‘Non lo so’. Un mio ricordo di Piero Angela

Ho appena finito di scrivere un articolo in memoria di Piero Angela, scomparso sabato scorso. Ci ho messo un po’ a scriverlo, in parte per l’emozione in parte perché ci sono tante cose da dire che è difficile selezionare e ordinare il materiale.

Qui sul sito mi voglio limitare a un piccolo aneddoto. Siamo al CICAP Fest del 2019, io sono nello staff e Piero Angela è tra gli ospiti. Aveva già superato i novant’anni, per cui si era deciso di organizzare, al posto di interviste singole, un incontro con una decina di giornalisti. A un certo punto viene fatta una domanda molto tecnica: non ricordo esattamente quale, negli appunti che ho ritrovato ho segnato solo “medici non specializzati”, forse qualcosa sulla formazione o sul ruolo dei medici di famiglia.

Mi sono però segnato la risposta di Angela: “È una domanda tecnica alla quale non so rispondere”. Perché, ha proseguito, il ruolo della scienza consiste anche in questo, nel rispondere “non lo so” quando non si hanno le competenze per rispondere. “La gente viene da me pensando che sia l’immagine della scienza. Ma non lo sono: sono un divulgatore, devo studiare”.

Due o tre cose sui Jova Beach Party

La mia opinione sulla sostenibilità ambientale dei Jova Beach Party – che si ammantano di ecologismo e rispetto per la natura – è abbastanza semplice e banale, sarei tentato di dire “di buon senso” se questa espressione non fosse così spesso utilizzata per evitare di giustificare le proprie idee e dare dei cretini a chi non la pensa come noi.

Comunque: non si tratta di vietare concerti e grandi eventi per questioni ecologiche, ma di ragionare su come minimizzare questo impatto e portare migliaia di persone in un luogo non attrezzato difficilmente rientra in questa strategia; dubito che questi concerti siano la minaccia principale per gli habitat costieri, ma se invece di dire “è figo andare al concerto in costume da bagno” ti presenti come difensore della natura, è normale che poi uno vada a guardare se e quanto è vero.

Il fratino, uccello che nidifica sulle spiagge dei JBP (foto di “Mike” Michael L. Baird, CC BY 2.0)

Detto questo, e rimandato per approfondimenti a chi ne sa più di me (no, non è Tozzi), qualche riflessione in più su questa storia – che lascio così, poi ognuno le applichi come vuole ai Jova Beach Party e alle polemiche di questi giorni.

Lontani dalla natura. Immaginiamo una persona che vive in città e va a un concerto in uno stadio o in un parco urbano. E ora immaginiamo una persona che vive in campagna e va a un concerto sulla spiaggia o in un bosco. È inevitabile pensare che il secondo sia più “vicino alla natura” e quindi più “ambientalista” del primo, ma sospetto che già solo per una questione di trasporti l’impatto nel primo scenario sia inferiore. Non è che per il bene del pianeta dovremmo andare tutti a vivere in megalopoli con magari pochissimo verde urbano ed evitare di fare passeggiate in montagna, però dovremmo abituarci a valutare razionalmente l’impatto ambientale delle nostre abitudini, al di là dell’effetto alone legato all’alzarsi la mattina col cinguettio degli uccellini. Penso che ogni iniziativa di sensibilizzazione che non tenga conto di questo aspetto sia, per quanto benintenzionata, fallace.
Un piccolo esempio – è il risultato di una ricerca di alcuni anni fa riassunta da Dario Bressanini –: guidare fino a una fattoria per comprare frutta e verdura “a chilometro zero” potrebbe essere più inquinante di prendere al supermercato sotto casa prodotti che arrivano dall’altra parte del mondo.

Quanto c’è di male nel greenwashing. Ho fatto una breve ricerca scoprendo – ma la cosa non mi sorprende affatto – che non c’è una definizione univoca di greenwashing. Ok, prendendo Wikipedia possiamo dire che si tratta di una “strategia di comunicazione (…) finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale” ma cosa vuol dire “ingannevolmente positiva”? Che il vero scopo di ridurre gli imballaggi non è proteggere l’ambiente ma risparmiare sui costi? Ok, non sei sincero ma alla fine il risultato è positivo per l’ambiente. Oppure stai facendo una cosa che riduce di poco l’impatto ambientale ma ha una resa mediatica alta? Già più grave, ma alla fine anche le piccole cose contano. Oppure stai mentendo spudoratamente infiocchettando con l’ecologia una pratica che magari è più inquinante di prima?
Credo sia importante distinguere tra questi casi, evitando di condannare allo stesso modo pratiche diverse per gravità e conseguenze sull’ambiente.

Il buon esempio. Credo sia importante dare il buon esempio, ma soprattutto credo che il primo buon esempio da dare sia evitare di mostrarsi i più duri e puri attaccando l’altro senza prendere in considerazione il contenuto delle critiche.
Mi piacerebbe molto che questo dibattito portasse a una migliore tutela delle coste, ma non mi faccio troppe illusioni.

L’italiano è una lingua complicata, per le persone non binarie

Sto seguendo il Locarno film festival e ho visto – è in concorso nella sezione Cineasti del presente, dedicata opere prime e seconde – Before I Change My Mind di Trevor Anderson.
È un bel “coming of age movie”, insomma uno di quei film con adolescenti che si confrontano con i primi problemi da adulti. Siamo nel Canada degli anni Ottanta e la storia ruota intorno a Robin, da poco trasferitosi dagli Stati Uniti col padre e alle prese con i soliti problemi di ambientazione. Con un intelligente misto di commedia e dramma, il film racconta del rapporto tra Robin e Carter, che semplificando un po’ possiamo definire il bullo della scuola.

Vaughan Murrae in una scena del film

Ora, scrivere di questo film è difficile proprio da un punto di vista linguistico: Robin è infatti una persona non binaria, vale a dire che non si riconosce né come maschio né come femmina. Nel film – che come accennato è ambientato nel 1987 quando “binario” e “non binario” si riferivano perlopiù all’informatica – non si usano pronomi di genere per Robin mentre adesso, quando devono parlare del personaggio o dell’interprete (l’eccezionale Vaughan Murrae), gli autori hanno deciso di usare il ‘singular they’. Ma in inglese è relativamente semplice: in italiano evitare espressioni che siano maschili o femminili è invece un casino, come si vede nella presentazione sul sito del Festival dove troviamo giri di parole un po’ forzati come “giovane volto principale” (e nel finale gli scappa un “che Robin sia libero”).

Ho avuto il piacere di incontrare Trevor Anderson, affrontando anche questo problema. La sua prima risposta è stata un “buona fortuna” seguito da “grazie al cielo non ho dovuto scrivere il film in italiano”. Entrambi eravamo un po’ scettici sull’usare soluzioni come asterischi o schwa, non tanto perché sarebbero risultati anacronistici rispetto all’epoca del film – dopotutto ne stiamo scrivendo/parlando oggi nel 2022 e anche loro adesso, per praticità, usano il ‘singular they’ –, ma perché sarebbero risultati meno naturali: il rischio è che alla fine, più che del film e di Robin, uno si ricordi soprattutto di quella strana ə che era presente nella recensione, relegando Before I Change My Mind tra i film LGBT+ quando l’intento di Anderson era realizzare un classico film di formazione in cui capita che il personaggio principale sia non binario. “Volevo fare il coming of age movie che negli anni Ottanta non ho avuto modo di vedere”, mi ha detto. Così, nella recensione che ho scritto ho cercato espressioni neutre, riformulando in continuazione le frasi, ma temo che qualcosa mi sia sfuggito.

Perché racconto tutto questo? Semplicemente perché capisco molte delle perplessità nei confronti dello schwa per evitare il maschile sovraesteso e i riferimenti al genere (scrivendo ad esempio “l’attorə” invece di “l’attore” o “l’attrice”): è una soluzione che ha i suoi limiti. Ma il problema, come mostra nel suo piccolo il film in concorso a Locarno, c’è e non ha senso fare finta di nulla.

Dobbiamo ringraziare i robot che puliscono i pavimenti?

Commentando l’acquisizione da parte di Amazon di iRobot, il produttore dei popolari robot aspirapolvere Roomba, John Gruber immagina un futuro in cui avremo per casa degli assistenti robotici ben più versatili di una macchinetta che se la cava bene con la polvere ma non la cacca di cane (il web è pieno di racconti del genere) e non è neanche in grado di fare le scale. Qualcosa al quale poter dire “Roomba, sistema il casino che c’è in cucina e quando hai finito portami un bicchiere d’acqua, grazie”.

round robot vacuum
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A essere sincero sono un po’ scettico su questi possibili sviluppi – mi ricordano le auto a guida autonoma, che è almeno vent’anni che avremo “entro 5 anni” – ma è interessante che Gruber concluda il suo ipotetico ordine ringraziando il robot. Se ne rende conto anche lui, tanto da concludere il suo testo con una precisazione:

(I like saying thanks to my AI assistants. My wife thinks I’m nuts. But I worry we, collectively, are going to be dreadfully rude to them by the time they’re essential elements of our daily lives.)

Ora, tralasciando il fatto che in inglese “please” e “thank you” sono più comuni che in italiano o in tedesco (Licia Corbolante spiega bene i motivi), perché mai dovremmo ringraziare un’intelligenza artificiale?

Partendo dalle principali teorie etiche, non vedo buoni motivi per farlo né per le morali deontologiche (per le quali, grosso modo, è giusto quello che discende da alcuni principi morali) né per quelle consequenzialiste (che valutano l’agire in base alle conseguenze). L’intelligenza artificiale non ha coscienza di sé e non soffre: la mancata gentilezza non viola principi morali e non ha conseguenze sgradevoli per nessuno.

Risposta diversa per l’etica delle virtù, quella che invece di guardare ai principi o agli effetti delle nostre azioni, si chiede che tipo di agenti morali vogliamo essere. E possiamo rispondere, come sembra fare John Gruber, che non vogliamo essere delle persone maleducate, anche se la maleducazione riguarda un’intelligenza artificiale.

L’emergenza climatica in televisione

photo of brown bare tree on brown surface during daytime
Photo by Pixabay on Pexels.com

È Greenpeace, associazione ambientalista che non riscuote le mie simpatie, ma la ricerca è stata condotta dall’Osservatorio di Pavia e mi pare interessante: quanto e come si parla dell’emergenza climatica nella televisione italiana?

Ci sono due rapporti, uno per i telegiornali e l’altro per le trasmissioni di approfondimento, disponibili sul sito di Greenpeace che propone anche una sintesi.

In sostanza, di cambiamento climatico si parla poco (meno di una notizia su cento per i TG; poco più del 6% per gli approfondimenti) e quando se ne parla è soprattutto a partire da eventi climatici o fenomeni naturali; le cause vengono citate raramente nei telegiornali mentre sono riportate in metà delle trasmissioni di approfondimento; le conseguenze sono perlopiù ambientali, solo raramente sociali, economiche o sanitarie.

Un rapporto simile era stato fatto per i quotidiani (ma me l’ero inizialmente perso), con risultati simili.

Ora, Greenpeace punta il dito sulla dipendenza dei media dalle aziende inquinanti. Che certamente c’è e l’indipendenza dell’informazione è un problema che va affrontato (e non solo per le aziende inquinanti). Ma in questi casi mi attengo al cosiddetto “Rasoio di Hanlon” che impone di non attribuire (soltanto) a malafede quello che può essere attribuito alla stupidità o meglio alle difficoltà nel raccontare l’emergenza climatica. Che è una cosa complessa in praticamente ogni aspetto, dai meccanismi climatici alle conseguenze alle possibili soluzioni. Devi semplificare senza banalizzare, spiegare le responsabilità senza colpevolizzare le persone ma anche senza assolverle dando la colpa ad altri. E tutto questo con un sistema mediatico che è pensato per informare su eventi puntuali come crisi politiche o guerre.

Stiamo di nuovo parlando di Salvini

La campagna elettorale italiana è appena iniziata e già Matteo Salvini è riuscito a infiltrarsi nella mia “bolla social”. Non seguo account politici e neanche di simpatizzanti della Lega Nord, eppure la sparata del segretario leghista sugli appelli fatti per cognome anziché nome perché magari a scuola c’è qualche bambino dall’incerta identità di genere mi è arrivata più volte.

Commenti ironici, spesso abbinando allo sfottò anche un minimo di debunking sul fatto che è normale fare l’appello per cognome. Intanto siamo qui, come già accaduto anni fa, che parliamo di Salvini e degli appelli, senza neanche entrare nel merito di come la scuola debba tutelare le persone transgender (definiti da Salvini “fluidi”, termine che temo stia assumendo una connotazione negativa) o di altri temi politici. E lasciando passare tutto l’implicito – al quale inizialmente non avevo fatto caso e che mi ha fatto notare .mau. – di un elenco di nomi tutti italiani.

Un’idea di cancel culture che mette in luce il passato

Il New York Times dedica un lungo articolo all’Università di Strasburgo o meglio alla Reichsuniversität Straßburg che ne prese il posto durante il nazismo (l’Alsazia venne annessa alla Germania nel 1940).

La posizione dell’università, ha spiegato lo storico della medicina Christian Bonah, era un semplice “non è la nostra storia”, il che è certamente vero: possiamo infatti dire che l’Université de Strasbourg era in esilio in un’altra città e la Reichsuniversität era un’altra istituzione che ne occupava gli spazi. Tuttavia dopo il ritrovamento, nel 2016, di alcuni resti anatomici di vittime del nazismo l’università ha avviato un’indagine che si è conclusa con la pubblicazione di un rapporto di oltre 500 pagine. Stando a quanto dichiarato dal presidente dell’università Michel Deneken, il rapporto mostra un quadro più sfumato, mettendo in luce i legami tra la Reichsuniversität e la comunità alsaziana e la stretta collaborazione tra l’università e il vicino campo di concentramento di Natzweiler-Struthof. Insomma, la Reichsuniversität è parte della storia dell’Università di Strasburgo e bisogna farci i conti, ricordandola insieme all’eroica Université de Strasbourg.

L’articolo ricorda anche che nel 2015 un libro sosteneva che l’università conservasse ancora resti anatomici di ebrei, ottenendo la smentita da parte di “furious school officials”. Ora, non sono sicuro che tutto questo possa rientrare, e in che modo, nel dibattito sulla cancel culture, termine utilizzato per riferirsi a molte cose diverse. Mi pare in ogni caso un esempio virtuoso di come approcciarsi al passato, senza nascondere nulla ma mettendo in luce tutte le sue sfaccettature.

Forse abbiamo un problema con la teoria della ‘spinta gentile’

La prima volta che ho sentito parlare di nudge o spinta gentile era il 2009; si tratta di uno strumento che, grosso modo, prende gli studi di psicologia cognitiva e li applica per sviluppare dei “suggerimenti” (dai piatti più piccoli per mangiare meno a come vengono presentate le informazioni) che indirizzano le persone verso la scelta più razionale.

Una bella idea, che almeno sulla carta permette di influenzare il comportamento delle persone lasciando loro la libertà di scegliere, e infatti in questi anni i nudge hanno avuto larga diffusione, sia a livello di ricerca accademica sia di applicazione.

Tuttavia il gigante rischia di avere i piedi di argilla e curiosamente per un problema legato proprio ai bias cognitivi che i nudge vorrebbero sfruttare: negli studi c’è infatti un forte publication bias, in pratica la tendenza a privilegiare i risultati positivi e scartare quelli negativi. Se fai una ricerca e scopri che un nudge non funziona, il tuo lavoro resta nel cassetto; se invece scopri che il nudge funziona, l’articolo viene pubblicato e quando si passano in rassegna le varie ricerche pubblicate, i risultati positivi superano quelli negativi.

Questo publication bias c’è; meno chiaro quanto sia importante. Gli autori di una meta-analisi pubblicata su PNAS concludono che anche tenendone conto gli effetti positivi ci sono. Di diverso avviso gli autori di una lettera, pubblicata sempre su PNAS, secondo i quali se si tiene conto del bias di pubblicazione non ci sono prove che i nudge siano effettivamente in grado di influenzare il comportamento delle persone (“After correcting for this bias, no evidence remains that nudges are effective as tools for behaviour change”), anche se con importanti differenze nei vari campi di applicazione, lasciando pensare che per alcune cose i nudge funzionino bene, per altre meno bene e per altre ancora non funzionino affatto.

La discussione prosegue; altri hanno sollevato critiche e gli autori della meta-analisi hanno risposto. Dubito che alla fine tutta la teoria dei nudge si rivelerà essere pseudoscientifica, ma non mi stupirebbe scoprire che una parte importante è da ignorare.

Al di là di come andrà a finire, mi sento di concludere che fanno bene i filosofi della scienza fallibilisti a considerare ogni teoria scientifica “provvisoriamente vera”.

Perché ci si vaccina meno? Alcune ipotesi

Foto di Joshua Hoehne

Repubblica titola che “le quarte dosi per gli over 60 non decollano“; se guardo i dati svizzeri vedo che la terza dose (o “primo richiamo” come si preferisce chiamarla qui) è da marzo che ha praticamente raggiunto un plateau di poco superiore al 40% della popolazione. Our World in Data mostra una situazione simile in molti Paesi europei.

Penso si possa dire che l’interesse verso i vaccini sia calato nel senso che molte persone che hanno completato il primo ciclo vaccinale non sono andate avanti e una buona parte di chi l’ha fatto non ha interesse alla quarta dose o secondo richiamo. Perché? Ovviamente non ne ho idea e le poche ricerche sull’esitazione vaccinale relativa ai richiami che ho trovato non dicono molto sui motivi. Posso tuttavia fare qualche ipotesi.

  • Non ci sono più incentivi1 come il Green Pass o Certificato Covid. Può essere uno dei motivi; sicuramente non è l’unico e dubito sia comunque preponderante: molte persone si sono vaccinate anche senza queste misure per cui la loro assenza non può spiegare il minore interesse attuale.
  • Si è tornati alla “normalità”. Dicevo che gli incentivi hanno mosso solo una parte delle prime vaccinazioni, ma questo è vero per le misure adottate; è possibile che uno dei motivi che ha spinto molti a vaccinarsi sia stata la prospettiva di farla finita con le molte restrizioni introdotte. Adesso che la possibilità di introdurre nuovi lockdown appare remota, può essere che si senta meno l’urgenza di fare altre dosi.
  • Minor timore di ammalarsi. Il Covid fa meno paura o comunque ci si sente sufficientemente protetti, almeno dalle conseguenze più gravi, anche da due/tre dosi.
  • Minor fiducia nei vaccini. Inutile nasconderselo: c’erano grandi aspettative sui vaccini e in particolare sul loro potere sterilizzante, ovvero la capacità non solo di proteggere dalla malattia grave ma anche di fermare i contagi, e su questo la comunicazione non è sempre stata chiara. Grandi aspettative spesso portano a grandi delusioni.
  • Minor fiducia nelle autorità (sanitarie e politiche). Penso non ci sia molto da aggiungere, su questo punto.
  • Si attendono tempi migliori (aggiunto dopo la pubblicazione iniziale dell’articolo). Visto che l’efficacia dei vaccini è limitata nel tempo, meglio aspettare l’autunno quando (probabilmente) ci sarà un’altra ondata. Non so quanti la pensino così, ma almeno una persona c’è.
  • Molti si sono contagiati recentemente e mi pare si consigli di aspettare qualche mese prima del richiamo (anche questo punto è stato aggiunto dopo la pubblicazione iniziale, vedi commenti).

Personalmente, penso che i motivi principali siano il secondo e il terzo (ritorno alla normalità e minor timore di ammalarsi). Temo che anche la minor fiducia verso vaccini e autorità giochi un ruolo.

  1. Includo sia quelli positivi per chi si vaccina sia quelli negativi per chi non si vaccina, incluse eventuali sanzioni. []

L’ultima parola della scienza

L’ultima parola su ciò che sappiamo certamente su [tema oggetto di disinformazione] la lasciamo alla scienza. A lui.

Valentia Petrini, Non chiamatele fake news, Chiarelettere 2020

Sto leggendo un po’ di libri sulle “fake news”, e tra di questi c’è anche quello della giornalista Valentina Petrini. Dal punto di vista teorico è relativamente povero, ma è un’interessante testimonianza di come una giornalista che crede nel valore dei fatti affronti professionalmente e personalmente la disinformazione e la polarizzazione. Insomma, non ci si sofferma più di tanto su cosa siano le fake news, sulle differenze rispetto a fenomeni antichi come la propaganda, sui meccanismi di diffusione e sugli effettivi effetti, ma almeno non ci si limita a dare la colpa ai social media dal momento che, si legge a un certo punto, “la lotta contro la disinformazione sarebbe monca se non allargassimo il dibattito a tutta la macchina dell’informazione”.

Tuttavia è un altro il passaggio che più mi ha colpito, purtroppo in negativo, ed è quello che troviamo citato all’inizio di questo testo e che introduce l’intervista a un esperto. Ho omesso sia il nome dell’esperto, sia il tema di cui si discute perché mi interessa il modo di ragionare, non il caso specifico che potrebbe essere l’efficacia dei vaccini, il riscaldamento globale, le scie chimiche, l’assassinio di Kennedy o lo sbarco sulla Luna.

Abbiamo un esperto del tema e certamente quello che dice è importante e merita, nel dibattito pubblico, uno spazio diverso da quello di una persona con minori competenze sul tema. Certo, qui sarebbe importante capire come, immaginando di essere a nostra volta persone “con minori competenze sul tema”, possiamo valutare le competenze di un esperto o meglio ancora di due esperti o sedicenti tali che si contraddicono.

Il problema è tuttavia un altro: Valentina Petrini introduce l’intervista con le parole citate all’inizio. “L’ultima parola su ciò che sappiamo certamente […] la lasciamo alla scienza. A lui”. Perché queste parole non mi convincono? Di per sé si dice semplicemente la scelta di chiudere il capitolo con alcuni punti fermi sostenuti da un ricercatore esperto del tema. Tuttavia le parole sono secondo me sbagliate. L’ultima parola: dopo non c’è più spazio neanche per domande? Sappiamo certamente: di che tipo di certezza stiamo parlando? È certo come è certo che 2+2=4, come il fatto che la Terra è rotonda, come è certo che se mangio cibo grasso mi verrà un infarto? La scienza: esiste una cosa che possiamo definire “la scienza”, e parlare come tale, o abbiamo una pluralità di discipline e ricercatori?

L’esperto poi fa bene il suo lavoro di esperto: riassume quello che si sa, nota che al momento c’è un’ipotesi accettata da quasi tutti (e si capisce che la certezza è in realtà limitata) e che chi sostiene altre tesi non ha prove solide o addirittura porta prove false. Capisco che di fronte a corbellerie e dibattiti sterili si sia tentati di presentarla come “l’ultima parola della scienza”, ma forse è una tentazione alla quale varrebbe la pena resistere.