Non sono antirazzista, ma…

Uno si distrae un attimo e si ritrova senza parole.

Era lì. Ed era una bella parola: antirazzismo. Sì, c’era chi sosteneva che non bisogna essere “contro” ma “per” e che il vero valore era un altro – l’integrazione, il rispetto, la tolleranza, l’uguaglianza, fate voi. Ma la realtà è che l’antirazzismo marcava un limite, escludeva un concetto dallo spazio pubblico, dichiarandolo socialmente inaccettabile: non era possibile sostenere le proprie opinioni, o le proprie azioni, con l’idea che gli esseri umani siano divisi in razze con caratteristiche stabili e definite.
E questo, secondo me, era un bene.

La mia idea di antirazzismo è ben sintetizzata da una scena di La parola ai giurati (in originale 12 angry men) di Sidney Lumet. I giurati devono decidere se un ragazzo ha o no ucciso il padre. Siamo in una situazione di stallo: dopo lunghe discussioni alcuni sono convinti che sia colpevole, altri che sia innocente. Ed ecco che uno giurati sbotta con un “è ovvio che è colpevole, sono fatti così, quelli come lui” (significativamente non si dice a quale “razza” appartenga il ragazzo). È un argomento che gli altri giurati – anche quelli convinti della sua colpevolezza – non accettano, e lo fanno capire chiaramente:

Questa era l’antirazzismo: non accettare idee inaccettabili, tenere pulito il dibattito da quelle idee.

Poi, non ho ben capito come, “antirazzismo” è diventata un’altra cosa, almeno per una parte dell’opinione pubblica. Un antirazzista è adesso uno che accusa e denigra sempre una parte – i bianchi, gli europei, gli italiani –, che denigra le legittime opinioni altrui sbraitando accuse infondate. Un agitatore, un persecutore. L’antirazzista come vero, e unico, razzista.

Antirazzismo da strapazzo, antirazzismo in assenza di razzismo, il “pericolo fenomeno dell’antirazzismo”, “gli antirazzisti sono i peggiori razzisti” e così via.
E ho aspettato qualche settimana, a pubblicare questa mia riflessione, sperando che fosse un fenomeno passeggero, legato ad alcuni fatti di cronaca. Purtroppo non è così: questo inquietante slittamento di significato sembra perdurare.

Non ho ben capito come sia accaduto, come stia accadendo. Sospetto abbia a che fare con l’indignazione, la giusta e sacrosanta indignazione provocata da alcuni comportamenti discriminatori.
Indignazione prima provocata con sapienti silenzi e poi – definiti i contorni dei comportamenti discriminatori e minimizzata la loro portata – ritorta contro gli indignati.
Insomma, una trappola. E una trappola che ha funzionato molto bene, lasciandoci senza parole.

Ed è un grosso problema, non avere le parole. È come se ti demolissero un ponte: certo puoi guadare il fiume, per arrivare dall’altra parte, Ma è lento, pericoloso. Senza parole sei lì, sulla difensiva, a dover fare lunghi discorsi per dire quel che vuoi dire.

Forse esagero, ma una frase come “non sono antirazzista, ma…” non suona più così surreale come poteva suonare qualche mese fa.

Cerchiamo di non farci scippare altre parole.

3 pensieri su “Non sono antirazzista, ma…

  1. La contingenza storica che attraversiamo è drammatica, tremendamente drammatica, come MAI era successo, nemmeno nei peggiori periodi del XX secolo. Occorre, a mio parere, sforzarsi di essere un po’ più pragmatici ed adottare il fine di cercare di sconfiggere, o quanto meno di arrestare, il nemico più pericoloso, il più insidioso, il nemico che mistifica tutto, che mente su tutto, che ha obiettivi ed alleanze scellerate. Le questioni puramente di principio, i valori indiscutibili, li riprenderemo dopo (ciascuno i suoi propri), quando saremo riusciti almeno a fermare o rallentare il processo in atto. Salvaguardia della biodiversità naturale, ma anche di quella culturale e “umana”, etnica, in senso lato: questo il nostro nemico non può tollerarlo, cerca di ridurci al nulla, ricordiamolo!

  2. Io dico che un buon inizio è riappropriarsi delle parole.
    Non possiamo fare tantissimo, ma qualcosa sì, ed è anche da queste piccole inezie che passano i cambiamenti, secondo me: l’abbiamo già visto succedere, può succedere di nuovo. Capillarmente, quotidianamente, come quando abbiamo eliminato the n-word dal vocabolario, ti ricordi.
    Anzi, grazie per avermelo fatto notare, lo slittamento di anti-razzista.

  3. @Renato Di Sano: “Le questioni puramente di principio, i valori indiscutibili, li riprenderemo dopo”. Non so. Certo quando c’è un’emergenza ci si concentra sull’emergenza, tuttavia se la situazione di emergenza è nata proprio dalla messa in discussione di principi e valori, penso occorra agire anche su quelli.

    @Sonia: Il problema è come riappropriarsi delle parole. Non è semplice, vuol dire ridefinire tutto il discorso ed è una cosa che richiede tempo.

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