Ci sarà una linea rossa per i mondiali di calcio in Qatar?

È iniziato il Campionato mondiale di calcio. Il mio interesse è praticamente nullo, ma non perché siamo in autunno o perché si svolgono in Qatar: semplicemente, gli eventi sportivi non mi appassionano, indipendentemente dalla disciplina, dal livello e dal luogo in cui si svolgono.

Mi interessano un po’ di più gli aspetti matematici dello sport. Alla fine per decretare un vincitore bisogna contare qualcosa e non c’è un unico modo di contare. Quanti punti diamo alla squadra che vince rispetto a quella che pareggia o che perde? In testa al medagliere olimpico mettiamo chi ha più medaglie d’oro o chi ha più medaglie?

E poi ci sono gli aspetti etici. È indubbio che le risorse mediatiche ed economiche che la collettività dedica ai Mondiali (e a praticamente tutti gli eventi sportivi internazionali) potrebbero essere dedicate ad attività con maggiori benefici per l’umanità: non dico le scontate lotta alla povertà e ricerca scientifica, ma anche solo sostenere lo sport amatoriale con attrezzature sportive decenti per tutti.
Questi poi si svolgono in un Paese che, come riassume Il Post, “criticato per il suo stile di governo autoritario, per le enormi spese affrontate nell’organizzazione dell’evento, per lo sfruttamento dei lavoratori che si sono occupati delle costruzioni e per le violazioni dei diritti umani che avvengono al suo interno, tra le altre cose”.

È stato divertente leggere le giustificazioni di Gianni Infantino, presidente della FIFA: i Paesi occidentali non possono criticare il Qatar perché hanno fatto e fanno tutt’ora lo stesso se non peggio. Il che è anche vero, ma direi che è un motivo per criticare anche i Paesi occidentali, non per assolvere il Qatar. Va inoltre notato che Infantino ha un’idea molto ampia della responsabilità collettiva, visto che ha citati i misfatti europei degli ultimi tremila anni attribuendoli, evidentemente, anche alle associazioni per i diritti umani. A Infantino si potrebbe far notare che molto probabilmente tra le cose per cui l’Europa dovrà chiedere scura per i prossimi tremila anni ci saranno anche – per quanto non in cima alla lista – anche questi Mondiali in Qatar.

Rimane comunque aperta la questione di cosa sarebbe giusto fare con Paesi che non rispettano i diritti umani. Sanzioni che colpiscono soprattutto la popolazione? Escluderli da ogni relazione commerciale, culturale o sportiva? Collaborare cercando di migliorare almeno un po’ la situazione?

Sinceramente non lo so. Mi chiedo però se esista una linea rossa, qualcosa che porterebbe al boicottaggio di questi Mondiali da parte della FIFA o di qualche squadra. È un caso ipotetico, perché questo evento è organizzato dal Qatar per rifarsi un’immagine internazionale e quindi si guarderanno bene dal fare qualcosa di grosso, ma ugualmente: che cosa porterebbe una qualche Nazionale a dire “al diavolo i risultati, noi non giochiamo”?

Rifiutare la domanda di divinità

Penso che tutti i lettori di questo sito conoscano la frase “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie”. È nota come “Sagan standard”, ma come sempre in questi casi non è Carl Sagan il primo ad averla formulata.

A me questo principio ha sempre lasciato perplesso. Che cosa vale come straordinario? E poi, cosa dovrei fare delle affermazioni che giudico straordinarie ma per le quali non ho prove (altrettanto) straordinarie? Le devo ignorare oppure le posso mantenere dando loro meno importanza?

Un buon esempio di quello che intendo riguarda l’esistenza di Dio: cosa è straordinario, dire che Dio esiste oppure che Dio non esiste? Per me la prima, ma per la maggior parte delle persone esistite l’affermazione straordinaria è la seconda, anche se probabilmente bisognerebbe sostituire “Dio” con un generico “divinità”. Lo standard di Sagan non ci aiuta né a dialogare con queste persone, né a ragionare sui nostri presupposti. Il che non vuol dire che sia un principio da buttar via, ovviamente, ma solo che ha dei limiti.

Questi limiti mi sono tornati in mente leggendo un’interessante intervista che l’amico (per comunione di interessi anche se non necessariamente di opinioni) Choam Goldberg ha fatto a Franco Tommasi su L’eterno assente.

Tommasi non si definisce né ateo né agnostico, non perché sia credente ma per ragioni più complesse e interessanti:

Rifiuto l’etichetta di ateo perché accettarla significa considerare ragionevole il punto di vista di chi pone un problema che è tale per lui ma non per me, un problema mal posto e in definitiva privo di senso in mancanza di una chiara definizione. Una definizione che in pratica non c’è e che chi ti fa la domanda, nella maggior parte dei casi, non ha nemmeno provato a darsi. Definendomi ateo, accetterei di giocare al suo gioco. Se tu mi chiedessi se io sono «a-sprilochista», io ti risponderei chiedendoti prima di tutto che cavolo vuol dire. Se tu non me lo spiegassi in maniera chiara, ti direi che non capisco cosa mi stai chiedendo. Se io dichiarassi di essere a-sprilochista o di non esserlo, starei al tuo gioco e darei legittimità alla tua domanda priva di senso. Ma torniamo a noi: per te questa idea dell’esistenza di Dio è importante? Bene, padronissimo, ma perché io dovrei partecipare al tuo gioco? Se tu mi spieghi che cosa vuol dire «credere nell’esistenza di Dio» in termini per me comprensibili, potrei aver voglia di provare a darti una risposta. Altrimenti di che cosa si parla? Di solito la migliore risposta che si ottiene è: «Credo in qualcosa di superiore». Ma è facile comprendere come questa risposta possa significare qualsiasi cosa e il suo contrario. Quindi meglio tirarsi fuori dal gioco.

Capisco il suo punto di vista: usare un concetto “in negativo” presuppone il concetto “in positivo”. Abbiamo una parola per definire le persone che non mangiano carne (vegetariano), ma non abbiamo una parola per indicare le persone che non mangiano insetti perché, almeno per ora e nella cultura occidentale, nessuno mangia insetti mentre la carne fa parte della nostra dieta. Una società dove polli, mucche e maiali non vengono mangiati non sarebbe una società di vegetariani, ma una società dove il concetto di vegetariano non ha alcun senso.

Tuttavia in questa società il concetto di Dio ha un senso. Il fatto che sia male definito non ha molta importanza: usiamo quotidianamente una miriade di concetti vaghi e ambigui, a volte abbiamo bisogno di precisione (ad esempio se vogliamo costruire un sapere scientifico) ma spesso non è necessaria e ci capiamo bene lo stesso.

Legittimo che Tommasi voglia sottrarsi a questo gioco linguistico.
Mi chiedo tuttavia quale sia il vantaggio. Anche perché ci sono buone possibilità che una idea di divinità faccia parte del nostro modo di leggere il mondo, andando alla ricerca di schemi e di intenzionalità. Certo, poi questa visione intuitiva e ingenua viene raffinata e ci rendiamo conto, per fare un esempio banale, che non è il sole a sorgere ma è la terra ruotare su se stessa. Tuttavia se ci alziamo al mattino presto continuiamo a vedere il sole che si alza sull’orizzonte: non ha molto senso pretendere di vedere la terra che ruota.

Dollar Street, come scoprire le vite degli altri

Leggendo l’interessante libro di Tim Harford Dare i numeri – al quale avevo già accennato in un articolo sui rischi dello scetticismo indiscriminato – ho scoperto l’esistenza di Dollar Street.

È un’idea della fondazione svedese GapMinder che conoscevo già per il test con cui mette si mette in guardia da alcuni “errori sistematici” nella nostra percezione del mondo. Esempio: quale percentuale della popolazione mondiale vive in città con oltre 10 milioni di abitanti: 8, 28 o 48%? Le grandi città sono, appunto, grandi e attirano l’attenzione, portandoci a sovrastimare la loro importanza: meno di una persona su dieci vive in megalopoli.

Dollar Street si inserisce nella stessa idea: fornire informazioni corrette e facilmente comprensibili su come è fatto il mondo che non conosciamo direttamente, immaginando che tutta l’umanità viva in una lunga strada, con le abitazioni distribuite in base al reddito.

Possiamo filtrare i risultati per continente o stato e vedere come si distribuiscono le varie case lungo la strada; possiamo vedere la famiglia riunita, cosa usano per cucinare, dove dormono, gli animali domestici, giocattoli e spazzolini da denti.

È un progetto interessante: la metafora della strada mi pare molto efficace nel mettere insieme situazioni che, su scala globale, è difficile confrontare. I filtri, almeno quando ci sono sufficienti dati a disposizione, permettono di evidenziare aspetti che si conoscono ma magari si sottovalutano. L’India ha ad esempio abitazioni distribuite in tutta la lunghezza della strada, da famiglia che vivono con meno di 100 dollari al mese ad altre che hanno redditi superiori ai 5000 dollari.

Devo solo capire come usarlo concretamente, andando oltre la semplice curiosità iniziale. Forse dovrei cercare di costruirmi una prassi, tipo una ricerca specifica – per paese o continente, per reddito… – da fare una volta a settimana o al mese.

A me piaceva l’idea di una amnistia pandemica

Su The Atlantic Emily Oster propone una “amnistia pandemica e a me era sembrata un’idea interessante: andare avanti affrontando i problemi che adesso ci si presentano, evitando di gongolare per le cose dette che si sono rivelate corrette o di minimizzare e negare le cose dette che si sono rivelate sbagliate.

Magari avrei evitato il concetto di “amnistia” che – almeno in italiano, forse in inglese il termine ha un significato un po’ diverso – riguarda la punizione di reati, preferendo parole come riconciliazione o riparazione. E avrei insistito maggiormente sul fatto che “andare oltre” non significa dimenticare tutto quello che è stato detto o fatto, anzi: bisogna ricordare tutto ma senza cercare colpevoli o innocenti, ascoltando le ragioni dell’altro.

Seppure con queste perplessità, l’idea di questa amnistia mi piaceva. Uso il passato perché quell’articolo è stato criticato, e in maniera molto netta, in quanto tentativo di garantirsi una sorta di perdono per gli errori commessi senza doversene assumere la responsabilità. E queste critiche sono arrivate sia da chi considera necessarie le misure di contenimento dei contagi, sia da chi al contrario le vede come un abuso di autorità (vorrei evitare il ricorso a etichette come “chiusuristi e “aperturisti”). Non penso che la verità si trovi al centro di opposti estremismi: chi viene criticato da una parte e dall’altra talvolta ha semplicemente torto due volte. Tuttavia questa doppia accusa all’idea di amnistia mi convince che no, non è ancora tempo per andare oltre.

Un promemoria sul ‘backfire effect’

Per affrontare un’informazione falsa non basta presentare i fatti. Cambiare idea, soprattutto quando queste idee hanno una particolare importanza, non è infatti solo una questione di acquisire nuove informazioni e la correttezza non è l’unico aspetto di cui tenere conto.

Questo lo si sa da ormai da qualche millennio: già il buon Aristotele indicava, a fianco del logos (grosso modo la logica dei fatti), anche l’ethos (l’essere brave persone, sempre grosso modo) e il pathos, le emozioni.
Più recentemente la tesi che i fatti non bastano viene argomentata col cosiddetto backfire effect. In poche parole: la semplice verifica delle informazioni (fact-checking o debunking) non solo non basta, ma può essere controproducente agendo, appunto, come un “ritorno di fiamma” (in italiano di parlerebbe di “effetto boomerang” ma non ho mai visto usare questa espressione per il backfire effect) rinforzando la credenza nell’informazione che si è cercato di smentire.

L’eccezione, non la regola

Il tutto parte da una ricerca di Brendan Nyhan e Jason Reifler intitolato “When Corrections Fail: The Persistence of Political Misperceptions” e pubblicato nel 2010 sulla rivista Political Behavior.

La ricerca è citata di continuo (recentemente l’ho trovata in un libro sulla disinformazione appena pubblicato) ed è comprensibile: è un aspetto del quale tenere conto. Solo che il backfire effect non è così frequente come si sarebbe portati a pensare e a ricordarlo è proprio uno dei due autori, Brendan Nyhan:

Read this! Widespread neglect of more recent studies since my paper. Key point: “while backfire may occur in some cases, the evidence now suggests it is rare rather than the norm…generally debunking can make people’s beliefs in specific claims more accurate”

Nyhan si riferisce a un report di una ventina di pagine curato da Full Fact (vedi Does the “backfire effect” exist—and does it matter for factcheckers?) che, dopo aver analizzato varie ricerche, conclude che questo effetto controproducente è l’eccezione, non la regola. Tutto questo ovviamente con l’aggiunta che è importante capire come rendere più efficace l’azione dei factcecker – nel testo si cita ad esempio la questione della fiducia che, tornando ad Aristotele, rientra nella parte di ethos.

Quella di Nyhan non è una ritrattazione, ma una precisazione che, quando si cita quel lavoro, andrebbe secondo me ripresa. E spero che questo piccolo fact-checking funzioni.

Il significato simbolico della vittoria di Giorgia Meloni

Sul significato politico delle elezioni mi pare non ci sia molto da discutere: abbiamo un governo è un parlamento di destra, conservatori se non reazionari. Se va bene, in Italia si starà fermi una legislatura su temi come i diritti sociali, la tutela dell’ambiente e anche le liberalizzazioni; se va male ci aspettano pure dei passi indietro.

Non so se è per cercare una qualche consolazione o se per dovere di obiettività, c’è chi sottolinea che per la prima volta c’è una donna alla presidenza del consiglio. Anzi, “una donna con un curriculum di partito e di origini familiari modeste che a 45 anni arriva a Palazzo Chigi” come ha scritto un’esponente politica.

Penso che si tratti di aspetti sociali, e anche simbolici, importanti che certo non diminuiscono le preoccupazioni politiche ma che allo stesso tempo non liquiderei con un “è una donna ma è contro le donne” (questa non è una citazione, ma un riassunto).

Solo che sulla questione “valore sociale della nomina di Giorgia Meloni” distinguerei due livelli, e lo faccio riferendomi non solo al genere ma in generale a gruppi che hanno il potere (chiamateli pure classe dominante o élite a seconda delle preferenze) e gruppi che invece lo subiscono.

L’ascesa di Giorgia Meloni è la storia di una persona che è passata dal secondo al primo gruppo e che esista una certa permeabilità è molto importante. Va ovviamente ricordato che c’è il bias del sopravvissuto: quante persone altrettanto e forse più capaci non sono riuscite a fare il salto?

Però c’è anche un altro tema, quello delle caratteristiche di questi gruppi, delle qualità che i membri devono possedere e mostrare, qualità spesso funzionali a far restare in una situazione di minorità l’altro gruppo. L’ascesa di Giorgia Meloni non cambia, e anzi forse rafforza, queste qualità. Il che ovviamente non significa che Giorgia meloni non sia una vera donna, non abbia vere origini modeste eccetera: quello è un discorso sull’autenticità che di solito appartiene alla retorica dei gruppi di potere e che mi pare stupido riprendere se l’obiettivo è, come io ritengo giusto che sia, modificare lo stato delle cose.

Intelligenze artificiali che scrivono cose

Cercando un sistema per controllare come scrivo – quelle cose tipo “paragrafi troppo lunghi”, “metti un link esterno” eccetera –, ho scoperto l’esistenza di Writesonic. Si tratta di una piattaforma che sfrutta l’intelligenza artificiale per la creazione e la modifica di testi.

L’offerta è ampia, si va dai testi che accompagnano le foto su Instagram alle descrizioni di prodotti per Amazon, da “storie coinvolgenti e persuasive” 1 al riassunto di testi.

Puoi impostare la qualità dei testi su quattro livelli e un piano gratuito che ti permette, con qualità premium, fino a 2500 parole. Per curiosità ho sperimentato la funzione “AI Article & Blog Writer”.

Cosa ho fatto

Innanzitutto ho scelto il tema: la sovranità alimentare. Con Giorgia Meloni che ha ribattezzato il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, si discute se sia un’idea “di destra o di sinistra”. Ho quindi impostato come argomento il seguente testo: “La sovranità alimentare è un’idea progressista legata alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica? Oppure è un’idea reazionaria, nazionalista e classista?”

Mi ha proposte tre possibili titoli: “La sovranità alimentare è una questione progressista? Discutiamo!” (che ho scelto), “La sovranità alimentare è un’idea progressista legata alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica? O è un’idea reazionaria, nazionalista e classista?” e “La sovranità alimentare è un’idea progressista?”.

Mi ha poi proposto tre possibili introduzioni.

La sovranità alimentare è un tema che ha acquisito visibilità negli ultimi anni. La comunità internazionale ha preso atto delle gravi implicazioni dei mercati alimentari aziendali e del loro impatto sui piccoli produttori, sui sistemi alimentari e sull’ambiente. La sovranità alimentare può essere intesa come un insieme di diritti relativi al modo in cui le popolazioni producono, conservano, distribuiscono e accedono al cibo. È anche un processo attraverso il quale le comunità riprendono il controllo sulla produzione e sul consumo di alimenti sani. Per capire se questo argomento è adatto alla vostra organizzazione o riunione in questo momento, potete chiedervi: questi valori sono in linea con la missione della mia organizzazione? È un argomento che sta a cuore ai membri? Le persone si sentiranno più legate alla mia organizzazione grazie a questo argomento? È rilevante per i nostri membri? Risponde a qualche esigenza attuale della nostra organizzazione? Ci sono altri modi in cui potremmo sostenere ulteriormente gli sforzi di altri che lavorano in questo settore?

La sovranità alimentare è sempre più riconosciuta come una valida alternativa al sistema alimentare industriale dominante. Tale riconoscimento, tuttavia, è stato limitato a circoli specializzati. Anche all’interno del movimento per la giustizia alimentare, è rimasto un termine oscuro fino a poco tempo fa. Questo articolo esplora il potenziale della “sovranità alimentare” come questione progressista e la inquadra come tale. Ci sono diverse ragioni per cui questo tema non fa ancora parte della comprensione comune dei movimenti per la giustizia sociale: l’invisibilità strutturale, il gergo accademico, la limitata accessibilità alle fonti primarie e le tensioni ideologiche tra i diversi movimenti per la giustizia sociale. Questo articolo cerca di spiegare perché dovremmo considerare la sovranità alimentare come una questione progressista.

Il cibo non è solo una fonte di energia, vitamine e minerali. È anche un luogo chiave per contestare le relazioni di potere tra aziende e consumatori, produttori e fornitori, interessi radicati e attori emergenti. I dibattiti che ne derivano sono diventati così divisivi che è difficile capire dove finisce una parte e inizia l’altra. Ma se ci fosse un modo per unire tutti coloro che hanno a che fare con il cibo? E se la sovranità alimentare potesse essere quel tema unificante? Secondo il sito web di Food First, “la sovranità alimentare riguarda innanzitutto il fatto che le persone abbiano diritti sicuri sulla terra, l’acqua, le sementi e le fonti di proteine, nonché l’accesso a mercati equi e convenienti”. In altre parole, si tratta di capire chi possiede il nostro sistema alimentare: le grandi aziende o i piccoli agricoltori?

Ho scelto l’ultima e a questo punto mi ha proposto tre possibili scalette:

  1. Chi dovrebbe possedere il nostro sistema alimentare?
  2. Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?
  3. Perché la sovranità alimentare non è una questione progressista?
  4. La sovranità alimentare riguarda solo i grandi e i piccoli proprietari?
  5. Conclusione
  1. Che aspetto ha la sovranità alimentare?
  2. Il caso della sovranità alimentare
  3. Perché potrebbe non essere una questione progressista
  4. Il caso contro la sovranità alimentare
  5. Riflessioni finali
  1. Chi possiede il nostro sistema alimentare?
  2. Che aspetto ha la sovranità alimentare?
  3. Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?
  4. Critiche alla sovranità alimentare

Ho scelto la prima togliendo il quarto punto e ho ottenuto il testo che ho pubblicato poco fa.

Qualche considerazione

Il risultato, lo confesso, mi ha stupito: potrebbe benissimo essere un testo scritto da un essere umano. Certo, un essere umano che ha idee particolarmente originali sulla sovranità alimentare e sviluppa quanto contenuto nella traccia iniziale grazie a qualche ricerca online e frasi fatte, senza davvero aver capito quello che scrive. Il che è comunque un risultato notevole, anche perché quella è la situazione tipica non solo di uno studente alle prese con temi e tesine, ma anche di molte persone che scrivono per lavoro – penso, ma solo perché è una realtà che conosco bene, al giornalista che si ritrova a occuparsi di un tema del quale sa poco o nulla. Certo, un bravo giornalista sa come diventare un “esperto” in qualche ora, eventualmente sentendo colleghi o persone davvero esperte (senza virgolette), ma qui ho avuto il testo in pochi minuti.
Dove l’intelligenza artificiale ha decisamente fallito è la scelta dell’immagine.

I vantaggi per chi pubblica contenuti – e privilegia la quantità e la tempestività alla qualità – mi paiono evidenti. Più interessante chiedersi quali possano essere i vantaggi per un lettore.
Me ne viene in mente uno: semplificare la raccolta di informazioni. Proviamo a ripercorrere il procedimento che ho seguito pensando che il mio obiettivo non fosse avere un articolo sul tema del giorno per avere un po’ di clic, ma sapere che cosa è la sovranità alimentare. Ho chiesto quello che volevo sapere, nei passaggi successivi ho specificato meglio quel che mi interessa sapere, e poi ho lasciato che un’intelligenza artificiale accedesse a un certo numero di risorse e me facesse un riassunto di 7-800 parole.
L’alternativa sarebbe stata cercare “sovranità alimentare” su Google: se mi va bene qualcuno ha già fatto questo lavoro di sintesi – è il caso ad esempio del Post –, ma se mi va male dovrò perdere qualche ora selezionando e confrontando fonti.

Il problema è che ovviamente non ho la minima idea di come quelle informazioni siano state selezionate. Il testo generato automaticamente è chiaramente favorevole alla sovranità alimentare (“una questione progressista che può unire tutti coloro che si occupano di cibo”), immagino perché la maggioranza delle fonti hanno quella impostazione. Tremo all’idea di chiedere se i vaccini contro il Covid hanno come obiettivo ridurre la popolazione umana tramite terapia genica sperimentale.

  1. In teoria la persuasione riguarda i testi argomentativi e non la narrativa, ma forse in inglese “persuasive” vale anche per i racconti.[]

La sovranità alimentare è una questione progressista? Discutiamo!

Ho scoperto l’esistenza di un “creatore automatico di contenuti”. Gli ho chiesto un articolo lungo sulla sovranità alimentare. Questo è il risultato (inclusi titolo e immagine)

Il cibo non è solo una fonte di energia, vitamine e minerali. È anche un luogo chiave per contestare le relazioni di potere tra aziende e consumatori, produttori e fornitori, interessi radicati e attori emergenti. I dibattiti che ne derivano sono diventati così divisivi che è difficile capire dove finisce una parte e inizia l’altra. Ma se ci fosse un modo per unire tutti coloro che hanno a che fare con il cibo? E se la sovranità alimentare potesse essere quel tema unificante? Secondo il sito web di Food First, “la sovranità alimentare riguarda innanzitutto il fatto che le persone abbiano diritti sicuri sulla terra, l’acqua, le sementi e le fonti di proteine, nonché l’accesso a mercati equi e convenienti”. In altre parole, si tratta di capire chi possiede il nostro sistema alimentare: le grandi aziende o i piccoli agricoltori?

Chi dovrebbe essere il proprietario del nostro sistema alimentare?

Nel contesto alimentare, il termine “proprietà” si riferisce a chi controlla la produzione e la distribuzione del cibo. Ad esempio, sono i piccoli agricoltori o le grandi aziende fornitrici? Attualmente, la maggior parte del sistema alimentare è di proprietà e controllato da grandi aziende. Questo potrebbe essere problematico perché le aziende sono guidate dal profitto, non dal bene sociale. E se ci fossero altri modi per distribuire il cibo? I piccoli agricoltori sono un ottimo esempio. Le aziende agricole su piccola scala sono di proprietà di singoli o di comunità e producono l’80% del cibo del mondo. Sono la pietra miliare della sovranità alimentare. Eppure c’è chi sostiene che la sovranità alimentare non sia una questione progressista, poiché promuove un’agricoltura localizzata e su piccola scala, che non ha la capacità di sfamare tutti.

Perché la sovranità alimentare è una questione progressista?

La sovranità alimentare può essere una questione progressista unificante perché mette le persone al primo posto. Si concentra sul conferimento alle comunità locali del potere di produrre e distribuire autonomamente il cibo, in modo che tutti abbiano accesso ad alimenti nutrienti. Questo spostamento della proprietà dalle aziende alle comunità dà a tutti una maggiore voce in capitolo nel sistema alimentare. Si tratta di un passaggio da un sistema alimentare orientato al profitto a uno orientato alle persone. In altre parole, si passa dalla ricerca del massimo profitto alla ricerca della soddisfazione dei bisogni delle persone. In un sistema alimentare guidato dalle persone, tutti sono più uguali. Significherebbe porre fine allo sfruttamento dei lavoratori agricoli e alla distruzione degli agricoltori del Sud del mondo. Significherebbe anche migliori condizioni di lavoro per i lavoratori del settore alimentare nel Nord globale. La sovranità alimentare è quindi una questione progressista perché è un modo per raggiungere standard più elevati in tutti i settori. È un modo per riunire tutte le diverse circoscrizioni coinvolte nel sistema alimentare e assicurarsi che siano tutte su un piano di parità.

Perché la sovranità alimentare non è una questione progressista?

La sovranità alimentare non è una questione progressista perché è troppo ottimista. Il modello idealizzato di sovranità alimentare non tiene conto della realtà del cambiamento climatico e della crescita demografica. Per nutrire l’intera popolazione, dovremmo aumentare la nostra produzione agricola del 70%. Si tratta di un’impresa ardua, soprattutto perché il cambiamento climatico sta già compromettendo la nostra produzione agricola. Per questo motivo alcuni sostengono che non dovremmo concentrarci sull’aumento della produzione agricola, ma piuttosto sulla diminuzione del consumo di carne e di colture utilizzate per l’alimentazione animale. In questo modo si libererebbero più terra e acqua che potrebbero essere utilizzate per le coltivazioni destinate al consumo umano. Questo approccio sarebbe comunque progressivo e ridurrebbe le disuguaglianze nel sistema alimentare, pur riuscendo a nutrire l’intera popolazione.

Conclusione

La sovranità alimentare è un concetto unificante che riunisce tutti i diversi tipi di attori coinvolti nel sistema alimentare. Riunisce agricoltori, aziende, consumatori e funzionari governativi per creare un sistema più equo. Ciò significa che la sovranità alimentare è una questione progressista che può unire tutti coloro che si occupano di cibo. Può essere un modo per porre fine al capitalismo clientelare e migliorare le condizioni di lavoro di tutti coloro che operano nel sistema alimentare. Solo unendo tutti coloro che sono coinvolti nel sistema alimentare possiamo sperare di creare un sistema più giusto ed equo per tutti.

Le statistiche possono mentire. E anche lo scetticismo

Non ricordo chi, anni fa, mi consigliò di leggere How to Lie with Statistics di Darrell Huff, però gli o le sono molto riconoscente perché quel libro lo adorai fin da subito. Pubblicato nel 1954 ma tradotto in italiano mi pare solo nel 2007, il libro spiega come le statistiche possono essere usare per nascondere una verità oppure per dimostrare, con l’apparente solidità di numeri e percentuali, praticamente qualsiasi cosa. Nell’esporre queste tecniche Duff spiega ovviamente alcuni aspetti importanti come la selezione del dati o la differenza tra media, mediana e moda, ma il libro è impostato tutto sull’inganno delle statistiche e sull’importanza di dubitare.

“Può sembrare un manuale per gli imbroglioni” scrive Huff nell’introduzione, ma ”i furfanti conoscono già questi trucchi, le persone oneste devono impararli per difendersi”. In questo Huff si paragona al ”ladro in pensione i cui insegnamenti in un corso universitario su come scassinare una serratura o disattivare un allarme” solo che ho scoperto che non era affatto in pensione, anzi era passato di livello.

Lo spiega il giornalista economico Tim Harford in un libro che riprende e approfondisce i temi del libro di Huff ma capovolgendone l’impostazione: in Dare i numeri si parte da quello che le statistiche ci permettono di vedere, non dagli inganni. Perché questo cambiamento di prospettiva è importante? Perché l’approccio di Huff rischia di portarci a uno scetticismo indiscriminato, al dubbio verso ogni tipo di statistica. E qualcuno può sfruttare questo dubbio, come l’industria del tabacco quando – proprio negli anni in cui venne pubblicato How to Lie with Statistics – emersero le prime conferme sui danni del fumo, conferme supportate da statistiche. E chi, nel 1965, venne chiamato per screditare quelle statistiche in un’audizione al Senato degli Stati Uniti? Esatto, Darrell Huff. Come scrive Harford:

Darrell Huff era stato pagato dall’industria del tabacco per fare ciò che sapeva fare meglio: mettere assieme qualche astuto aneddoto e poi aggiungere un pizzico di sagacia statistica e una buona dose di cinismo per instillare il dubbio sulla pericolosità delle sigarette. All’epoca stava persino lavorando al seguito del suo libro, che però non fu mai pubblicato: si sarebbe intitolato How To Lie With Smoking Statistics.

Huff ha spiegato come è possibile usare le statistiche per ingannare. E poi ha usato proprio il dubbio da lui creato per ingannare, per far capire che non abbiamo certezze e che in assenza di certezze è meglio non fare nulla.
Tuttavia limitarsi a denunciare la pericolosità del dubbio non avrebbe molto senso: vorrebbe dire applicare allo scetticismo lo stesso metodo che Huff ha applicato alla statistica. Seguendo l’approccio di Harford, dobbiamo sottolineare le virtù del dubbio e imparare a dubitare bene. Perché, come ha scritto Hume, l’uomo saggio non è quello che dubita di tutto, ma che proporziona le proprie credenze in base alle prove di cui dispone.

Qualche dubbio sull’etica a lungo termine

Marco Annoni ha scritto un lungo articolo sul lungo-terminismo, l’idea etica che dovremmo basare le nostre decisioni morali guardando anche alle conseguenze sulla vita delle persone che esisteranno in futuro.

Alla base del lungo-terminismo ci sono tre idee:

1. La vita delle persone future è moralmente importante.

2. Noi viviamo sul “precipizio” o “cardine” della storia.

3. Esistono diversi rischi esistenziali che potrebbero compromettere, forse per sempre, il futuro della vita intelligente nell’universo.

I punti 2 e 3 sono affermazioni fattuali; su 3 non ho particolari obiezioni (a parte che non mi pare che ne sappiamo poi così tanto, sulle condizioni per l’evolversi di vita intelligente); 2 mi pare un atto di superbia: perché il “cardine della storia” sarebbe adesso e non – poniamo – la Seconda guerra mondiale, la Grande peste, l’estinzione dei Neanderthal o l’invenzione del teletrasporto tra un migliaio di anni? Ma alla fine 2 non mi pare così essenziale: che sia o no un momento cruciale nella storia dell’umanità, è quello in cui viviamo adesso e in cui possiamo prendere delle decisioni.

Il problema vero secondo me è in 1, nell’argomento morale: non che la vita delle persone future non sia importante, ma è ugualmente importante di quella delle persone esistenti?

Mi spiego riprendendo l’esperimento mentale citato da Annoni:

Immaginiamo uno scenario di questo tipo: davanti a noi si trovano due bottoni. Il primo permette di incrementare la possibilità (diciamo, dello 0,000001%) che 1058 persone che non sono ancora nate vengano al mondo in un futuro molto distante. Il secondo permette di salvare la vita a un miliardo di persone che sono già in vita, oggi. Non potete premere entrambi i bottoni: quale dei due scegliete di premere?

Se ho fatto correttamente i conti, il primo bottone permette di salvare 100’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000’000 volte le vite del secondo. Una differenza che dovrebbe convincere anche chi non si riconosce completamente nell’utilitarismo e nel suo calcolo morale che la cosa giusta da fare sia premere il primo bottone. Non fosse che quelle 1058 vite esattamente da cosa le abbiamo salvate? Non dalla morte, visto che non sono ancora nate, ma al massimo dalla non esistenza. Se fossimo una specie di quelle che troviamo in alcuni racconti di fantascienza, che si muovono nel tempo come noi ci muoviamo nello spazio, forse il discorso sarebbe diverso, ma così non è.

Il che non significa che non dovremmo interessarci delle generazioni future: semplicemente non possiamo fare il calcolo utilitaristico considerando le due cose equivalenti, neppure con qualche fattore di correzione tipo “1 vita presente ne vale 1000 future”. È come chiedersi se 2 metri sono più grandi di un miliardo di ore: il calcolo non si può fare.

Il che non significa che il presente vince sempre. Se riformuliamo l’esperimento mentale dei due bottoni mettendo da una parte la sofferenza di molte persone esistenti e dall’altra un mondo migliore tra cento anni (che è grosso modo lo scenario della lotta alla crisi climatica), la scelta su cosa sia giusto fare rimane secondo me aperta. Il problema non è prendere in considerazione il futuro, ma pensare di poter decidere cosa è giusto fare con un semplice calcolo di vite salvate oggi o tra miliardi di anni. Sono decisioni complesse: sarebbe bello poter trovare la risposta semplicemente applicando una regola, ma è più una questione di “saggezza pratica” – che va certamente “allenata” ragionando su esperimenti mentali come questi sui due pulsanti.

Conclude Annoni:

Il lungo-terminismo è, con tutta probabilità, una delle idee più affascinanti, controverse e importanti degli ultimi decenni. È una di quelle idee che, nel bene o nel male, è destinata a segnare la riflessione e il dibattito per anni, non solo in filosofia o in ambito accademico, ma anche a livello sociale e culturale.

Concordo, anche se non sono molto ottimista sulla qualità del dibattito e sulle possibili conseguenze.