What Money Can’t Buy

closeQuesto articolo è stato pubblicato 5 anni 5 mesi 3 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.
Michael J. Sandel

Il libro si intitola What Money Can’t Buy: The Moral Limits of Markets e dopo averlo letto posso affermare di aver trovato il titolo veritiero, nel senso che rispecchia il contenuto. Attenzione: il titolo, non il sottotitolo, perché più che di limiti morali all’azione dei mercati, Michael J. Sandel mi sembra aver scritto di problemi o dubbi morali legati ai mercati.
La differenza è che un limite morale è qualcosa che è bene non superare, un problema morale è invece una difficoltà – magari una difficoltà tale che è meglio rinunciare, ma comunque qualcosa di diverso da un divieto.
Sandel, in altre parole, non è contro la commerciabilità in generale; semplicemente, ci sono cose che se messe in vendita cambiano (in peggio, secondo Sandel, ma questo lo vedremo dopo), e occorre tenere conto di questo fattore. Il mercato, ammonisce Sandel, non è neutrale.

Cose che non si possono vendere

Una distinzione importante – che Sandel non mi sembra evidenziare a sufficienza – è che un conto è attribuire un valore economico a un bene, un altro è mettere effettivamente in vendita quel bene. Prendiamo una serata trascorsa con gli amici; attribuirle un valore economico è tutto sommato banale: supponendo che qualcuno ci offra un lavoro da svolgere proprio quella sera, quanto deve essere pagato questo lavoro per rinunciare al programma originario? Oppure: ci troviamo lontano, in un’altra città o in un altro Stato; quanto siamo disposti a spendere per raggiungere il luogo del ritrovo?
Adesso immaginiamo di mettere all’asta il programma della serata: chi offre di più, tra amici, fidanzati, parenti o semplici sconosciuti, godrà della nostra compagnia. Si può fare – e in effetti alcune persone famose lo fanno – ma in questo caso si hanno eventi, non serate tra amici.

Perché questa differenza? Perché, pur attribuendo un valore economico a una serata con gli amici, troviamo inconcepibile metterla all’asta? La tesi di Sandel è che l’amicizia non sia commerciabile, nel senso che questa pratica ha regole che escludono transazioni economiche.
Altro esempio molto chiaro di beni le cui regole costitutive escludono la commerciabilità sono i premi e i riconoscimenti. La possibilità di essere venduto dissolverebbe il premio, il cui valore consiste appunto nell’essere attribuito non al miglior offerente, ma alla persona che più si è distinta in un determinato campo.

Le regole

Questa tesi mi pare convincente: la commercializzazione mi sembra effettivamente incompatibile con le regole costitutive di alcune attività, come l’amicizia e i riconoscimenti.
Sandel ovviamente non parla di regole costitutive, e questo è un limite. Perché un conto è trasgredire una regola costitutiva – una regola che, appunto, costituisce la pratica in questione, la fonda e senza la quale questa pratica semplicemente non c’è – un altro è trasgredire una regola regolativa – che si limita a disciplinare e ordinare lo svolgimento della pratica.
È vero che non puoi comprare il premio quale miglior giocatore del campionato, perché appena lo hai acquistato il premio cessa di essere quello che era, un riconoscimento quale miglior giocatore del campionato. Ma acquistare il biglietto per uno spettacolo gratuito ha lo stesso effetto?
Secondo Sandel sì: il non essere in vendita conferisce un valore particolare a questi beni, un valore che verrebbe corrotto affidandosi ai mercati. La mia impressione è che Sandel chiami troppo facilmente corruzione quello che è in realtà un semplice cambiamento. Anni fa negli stadi di baseball non c’erano grosse differenze di prezzo tra le varie categorie di biglietti e l’autografo di un campione era la faticosa conquista di un ammiratore; oggi esistono le costose tribune per VIP e c’è un ricco mercato di trofei. Una corruzione dello spirito di uguaglianza che permea il gioco del baseball o un semplice cambiamento della politica commerciale?
Sarà che non conosco il baseball, sia nel senso che ignoro le regole di questo sport, sia nel senso che sono alieno a tutto l’immaginario collettivo americano intorno a questo gioco, ma non riesco a non sorridere leggendo di ‘civic pride’ e ‘civic teaching’ perché negli stadi si trovano, o si trovavano, fianco a fianco dirigenti e operai.
Mi rendo conto che è questione di sensibilità. Io ad esempio trovo importante il fatto che una piazza o una via siano dedicate a un qualche evento o luogo storico o a una qualche personalità piuttosto che allo sponsor che si è aggiudicato l’asta. Piazza Manzoni mi pare meglio di Piazza Banca Intesa, anche se di alcuni nomi si è persa la memoria.

Non è semplice stabilire se si abbia a che fare con la corruzione di un bene o con il semplice cambiamento di una prassi. Per questo l’analisi di Sandel non mi sembra stabilire dei limiti morali ai mercati, ma semplicemente delle difficoltà di ordine etico delle quali tenere conto.

Problemi di distribuzione

Sandel accenna anche ad altre difficoltà legate alla commercializzazione di alcuni beni.
Vi sono innanzitutto le conseguenze negative della messa in vendita di beni e servizi – una sorta di spiacevole effetto collaterale. Pensiamo alla sponsorizzazione del materiale scolastico: difficile non avere dubbi sull’oggettività di un testo sull’alimentazione finanziato da una ditta di dolciumi. O pensiamo alla volontarietà delle transizioni economiche quando una delle parti si ritrova in difficoltà economiche.
Ma queste sono, nota giustamente Sandel, critiche marginali, svantaggi di cui tenere conto. Del resto anche il mercato immobiliare vede persone costrette a vendere la propria casa per problemi finanziari, ma non per questo si può sostenere che la compravendita di edifici sia moralmente sbagliata o problematica.

Una critica più interessante riguarda l’equità.
Affidare ai mercati la distribuzione delle risorse scarse significa privilegiare chi ha più risorse economiche rispetto ad altri fattori. Questo può andare bene per alcune risorse, ma non per altre: l’assistenza medica di base, ad esempio, dovrebbe essere accessibile a tutti, non solo ai ricchi. Le liste d’attesa per esami e visite mediche dovrebbero essere uguali per tutti, senza accessi privilegiati a pagamento.
L’assistenza sanitaria non è l’unico esempio di Sandel, che anzi tra spettacoli teatrali gratuiti, campeggi nei parchi nazionali e audizioni al Congresso si dilunga molto sulle attività che sono state pensate per non essere distribuite al miglior offerente ma, ad esempio, in base al principio che Sandel chiama ‘etica della coda’ o tramite altri sistemi ancora, quali il bisogno delle persone o il sorteggio.

Il problema è che, se è vero che la commercializzazione porta a privilegiare chi ha soldi, l’etica della coda privilegia chi ha tempo libero e può permettersi di stare molte ore in fila davanti al Campidoglio o di sapere, con mesi o anni di anticipo, in che giorno avranno il tempo per campeggiare nel parco nazionale di Yosemite.

8 pensieri su “What Money Can’t Buy

  1. Il concetto lo sapeva bene la Visa, con la sua notissima pubblicità: “Ci sono cose che non hanno prezzo. Per tutto il resto c’è Visa”.
    A parte gli spot, direi che non esiste nulla che non si possa comprare. Pardon, rectius: che non possa essere fatto oggetto di mercificazione, che è nozione diversa.
    Una notte d’amore con una prostituta d’altissimo bordo, per quanto quest’ultima sia brava a dissimulare o assomigli a tutto fuorché a una prostituta, non darà mai la medesima soddisfazione dell’aver conquistato una donna grazie al proprio fascino e alla propria personalità.
    I premi si possono acquistare benissimo (immagino che molti premi letterari, cinematografici, musicali, ecc. siano oggetto di continuo mercimonio, in ragione delle vendite che poi assicurano). Lo stesso discorso vale per i titoli accademici, per certi incarichi di prestigio, per la pubblicità occulta da parte della stragrande maggioranza dei giornalisti.
    Se me lo consenti, sposterei il tiro. Ora, io sono un convinto assertore dell’inesistenza del valore intrinseco (quello di S. Agostino o di Marx e di tutta l’economia classica, per intenderci) per un bene, il cui “valore effettivo” risulterà sempre e solo determinato dalla libera contrattazione e dal prezzo di mercato. Un valore “oggettivo” in effetti non esiste.
    Nel caso degli esempi che hai fatto tu, tuttavia, devo ricredermi: ci sono degli “enti” (non saprei come definirli altrimenti) come ad esempio la “soddisfazione” che si ritrae dalla già citata conquista d’una donna, che palesano un valore (Pareto forse la definirebbe “ofelimità”) ben differente se acquistati in ragione d’un mercimonio o conquistati gratuitamente tramite un altro tipo di relazione che, ti giuro, sono fortemente in difficoltà a collocare in un contesto sistematico.

  2. @lector: Sandel fa anche l’esempio delle ammissioni alle università prestigiose, che vengono sì acquistate dai ricconi per i loro figli, ma la cosa rimane comunque limitata ad alcuni casi – l’eccezione e non la norma – e parzialmente occultata tramite vincoli (il ricco non acquista l’iscrizione, ma fa una donazione per una nuova biblioteca o per una borsa di studio). Questo per dire che, come accenni in chiusura, a svalutare il bene (o cambiare la pratica) è la mercificazione sistematica, la creazione di un vero e proprio mercato.
    Interessante la parte sul valore intrinseco, sulla mateira però sono abbastanza ignorante

  3. Spero di non tediarti con l’argomento, ma cerco di renderterlo velocemente con un esempio. Perdonami la banalizzazione e perdonami anche eventuali errori grossolani nei quali peraltro non vorrei incorrere.
    Il valore intrinseco, o oggettivo che dir si voglia, è la pietra di fondazione di tutta la teoria marxista e, come credo saprai, lo ritroviamo in precedenza già negli altri economisti c.d. classici, soprattutto in Ricardo. Lessi da qualche parte, non ricordo dove, che la sua teorizzazione va ricercata in Agostino d’Ippona.
    Molto sommariamente, ogni bene avrebbe un valore in sè, determinato dalla quantità di lavoro umano necessario per produrlo.
    L’argomentazione è però fallace e spero che l’esempio lo chiarisca.
    Una mia vecchia zia aveva un campicello, sul quale dedicava giorni e giorni di lavoro, soprattutto per togliere le erbacce che lo infestavano. La zia attribuiva al frutto di questa sua attività un enorme valore, senza rendersi conto che un banalissimo diserbante avrebbe ottenuto in meno di un’ora lo stesso risultato d’una sua settimana.
    Oggi è pacificamente accettato da tutti (tranne i marxisti più accaniti) che il c.d. “valore intrinseco” o “oggettivo” è una sorta di assoluto e come tutti gli assoluti piuttosto improbabile. Qualsiasi “valore” (prezzo, tasso d’interesse, cambio, ecc.) è dato da una relazione tra fattori del processo in cui è collocato ed è dunque un elemento sempre dinamico soggetto a variazioni spesso istantanee.
    A ben vedere, neppure gli elementi immateriali citati nel post (premi, riconoscimenti, sentimenti) sfuggono a questa regola, perché se fossero di facile acquisizione relativa, non daremmo loro nessuna importanza. Ma questo, probabilmente, è un altro discorso.

  4. @lector: Grazie. Il valore intrinseco mi pare essere il prezzo moralmente equo – per un certo sistema morale – di un bene.
    Certamente neppure i beni in questione sfuggono a questa regola. Sandel oltretutto non sembra avere perplessità sull’attribuzione di un valore economico, ma solo sulla effettiva messa in vendita di determinati beni.

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