La clonazione

closeQuesto articolo è stato pubblicato 12 anni 4 mesi 7 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Su il manifesto di sabato 22 gennaio è riportata, a pagine 18, l’interessante storia del villaggio di Aldeida da Luz, un piccolo paese del Portogallo che, a causa della costruzione della imponente diga d’Alqueva, è completamente ricostruito, o forse sarebbe meglio dire clonato, a due chilometri di distanza dal sito originario, nel frattempo completamente allagato.
Un interrogativo che ci si potrebbe porre è se il villaggio sia rimasto lo stesso, o se sia più corretto parlare di due villaggi diversi; discussione che richiama un problema molto simile esposto da David Hume nel Trattato sulla natura umana, questa volta a proposito di una chiesa. Discussione in apparenza oziosa e, nel senso spregiativo del termine, squisitamente filosofica; eppure non è difficile immaginare una situazione, come una causa di legittima usucapione, nella quale decidere per una opzione o per l’altra avrebbe conseguenze molto diverse.
In proposito, sono molto interessanti le dichiarazioni degli abitanti di Aldeida da Luz, riportate nell’articolo. «Esteriormente nulla è cambiato. Hanno rispettato tutto e i vicini sono sempre gli stessi vicini; i tre bar sono dove dovevano essere, la Chiesa Madre è dov’era, e accanto c’è il cimitero.» Ma a questa stabilità esteriore non corrisponde, purtroppo, una costanza emotiva, forse anche a causa di alcuni miglioramenti che i progettisti hanno voluto apportate, ingrandendo e razionalizzando le abitazioni: «Qui è tutto più grande: le strade, la piazza, le stesse case. Ci sentiamo persi.» Molto interessante la dichiarazione di una signora di 63 anni: «Non sogno più. Non riesco. Da quando mi hanno trasferito qui non mi appare più la mia famiglia.»
La conclusione è evidente: l’ambiente nel quale viviamo è carico di significati che vanno aldilà del normale impiego. Una casa, soprattutto se è la casa natale, non è semplicemente un luogo nel quale dormiano, mangiano e accumuliamo gli oggetti di nostra proprietà.
La sensazione di familiarità è come un odore che si impregna con il passare del tempo è che non è possibile eliminare o spostare altrove. Un odore che fa parte della identità del posto, ne è una componente essenziale. Senza questo odore, un luogo vale l’altro, come testimonia molto bene un abitante di Luz emigrato in Svizzera e tornato dopo la clonazione del villaggio: «Mi sento emigrato due volte. Questo non è più il mio paese, potrebbe essere in Svizzera, sarebbe la stessa cosa.»

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