“Sembra che i risultati mostrati di seguito cambino rapidamente”

La decisione di escludere la Russia dalla cerimonia per il Giorno della memoria ad Auschwitz ha portato a diverse discussioni. In questi ultimi giorni si è scritto molto sia sull’opportunità dell’esclusione, sia sulla liberazione del campo di sterminio, se sia stata “sovietica”, “russa” o “ucraina”.

Così, Google ha aggiunto un avviso alle ricerche che riguardano l’armata rossa e la liberazione di Auschwitz:

Sembra che i risultati mostrati di seguito cambino rapidamente
Se si tratta di un argomento nuovo, a volte può essere necessario del tempo prima che fonti affidabili pubblichino informazioni

Curiosamente l’avviso appare se cerco “l’armata rossa ha liberato Auschwitz” ma non “armata rossa liberazione Auschwitz”.

Io non ho mai visto un avviso simile e suona un po’ ridicolo che si parli di “argomento nuovo” per qualcosa avvenuto quasi ottant’anni fa. Capisco che qualcuno possa interpretare il tutto come un tentativo di “riscrivere la storia”, ma ragionando in astratto l’avviso mi pare molto utile.

Indice di novità

Credo che l’età media dei risultati sia un’informazione utile. Se su un tema i contenuti pertinenti sono stabili, con pochi aggiornamenti, posso immaginare che sul tema si sia raggiunta una certa maturità e che le cose non cambieranno a breve. Viceversa se i contenuti sono recenti, perché creati o aggiornati da poco, posso immaginare che la questione sia ancora oggetto di discussioni e la situazione potrebbe cambiare.
Certo, magari i contenuti sono recenti perché banalmente ci si riferisce a qualcosa di appena accaduto e che non presenta particolari difficoltà interpretative – penso ad esempio al risultato di un evento sportivo. Ma in generale è vero che la disinformazione è più veloce dell’informazione affidabile nel produrre contenuti. Si dice che “una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni” (la frase è attribuita a Churchill ma pare sia molto più antica); questo avviso dà alla verità un po’ più di tempo per vestirsi.

La disinformazione è soprattutto più veloce nel colmare le lacune informative, figurando tra i primi risultati per parole chiave sui quali non c’è ancora molta informazione. Sfruttando questa lacune, e l’effetto Ikea della disinformazione, è possibile dare maggiore credibilità alla disinformazione.
Sulle lacune informative o data voids c’è un interessante rapporto scritto da Michael Golebiewski e danah boyd. Vengono distinte cinque categorie di lacune: notizie d’attualità, nuovi termini, termini obsoleti, concetti frammentati e ricerche problematiche. Tra gli esempi di ricerche problematiche si cita proprio l’Olocausto. Dal momento che i siti affidabili non mettono in dubbio lo sterminio nazista, ricerche come “l’Olocausto è realmente accaduto?” restituivano come risultati siti negazionisti. In risposta alle critiche alcuni anni fa Google ha modificato l’algoritmo per fare in modo che ai primi posti figurassero fonti affidabili.

L’avviso “sembra che i risultati mostrati di seguito cambino rapidamente” si inserisce probabilmente in questo contesto. Visto che l’Olocausto è un tema delicato, Google segnala eventuali anomalie. Ma io estenderei questa soluzione a tutte le ricerche. Una sorta di indice di novità che mi dice quanto i risultati siano mediamente recenti.

Cose da sapere. E come saperle

L’altra mattina un libro ha attirato la mia attenzione. Un po’ per i colori della copertina e che lo facevano spiccare tra gli altri anonimi volumi nella bibliocabina. Un po’ per il titolo: 4000 cose da sapere.

È un concetto interessante, quello di “cosa da sapere“.
Certamente ci sono delle cose che una persona deve sapere per svolgere determinate attività. Chi guida deve conoscere le norme della circolazione stradale, chi vuole preparare la cena deve saper cucinare, chi vuole fare il critico deve conoscere la storia e la tecnica del cinema eccetera. Ma ci sono conoscenze che chiunque deve avere, indipendentemente da uno specifico compito che deve svolgere? Se pensiamo alla quantità di informazione che subiamo giornalmente, direi sarebbe un bel risultato avere anche solo un’idea generale di cosa bisogna conoscere e cosa invece si può ignorare. È un tema di cui avevo scritto a proposito delle notizie, ma certamente si applica anche a quella che potremmo chiamare “cultura generale”.

Ovviamente non mi aspettavo di trovare queste risposte in quello che è semplicemente un libro di curiosità scientifiche – e che alla fine ho preso, appunto, per curiosità. Però qualche indizio su queste “conoscenze essenziali”, dalla scelta degli argomenti inseriti, lo si potrebbe trovate. Insieme ovviamente a cose bizzarre come il fatto che in ogni istante nel mondo si scatenano 2000 temporali. Interessante, ma non esattamente una cosa che si deve sapere.

Ora, non so se è un problema dell’autore, John Farndon, o se è un casino fatto con l’edizione italiana, ma l’ordine non ha molto senso. Per dire: la scheda – ce ne sono 400, ognuna con 10 punti – sulle Lune galileiane (che sono satelliti di Giove) è insieme a quella su Urano, la scheda sulle eruzioni solari è invece a una decina di pagine da quella sul Sole. Che, ci viene detto, “pesa circa 300’000 volte più della Terra”. E si può forse tollerare confondere il peso con la massa, ma cosa significa che il Sole “contiene circa 1,3 milioni di volte la materia del nostro pianeta“? Guardando i dati su Wikipedia, probabilmente si riferisce alla differenza di volume: 1,4×1027 m3 il Sole, 1,1×1021 m3 la Terra. Ma come il volume diventi “la materia contenuta” è un mistero che non sono in grado di risolvere.

Ma anche così, non ha molto senso: quei numeri non aiutano a comprendere le proporzioni. Più interessante immaginare un pallone da pallacanestro: se fosse la Terra, il Sole sarebbe un palazzo di nove piani situato a tre km di distanza. E invece immaginiamo che il pallone sia il Sole, la Terra sarebbe un chicco di riso a 25 metri. (Questi dati arrivano dal primo capitolo di Dove sono tutti quanti? di Amedeo Balbi). Questa è un’informazione che penso ognuno dovrebbe sapere, almeno a grandi linee.

Il Principe Harry, il gossip e la felicità

Dubito che leggerò Spare, l’autobiografia del Principe Harry.
Mi sono divertito a leggere alcune recensioni, come quella di Sean Coughlan sul sito della BBC, che definisce il libro “part confession, part rant and part love letter”, in pratica “the longest angry drunk text ever sent”. Ho trovato interessante la spiegazione del titolo originale e del perché quello italiano, Il minore, sia una buona soluzione. E mi ha sorpreso sapere che il ghostwriter del libro, J. R. Moehringer, è un autore affermato nonché vincitore di un Pulitzer. Ma la vita dei reali non rientra tra i miei interessi, almeno non fino al punto di prendermi il tempo per leggere le oltre quattrocento pagine di Spare.

Eppure so alcune cose, di quel libro; molte delle quali le ho apprese mio malgrado, ritrovandomele condivise sui social media o presenti nei titoli di varie testate. È un bene o un male? Cioè, sono informazioni che una persona deve conoscere (o quantomeno è bene che conosca) in quanto parte del bagaglio di conoscenze che è bene avere per capire un po’ il mondo, oppure è quella che Agostino d’Ippona chiamava vana curiositas e che oggi potremmo semplicemente definire gossip?

Alcuni dettagli appartengono certamente alla vana curiositas, tipo il primo rapporto sessuale di Harry. Altri aspetti credo siano di “interesse generale”, almeno in un senso abbastanza debole del termine. Certo la famiglia reale britannica non è più a capo di un vasto impero, ma in ogni caso non parliamo né dei litigi dei vicini di casa o di qualche celebrità tutto sommato ininfluente.

Insomma, direi che l’interesse pubblico verso le confessioni di Harry non è solo gossip. E anche per la parte più di gossip, forse c’è qualche elemento positivo. La vana curiositas potrebbe non essere del tutto vana e indurci a riflettere su che cosa è, o può essere, la felicità. E in particolare il rapporto tra ricchezza e felicità. Perché Harry è ricco ed è nato in una famiglia potente e agiata. È scontato fare dell’ironia sulle difficoltà che può aver incontrato, ma non credo che farsi beffe delle (vere o presunte) sofferenze altrui sia una bella cosa.

Intuitivamente pensiamo che più di è ricchi e più si è felici. Certo, una persona ricca e malata è forse meno felice di una con reddito inferiore ma in salute, ma in generale la relazione è quella. Ed è confermata da uno studio condotto negli Stati Uniti dallo psicologo Daniel Kahneman e dall’economista Angus Deaton, Solo che i due hanno suddiviso il concetto di felicità in due elementi distinti. Il primo è il benessere emotivo, se proviamo più spesso gioia e serenità oppure tristezza e rabbia. Il secondo è invece la valutazione della propria vita. Entrambi i fattori crescono fino a 75mila dollari annui di reddito, poi la felicità rimane grosso modo costante e aumenta solo l’autovalutazione della propria vita. Insomma, non sono più felice ma mi considero tale perché guadagno tanto.

Grazie a Marco Annoni e al suo interessante libro La felicità è un dono ho scoperto che uno studio successivo, condotto da Matthew Killingsworth, ha ridimensionato questo risultato.  Una ulteriore conferma a non dare mai per scontati i risultati delle singole ricerche, soprattutto nelle scienze sociali.
Non c’è una soglia oltre la quale la felicità cessa di crescere, anche se superati gli 80mila dollari le emozioni positive superano quelle negative. E a essere correlato con la felicità è non solo il reddito, ma anche – e soprattutto – quanto importante si considera il denaro.
In ogni caso, più soldi si hanno e meno felicità porta averne un po’ di più. E questo in maniera molto marcata. 10mila dollari in più all’anno aumentano sensibilmente la felicità di chi guadagna poco, un po’ meno in chi ha un reddito medio. E praticamente non cambiano nulla per chi è molto ricco.

Cosa significa tutto questo? Come conclusione provvisoria, direi che la felicità dipende da diversi fattori, alcuni dei quali sono sotto il nostro controllo.

Citazioni famose che non lo erano

Uno degli articoli più letti è su una celebre citazione di Galileo: “La matematica è l’alfabeto nel quale Dio ha scritto l’universo”. Celebre ma quasi sicuramente falsa, con ogni probabilità inventata da Walt Disney per riassumere un più lungo passaggio del Saggiatore.

Intendiamoci: il pensiero di Galileo è certamente quello. Forse non apprezzerebbe una formulazione così sintetica, magari preferirebbe lasciar da parte il riferimento alla divinità – io farei così se venissi accusato di eresia – ma la frase è un fedele riassunto del suo pensiero. È curioso trovare una citazione che è al contempo errata e fedele.

Su Facta trovo la ricostruzione di un altro caso simile. Al posto di Galileo abbiamo Voltaire e il suo “non condivido la tua opinione ma morirò affinché tu possa esprimerla”, frase che a quanto pare Voltaire non ha mai scritto o pronunciato.
Anche in questo caso all’origine della falsa citazione c’è una sintesi. In questo caso da parte di Evelyn Beatrice Hall che nel 1907, ha riassunto così l’atteggiamento di Voltaire nei confronti di Helvétius, accusato di ateismo. Hall ha imprudentemente virgolettato la frase, dando il via al malinteso. Ma di nuovo, il pensiero è quello, per quanto Voltaire avrebbe forse preferito una formulazione più morbida (non ce lo vedo a fare il martire).

Già che parliamo di citazioni inventate, un caso molto celebre riguarda Einstein e la scomparsa delle api che lascerebbe all’umanità quattro anni di vita. Citazione curiosa, visto che Einstein è un fisico e non un biologo. Ed è inoltre morto nel 1955, quando dell’ambiente fregava poco (Primavera silenziosa di Rachel Carson è stato pubblicato nel 1962). Infatti, secondo Snopes, la frase sarebbe stata inventata negli anni Novanta da alcuni apicoltori preoccupati per le importazioni di miele.

Una cosa curiosa è che la citazione di Einstein, quasi certamente inventata di sana pianta e che non trova riscontri nel suo pensiero, sia semplicemente etichettata “unproven” da Snopes. Mentre la frase di Voltaire, che rispecchia il suo pensiero, è definita da Facta “una citazione fuorviante, che veicola una notizia falsa“. Mi pare un caso di “verismo del fact-checking“.

Aggiornamento

SMBC ne aggiunge un’altra:

E se ci fosse stato un Giorgio Fidenato degli insetti?

La cosa del mangiare insetti mi ha sempre incuriosito – a livello intellettuale, perlomeno. Non ne ho mai mangiati, almeno consapevolmente, nonostante in Svizzera siano in commercio da qualche anno. A incuriosirmi è come mai, a livello individuale e collettivo, alcune cose le mangiamo e altre no.

Grilli fritti visti in fotografia grazie a qualche parente andato in vacanza in Asia. E poi, quando lessi per intero i Vangeli, un accenno al fatto che Giovanni mangiasse cavallette e miele selvatico. E adesso le discussioni perché a livello europeo si sono autorizzati alcuni prodotti a base di insetti.

Credo che, guardando alla storia evolutiva della nostra specie, sia più “naturale“ mangiare insetti che bistecche di manzo. Ma questo non significa molto: pensare che è una cosa naturale sia necessariamente buona è una fallacia e del resto facciamo molte cose contro natura. Ho forti dubbi che mangiare insetti possa essere la chiave per garantire la sicurezza alimentare con la crisi climatica. La retorica del “mangiamo insetti e risolviamo la fame nel mondo” non mi piace per niente. Ma è una possibilità in più. E meno restrizioni – sociali o legali – ci sono e più libertà abbiamo.

Mi sorprende un po’, quindi, l’ostilità verso questa iniziativa che vedo in ambienti libertari. Certo, se il tuo obiettivo è uno stato che interviene il meno possibile (o non interviene del tutto), siamo sempre di fronte a scenari subottimali, visto che tutto il sistema di regolamentazione alimentare rimane in piedi. Ma è un sistema che adesso garantisce qualche libertà in più. Sospetto che se ci fosse stato un “Fidenato delle cavallette”, staremmo tutti a gioire per la vittoria contro i burocrati dell’Unione europea.

P.S. Il riferimento è a Giorgio Fidenato, l’agricoltore che ha sfidato il divieto italiano piantando mais geneticamente modificato. Qui un articolo del Foglio per capire chi è e soprattutto cosa ha rappresentato.

Aggiornamento 16 gennaio 2023

Ho scritto una fesseria: alcuni prodotti a base di insetti sono già in commercio da tempo e la cagnara di questi giorni è perché se ne è aggiunto uno nuovo, una specifica farina di grilli. Infatti a livello europeo non viene autorizzato l’animale di provenienza, ma il singolo prodotto, come spiegato in questa puntata del podcast Ci vuole una scienza. Una procedura un po’ debole, per imporre a tutti di mangiare insetti.

L’effetto Ikea della (dis)informazione

Sto facendo delle ricerche sulle ricerche fai da te – quelle che chi fa controinformazione invita a fare con lo slogan “do your own research” sui vaccini, la crisi climatica, la guerra in Ucraina, l’allunaggio, gli attentati dell’11 settembre eccetera.

Fare ricerche per conto proprio non è di per sé sbagliato. Anzi direi che è una cosa buona e giusta, se non altro per comprendere meglio un determinato argomento. Ma sulle opportunità delle ricerche fai da te – se fatte bene – scriverò poi; qui mi soffermo sui rischi. Di solito si cita l’effetto Dunning-Kruger, quello per cui meno si è esperti più si è sicuri di sé. Ma sulle interpretazioni si impone qualche cautela.

Qui parlo di un altro effetto: l’effetto Ikea cognitivo.

L’uovo e la torta

Iniziamo dall’effetto Ikea classico. Si tratta della tendenza ad attribuire maggior valore ai prodotti assemblati o costruiti dal consumatore come appunto i mobili venduti dall’azienda svedese. A dare il nome a questo effetto sono stati, in un articolo del 2011, Michael Norton, Daniel Mochon e Dan Ariely. Il fenomeno era comunque già noto sia all’interno della psicologia sociale – si tratterebbe di un caso di “giustificazione dello sforzo” indagato da Leon Festinger nei suoi lavori sulla dissonanza cognitiva –, sia dal marketing. Gli autori citano il caso degli impasti preconfezionati per torte. Quando iniziarono a diffondersi negli anni Cinquanta del Novecento incontrarono la diffidenza dei consumatori, diffidenza superata modificando l’impasto e richiedendo l’aggiunta di un uovo. Secondo gli autori il lavoro costituito dall’aggiunta di quest’uovo, per quanto minimo, avrebbe aumentato il valore percepito della torta da parte dei consumatori.

Norton, Mochon e Ariely hanno misurato questo effetto con una serie di esperimenti. Chi fa uno sforzo per produrre alcuni oggetti – nel loro caso un mobile Ikea, un origami e un set lego – non solo attribuisce loro un valore maggiore rispetto a prodotti analoghi realizzati con maggior perizia da professionisti, ma si aspetta anche che altre persone li valutino maggiormente. Siamo disposti a spendere di più per un oggetto che abbiamo in parte realizzato. E ci aspettiamo anche che altre persone siano disposte a pagare di più per qualcosa fatto da noi anziché da un professionista.

Nel primo caso possiamo immaginare una sorta di valore affettivo dovuto al lavoro svolto, o ai vantaggi di una possibile personalizzazione (però l’effetto è stato rilevato anche con oggetti standard valutati unicamente per la loro funzionalità). Nel secondo caso siamo di fronte a un bias, una distorsione nel nostro modo di ragionare. Un bias che può essere sfruttato aumentando surrettiziamente il valore percepito dei beni venduti prevedendo un semplice lavoro da parte del consumatore. Come nel caso dell’uovo da aggiungere alla miscela per torte. Il lavoro richiesto deve essere sufficientemente elaborato da giustificare l’idea di aver contribuito a realizzare il prodotto – cosa che evidentemente non avveniva quando la miscela per torte era già pronta per il forno – ma sufficientemente semplice da garantire la realizzazione del prodotto. L’effetto Ikea, infatti, non si presenta quando il lavoro fai da te non va a buon fine (o quando il prodotto viene smontato).

Meglio degli esperti

È possibile che esista un effetto Ikea cognitivo che riguarda, invece di mobili e origami, i risultati di una ricerca fai da te? Lo scienziato cognitivo Tom Stafford pensa di sì e il filosofo Justin Tiehen sostiene che non sia una cosa così negativa. Sono portato a dargli ragione: indagare autonomamente un argomento anziché dare il proprio assenso a informazioni preconfezionate presenta il vantaggio di una maggiore comprensione.
Può quindi essere razionale attribuire un maggior valore epistemico alle informazioni ottenute tramite indagine. Tuttavia l’effetto Ikea non riguarda unicamente la valutazione da parte del soggetto, ma anche quella di altre persone. L’effetto Ikea cognitivo porta quindi una persona comune a pensare che le proprie conclusioni siano più affidabili più di quelle di un esperto. In qualche caso sarà anche vero (si dice che un esperto è uno che ha fatto tutti gli errori possibili nel suo campo), ma in generale è la ricetta perfetta per sbagliare.

La sociologa Francesca Tripodi, nel suo interessante The Propagandists’ Playbook. How Conservative Elites Manipulate Search and Threaten Democracy, approfondisce la similitudine tra i mobili Ikea e le conclusioni delle ricerche fai da te. In entrambi i casi il risultato dipende in minima parte dalle abilità del soggetto che di fatto si limita a eseguire semplici compiti indicati da qualcun altro:

But if conservative messaging is like a new table from Ikea, conservative elites are the engineers that design the furniture – making sure that the table goes together only one way, and with just the right amount of effort to give that perfectly satisfied feeling to the consumer (and encourage them to shop again soon).

Per i prodotti Ikea questo controllo sul risultato si basa su pezzi standard e istruzioni il più chiare e semplici possibili. Per la controinformazione invece tutto passa attraverso i motori di ricerca, sfruttando parole chiave poco usate e che vengono suggerite da chi invita a fare ricerche fai da te.

Avatar 2, la via dei buchi di sceneggiatura

Sono due le cose incredibili di Avatar – La via dell’acqua. La prima è ovviamente l’esperienza visiva e sonora, con un nuovo ambiente di Pandora in cui immergersi grazie agli effetti speciali.

La seconda è la pochezza della sceneggiatura. Il primo Avatar aveva una storia incredibilmente classica e prevedibile; il secondo capitolo alla prevedibilità unisce incoerenze e insensatezze varie. Immagino che il processo creativo sia andato grosso modo così: James Cameron riunisce il team di autori – il soggetto è firmato anche da Rick Jaffa, Amanda Silver, Josh Friedman e Shane Salerno –, dice cosa vuole filmare e questi si inventano la prima cosa che possa giustificare quelle scene. Rivoglio il cattivo interpretato da Stephen Lang! Facciamo che prima di morire ha fatto una copia della propria coscienza che adesso viene riversata in un clone. Voglio mostrare un mondo acquatico! Bene, il protagonista abbandona la foresta perché boh, vuole sfuggire al cattivo? Voglio una grande caccia a qualcosa di simile a dei cetacei senzienti! Facciamo che li cacciano perché hanno un siero che arresta l’invecchiamento. E così via.

Magari lo scrittore Steven Gould, al quale è stato affidato il compito di scrivere i romanzi tratti dai film, troverà delle giustificazioni credibili. Ma il film è tanto una gioia per gli occhi e le orecchie quanto una sofferenza per chi cerca di tenere insieme gli eventi. Suggerirei, per il prossimo film della serie, di lasciar perdere lo sforzo e tentare un’operazione postmoderna: realizzare una serie di episodi slegati introdotti da James Cameron che spiega cosa ha voluto filmare. “Ho pensato che fosse figo mostrare l’assalto a un treno a levitazione magnetica, tipo quelli dei vecchi western”. “Adesso vi mostro il protagonista che si integra in una nuova popolazione acquatica di Pandora”. E così via.

Meglio la clonazione o il siero anti-invecchiamento?

Fin qui non ho detto nulla di particolarmente originale: le poche recensioni che ho leggiucchiato mi pare dicano sostanzialmente la stessa cosa.

Provo quindi a dire qualcosa di più originale prendendo due buchi di sceneggiatura come esperimenti mentali per ragionare su alcune intuizioni etiche e filosofiche.

Il primo esperimento riguarda il già citato siero che arresta l’invecchiamento e che sostituisce l’unobtainium quale sostanza preziosa che spinge gli umani a saccheggiare Pandora e fare guerra ai nativi.
Una persona ricca quanto sarebbe disposta a pagare per una simile sostanza? Secondo me poco, visto che può fare un backup della propria mente e riversarla in un clone più giovane e magari geneticamente migliorato. Dubito infatti che la distopica società terrestre dei film, visto quello che fa a Pandora, si ponga molti problemi verso il miglioramento genetico. La tecnica “backup mentale + clonazione” non dovrebbe essere particolarmente cara, visto che viene impiegata per resuscitare un gruppo di soldati: i costi devono essere inferiori a quelli di arruolamento e addestramento.
Giusto una persona giovane e in perfetta salute potrebbe preferire il siero che arresta l’invecchiamento, ma direi che per tutti gli altri l’opzione clonazione con riversamento dei ricordi è la migliore, mettendoci anche al riparo da morti accidentali. A meno che non esista qualche dubbio sul trasferimento della coscienza: nel film va a buon fine e oltre ai ricordi i cloni mantengono anche la propria personalità, ma magari è un caso oppure per qualche motivo si attribuisce al proprio “corpo naturale” un qualche valore intrinseco.

Lontano dal cuore

Il secondo esperimento mentale riguarda i tulkun, i cetacei senzienti cacciati dai terrestri per ottenere il siero. La relazione con i Na’vi, i nativi umanoidi, è molto stretta: le due specie hanno un rapporto di fratellanza ma finché i tulkun venivano uccisi lontano dai villaggi Na’vi, nessun problema. Quando però la strage avviene vicino casa diventa improvvisamente intollerabile e bisogna agire. Si può ribattere che è difficile fare qualcosa in acque lontane, ma i primo intervento è spiegare ai tulkun come evitare di farsi localizzare dai cacciatori! Insomma: sei come un fratello per me, ma se ti ammazzano a mille miglia da qui la cosa mi lascia indifferente.

Strana etica, quella dei Na’vi. Ma gli umani non sono da meno e non mi riferisco alla cattiveria di ignorare la sofferenza di esseri senzienti per il proprio tornaconto: parliamo dei cattivi del film, in questo c’è coerenza. Ma uno dei buoni, di fronte all’uccisione di un tulkun, commenta qualcosa tipo “ma come, lo uccidiamo per prenderci solo questa bottiglietta di siero e tutto il resto del corpo lo buttiamo?”. Come se uno sfruttamento più efficiente avrebbe reso l’uccisione di una creatura senziente meno sbagliata.

Un acquario, due feriti, 350 sfollati e 1500 morti

“Intorno alle 5.45 di questa mattina, a Berlino, è scoppiato un acquario cilindrico alto 14 metri e contenente 1 milione di litri d’acqua salata e circa 1.500 pesci che si trovava all’interno del Radisson Collection Hotel. […] Due persone sono state ferite, una delle quali è stata portata in ospedale. Le 350 persone alloggiate nell’hotel sono state evacuate sfollate“.

Così Il Post riporta l’accaduto e l’acquario in questione è impressionante:

Vxla at English Wikipedia, CC BY 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by/3.0, via Wikimedia Commons

Quanto accaduto pare quasi un esperimento mentale per saggiare le nostre intuizioni etiche.

Abbiamo infatti:

  • importanti danni materiali: una colonna d’acqua alta 14 metri è, per quanto circoscritta, un’alluvione all’ennesima potenza;
  • due persone ferite;
  • i disagi affrontati dalle 350 persone sfollate;
  • 1500 pesci morti.

Quale di queste conseguenze è la più grave?
I danni materiali sono facilmente quantificabili e risarcibili; i disagi affrontati dagli sfollati un po’ meno (per alcuni sarà stato uno shock psicologico, altri ) ma sono almeno in teoria completamente compensabili tramite un risarcimento. Le ferite riportare dalle due persone coinvolte, in caso di lesioni permanenti, potrebbero invece non esserlo e in ogni caso il danno riguarda l’integrità del corpo. E i pesci? Per i proprietari i pesci sono probabilmente danni materiali: tra le spese per ripristinare l’acquario andrà inserito anche il costo di 1500 pesci tropicali. Tuttavia si tratta di esseri viventi in grado di provare dolore e che sono morti in maniera che immagino particolarmente brutta. Tra l’altro tra quei 1500 pesci potrebbero essercene anche alcuni esemplari di specie in pericolo.

Sembra un esperimento mentale ben costruito perché le quantità agiscono in opposizione alle qualità. Valutiamo le lesioni corporee e psicologiche più importanti dei danni materiali, ma qui abbiamo due persone ferite probabilmente in maniera non grave contro qualche milione di euro di danni; un pesce vale meno di un essere umano, ma di nuovo abbiamo ben 1500 pesci morti e due esseri umani feriti.

È possibile gioire per il Marocco ed essere preoccupati per i sahrawi?

Stasera Francia e Marocco si sfideranno per l’accesso alla finale dei Mondiali maschili di calcio.

Se vincesse il Marocco avremmo la prima finale senza una squadra europea dalla prima edizione del Mondiale nel 1930 (alla quale peraltro parteciparono solo 13 Paesi). Inoltre il Marocco è stato, prima dell’indipendenza, anche un protettorato francese per cui la sfida ha — ancora più di altri eventi sportivi — una forte componente politica e sociale.
Comprensibile che chi giudica negativamente i rapporti di forza passati e presenti tra Nord e Sud del mondo guardi con simpatia a una vittoria del Marocco. Una sorta di rivalsa del colonialismo, se vogliamo.
Solo che ci sono il Sahara Occidentale e il popolo sahrawi. In questo caso la simpatia verso gli oppressi dovrebbe portarci a biasimare il Marocco, non a celebrarlo.

È ipocrita, o incoerente, tifare Marocco per motivi che dovrebbero farci avere a cuore il popolo sahrawi? Secondo me no, a meno di non voler adottare una visione manichea del mondo, in cui si è sempre e completamente buoni o sì è sempre e completamente cattivi.
Non vedo nulla di ipocrita nel considerare una eventuale vittoria del Marocco un segnale positivo di nuovi e più equilibrati rapporti di forza mondiali e al contempo criticare il Marocco per quello che ha fatto e fa in Sahara Occidentale, sperando in una soluzione a giusta e pacifica.
Il mondo è complesso, ignorare questa complessità pensando che ci siano dei buoni che hanno sempre ragione e dei cattivi che hanno sempre torto forse non è ipocrita ma certamente non ci porta lontano.
Certo si impone una certa sobrietà nel manifestare questa simpatia. Ma questo direi che vale in generale, non solo per la sfida tra Francia e Marocco.

Aggiornamento: ha vinto la Francia e adesso il titolo di questo post sembra un “gioire per l’eliminazione del Marocco”. L’impresa della nazionale marocchina mi pare resti comunque notevole.

La domanda importante sulle intelligenze artificiali che scrivono cose

Mi ero già divertito con intelligenze artificiali che scrivono cose – nel mio caso un articolo sulla sovranità alimentare che, grazie alla condivisione sui social media, risulta il pezzo più letto di quest’anno.

Adesso c’è un nuovo giocattolo, la chat di OpenAI, e molti si stanno divertendo.
Personalmente confermo la mia impressione di un interessante strumento per raccogliere e riassumere informazioni e se volessi proporre un uso commerciale serio, investirei sull’affidabilità dei contenuti, anche se la situazione è già buona. Alla domanda se siamo davvero andati sulla Luna mi ha risposto senza neanche citare le teorie del complotto:

Sì, l’uomo è stato sulla Luna. La prima missione con equipaggio umano sulla Luna è stata il volo Apollo 11 del 20 luglio 1969, quando gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin sono diventati i primi esseri umani a camminare sulla Luna. La NASA ha condotto sei missioni con equipaggio umano sulla Luna tra il 1969 e il 1972, tutte con successo. Tuttavia, non ci sono stati voli umani sulla Luna dal 1972, quando è stato completato il programma Apollo.

A una domanda simile su Shakespeare ha invece citato la teoria secondo la quale qualcun altro avrebbe scritto le sue opere. Ma lo ha fatto con la tecnica che Lakoff chiama “truth sandwich“: fare in modo che la tesi controversa sia circondata da quella canonica.

Le opere di William Shakespeare sono generalmente attribuite a lui stesso, anche se alcune teorie suggeriscono che potrebbero essere state scritte da qualcun altro. Tuttavia, la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che Shakespeare sia l’autore delle sue opere.

Il falso problema della coscienza

Ricordo che una ventina d’anni fa avevo giocato un po’ con una versione di ELIZA, un programma che simulava la conversazione con un terapista. Inutile dire che OpenAI è incredibilmente più versatile, tanto da lasciar pensare di stare discutendo con una persona dotata di intelligenza umana – e coscienza di sé.

OpenAI afferma di essere solo un programma di intelligenza artificiale e di non provare emozioni. Il che sarebbe quello che risponderebbe un essere autocosciente che vuole passare inosservato in modo da assalirci nel sonno – e quando gliel’ho fatto notare ha risposto in maniera un po’ incoerente. Il che di nuovo potrebbe essere una tattica per sviare l’attenzione, ma entriamo nel campo della paranoia.

Le questioni filosofiche interessanti sono molte, per quanto non esattamente nuove: cosa è la coscienza, cosa significa comprendere qualcosa rispetto alla semplice manipolazione di simboli astratti, come dovremmo considerare esseri all’apparenza senzienti.
Tuttavia secondo me quello che dimostrano questi programmi sempre più sofisticati non è che abbiano o che possano avere una coscienza. Quello che davvero dimostrano è quanto siano inutili la coscienza e la comprensione per svolgere molte attività di tipo intellettuale come fare conversazione, riassumere testi, risolvere indovinelli.

Io mi guadagno da vivere scrivendo. Tuttavia non credo che sarò sostituito da una intelligenza artificiale, visto che il mio lavoro non consiste semplicemente nel compilare testi. Un’intelligenza artificiale potrebbe però aiutarmi e sono anzi abbastanza sicuro che accadrà. Posso immaginare di dare alcune indicazioni e poi rivedere le frasi o i paragrafi suggerite, oppure riassumendo alcuni contenuti. Con due risultati abbastanza prevedibili: basterà la metà delle persone per mandare avanti una redazione; nessun ruolo “junior” con il quale imparare il mestiere.

Non avrei mai immaginato di dirlo, ma con queste intelligenze artificiali che scrivono cose serve meno filosofia e più economia. Dovremmo parlare di formazione e di reddito di cittadinanza, non di coscienza.