Un articolo per due giorni perché ieri e oggi ho seguito eventi che ruotavano tutti intorno allo stesso tema: comunicare la scienza.
Da Comunicare la scienza con Silvia Bencivelli e Francesco Paolo De Ceglia a Comics&Science con Leo Ortolani, Roberto Natalini e Andrea Plazzi senza dimenticare, oggi, Gilberto Corbellini, Michele Luzzatto e quei pazzi di Dibattito Scienza.
Tre iniziative molto diverse, accomunate dall’idea che la scienza sia bella e le persone, per essere buoni cittadini1 debbano conoscerla.
Tuttavia – sarà un problema legato al mio cattivo umore –, tutte mi sembrano fallire. Il mondo è pieno di gente che non capisce la scienza e che non vuole capirla. E qui “scienza” vale, per sineddoche, per tutte quelle attività intellettuali che richiedano un minimo di sforzo. E non c’è nulla da fare.
- Qualsiasi cosa questa espressione significhi. [↩]


L’occhio ama giocare con le nubi e con le loro forme. Soffermando lo sguardo qualche secondo, è possibile scoprire strani e familiari aspetti: una nave, uno stivale, l’Irlanda, un angelo, il volto di un amico o di un parente. L’autore di queste eteree sculture è ovviamente lo sguardo, che appunto gioca con le masse di vapore acqueo: sappiamo bene che non vi è alcun demiurgo celeste che si diverte a scolpire le nuvole. L’unico lavoro è quello compiuto dalla nostra immaginazione: è infatti sufficiente distrarsi un attimo, o fissare il cielo da un altro punto di vista, e tutto svanisce: le nuvole sono forme stupide, casuali, talmente vuote di contenuto da essere in grado di accogliere qualsiasi aspetto.