This girl is taken

Facebook conosce molte cose di me. Alcune informazioni le ho fornite io direttamente, altre le ha ricavate indirettamente “unendo i puntini”.
Queste informazioni hanno un valore che probabilmente non sono in grado di valutare correttamente – e infatti mi sembra equo dare queste informazioni in cambio di un potente strumento di comunicazione, ma ho il sospetto che lo scambio non sia affatto equo.

A ogni modo, queste informazioni vengono sfruttate anche per propormi l’acquisto di prodotti “su misura”. E visto che mi guadagno da vivere scrivendo su un quotidiano, spesso mi imbatto in tazze o felpe che esaltano la professione di giornalista. L’ultima offerta che mi sono trovato è per questa maglietta, immagino da regalare alla mia moglie/compagna:

Suppongo che il sistema abbia controllato che io non sia single od omosessuale. Non si è invece accorto che trovo quella scritta vagamente offensiva, non tanto per l’idea di “marchiare” una persona evidenziando la sua relazione affettiva, piuttosto per l’idea che questa relazione sia questione di “essere preso”, quasi fossero mele in vendita al mercato.

È questione di sensibilità personale: non dico che quella maglietta sia oggettivamete offensiva o sessista; dico che io la trovo così. E visto che me la ritrovo su Facebook – che a suo modo è uno spazio personale –, trovo la cosa fastidiosa.
Insomma, se vuoi fare la pubblicità mirata e personalizzata, falla bene. Altrimenti mi arrabbio.

Ho comprato due libri

L’altro giorno ero in libreria. E ho trovato due libri interessanti.

Il primo è pubblicato da Mondadori. E riporta sul retro, giusto sopra il codice ISBN, un logo “e book disponibile”.
È disponibile, ma se lo voglio lo devo pagare a parte. A prezzo pieno. L’edizione di carta costa 32 euro, quella digitale la metà; in totale 48 euro, ma onestamente chi se li prende tutti e due? Insomma, quel logo suona un po’ come un “esci dalla libreria e prenditi il libro online”.

L’editore del secondo libro è invece UTET. E sulla copertina c’è un bollino “e-book compreso nel prezzo”. Sono andato sul loro sito, mi sono registrato, ho selezionato il libro che ho comprato, ho inserito alcune parole per dimostrare di essere in possesso di quel libro (tipo “l’ultima parola della seconda riga di pagina 93”) e scaricato l’ebook, senza alcun lucchetto digitale, nel formato per Kindle.

Ora, forse la UTET sbaglia: per quanto non ci siano i costi di stampa e distribuzione, la creazione e la gestione di un documento digitale hanno un costo. Il sistema inoltre non è a prova di furbo: basta prendere il libro in prestito in biblioteca, scaricare l’ebook da cellulare mentre si è in libreria oppure, se si è fortunati, cercare la pagina nell’anteprima su Amazon o Google Books.
L’idea mi pare comunque valida: hai il libro cartaceo? Se me lo dimostri, puoi avere l’ebook a condizioni di favore – gratis, come fa per ora UTET, ma andrebbe bene anche a uno o due euro.

Mondadori, invece, fa solo venir voglia di scaricare illegalmente il loro ebook.

Specisti senza cuore

Pare che Red Ronnie si sia schierato a favore dei pidocchi:

I pidocchi non vanno uccisi. Ogni animale ha degli occhi, una bocca, un cuore e del sangue che circola e dei sentimenti. Hanno paure, di conseguenza devi rispettare gli animali come rispetti gli esseri umani.

Ora, di per sé non me ne fregherebbe nulla di quel che dice Red Ronnie, dal momento che non gli riconosco alcun ruolo di intellettuale – e faccio fatica a capire come altri glielo riconoscano, questo ruolo, dando spazio a quel che dice anche quando non parla di musica.
Perché, quindi, riprendo questo appello ai pidocchi? Perché la trovo interessante per il disperato tentativo di umanizzare i pidocchi. Hanno degli occhi, hanno un cuore – come tutti gli animali, dice, ma non è il caso di metterci a fare i biologi – e quindi dobbiamo rispettarli come rispettiamo gli esseri umani.

Insomma, il suo amore degli animali è molto umano e, soprattutto, specista.

Carnagione abbronzata

Non so, forse sono io una brutta persona, ma quel “caucasico, carnagione abbronzata” che ritrovo in un comunicato stampa della polizia cantonale ticinese mi sembra un malriuscito1 tentativo di evitare ogni accusa di razzismo.
Il che potrebbe essere anche un buon segno, non fosse che rientro in pieno nella descrizione.
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  1. Malriuscito perché l’abbronzatura dipende dalla carnagione e caucasico non è chiaro che cosa significhi. []

Lo stolto indica l’iPhone, il saggio vede il grattacielo

Apple ha presentato un nuovo iPhone, e per le prossime ore, forse giorni, sarà tutto un gran discutere e litigare su questa o quell’altra caratteristica: “è un passo in avanti”, “è un passo indietro”, “ce l’aveva già il produttore X”, “manca comunque la funzione Y” eccetera eccetera. Continua la lettura di Lo stolto indica l’iPhone, il saggio vede il grattacielo

Il comune senso del pudore

Ieri, domenica 21 agosto, Emilio Giannelli ha pubblicato sul Corriere della Sera questa vignetta:

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Qualche giorno prima, il 17 agosto, sul quotidiano belga Le Soir, è invece apparsa questa vignetta di Kroll, ripresa da Internazionale del 19/25 agosto:

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Non so se Giannelli ha copiato Kroll o se semplicemente ha avuto la stessa idea. Mi interessa di più notare le differenze tra le due vignette.
La prima è che Kroll fa indossare all’agente del 2016 una tenuta antisommossa, una finezza a cui Giannelli non ha pensato, forse per privilegiare la classica caricatura della coppia di carabinieri.
Più interessante il fatto che Giannelli ha invertito le due figure femminili – la donna col due pezzi di ‘ieri’ prende il posto di quella col costume interro di ‘oggi’ –, mentre Kroll ha lasciato immutata la donna col costume “moralmente corretto”.
Ma la differenza più interessante è secondo me l’ultima: nella versione francofona l’indecenza di ieri ha le tette al vento, non un semplice bikini.

Un’ulteriore dimostrazione del fatto che il comune senso del pudore non è proprio comune…

Il mio iMac è più bravo di me nel riconoscere i miei figli

Lo confesso: di fronte a una foto dei miei figli quando erano neonati – e come tutti i genitori dell’ultimo decennio, ne ho diverse centinaia – faccio fatica a capire se si tratta del primogenito o della secondogenita, e spesso lo capisco non guardando i volti, molto simili grosso modo fino a sei mesi di età, ma vestiti o accessori (oltre ovviamente alla possibilità di guardare la data in cui è stata scattata la fotografia).

Non mi sento un genitore degenere, per questo, sia perché credo che l’essere un buon genitore non dipenda da questo, almeno finché torni a casa dal parco giochi con i bambini giusti, sia perché pure la madre e i nonni (e persino loro stessi) fanno confusione.
Tuttavia, non posso che rimane stupito dal fatto che la nuova funzione di riconoscimento dei volti di Apple (disponibile in iOS 10 e macOS Sierra che sto provando in beta) non ha alcun problema a distinguerli, e pure nelle foto mosse o sfocate.

Il velo della legge

 Forse è l’estate, sia nel senso che il caldo dà alla testa, sia nel senso che accadono meno cose ma le pagine dei giornali vanno riempite lo stesso, ma vedo – sui social network e sui giornali, media che essendo in vacanza frequento in maniera discontinua – c’è un gran dibattere sul burkini, se bello, brutto, comodo, scomodo, inutile, tradizionale, esibizionista, incompatibile con la dignità umana, incompatibile con la civiltà occidentale, incompatibile con la civiltà tout court,1 e soprattutto se da proibire o tollerare.

Ora, la mia idea è che sia da tollerare, al massimo da scoraggiare ma non da proibire, visto che non c’è danno diretto dovuto all’indumento (a parte forse il caldo, non so, mai provato un burkini e neppure un costume intero, del resto) ma al massimo dall’imposizione, per cui è come il furto: il problema non è certo il passaggio di proprieta di un bene, ma il fatto che questo avvenga contro la volontà del legittimo proprietario, per cui non ha senso proibire il commercio.

Ma non è di questo che vorrei parlare, qui; c’è infatti un’altra cosa che mi colpisce, nell’idea di proibire il burkini, e che mi sembra valga la pena sottolineare: stiamo chiedendo al diritto (penale, ma non solo) di fare cose per cui non è stato pensato, ovvero definire una società, tracciare un confine tra un noi e un loro mettendo nero su bianco non tanto dei principi universali, ma delle pratiche particolari. Ora, non sono ingenuo: so bene che le leggi non si limitano a regolare i conflitti tra persone, ma danno anche forma alla società, a volte seguendo, a volte precedendo i costumi. Ma questo, appunto, regolando i suddetti conflitti tra persone ora in una maniera ora in un’altra, non inventandosi conflitti o elevando a insanabile conflitto sociale quello che è un semplice disgusto personale.
Siamo preoccupati per lo stato di minorità di parte della popolazione che affronta forti pressioni dirette e indirette? Vogliamo favorire l’autonomia e la consapevolezza di queste persone? Bene, siamo sicuri che una legge che proibisca determinate pratiche sia una soluzione a questo stato di minorità e non un modo per marcare il territorio, non troppo dissimile dalle pisciatine che fanno alcuni animali per strada?

  1. Peraltro, credo sia più semplice definire che cosa sia la civiltà, contrapposta all’inciviltà o alla preciviltà, che la civiltà occidentale contrapposta a non ho ancora capito cosa. []

L’originalità andrà di moda

Sono in vacanza e ne ho approfittato per andare un paio di volte al cinema, il che significa che mi sono visto due film, un certo numero di pubblicità di attività commerciali locali e circa una decina di trailer di altri film. Se ci aggiungiamo i manifesti in entrata, possiamo tranquillamente dire che mi sono potuto fare un’idea della produzione cinematografica – limitata ovviamente alle grandi produzioni hollywoodiane – dei prossimi mesi.

Ora, sarà che prima di andare in vacanza ho seguito il Festival del film di Locarno, sarà che oramai per banali questioni anagrafiche ho una memoria cinematografica diretta che spazia su tre decenni, ma non c’era un film originale: per bene che poteva andare, si trattava di un sequel o un prequel, insomma il capitolo aggiuntivo di una serie cinematografica con situazioni e personaggi già conosciuti; alla peggio, i rifacimenti. Giusto per fare qualche titolo: Ben Hur, Ghostbuster, Star Wars: Rogue one, Alla ricerca di Dory, L’era glaciale: in rotta di collisione, Independence Day: rigenerazione. Per tacere di tutti i film tratti da fumetti.

Non credo sia questione di crisi di idee. Perché alla fine di idee nuove ce ne sono, forse non tante, forse non originali, forse non riuscite benissimo, ma ce ne sono: non è Werner Herzog che ha rifatto Nosferatu inquadratura per inquadratura (guardando alcuni dei trailer, mi vien da dire: purtroppo).
Però queste idee, evidentemente, non trovano seguito se presentate da sole, senza qualcosa di rassicurante proveniente dal passato nel quale impacchettarle.
Il contrario di quello che succedeva anni fa, quando i film western copiavano Kurosawa facendo finta di nulla. L’originalità – che non è necessariamenre avere idee nuove, ma presentarle come tali – non è di moda. Chissà se di ritornerà.

L’automobile nucleare

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Una Opel Kadett Olympia del 1968, via Wikimedia Commons

I Verdi svizzeri hanno iniziato – con largo anticipo – la campagna per la votazione popolare del 27 novembre sul nucleare. Campagna che si basa, al momento, su una Opel Olympia del 1969, anno di entrata in servizio della centrale nucleare di Beznau.
La lettura proposta è semplice: come quell’auto è tecnologicamente superata e, per gli standard attuali, pericolosa, così lo è anche la centrale che andrebbe quindi chiusa definitivamente.

Il problema è che io vedo almeno tre letture alternative, tutte non favorevoli ai Verdi. Continua la lettura di L’automobile nucleare