Twitter, il mercato delle idee e quello pubblicitario

Dopo il cambio di proprietà gli inserzionisti stanno abbandonando Twitter. Una scelta compatibile con il modello del “libero mercato delle idee” che però solleva qualche preoccupazione.

Scopro, grazie a Paolo Attivissimo, che metà dei cento più importanti inserzionisti di Twitter non stanno più facendo pubblicità. Evidentemente le aziende non trovano interessante farsi pubblicità su Twitter dopo le novità introdotte, in maniera anche maldestra, da Elon Musk. Penso ai bollini blu, che certificavano l’identità degli account ufficiali e che improvvisamente sono stati aperti a tutti portando a una certa confusione. O alla riattivazione di diversi account sospesi per violazione delle regole, tra cui quello di Trump. Comprensibile che un’azienda voglia riconsiderare la propria presenza pubblicitaria sulla piattaforma. Il che non esclude, come denunciato dallo stesso Musk, che ci siano anche state pressioni da parte di alcuni movimenti.

Tutto questo rientra nel “libero mercato delle idee” che mi pare di capire sta alla base della concezione di Musk sulla libertà di espressione. Come la concorrenza e il mercato portano ad avere prodotti migliori, così il libero confronto delle opinioni porta ad avere le idee migliori. Quello che il modello del libero mercato delle idee non precisa è cosa si intenda con migliore. Parliamo di idee ben argomentate? Che indignano o divertono? Basate su fatti accertati?

In ogni caso, il libero mercato delle idee non vale solo all’interno di una piattaforma, ma anche tra piattaforme. Si sceglie quella in cui ci si trova meglio; io ad esempio sto guardando con un certo interesse Mastodon, e non sono il solo. E forse il libero mercato delle idee vale anche per gli inserzionisti: dopotutto non si limitano a comprare uno spazio pubblicitario neutro ma associano la propria immagine a quella di chi li ospita (e viceversa). Sulle riviste di astronomia non troviamo pubblicità di astrologi non solo perché sarebbero inserzioni inutili (gli appassionati di astronomia non credono agli oroscopi), ma anche perché dubito che gli uni vogliamo essere associati agli altri.
Insomma, se Musk vuole giocare al ”libero mercato delle idee” non può poi lamentarsi se a quel gioco rischia di perdere. Poi certo, accusare attivisti e aziende come Apple di tramare contro di lui, o addirittura contro la libertà di espressione, può essere utile per profilarsi verso una parte di pubblico. Il che spiegherebbe anche lo stile complottista di un tweet contro Apple nel quale si presenta come un segreto che finalmente Musk ha il coraggio di rivelare al mondo una cosa ben nota, la commissione del 30% sugli acquisti fatti su AppStore.

Ma se si accetta con riserva il modello del libero mercato delle idee? In quel caso c’è da essere un po’ preoccupati e per più di un motivo. Da una parte non è affatto semplice mettere in piedi un nuovo social network per cui quella concorrenza tra piattaforme è più una teoria, o una speranza, che una realtà. Pensare “tanto possiamo andare tutti da un’altra parte”, come il già citato Mastodon, è una consolazione molto parziale al peggioramento che sta avvenendo su Twitter.
Dall’altra parte la fuga degli inserzionisti mette in luce l’enorme potere che hanno le grandi aziende quando decidono dove fare pubblicità. Non è un problema nuovo e non riguarda solo i social network ma in generale tutti i media. E rimane un grosso problema anche se non abbiamo particolari simpatie per Musk e per la sua gestione dI Twitter.

Abbiamo bisogno di uno spazio a prova di fake news

La disinformazione può essere pericolosa. Ridurre la produzione e la circolazione delle fake news è difficile e pone problemi di libertà di espressione. Una possibile alternativa è cercare di renderle innocue con spazi di comunicazione sicuri.

Premessa: i ‘toot’ di Mastodon

In questi giorni sto sperimentando un po’ Mastodon, un social network non centralizzato come del resto era decentralizzata tutta la rete fino a qualche anno fa, con tanti server che dialogavano tra di loro in base a protocolli pubblici.

Di Mastodon avevo sentito parlare già da qualche anno e forse mi ero anche iscritto da qualche parte; il profilo che sto usando attualmente risale a fine agosto, prima quindi della “grande fuga da Twitter” dovuta all’arrivo di Elon Musk, ma non me ne faccio un vanto anche perché questo articolo parla solo collateralmente di Mastodon e di social media – se siete finiti qui aspettandovi spiegazioni tecniche, mi spiace ma dovrete andare altrove.

Inizio dalla mia esperienza su Mastodon perché in questi primi giorni sulla piattaforma ho scoperto un paio di caratteristiche interessanti. La prima è l’assenza del “retweet con commento“: puoi rispondere a un contenuto (che qui si chiamano toot), lo puoi condividere alle persone della tua comunità ma non puoi citarlo con un commento e questa, da quel che ho capito, non è una dimenticanza ma una scelta. Il “cita e commenta” è infatti usato per il cosiddetto “grandstanding“, il criticare non per far progredire una discussione ma per “mettersi sul podio”. Sul tema c’è un bel libro di Justin Tosi e Brandon Warmke.
La seconda cosa interessante di Mastodon è che la ricerca funziona solo sugli hashtag: se scrivo una cosa critica su Elon Musk nessun fan del nuovo proprietario di Twitter la troverà a meno che non decida di aggiungere #elonmusk.

Queste caratteristiche di Mastodon – e probabilmente anche altre che non ho ancora scoperto – mirano a contenere il linguaggio d’odio e la violenza verbale senza ricorrere alla moderazione dei contenuti o a sospensioni e cancellazioni di account, misure che comunque avverrebbero su un singolo server.
Non so quanto siano efficaci; non so neanche se Mastodon avrà un futuro o meno. Però avremmo bisogno di soluzioni simili anche per la disinformazione e le fake news.

Il problema delle fake news

Penso che si possa dare per scontato che le fake news siano un problema. Magari non tutti sono d’accordo su quanto siano pericolose e sull’efficacia e l’opportunità delle varie soluzioni prospettate, ma credo che tutti siano d’accordo sul fatto che in un mondo ideale le persone condividano informazioni che considerano vere e rilevanti.

Un po’ meno scontato capire cosa sia una fake news. Una notizia errata frutto di un serio lavoro giornalistico è una fake news? E una notizia inventata di sana pianta che si rivela casualmente vera? O un’informazione vera ma presentata in maniera ingannevole? A questa ambiguità del concetto di fake news – che avevo proposto di ribattezzare “pseudonotizie” – si aggiungono poi le difficoltà nel verificare i singoli casi: un bel problema se pensiamo di intervenire attraverso la censura, sia essa affidata a esseri umani o ad algoritmi. Senza dimenticare che impedire o comunque ostacolare la condivisione di fake news è una limitazione della libertà di espressione. Il che non significa che sia sbagliata, ma solo che bisogna rifletterci bene.

Se è una buona cosa permettere di criticare e mettere in dubbio qualsiasi affermazione, anche e forse soprattutto quelle vere, d’altra parte ci sono fake news che possono causare danni, come la disinformazione intorno a farmaci sicuri ed efficaci.

L’esempio classico è considerare i panettieri responsabili della scarsità di pane: un conto è presentare questa ipotesi in una pacata discussione sull’aumento dei prezzi, un altro è affermarlo davanti a una folla affamata e inferocita. Una versione ancora più semplice riguarda il gridare “Al fuoco!” in un teatro affollato. E certo è opportuno che le persone non gridino “Al fuoco!”, ma come impedirlo? Forse conviene controllare gli impianti di sicurezza ed evitare che ci sia troppa gente in teatro.

È possibile pensare a spazi di comunicazione in cui le fake news possano diffondersi senza fare danni? Non lo so, ma certamente non sono il primo a guardare al fenomeno della disinformazione ragionando anche sulle caratteristiche dei vari mezzi di comunicazione che, a seconda delle dinamiche che instaurano, possono favorire o meno determinati comportamenti.

Intelligenze artificiali che scrivono cose

Cercando un sistema per controllare come scrivo – quelle cose tipo “paragrafi troppo lunghi”, “metti un link esterno” eccetera –, ho scoperto l’esistenza di Writesonic. Si tratta di una piattaforma che sfrutta l’intelligenza artificiale per la creazione e la modifica di testi.

L’offerta è ampia, si va dai testi che accompagnano le foto su Instagram alle descrizioni di prodotti per Amazon, da “storie coinvolgenti e persuasive” 1 al riassunto di testi.

Puoi impostare la qualità dei testi su quattro livelli e un piano gratuito che ti permette, con qualità premium, fino a 2500 parole. Per curiosità ho sperimentato la funzione “AI Article & Blog Writer”.

Cosa ho fatto

Innanzitutto ho scelto il tema: la sovranità alimentare. Con Giorgia Meloni che ha ribattezzato il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, si discute se sia un’idea “di destra o di sinistra” e quindi ho impostato come argomento il seguente testo: “La sovranità alimentare è un’idea progressista legata alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica? Oppure è un’idea reazionaria, nazionalista e classista?”

Mi ha proposte tre possibili titoli: “La sovranità alimentare è una questione progressista? Discutiamo!” (che ho scelto), “La sovranità alimentare è un’idea progressista legata alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica? O è un’idea reazionaria, nazionalista e classista?” e “La sovranità alimentare è un’idea progressista?”.

Mi ha poi proposto tre possibili introduzioni.

La sovranità alimentare è un tema che ha acquisito visibilità negli ultimi anni. La comunità internazionale ha preso atto delle gravi implicazioni dei mercati alimentari aziendali e del loro impatto sui piccoli produttori, sui sistemi alimentari e sull’ambiente. La sovranità alimentare può essere intesa come un insieme di diritti relativi al modo in cui le popolazioni producono, conservano, distribuiscono e accedono al cibo. È anche un processo attraverso il quale le comunità riprendono il controllo sulla produzione e sul consumo di alimenti sani. Per capire se questo argomento è adatto alla vostra organizzazione o riunione in questo momento, potete chiedervi: questi valori sono in linea con la missione della mia organizzazione? È un argomento che sta a cuore ai membri? Le persone si sentiranno più legate alla mia organizzazione grazie a questo argomento? È rilevante per i nostri membri? Risponde a qualche esigenza attuale della nostra organizzazione? Ci sono altri modi in cui potremmo sostenere ulteriormente gli sforzi di altri che lavorano in questo settore?

La sovranità alimentare è sempre più riconosciuta come una valida alternativa al sistema alimentare industriale dominante. Tale riconoscimento, tuttavia, è stato limitato a circoli specializzati. Anche all’interno del movimento per la giustizia alimentare, è rimasto un termine oscuro fino a poco tempo fa. Questo articolo esplora il potenziale della “sovranità alimentare” come questione progressista e la inquadra come tale. Ci sono diverse ragioni per cui questo tema non fa ancora parte della comprensione comune dei movimenti per la giustizia sociale: l’invisibilità strutturale, il gergo accademico, la limitata accessibilità alle fonti primarie e le tensioni ideologiche tra i diversi movimenti per la giustizia sociale. Questo articolo cerca di spiegare perché dovremmo considerare la sovranità alimentare come una questione progressista.

Il cibo non è solo una fonte di energia, vitamine e minerali. È anche un luogo chiave per contestare le relazioni di potere tra aziende e consumatori, produttori e fornitori, interessi radicati e attori emergenti. I dibattiti che ne derivano sono diventati così divisivi che è difficile capire dove finisce una parte e inizia l’altra. Ma se ci fosse un modo per unire tutti coloro che hanno a che fare con il cibo? E se la sovranità alimentare potesse essere quel tema unificante? Secondo il sito web di Food First, “la sovranità alimentare riguarda innanzitutto il fatto che le persone abbiano diritti sicuri sulla terra, l’acqua, le sementi e le fonti di proteine, nonché l’accesso a mercati equi e convenienti”. In altre parole, si tratta di capire chi possiede il nostro sistema alimentare: le grandi aziende o i piccoli agricoltori?

Ho scelto l’ultima e a questo punto mi ha proposto tre possibili scalette:

  1. Chi dovrebbe possedere il nostro sistema alimentare?
  2. Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?
  3. Perché la sovranità alimentare non è una questione progressista?
  4. La sovranità alimentare riguarda solo i grandi e i piccoli proprietari?
  5. Conclusione
  1. Che aspetto ha la sovranità alimentare?
  2. Il caso della sovranità alimentare
  3. Perché potrebbe non essere una questione progressista
  4. Il caso contro la sovranità alimentare
  5. Riflessioni finali
  1. Chi possiede il nostro sistema alimentare?
  2. Che aspetto ha la sovranità alimentare?
  3. Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?
  4. Critiche alla sovranità alimentare

Ho scelto la prima togliendo il quarto punto e ho ottenuto il testo che ho pubblicato poco fa.

Qualche considerazione

Il risultato, lo confesso, mi ha stupito: potrebbe benissimo essere un testo scritto da un essere umano. Certo, un essere umano che ha idee particolarmente originali sulla sovranità alimentare e sviluppa quanto contenuto nella traccia iniziale grazie a qualche ricerca online e frasi fatte, senza davvero aver capito quello che scrive. Il che è comunque un risultato notevole, anche perché quella è la situazione tipica non solo di uno studente alle prese con temi e tesine, ma anche di molte persone che scrivono per lavoro – penso, ma solo perché è una realtà che conosco bene, al giornalista che si ritrova a occuparsi di un tema del quale sa poco o nulla. Certo, un bravo giornalista sa come diventare un “esperto” in qualche ora, eventualmente sentendo colleghi o persone davvero esperte (senza virgolette), ma qui ho avuto il testo in pochi minuti.
Dove l’intelligenza artificiale ha decisamente fallito è la scelta dell’immagine.

I vantaggi per chi pubblica contenuti – e privilegia la quantità e la tempestività alla qualità – mi paiono evidenti. Più interessante chiedersi quali possano essere i vantaggi per un lettore.
Me ne viene in mente uno: semplificare la raccolta di informazioni. Proviamo a ripercorrere il procedimento che ho seguito pensando che il mio obiettivo non fosse avere un articolo sul tema del giorno per avere un po’ di clic, ma sapere che cosa è la sovranità alimentare. Ho chiesto quello che volevo sapere, nei passaggi successivi ho specificato meglio quel che mi interessa sapere, e poi ho lasciato che un’intelligenza artificiale accedesse a un certo numero di risorse e me facesse un riassunto di 7-800 parole.
L’alternativa sarebbe stata cercare “sovranità alimentare” su Google: se mi va bene qualcuno ha già fatto questo lavoro di sintesi – è il caso ad esempio del Post –, ma se mi va male dovrò perdere qualche ora selezionando e confrontando fonti.

Il problema è che ovviamente non ho la minima idea di come quelle informazioni siano state selezionate. Il testo generato automaticamente è chiaramente favorevole alla sovranità alimentare (“una questione progressista che può unire tutti coloro che si occupano di cibo”), immagino perché la maggioranza delle fonti hanno quella impostazione. Tremo all’idea di chiedere se i vaccini contro il Covid hanno come obiettivo ridurre la popolazione umana tramite terapia genica sperimentale.

  1. In teoria la persuasione riguarda i testi argomentativi e non la narrativa, ma forse in inglese “persuasive” vale anche per i racconti.[]

La sovranità alimentare è una questione progressista? Discutiamo!

Ho scoperto l’esistenza di un “creatore automatico di contenuti”. Gli ho chiesto un articolo lungo sulla sovranità alimentare. Questo è il risultato (inclusi titolo e immagine)

Il cibo non è solo una fonte di energia, vitamine e minerali. È anche un luogo chiave per contestare le relazioni di potere tra aziende e consumatori, produttori e fornitori, interessi radicati e attori emergenti. I dibattiti che ne derivano sono diventati così divisivi che è difficile capire dove finisce una parte e inizia l’altra. Ma se ci fosse un modo per unire tutti coloro che hanno a che fare con il cibo? E se la sovranità alimentare potesse essere quel tema unificante? Secondo il sito web di Food First, “la sovranità alimentare riguarda innanzitutto il fatto che le persone abbiano diritti sicuri sulla terra, l’acqua, le sementi e le fonti di proteine, nonché l’accesso a mercati equi e convenienti”. In altre parole, si tratta di capire chi possiede il nostro sistema alimentare: le grandi aziende o i piccoli agricoltori?

Chi dovrebbe essere il proprietario del nostro sistema alimentare?

Nel contesto alimentare, il termine “proprietà” si riferisce a chi controlla la produzione e la distribuzione del cibo. Ad esempio, sono i piccoli agricoltori o le grandi aziende fornitrici? Attualmente, la maggior parte del sistema alimentare è di proprietà e controllato da grandi aziende. Questo potrebbe essere problematico perché le aziende sono guidate dal profitto, non dal bene sociale. E se ci fossero altri modi per distribuire il cibo? I piccoli agricoltori sono un ottimo esempio. Le aziende agricole su piccola scala sono di proprietà di singoli o di comunità e producono l’80% del cibo del mondo. Sono la pietra miliare della sovranità alimentare. Eppure c’è chi sostiene che la sovranità alimentare non sia una questione progressista, poiché promuove un’agricoltura localizzata e su piccola scala, che non ha la capacità di sfamare tutti.

Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?

La sovranità alimentare può essere una questione progressista unificante perché mette le persone al primo posto. Si concentra sul conferimento alle comunità locali del potere di produrre e distribuire autonomamente il cibo, in modo che tutti abbiano accesso ad alimenti nutrienti. Questo spostamento della proprietà dalle aziende alle comunità dà a tutti una maggiore voce in capitolo nel sistema alimentare. Si tratta di un passaggio da un sistema alimentare orientato al profitto a uno orientato alle persone. In altre parole, si passa dalla ricerca del massimo profitto alla ricerca della soddisfazione dei bisogni delle persone. In un sistema alimentare guidato dalle persone, tutti sono più uguali. Significherebbe porre fine allo sfruttamento dei lavoratori agricoli e alla distruzione degli agricoltori del Sud del mondo. Significherebbe anche migliori condizioni di lavoro per i lavoratori del settore alimentare nel Nord globale. La sovranità alimentare è quindi una questione progressista perché è un modo per raggiungere standard più elevati in tutti i settori. È un modo per riunire tutte le diverse circoscrizioni coinvolte nel sistema alimentare e assicurarsi che siano tutte su un piano di parità.

Perché la sovranità alimentare non è una questione progressista?

La sovranità alimentare non è una questione progressista perché è troppo ottimista. Il modello idealizzato di sovranità alimentare non tiene conto della realtà del cambiamento climatico e della crescita demografica. Per nutrire l’intera popolazione, dovremmo aumentare la nostra produzione agricola del 70%. Si tratta di un’impresa ardua, soprattutto perché il cambiamento climatico sta già compromettendo la nostra produzione agricola. Per questo motivo alcuni sostengono che non dovremmo concentrarci sull’aumento della produzione agricola, ma piuttosto sulla diminuzione del consumo di carne e di colture utilizzate per l’alimentazione animale. In questo modo si libererebbero più terra e acqua che potrebbero essere utilizzate per le coltivazioni destinate al consumo umano. Questo approccio sarebbe comunque progressivo e ridurrebbe le disuguaglianze nel sistema alimentare, pur riuscendo a nutrire l’intera popolazione.

Conclusione

La sovranità alimentare è un concetto unificante che riunisce tutti i diversi tipi di attori coinvolti nel sistema alimentare. Riunisce agricoltori, aziende, consumatori e funzionari governativi per creare un sistema più equo. Ciò significa che la sovranità alimentare è una questione progressista che può unire tutti coloro che si occupano di cibo. Può essere un modo per porre fine al capitalismo clientelare e migliorare le condizioni di lavoro di tutti coloro che operano nel sistema alimentare. Solo unendo tutti coloro che sono coinvolti nel sistema alimentare possiamo sperare di creare un sistema più giusto ed equo per tutti.

E se invece che per dei politici votassimo per un’intelligenza artificiale?

La campagna elettorale italiana prosegue tra slogan, manifesti, discorsi, comizi, programmi, interviste e altro che probabilmente – e forse fortunatamente – mi sfugge.

Nel complesso sono abbastanza scorato e non tanto, o comunque non solo, perché il partito e lo schieramento dati per vincitori – il centrodestra con Fratelli d’Italia – sono molto lontani dalla mia visione del mondo: rientra tra le regole del gioco democratico, che si possa perdere. No, il punto per me un altro: il disorientamento nel capire cosa faranno, o proveranno a fare, le persone una volta elette, in parlamento o eventualmente al governo.

In teoria per quello dovremmo avere i programmi elettorali, ma sono una versione diluita degli slogan che troviamo sui manifesti e nei discorsi: affermazioni generiche che è difficile capire come si potrebbero tradurre in proposte concrete (sulle quali comunque si dovrebbe arrivare a compromessi con altre forze politiche oltre che a fare i conti con la realtà di accordi internazionali e coperture finanziarie).
Quella che abbiamo è una visione del mondo che non necessariamente è quella dei candidati: più facile che sia quella che i candidati reputano essere la visione del mondo del loto elettorato o meglio di quella parte del loro elettorato sulla quale è importante puntare.

Certo, di novizi della politica non ce ne sono per cui, se si è seguita un po’ la cronaca degli ultimi anni, c’è un lungo elenco di precedenti sui quali basarsi ma è proprio la cronaca politica mostrare notevoli mutamenti di – chiamiamolo così – “temperamento politico”.

Avete presente quei test che, in base alle risposte a domande tipo “sei favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere?” o “vuoi la flat tax?”, indicano quali sono i partiti più vicini? Ecco, forse collocano bene, nell’ipotetico spazio politico, chi fa il test; il problema è la posizione dei partiti che è molto indicativa.

Da qui l’idea di una modesta proposta, sulla scia di quella ben più illustre di Jonathan Swift. Come noto, la sua proposta – contenuta in un libretto satirico del 1729 – prevedeva di risolvere il problema della sovrappopolazione mettendo all’ingrasso i bambini dei poveri irlandesi per venderli ai ricchi inglesi. Io propongo invece di votare non per dei politici, ma per delle intelligenze artificiali.

Una modesta proposta per impedire che i politici siano di peso per i loro elettori o per il Paese

Primo passaggio: si investono dei soldi per la realizzazione di un sistema esperto che scriva leggi e decreti. Questa intelligenza artificiale deve non solo tenere conto di come è fatto un testo giuridico, ma anche di quali sono le conseguenze economiche e sociali. Soprattutto, deve essere in grado di valutare ogni decisione in base ad alcuni valori di riferimento (alla sua creazione dovranno quindi lavorare anche esperti di scienze sociali), cose tipo la tutela dell’ambiente, la libertà individuale, la distribuzione della ricchezza, l’autonomia delle regioni eccetera.

Secondo passaggio: istituire una commissione di esperti che vagli le decisioni dell’intelligenza artificiale. Una sorta di corte costituzionale che verifichi ad esempio il rispetto di diritti fondamentali: magari incarcerare tutte le persone dai capelli rossi – chissà perché si prende sempre questo esempio? – aumenta di dieci volte il benessere collettivo e riduce l’inquinamento, ma non è comunque il caso di farlo.

Terzo passaggio: sostituire le elezioni con un questionario sui valori di riferimento identificati al punto 1. Come quei test che ti dicono che sei all’80% del partito X e al 68% del partito Y, ma più dettagliato, eventualmente proponendo anche qualche scenario ipotetico per valutare le priorità.

Quarto e ultimo passaggio. I risultati vengono poi aggregati e forniti all’intelligenza artificiale che, in base alle priorità e alla sua conoscenza, decide quali leggi cambiare, dove servono più risorse eccetera. Se ad esempio risulta che le disuguaglianze di genere sono un tema da affrontare, l’intelligenza artificiale potrebbe ad esempio decidere di imporre procedure di assunzione “al buio”, in cui fino alla fine non si conosce il genere dell’aspirante dipendente – sempre che la misura risulti efficace e la libertà economica non sia risultata prioritaria.

Possibili obiezioni

Ce ne sono tantissime, a iniziare dalla concreta possibilità che l’intelligenza artificiale venga sviata con informazioni di parte. Se le forniamo studi farlocchi sul clima, potrebbe imporre di aumentare le emissioni di gas serra per far fronte a un’imminente era glaciale.
C’è poi il rischio che la propaganda politica semplicemente si sposti sul questionario.

Ma la situazione sarebbe davvero peggiore di quella attuale?

Aggiornamento del 25 settembre 2022

Mi ero dimenticato di aver già ragionato, nel 2008, su questi test

Da qui l’idea: eliminare le schede elettorali attualmente in uso e sostituirle con un veloce questionario di un ventina di domande, dividendo il proprio voto tra i partiti in base alla distanza ottenuta.

I libri cartacei e la biblioteca digitale

Trovo gli ebook estremamente comodi e, se penso agli ultimi miei acquisti librari, direi che un buon 90% è composta da libri elettronici.
Certo a volte è un casino districarsi tra formati e software di protezione e c’è sempre quell’incubo orwelliano che potrebbero cancellarmi da remoto la mia intera biblioteca digitale – ma tutto viene superato dalla comodità di leggere un libro pochi minuti dopo averlo acquistato, poter regolare la grandezza dei caratteri in base alla luce e alla stanchezza, avere accesso a centinaia di volumi in pochi grammi.

Tra i vantaggi degli ebook ho sempre inserito anche la ricerca: quali sono le parole esatte pronunciate da Gandalf quando affronta il Balrog? Bastano pochi clic ed ecco la risposta (nella nuova traduzione di Ottavio Fatica):

Io sono un servitore del Fuoco Segreto e reggo la fiamma di Anor. Non puoi passare. A nulla ti servirà il fuoco oscuro, fiamma di Udûn. Torna nell’Ombra! Non puoi passare.

E questa era facile – si sa che Gandalf muore verso la fine della Compagnia dell’anello –, figurati quando hai un’espressione che non sei sicuro in quale parte è stata inserita, o addirittura in quale libro.

Eppure stasera volevo recuperare una frase, letta anni fa, sul fatto che anche chi sostiene posizione anarchiche può impegnarsi per migliorare le leggi dello Stato, una cosa tipo “si può sognare la Luna ben sapendo di vivere sulla Terra”. Sono sicuro che quella frase sia di un autore che conosco e così ho cercato il libro – un saggio sulla legalizzazione delle droghe – in cui verosimilmente era scritta. Mi sono riletto l’introduzione e le conclusione, oltre a qualche capitolo in mezzo ma niente. Mi è venuto in mente che forse la frase era scritta in un altro libro, sul matrimonio omosessuale: ho recuperato anche quello ma niente. Mi viene il dubbio che in realtà quella frase gliel’ho sentita pronunciare durante una presentazione (durante la quale magari qualcuno gli ha mosso questa obiezione).

In tutto questo ho perlustrato la libreria di casa, imbattendomi in un libro interessante letto anni fa e che adesso riproporrò a mio figlio – una volta finito Il Signore degli anelli – e ho rispolverato un po’ di argomenti a favore del matrimonio egualitario e della legalizzazione delle droghe.

Fossero stati ebook, avrei aperto i file, cercato “luna”, sbuffato per l’assenza di risultati e sarei passato ad altro.

Credo che Umberto Eco, in una delle sue Bustine di Minerva, avesse sottolineato con un esempio simile il valore di una biblioteca fisica e i problemi della sua sostituzione con una biblioteca digitale. Nei prossimi giorni dovrò prendere i libri di Eco e sfogliarli: anche se non ritroverò la citazione, sarà comunque un viaggio arricchente.

Come scaricare immagini da Instagram senza far ricorso a strani servizi

Ogni tanto mi capita di dover scaricare immagini da Instagram.

L’operazione è semplicissima: basta aggiungere

media/?size=l

all’url dell’immagine. Per cui (prendo una foto dal mio profilo)

https://www.instagram.com/p/CUZdI8yNFYu/

diventa

https://www.instagram.com/p/CUZdI8yNFYu/media/?size=l

che mostra la foto in quella che credo sia la dimensione massima che Instagram ha sui suoi server.

Scrivo tutto questo fondamentalmente come promemoria perché se fino a qualche mese fa trovavo facilmente la stringa “media/?size=l”, adesso è tutto un fiorire di siti che ti offrono questo servizio proponendo un sacco di pubblicità.

Una cosa tecnica, ma non troppo, sugli RSS

Un tempo qui era tutto RSS.
Dove con “qui” intendo internet e con RSS un protocollo semplice e aperto per condividere contenuti: dalle notizie di un giornale online ai post di un blog ad altri contenuti come i podcast. Tra le altre cose, i feed RSS permettevano alle persone di utilizzare gli strumenti preferiti per fruire e organizzare i contenuti.

Poi sono arrivati i social network – ma il discorso vale ad esempio per Spotifiy e Audible con i podcast in esclusiva – con protocolli chiusi e algoritmi.

Questo significa che se prima era una priorità, per un sito, avere gli RSS per i contenuti dinamici, adesso lo sono i pulsanti per condividere sui social media e sempre più spesso non ci sono più neanche, i feed ai quali iscriversi.

Mi è capitato recentemente di avere a che fare con un sito simile e, dal momento che mi serviva un sistema per essere costantemente aggiornato sui nuovi contenuti, ho trovato tre servizi che generano automaticamente un feed RSS partendo da una pagina web. Nella speranza che possano essere utili anche ad altri, li elenco qui di seguito:

  • FetchRSS. È il più semplice dei tre: carica la pagina e permette di selezionare i contenuti che si vogliono inserire nel feed; purtroppo la versione gratuita prevede solo 5 elementi e si aggiorna ogni 24 ore.
  • Feed Creator. Meno semplice del precedente (occorre indicare manualmente il codice html che deve cercare, ma poi riconosce in automatico gli elementi da importare), ha anche lui il limite di 5 elementi.
  • Feed43. Qui non basta indicare il codice html, ma bisogna proprio impostare come filtrare il testo. Una seccatura che però permette un maggior controllo su quel che finisce nel feed; inoltre la versione gratuita permette 10 elementi e si aggiorna ogni 6 ore.

Dopo aver litigato un po’ con i filtri di testo, ho optato per Feed43.

Aggiornamento

Come segnalato nei commenti, anche gli aggregatori Feedly e rss.app permettono – nella versione a pagamento – di creare dei feed RSS da un sito che non li prevede.

Note su #facebookdown

Fare a meno di Facebook

Ieri per qualche ora tutti i servizi di Facebook – quindi anche WhatsApp, Instagram e altre cose di cui ignoro l’esistenza – hanno smesso di funzionare.

A quanto pare, qualcuno – direi per errore, applicando il Rasoio di Hanlon – ha rimosso tutti i server di Facebook dai registri di internet: sistemare l’errore non è stato facile dal momento che l’azienda stessa si appoggia interamente ai propri servizi. Per cui non si potevano contattare le persone, i badge per entrare negli uffici non funzionavano eccetera.

Guarderò con molto piacere il film o la serie tv che spero presto qualcuno trarrà da questa vicenda; intanto qualche riflessione.
La più ovvia è: pensa sempre a un’alternativa. Questo non vale solo per chi gestisce l’infrastruttura di un’azienda, ma anche per gli utenti. Se qualcosa è importante – e gli strumenti di comunicazione per quanto frivoli possa essere il loro utilizzo sono importanti – pensa a un’alternativa
Una cosa meno ovvia è riflettere sulla fragilità di un sistema che si basa su pochi operatori “chiusi in sé stessi”. Confronta Facebook (o Twitter, o Slack, o Zoom, o Google Meets, o…) con le email: se il primo ha problemi, tutto si blocca; se il mio provider si blocca, io ho problemi a inviare e ricevere mail ma tutto il resto del mondo va avanti (e io posso tranquillamente comunicare con un altro indirizzo email).
Il fatto è che è molto più comodo e io stesso, per pigrizia, ho commentato questa cosa su Twitter anziché scrivere un articolo su questo sito.

Due o tre cose sull’app di tracciamento contatti

Avvertenza
Se siete finiti qui cercando informazioni tecniche sul funzionamento dell’app di tracciamento contatti che dovrebbe contrastare la diffusione del nuovo coronavirus SARS-CoV-2: mi spiace, ma siete nel posto sbagliato. Però vi segnalo due cose che ho trovato interessanti: la prima è una spiegazione a fumetti (di uno dei progetti in fase di sviluppo), il secondo è un articolo pubblicato dalla Electronic Frontier Foundation (qui in traduzione italiana).
Che cosa troverete qui di seguito? Semplicemente qualche riflessione generale e forse un po’ filosofica sulla famosa e un po’ famigerata app.

In breve: più che la privacy o la sicurezza, mi preoccupa che l’app venga percepita (dalle autorità e dalle persone) come la soluzione, invece di uno degli strumenti da usare. E molto si giocherà sugli incentivi (o le sanzioni).

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