Ossimori clinici

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 8 mesi 9 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Gli xenotrapianti sono i trapianti di organi tra specie diversi, e potrebbero costituire la soluzione definitiva al problema del ridotto numero di organi disponibili.
Escludendo le difficoltà tecniche, sulle quali non sono assolutamente in grado di scrivere nulla di sensato, vi sono numerosi problemi di natura etica. È giusto disporre così del corpo di animali, oppure si tratta di un atteggiamento che Peter Singer chiama, accostandolo al razzismo, specismo (speciesism)? Per procedere con la sperimentazione, è sufficiente il consenso informato da parte del soggetto oppure, data la vastità dei problemi che possono insorgere, è necessario coinvolgere anche le persone che gli sono vicine?

An Ravelingien: Pig tales, human chimeras and man-made public health hazardsSono alcuni dei problemi che An Ravelingien, ricercatrice presso l’università di Ghent in Belgio, ha affrontato in un articolo apparso nel 2004 sul Journal of Medical Ethics.

Assuntina Morresi, sulle pagine di Avvenire, riassume brevemente il contenuto di questo articolo e del dibattito che ne è seguito. Difficile stabilire l’affidabilità dell’esposizione: riesce a sbagliare il nome dell’autrice (Ann invece di An) e la data di pubblicazione (l’articolo è stato pubblicato nel gennaio del 2004, quindi tre anni fa, non due come ha invece scritto in apertura), ma si tratta sicuramente di errori di distrazione.
Il tema centrale dell’articolo riguarda le sperimentazioni, in particolar modo la possibilità di sperimentare su soggetti in stato vegetativo permanente, ovviamente se questi hanno in precedenza acconsentito ad una simile sperimentazione. Consenso che potrebbe coinvolgere anche il concetto di morte: il soggetto sarebbe cioè libero di stabilire in base a quali condizioni (mancata attività respiratoria, assenza di attività cerebrale e così via) deve considerarsi non più in vita.
Un ragionamento che Assuntina Morresi definisce surreale e verso il quale esprime una netta condanna:

[…]purché la persona consenta, e sia informata, può fare del suo corpo quel che vuole. Prima e dopo la morte, comunque la si voglia definire.
Padroni assoluti, dunque, del proprio corpo, della propria vita e della propria morte, fino al punto da definire quando ci si può dir morti. E sull’altare della Autodeterminazione e della Scienza, assurte a dee della vita e della morte, gli esseri umani stanno sacrificando la propria libertà.

Curioso che l’autodeterminazione comporti il sacrificio della propria libertà, che è di solito definita proprio a partire dalla possibilità di autodeterminarsi.
Forse la mia perplessità è dovuta ad ignoranza: mi sfugge come l’autodeterminazione possa diventare dea della vita e della morte.

5 pensieri su “Ossimori clinici

  1. Secondo me, conoscendo Avvenire, la giornalista vuole insinuare che l’autodeterminazione in questo caso è una falsa libertà o una libertà apparente perché in realtà è frutto di un asservimento alla dea Scienza di cui neanche l’individuo stesso è pienamente consapevole (si crede libero ma non lo è…).
    Oppure la signora Morresi vive nell’incubo che l’autodeterminazione di alcuni possa limitare la libertà di tutti gli altri (una specie di “cavallo di Troia”; v. i timori sull’eutanasia praticata disinvoltamente).
    Poi, non so, cosa passasse nella testa di quella signora quando ha scritto l’articolo…

  2. “Guitton è un filosofo a cui la disciplina cattolica non ha tolto la libertà, un mistico che le regole hanno condotto alla gioia della preghiera e dell’esperienza interiore, un teologo a cui l’obbedienza ha dato le ali della libertà.” (Gianni Baget Bozzo)

    Obbedienza, regole e disciplina uguale libertà.
    È evidente che il concetto di libertà non ha per tutti lo stesso significato.

  3. Marcoz: forse mi sbaglio, ma noto una vena di ironia nella tua citazione di Baget Bozzo, e la cosa non mi dispiace per nulla.
    Ilaria: Sì, penso anche io che le preoccupazioni dell’autrice (e di Avvenire) possano essere quelle da te descritte. Però potrebbero specificarle meglio, invece di assumere un atteggiamento fastidiosamente dogmatico e controproducente (se il problema è la consapevolezza delle persone, la soluzione è discutere, non condannare a priori)

  4. Già, concordo con te su Avvenire. Hanno questo tipo di atteggiamento che secondo me conferma le certezze di chi concorda già con loro e respinge chi non è d’accordo o vorrebbe semplicemente discutere delle cose…

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