la perfezione ma c’è comunque un livello minimo di qualità al di sotto del quale ci si dovrebbe seriamente chiedere se vale la pena andare avanti.

E se invece che per dei politici votassimo per un’intelligenza artificiale?

La campagna elettorale italiana prosegue tra slogan, manifesti, discorsi, comizi, programmi, interviste e altro che probabilmente – e forse fortunatamente – mi sfugge.

Nel complesso sono abbastanza scorato e non tanto, o comunque non solo, perché il partito e lo schieramento dati per vincitori – il centrodestra con Fratelli d’Italia – sono molto lontani dalla mia visione del mondo: rientra tra le regole del gioco democratico, che si possa perdere. No, il punto per me un altro: il disorientamento nel capire cosa faranno, o proveranno a fare, le persone una volta elette, in parlamento o eventualmente al governo.

In teoria per quello dovremmo avere i programmi elettorali, ma sono una versione diluita degli slogan che troviamo sui manifesti e nei discorsi: affermazioni generiche che è difficile capire come si potrebbero tradurre in proposte concrete (sulle quali comunque si dovrebbe arrivare a compromessi con altre forze politiche oltre che a fare i conti con la realtà di accordi internazionali e coperture finanziarie).
Quella che abbiamo è una visione del mondo che non necessariamente è quella dei candidati: più facile che sia quella che i candidati reputano essere la visione del mondo del loto elettorato o meglio di quella parte del loro elettorato sulla quale è importante puntare.

Certo, di novizi della politica non ce ne sono per cui, se si è seguita un po’ la cronaca degli ultimi anni, c’è un lungo elenco di precedenti sui quali basarsi ma è proprio la cronaca politica mostrare notevoli mutamenti di – chiamiamolo così – “temperamento politico”.

Avete presente quei test che, in base alle risposte a domande tipo “sei favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere?” o “vuoi la flat tax?”, indicano quali sono i partiti più vicini? Ecco, forse collocano bene, nell’ipotetico spazio politico, chi fa il test; il problema è la posizione dei partiti che è molto indicativa.

Da qui l’idea di una modesta proposta, sulla scia di quella ben più illustre di Jonathan Swift. Come noto, la sua proposta – contenuta in un libretto satirico del 1729 – prevedeva di risolvere il problema della sovrappopolazione mettendo all’ingrasso i bambini dei poveri irlandesi per venderli ai ricchi inglesi. Io propongo invece di votare non per dei politici, ma per delle intelligenze artificiali.

Una modesta proposta per impedire che i politici siano di peso per i loro elettori o per il Paese

Primo passaggio: si investono dei soldi per la realizzazione di un sistema esperto che scriva leggi e decreti. Questa intelligenza artificiale deve non solo tenere conto di come è fatto un testo giuridico, ma anche di quali sono le conseguenze economiche e sociali. Soprattutto, deve essere in grado di valutare ogni decisione in base ad alcuni valori di riferimento (alla sua creazione dovranno quindi lavorare anche esperti di scienze sociali), cose tipo la tutela dell’ambiente, la libertà individuale, la distribuzione della ricchezza, l’autonomia delle regioni eccetera.

Secondo passaggio: istituire una commissione di esperti che vagli le decisioni dell’intelligenza artificiale. Una sorta di corte costituzionale che verifichi ad esempio il rispetto di diritti fondamentali: magari incarcerare tutte le persone dai capelli rossi – chissà perché si prende sempre questo esempio? – aumenta di dieci volte il benessere collettivo e riduce l’inquinamento, ma non è comunque il caso di farlo.

Terzo passaggio: sostituire le elezioni con un questionario sui valori di riferimento identificati al punto 1. Come quei test che ti dicono che sei all’80% del partito X e al 68% del partito Y, ma più dettagliato, eventualmente proponendo anche qualche scenario ipotetico per valutare le priorità.

Quarto e ultimo passaggio. I risultati vengono poi aggregati e forniti all’intelligenza artificiale che, in base alle priorità e alla sua conoscenza, decide quali leggi cambiare, dove servono più risorse eccetera. Se ad esempio risulta che le disuguaglianze di genere sono un tema da affrontare, l’intelligenza artificiale potrebbe ad esempio decidere di imporre procedure di assunzione “al buio”, in cui fino alla fine non si conosce il genere dell’aspirante dipendente – sempre che la misura risulti efficace e la libertà economica non sia risultata prioritaria.

Possibili obiezioni

Ce ne sono tantissime, a iniziare dalla concreta possibilità che l’intelligenza artificiale venga sviata con informazioni di parte. Se le forniamo studi farlocchi sul clima, potrebbe imporre di aumentare le emissioni di gas serra per far fronte a un’imminente era glaciale.
C’è poi il rischio che la propaganda politica semplicemente si sposti sul questionario.

Ma la situazione sarebbe davvero peggiore di quella attuale?

Aggiornamento del 25 settembre 2022

Mi ero dimenticato di aver già ragionato, nel 2008, su questi test

Da qui l’idea: eliminare le schede elettorali attualmente in uso e sostituirle con un veloce questionario di un ventina di domande, dividendo il proprio voto tra i partiti in base alla distanza ottenuta.

Democrazia e poteri contromaggioritari

Che cosa è la democrazia? Ok, quando si inizia con una domanda così di solito va a finire male – o almeno così capita nei dialogi socratici, e la filosofia ci ha messo un bel po’ di tempo per smettere di cercare l’essenza delle cose.

A ogni modo, diciamo che possiamo definire la democrazia come semplice criterio maggioritario: siamo d’accordo di mettere questa decisione ai voti e che tutti si adeguano al risultato, anche se non lo condividono. Oppure possiamo pensare di riempire l’idea di democrazia con altro, fondamentalmente con delle garanzie per i diritti e le libertà delle persone.

Al filosofo del diritto Mauro Barberis piace questa seconda ipotesi – e anzi la considera l’unica valida – e nel 2019 ha scritto un libro sul tema, Come internet sta uccidendo la democrazia, dedicato ad analizzare un fenomeno secondo lui nuovo, il populismo digitale che definisce “una democrazia presa alla lettera”, un’interpretazione testuale che ne stravolge il significato profondo.

Propongo qui una lunga citazione dal libro, che trovo particolarmente interessante, a proposito di una di queste garanzie: le istituzioni contromaggioritarie la cui difesa è indicata da Barberis come uno dei possibili rimedi al populismo digitale.

Oggi sia il Movimento 5 stelle, sia la Lega di Salvini – i due partiti al centro dell’analisi di Barberis – sono politicamente meno importanti di quando il libro è stato scritto e pubblicato, ma credo che la riflessione sul populismo rimanga attuale visto che quel modo di ragionare mi pare ancora presente.

Uso qui «contromaggioritario» nel senso della letteratura nordamericana sul judicial review, quel controllo di costituzionalità statunitense spesso accusato di essere antidemocratico. Se mai i suoi critici anglofoni si degnassero di studiare i sistemi costituzionali continentali, però, si accorgerebbero di questa differenza: in alcuni Stati degli Usa i giudici sono eletti dal popolo, mentre in Europa si pensa che una magistratura indipendente dal governo non possa essere eletta dalla stessa maggioranza che elegge quest’ultimo.

Sono contromaggioritari, in questo senso, non solo il potere giudiziario, corti costituzionali comprese, ma tutte le istituzioni oggetto del livore populista: presidente della Repubblica, agenzie indipendenti, organi sovranazionali… Bisognerebbe spiegare al popolo che sono proprio gli organi contromaggioritari a fare i suoi interessi, non i governi populisti che, come tutti i governi, fanno i propri interessi. Le istituzioni contromaggioritarie sono contro i governi, non contro il popolo.

Il primo rimedio alla politica populista, di tipo istituzionale o costituzionale, è appunto difendere le istituzioni contromaggioritarie distintive della liberaldemocrazia. Non tutti sanno che, nella storia, la democrazia è sempre durata poco. Nata nelle città antiche, trapiantata negli stati nazionali, oggi rischia di estinguersi dopo l’ulteriore trapianto sul web. Il primo rimedio, puramente negativo, è allora mettere in sicurezza le istituzioni contromaggioritarie: magistratura, stampa indipendente, gli stessi media

[…] Qui userò «costituzionalismo» [nel senso di] governo del diritto, e sosterrò che per garantirlo occorre difendere, contro istituzioni maggioritarie come parlamenti e governi nazionali, tre tipi di istituzioni. Intanto, istituzioni non politiche: scienza, università, ong. Poi, istituzioni contro-maggioritarie in senso stretto: magistratura, presidente della Repubblica, autorità indipendenti. Infine, istituzioni sovranazionali: Onu, Ue, grandi corti internazionali.

Una breve nota sul ‘credo’ e la ‘fede laica’ di Matteo Salvini

Ogni tanto il dibattito politico vola alto e uno slogan come il ‘Credo’ di Matteo Salvini – che sono ragionevolmente certo sia stato scelto perché strizza l’occhio sia al cattolicesimo sia al fascismo – porta a discussioni tra la teologia e l’epistemologia.

Breve riassunto del dibattito

Su Avvenire il teologo Giuseppe Lorizio si interroga sul senso di quella parola, “credo”, chiedendosi se regga una “mera opinione” oppure una “adesione certa e assoluta a una serie di verità o princìpi o valori”. Perché nel senso debole si può benissimo credere in alcune proposte politiche, considerandole utili o necessarie, ma nel senso forte quel credere andrebbe riservato – è un teologo che scrive, cosa vi aspettavate? – a Dio.

Pertanto, non si può in alcun modo intendere un ‘credo’ politico in senso religioso o cristiano.

Prima di passare alla replica di Salvini, una veloce analisi del materiale elettorale, giusto per capire se il ”credo” in questione sia da intendersi in senso forte o debole. Sembra esserci una sorta di documento programmatico, ma non l’ho trovato; però sul sito della Lega Nord troviamo sia i manifesti sia una breve presente presentazione:

Credo nella libertà, nel lavoro, nella meritocrazia, nel coraggio. In un Paese orgoglioso che finalmente torna a scegliere. In una Giustizia giusta, in una Sanità che non lasci indietro nessuno. Nel rispetto di regole e persone.
Credo in chi ha la forza di rialzarsi, in chi non molla mai, in chi ancora ha idee e princìpi.

Per quanto riguarda i manifesti, Salvini fa le seguenti affermazioni (vi risparmio le immagini con il suo volto sorridente):

  • Credo negli italiani (per la flat tax al 15%)
  • Credo che nessun italiano vada lasciato indietro (per togliere l’IVA su alcuni prodotti alimentari)
  • Credo nell’Italia sicura (per fermare gli sbarchi)
  • Credo in pensioni giuste e più spazio per i giovani italiani (per riformare le pensioni)
  • Credo nell’Italia pulita (per la reintroduzione dell’energia nucleare)

Al di là delle prevedibili ambiguità che presenta ogni slogan, direi che è abbastanza chiaro che quel “credo” non riguarda la proposta concreta bensì i valori (e le istituzioni) che la giustificano. Non è un “credo che sia necessario fermare gli sbarchi per avere maggiore sicurezza” bensì un “credo nell’Italia sicura e quindi dobbiamo fermare gli sbarchi”.

Questo non significa necessariamente che il suo sia un “credo” religioso: si può credere in un ideale anche in senso politico, nel senso di ritenere quell’ideale giusto. Ma è Salvini stesso, nella risposta a Lorizio, a specificare che il suo “credo” è più religioso che politico visto che parla esplicitamente di “un atto di fede laica” (parafrasando addirittura il pessimismo dell’intelligenza di Gramsci):

In una società liquida, sfiduciata, corrosa di relativismo, e infine sempre negativa, è importante tornare a ‘credere’ in qualcosa. È insieme l’ottimismo della ragione e della volontà. Credere è dunque l’opposto di dubitare.

E ancora:

Se il relativismo ha contribuito a corrodere la società occidentale, ritornare ad avere fiducia in valori e obiettivi alti è a mio avviso il presupposto per la rinascita del nostro Paese.

Dal credo alla fede

Ovviamente non condivido il presupposto salviniano che il relativismo abbia corroso la società occidentale (ammesso che esista davvero, una cosa chiamata “società occidentale”), ma quello che ho trovato interessante in questo scambio di opinioni è un altro punto.

Lorizio distingue – correttamente – tra una concezione “forte” (che preferisco chiamare religiosa) e una “debole” (che preferisco chiamare razionale o, in questo contesto, politica) di credere. Che poi è la differenza tra il dire “Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra” e il dire “credo che stia piovendo”: nel primo caso sto facendo una professione di fede, una adesione certa e assoluta sulla quale c’è poco da discutere, se non eventualmente a livello teologico; nel secondo caso sto facendo un’affermazione di cui tutto sommato non sono molto sicuro (altrimenti direi “so che sta piovendo” o semplicemente “piove”) e che apre a ulteriori discussioni e verifiche sperimentali (se vogliamo usare un termine così pomposo per il guardare fuori dalla finestra).

Salvini invece riformula questa distinzione: ignora il diverso atteggiamento epistemologico (“adesione certa e assoluta” da una parte e “ritenere vero qualcosa” dall’altra) ma punta tutto sulla differenza: il credo religioso ha per oggetto Dio, quello politico un ideale.
Passare da “credere” ad “avere fede” Salvini si sottrae al dubbio e alla discussione sia sui valori in sé, sia sulle istituzioni che li incarnano, sia sull’applicazione concreta di quei valori. Intendiamoci: non è un problema che Salvini sia convinto che nessun italiano debba essere lasciato indietro o che l’Italia debba essere sicura; il problema è che pretende di sigillare queste idee con il marchio della ”fede laica” sostenendo esplicitamente che questi sono punti su cui non ci possono essere dubbi. Quando invece cose da dire ci sarebbero: perché “nessun italiano” invece di “nessuna persona”? La sicurezza è un bene in sé o un mezzo? Quali sono le priorità tra questi principi? Come bilanciarli in caso di conflitto?

Il tutto è ovviamente funzionale all’idea di Salvini di avere un unico sistema di valori condiviso (il suo), senza neanche prendere in considerazione l’idea che alla base della società possa anche esservi la coesistenza pacifica di più sistemi di valori e che le istituzioni debbano in primo luogo mantenere questa convivenza. La fede – in senso religioso e laico – è del resto un modo molto efficiente per tenere insieme gruppi con visioni non necessariamente coincidenti. Ne scrive, relativamente ai conservatori negli Stati Uniti, la sociologa Francesca Tripodi in The Propagandists’ Playbook. Anche se non tutti i cristiani sono conservatori e non tutti i conservatori sono cristiani, la fede in Dio, nel Paese, nelle forze dell’ordine o nel libero mercato permettono di superare le divergenze:

Nonetheless, the concept of faith, whether it be in God, in country, in the police, or in a free market, creates an ideological dialect that resonates with conservative voters across the country.

Dalla fede alla fiducia (e alla speranza)

Giustamente uno potrebbe chiedere quale sarebbe l’alternativa a questa “fede laica”. Una l’ho già indicata: il credere nel senso razionale di ritenere vero qualcosa, restando aperti alla discussione – se costruttiva, ovviamente: non vedo molto senso nel parlare di uguaglianza con uno convinto della superiorità di chi ha la pelle bianca.

Ci sono poi altri due concetti che curiosamente non figurano in questo dibattito. Il primo è la fiducia: soprattutto se parliamo di istituzioni umane – come la polizia, il governo, la comunità scientifica… – avere fede, vale a dire una adesione certa e assoluta, può essere pericoloso; meglio chiedersi se, e a quali condizioni, queste istituzioni si meritano la nostra fiducia.
Il secondo concetto – al quale in realtà Salvini accenna quando parla di “ottimismo della volontà” – è la speranza: anche se non ho fiducia in certi partiti politici, posso comunque sperare che riescano a combinare qualcosa di buono.

In conclusione: è stato bello volare alto per un po’, ma alla fine il dibattito politico resta quello che è e la replica di Salvini è stata un’occasione per cercare di conquistare un certo elettorato citando, tra le altre cose, il “valore della vita, da preservare dall’inizio alla fine” e la “lotta a ogni genere di droga” in quella che Lorizio ha profeticamente definito “una filastrocca di opinioni”

Libero alcol in libero stato

Spesso le tasse su prodotti dannosi per la salute – tipicamente alcol e tabacco; più recentemente anche lo zucchero – vengono presentate come un disincentivo al consumo.

È una misura che mi lascia perplesso perché colpisce in maniera diseguale ricchi e poveri, lasciando intendere che chi ha tanti soldi è sufficientemente virtuoso da non abusare, mentre se uno è povero è anche incapace di autocontrollo.
Però sembra funzionare: ho trovato un articolo scientifico, pubblicato sull’American Journal of Public Health, nel quale analizzando 50 ricerche precedenti si arriva alla conclusione che raddoppiare la tassa sui prodotti alcolici porta a una riduzione della mortalità per alcol di circa il 35% e degli incidenti stradali dell’11%, con anche effetti, per quanto meno importanti, sulle malattie a trasmissione sessuale, atti di violenza e crimine in generale.

supreme sake set and playing cards on a car dashboard
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La tesi “tassiamo l’alcol per disincentivarne il consumo” sembrava quindi solida. Poi arrivano le autorità giapponesi che, stando a quanto riporta la BBC, chiedono ai giovani di consumare più alcol per sostenere l’economia.
Il consumo di alcol è infatti passato, dal 1995 al 2020, da 100 a 75 litri (immagino per persona all’anno), con conseguente riduzione delle tasse sugli alcolici e quindi ecco che si raccolgono idee per convincere ventenne e trentenni a bere di più. Perché evidentemente quello che conta davvero non è la salute, ma le entrare fiscali.

Forse in Giappone la storia della tassa come disincentivo non c’è mai stata. Ma il passaggio dal “vi tassiamo perché bevete troppo” al “bevete di più sennò vi tassiamo troppo poco” porta a guardare alle politiche di salute pubblica con un po’ più di scetticismo.

Piccola guida ragionata al “pensiero unico”

Immagino che sia un’esperienza comune: l’improvvisa comparsa di un “pensiero unico”. Nel giro di qualche giorno un tema del quale non si parlava praticamente mai, e sul quale c’era una certa varietà di opinioni, diventa presenza costante nelle discussioni e tutti grosso modo sostengono la stessa posizione.

Mettiamo – è un codardo esempio di fantasia escogitato per evitare che l’eventuale discussione degeneri su qualche tema divisivo – che raramente si parli delle vacanze estive e comunque, quando ogni tanto il tema salta fuori, c’è chi preferisce il mare e chi la montagna. Poi nel giro di qualche giorno newsletter, podcast, siti internet, radio, tv, giornali, cartelloni pubblicitari, conoscenti e articoli scientifici parlino solo delle vacanze estive e tutti siano d’accordo che è meglio andare al mare, magari indicando giusto due o tre località e limitando la discussione sull’ora più opportuna in cui prendere il gelato.

Difficile non pensare, anche in situazioni meno estreme di questo scenario inventato, a un qualcosa di organizzato dall’alto: non necessariamente un complotto che coinvolga tutta la popolazione mondiale tranne noi, ma anche solo una riuscita campagna di propaganda per convincere quante più persone possibile ad andare al mare, o dissuaderle ad andare in montagna, o distrarle da qualche altro tema più importante e urgente.

Un’ipotesi assolutamente legittima e sensata e, dal momento che congiure e cospirazioni (e più banalmente campagne di marketing) esistono davvero, sarebbe un errore liquidare ogni ipotesi di complotto. Solo che è un attimo passare dalle ipotesi, basate su indizi e in attesa di conferme, alle fantasie di complotto 1 completamente slegate dalla realtà non è sempre evidente.

Senza troppa originalità, propongo alcune indicazioni per evitare di fare quel passo e affrontare i casi di pensiero unico senza cadere nel complottismo.

L’idea dietro questo articolo non è fornire argomenti per criticare chi dà credito all’esistenza di un qualche complotto, ma fornire strumenti utili innanzitutto per noi stessi.

La massima di Hyman

Il punto di partenza, di fronte a un caso di pensiero unico e in generale di fronte a ogni fenomeno che vogliamo cercare di chiarire, non può che essere la “massima di Hyman” (spesso indicata anche come “imperativo categorico di Hyman”, ma il termine “massima” mi pare più adatto).

Non cercare di spiegare qualcosa finché non sei sicuro che questo qualcosa esista.

Ray Hyman

Ray Hyman è uno psicologo statunitense noto per le sue critiche alla parapsicologia ed è considerato uno dei fondatori dei movimenti scettici moderni. Sembra che ripetesse spesso questa massima, aggiungendo che anche i migliori ragionamenti sono inutili se i dati di partenza sono avariati.

Cosa vuol dire applicare la massima di Hyman al pensiero unico? Innanzitutto chiedendosi se è davvero così unico, questo pensiero. Non è che siamo noi a fare caso solo a chi sostiene la bontà delle vacanze al mare e non notiamo tutti quelli che invece ci propongono di andare in montagna? Oppure frequentiamo ambienti in cui la maggioranza preferisce il mare, ma il mondo è pieno di persone che invece vanno in e parlano di montagna?

A un altro livello, potremmo anche chiederci se l’improvvisa svolta verso il mare ci sia davvero stata. Siamo sicuri che delle vacanze estive si discutesse così poco, prima che qualcuno ci facesse notare il “pensiero unico del mare”? E davvero c’era tutta questa varietà di opinioni oppure c’è sempre stata un’importante maggioranza a favore del mare?

Il rasoio di Hanlon

Una volta presa in considerazione la massima di Hyman, c’è il rasoio Hanlon:

Mai attribuire a malafede quel che si può adeguatamente spiegare con la stupidità.

Robert J. Hanlon

La metafora del rasoio – che viene dal più conosciuto rasoio di Occam, vedi più avanti – si spiega con l’idea di dare un taglio netto eliminando certe ipotesi (quelle basate sulle malafede) in favore di altre (quelle basate sulla stupidità). Mantengo questa immagine, ma considero sia il rasoio di Hanlon sia quello di Occam delle massime, indicazioni generali su come ragionare, non dei principi da applicare indipendentemente dalla situazione.

Devo inoltre espandere il concetto che Hanlon – un tizio della Pennsylvania che ha inviato questa massima per un raccolta dedicata alla Legge di Murphy – chiama “stupidità” e che, a rigore, imporrebbe di prendere in considerazione solo l’ipotesi che stupidamente ci si dimentichi della possibilità di fare le vacanze in montagna.

Direi quindi di non attribuire a malafede, e in generale a un piano preordinato, quello può essere spiegato come un fenomeno spontaneo che non ha bisogno di spinte o imposizioni dall’alto. Nessuno parlava delle vacanze estive perché si pensava a cosa fare a Pasqua, adesso che siamo in estate tutti discutono e organizzano le vacanze estive; tra qualche mese si parlerà di cosa fare a Capodanno. Si parla del mare perché in pochi hanno voglia di fare lunghe camminate sui sentieri e con questo caldo mica vorrai visitare le città d’arte. E così via.

C’è anche da considerare la questione dell’imitazione o emulazione che porta naturalmente a una certa uniformità di opinioni e comportamenti. Ora: fare quel che fanno gli altri può apparire una scelta poco intelligente, ma in realtà in molte circostanze – ad esempio se non disponiamo di sufficienti informazioni – affidarsi alla scelta della maggioranza, o comunque delle persone a noi vicine, può essere una buona strategia. Se abbiamo di fronte due ristoranti, uno semivuoto e l’altro con molti tavoli occupati, è naturale pensare che in quello con più persone si mangi meglio. Questo ovviamente non è sempre vero: su un argomento specialistico e contro intuitivo molto probabilmente la maggior parte delle persone si sbaglia e comunque non è detto che quello che va bene agli altri vada bene anche a me. Sono sicuro che alla domanda “Qual è la capitale della Florida?” molti risponderanno (sbagliando) Miami e pochi (correttamente) Tallahassee; e magari il ristorante con meno persone fa semplicemente porzioni più piccole e noi siamo in cerca di un pasto leggero.

Da notare che i due scenari, quello di un fenomeno spontaneo o di un’imposizione dall’alto, non si escludono completamente: c’è magari qualcuno che, a vari livelli, spinge per ottenere un certo risultato ma il successo di questa impresa è solo in parte dovuto alla campagna di persuasione. Il mio esempio preferito, in proposito, riguarda Edward Bernays: nipote di Freud, è considerato il primo spin doctor o, per dirla in altra maniera, manipolatore dell’opinione pubblica. Combinando le teorie dello zio, soprattutto per quanto riguarda il subconscio, alla psicologia delle masse avrebbe sviluppato un sistema infallibile e tra i suoi successi viene spesso citata la colazione con uova e pancetta. Pagato da un’azienda produttrice di bacon, Bernays ha puntato sul messaggio, sostenuto dalla comunità medica, che una colazione nutriente è il modo più salutare per iniziare la giornata. Riuscendo effettivamente a rendere uova e pancetta una tipica colazione americana, cosa che forse senza di lui non sarebbe successa. Mi chiedo tuttavia cosa sarebbe successo se a contattare Bernays fosse stato un produttore di cavoletti di Bruxelles: dubito che questa verdura (che peraltro a me piace molto) avrebbe trovato molto spazio. Ma non c’è bisogno di ricorrere a esperimenti mentali: nel 1932 Bernays ha lavorato alla campagna per la rielezione del presidente Herbert Hoover, sconfitto (e non di poco) da Franklin D. Roosevelt.

Il rasoio di Occam

Ed eccoci al celebre rasoio di Occam, dal teologo e filosofo del Trecento Guillelmus de Ockham:

A parità di fattori, la spiegazione più semplice è quella da preferire.

Direi che i punti importanti, qui, sono due. Il primo è cosa intendiamo con “idea più semplice”, perché se in alcuni casi l’ipotesi di un complotto globale è incredibilmente complessa – pensiamo alle scie chimiche: quante persone dovrebbero essere coinvolte? Possibile che nessuna riesca a portare prove certe? –, in altre situazioni pensare a una campagna centralizzata è invece un’ipotesi più semplice rispetto a un fenomeno spontaneo o di una semplice coincidenza. Il punto è valutare attentamente la semplicità: pensare a una campagna pubblicitaria organizzata dalle località balneari è un conto; una cospirazione per svuotare le città perché è in corso una qualche catastrofe che si vuole tenere nascosta un altro.

Il secondo punto è “a parità di fattori”: la soluzione più semplice è da preferire se spiega quanto sta accadendo altrettanto bene di ipotesi più complicate.

Cosa significa in concreto? Direi soprattutto prendere in considerazione l’ipotesi che tutti sostengono che sia meglio andare al mare perché banalmente andare al mare è più bello anche se a noi non sembra, grosso modo come si è tutti d’accordo che la terra non è piatta perché la terra effettivamente non è piatta.

Riassumendo

Quando improvvisamente tutti la pensano allo stesso modo, prima di pensare che sia tutto organizzato da qualcuno dobbiamo chiederci se è davvero così (magari è solo una nostra impressione), poi se può essere anche solo in parte un fenomeno spontaneo e infine se l’ipotesi di una qualche campagna organizzata sia effettivamente la più semplice: magari tutti la pensano allo stesso modo perché, banalmente, hanno ragione.

  1. Il termine è di Wu Ming, vedi l’impegnativo ma interessante Q di qomplotto.[]

Stiamo di nuovo parlando di Salvini

La campagna elettorale italiana è appena iniziata e già Matteo Salvini è riuscito a infiltrarsi nella mia “bolla social”. Non seguo account politici e neanche di simpatizzanti della Lega Nord, eppure la sparata del segretario leghista sugli appelli fatti per cognome anziché nome perché magari a scuola c’è qualche bambino dall’incerta identità di genere mi è arrivata più volte.

Commenti ironici, spesso abbinando allo sfottò anche un minimo di debunking sul fatto che è normale fare l’appello per cognome. Intanto siamo qui, come già accaduto anni fa, che parliamo di Salvini e degli appelli, senza neanche entrare nel merito di come la scuola debba tutelare le persone transgender (definiti da Salvini “fluidi”, termine che temo stia assumendo una connotazione negativa) o di altri temi politici. E lasciando passare tutto l’implicito – al quale inizialmente non avevo fatto caso e che mi ha fatto notare .mau. – di un elenco di nomi tutti italiani.

Come giustificare i lockdown (quando la pandemia era un mistero)

La stazione di Liverpool Street a Londra nell’aprile del 2020 (foto di Ben Garratt/Unsplash)

Mi sono imbattuto in un articolo pubblicato su ‘Philosophy of Medicine’ che è sostanzialmente una difesa delle decisioni prese dal governo britannico durante i primi mesi della pandemia di Covid-19. In particolare gli autori – Lucie White, Philippe van Basshuysen e Mathias Frisch – si soffermano su quelli che vengono definiti i ‘lockdowns’ al plurale, cioè tutte le limitazioni – dagli assembramenti alla chiusura di scuole e luoghi di lavoro – che mirano a ridurre i contatti tra le persone, che si applicano a tutta la popolazione e che prevedono sanzioni per chi non le rispetta.

Non ho trovato quando l’articolo è stato presentato alla rivista, ma è una sfortunata coincidenza che la pubblicazione – datata 28 aprile 2022 – sia arrivata nel periodo dello scandalo per le feste natalizie organizzate dal primo ministro Boris Johnson proprio in violazione di quelle restrizioni (uno dei tanti scandali che lo hanno portato a dimettersi). Sfortunata perché, come spesso capita per questo tipo di analisi, più che le conclusioni è interessante il ragionamento che ha portato gli autori ad affermare che sì, in base alle informazioni disponibili in quel momento la scelta di limitare le libertà personali era giustificata.

L’articolo merita una lettura, ma grosso modo i punti affrontati sono due: come giustificare decisioni prese in situazioni di forte incertezza; il ruolo dei modelli epidemiologici che si sono dimostrati errati.

Una corsa a ostacoli al buio

Sul primo punto: adesso, dopo due anni e qualcosa di pandemia, è relativamente facile prendere decisioni visto che bene o male siamo in grado di valutare sia gli effetti della malattia (con giusto qualche incognita in più per le nuove varianti) sia l’impatto delle misure di contrasto, dove con “impatto delle misure di contrasto” intendo sia la riduzione di contagi, sia i costi sociali ed economici. Poi bilanciare tutti questi fattori è un compito – peraltro politico, non scientifico – tutt’altro che facile, ma almeno è una corsa a ostacoli nella quale gli ostacoli li vediamo mentre nei primi mesi si correva al buio.

Ora, visto che al buio non si sa neanche se l’ostacolo c’è, è giusto imporre agli altri di fermarsi o saltare? Uscendo dalla metafora della corsa al buio – che è mia, non degli autori dell’articolo – è giusto limitare la libertà delle persone su basi così incerte? La risposta degli autori, come detto, è “sì”, ma con una serie di precisazioni interessanti:

  • la decisione di adottare le restrizioni anche in situazione di forte incertezza non può essere una scusa per smettere di fare ricerca e cercare di ridurre questa incertezza (adattando i provvedimenti in base all’evolversi delle conoscenze e passando quando possibile a misure meno invasive ma altrettanto efficaci).
  • Una parte non trascurabile dei costi sociali ed economici delle restrizioni si sarebbe avuta anche “lasciando correre” la pandemia, il che porta a considerare le restrizioni il “male minore”.
  • Indizi sia della particolare gravità delle conseguenze di una pandemia incontrollata, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del sistema sanitario, sia dell’importanza dei tempi per l’efficacia delle restrizioni: ritardare anche solo di qualche settimana le misure, aspettando “di saperne di più”, avrebbe potuto rendere la situazione ingestibile.

È soprattutto l’urgenza che, secondo gli autori, può portare a quello che definiscono “un allentamento degli standard epistemici necessari a giustificare interventi regolatori”:

Although estimations of the magnitude and nature of harm were, in the early months of the pandemic, based only on emerging and uncertain evidence, the necessity of provisions for acting quickly where potential harm is imminent should lead us to relax the epistemic standards to which we normally hold policymakers when there is time for further evidence gathering and extensive deliberation. (p.12)

Accettare il rischio‌

C’è poi tutta la questione del “principio del danno” che in ottica liberale costituisce l’unica giustificazione per proibire qualcosa. Il principio del danno è facile da applicare con i “danni tradizionali”, tipo Tizio che ferisce/deruba/incatena Caio. Ma qui abbiamo a che fare con un rischio, un danno che potrebbe anche non esserci e che anzi – parliamo restrizioni che riguardano tutta la popolazione, non solo le persone contagiate e contagiose come l’isolamento per i positivi – è molto probabile che non si verificherà. Non parliamo del caso estremo, per quanto non di fantasia, di una persona che sa di essere positiva e contagiosa e se ne va in giro a tossire addosso alle persone, ma di impedire a tutti di fare acquisti non essenziali, di andare al ristorante eccetera.

Alcuni rischi sono considerati socialmente accettabili e ce li teniamo così come sono; altri sono socialmente inaccettabili e riteniamo opportuno intervenire. Il rischio di essere vittime di incidenti stradali è un buon esempio di entrambi, dal momento che la circolazione delle auto è limitata e regolata, ma non proibita del tutto: accettiamo il rischio rappresentato da un guidatore sobrio, non quello rappresentato da un guidatore ubriaco che viene punito anche se non ha causato incidenti.

Perché alcuni rischi sono considerati accettabili e altri no? Dipende certamente da quanto è grave e probabile il danno potenziale, ma seguendo il teorico del rischio Sven Ove Hansson (di cui ignoravo l’esistenza prima di leggere questo articolo), gli autori introducono un altro criterio. Un rischio è accettabile se rientra in un sistema equo che va a vantaggio di tutti – e le persone fragili, maggiormente a rischio di ammalarsi gravemente, sarebbero escluse da questo sistema equo.

Suona bene, ma poi provo ad applicare questo principio alle automobili: forse ho capito male io, ma chi non guida non trae alcun beneficio, dalla circolazione delle auto per cui il rischio di incidenti anche da guidatori sobri potrebbe essere giudicato socialmente inaccettabile; viceversa, ogni guidatore può beneficiare del fatto di poter guidare anche dopo aver bevuto, per cui potremmo dire che il rischio di incidenti per alcol sia socialmente accettabile. Insomma, l’argomento non mi convince per nulla e sospetto che l’accettabilità sociale di un rischio sia semplicemente il frutto di una (tacita) negoziazione tra persone. Un accordo che necessariamente basato su valutazioni razionali ma anche su cose come l’abitudine.

Del resto questo ragionamento sembra convincere poco anche gli autori dell’articolo, visto che ritornano sulla pericolosità della pandemia non solo per la singola persona contagiata, ma per la collettività che rischia di trovarsi con un sistema sanitario sovraccarico. Questo del rischio rimane comunque uno dei punti deboli del ragionamento.

Il modello sbagliato

Ultimo punto, quello sui modelli epidemiologici che, valutati con il senno di poi – ovvero che l’effettivo andamento della pandemia – sono stati un disastro, anche tenendo conto che ogni modelli è per sua natura una semplificazione (se un modello non fosse significativamente più semplice da maneggiare della realtà, studieremmo direttamente la realtà).

Tuttavia forse il problema non sta nei modelli, ma in quello che ci vogliamo fare, insomma il ruolo che dovrebbero avere nel processo decisionale. Secondo gli autori un modello può essere usato per avere una previsione, che dovrebbe essere qualcosa che ci dice come effettivamente andranno le cose in futuro, e per avere una proiezione, che dovrebbe invece dirci come potrebbero andare le cose partendo da alcune condizioni iniziali che magari sappiamo già in partenza essere false (come le persone che, indipendentemente da eventuali restrizioni e raccomandazioni, non cambiano abitudini durante una pandemia). Ne risulta che confrontare il modello con la realtà ha senso per le previsioni, non per le proiezioni (che però a questo punto non è chiaro come vengano valutati e migliorati).

Qual è l’utilità delle proiezioni?

This projection functions as a counterfactual limiting case of the death toll under a completely uncontained spread of the virus—an unrealistic limiting case, as all parties agree, but one that may nevertheless play a role in anchoring our perceptions of the severity of the threat posed by the virus.

Una proiezione non descrive come andranno le cose, forse neanche come potrebbero andare ma fornisce ugualmente informazioni utili per una comprensione qualitativa del fenomeno. Il che potrebbe anche essere interpretato come una maniera gentile di “servono a spaventare i decisori politici e la popolazione”; interpretazione che non condivido ma che devo ammettere essere coerente con l’impiego che è stato fatto di alcune di queste proiezioni.