La supercazzola

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Il testo che segue non è stato scritto per questo sito, pertanto lo stile è, rispetto agli altri articoli, un po’ insolito. Tenetene conto nei commenti.

Iniziamo da una domanda: che cosa è un cerchio? Domanda bizzarra, e tra poco andremo ad affrontare la bizzarria di questo interrogativo. Prima, però, la risposta: il cerchio è il luogo geometrico dei punti del piano che hanno distanza uguale o inferiore a un certo valore (il raggio) da un determinato punto (il centro). Così lo definiscono i matematici; gli altri non è che abbiano una diversa definizione di cerchio: semplicemente ne fanno a meno. Non c’è bisogno di una definizione per riconoscere che la ruota della bicicletta, prima di schiantarsi contro il palo della luce, era un cerchio, mentre dopo l’impatto non lo è più. Per questo la domanda ‘che cosa è un cerchio’ è così bizzarra.

Restiamo in ambito matematico, ma con un concetto ancora più semplice: pari e dispari. Un numero è pari se divisibile per due, dispari altrimenti. Qui matematici e non matematici vanno d’accordo. Almeno in apparenza, perché poi qualcuno – la psicologa americana Sharon Armstrong1 – ha avuto la curiosa idea di chiedere ad alcune persone se ci sono numeri ‘più pari’ di altri. Domanda curiosa, perché – dice il matematico che è in noi – o un numero è pari oppure non lo è, non ci sono sfumature. Eppure non solo le persone hanno risposto a questa domanda, ma le risposte sono state pure coerenti tra di loro. Grosso modo, più il numero è basso, più è un buon numero pari; più è alto, meno è un buon numero pari. Il motivo appare chiaro: quando non facciamo matematica, pari è una quantità che possiamo dividere equamente tra due persone, e l’iniquità diminuisce all’aumentare della quantità. Sventurato il genitore che ha tre caramelle per due figli! Ma se le caramelle sono 827, il fatto che uno ne riceva 414 e l’altro 413 è un problema trascurabile rispetto al mal di pancia che avranno i due pargoli alla fine della scorpacciata.

Quando un matematico dice “cerchio” o “pari” dice dunque cose un po’ diverse da quelle che dice un non matematico quando pronuncia quelle parole. Ovviamente la cosa non riguarda solo i matematici: lo scrivente – immagino al contrario di molti lettori – non sa distinguere un cervo da un capriolo o un bicchiere di Chianti da uno di Barolo. E anche chi li sa distinguere intenderà comunque cose diverse con queste parole, a seconda del contesto, chiaramente, e anche a seconda della sua storia, dei suoi studi e dei suoi interessi: un biologo e un buongustaio collocano la parola “cervo” in contesti completamente diversi.

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Ognuno impiega in maniera diversa – a volte anche molto diversa – le parole. Eppure ci capiamo. Per capire come ci si riesca a capire, dobbiamo scomodare un illustre filosofo: Hilary Putnam che nel ’75 scrisse un dotto articolo2 pieno di profonde riflessioni filosofiche, tipo tigri senza strisce o una Terra Gemella del tutto uguale alla nostra Terra solo che lì l’acqua ha una formula chimica diversa. Insieme a queste cose, Putnam introdusse il concetto di ‘divisione del lavoro linguistico’. L’idea è che non è necessario che ogni parlante di una comunità padroneggi alla perfezione tutti gli aspetti di un determinato termine per poterlo impiegare. Posso parlare di oro, di cervi e persino di bosone di Higgs pur senza essere in grado di distinguere l’oro dalla pirite (il cosiddetto ‘oro degli stolti’), una cervo da un capriolo e per il bosone di Higgs non so neppure con che cosa lo potrei confondere. Posso farlo perché c’è qualcuno che è in grado di fare tutto ciò: basta che io sia in grado di parlare con chi di ungulati ne capisce – e per far questo sono sufficienti quelle conoscenze comuni che ognuno, da bambino, ha appreso – e tutto va bene.

È interessante, qui, il capovolgimento di prospettiva: non siamo una comunità perché riusciamo a parlarci, ma riusciamo a parlarci perché siamo una comunità, per quanto estesa, complessa e frammentata. Perché questa divisione del lavoro linguistico possa funzionare, occorre riconoscere le competenze delle varie persone. Accade così anche con la tradizionale divisione del lavoro: come non posso chiedere a un giardiniere di costruirmi un muro portante o a un pasticcere di sistemarmi l’impianto elettrico, non posso aspettarmi risposte sensate se chiedo a un assicuratore di spiegarmi che cosa è il bosone di Higgs. E qui arriviamo a un problema che Putnam ha forse sottovalutato: non è affatto semplice capire quando qualcuno è davvero competente.

Arriva uno e ti dice che gli organismi geneticamente modificati sono pericolosi o che la strada più veloce per il centro è via Stefano Franscini: come capire se quella persona è affidabile? Nel caso delle indicazioni stradali, il problema è relativamente facile: il fatto di abitare o lavorare in città e muoversi prevalentemente in auto sono due indizi che via Stefano Franscini potrebbe essere davvero la via più breve. Non sono da escludere ragionamenti meno nobili e convincenti – in molti, ad esempio, si fideranno maggiormente delle indicazioni di un uomo rispetto a quelle di una donna –, ma la sostanza è quella: non è difficile capire se qualcuno conosce le strade della città, visto che spostarsi nel traffico è una cosa che bene o male tutti noi facciamo. Diverso il caso per le questioni più tecniche e specialistiche.

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Come capire se qualcuno è un esperto di sicurezza informatica, di distribuzione energetica o di oncologia? Impossibile valutare i contenuti, a meno di non volersi smazzare un dottorato di ricerca. Non resta che la forma.

È vero che non si giudica un libro dalla copertina, però un’idea ce la possiamo comunque fare: un pregiudizio, nel senso buono del termine. Ecco, quelli che seguono sono alcuni consigli su come farsi pregiudizi sensati, degli indizi che dovrebbero far suonare qualche campanello d’allarme.
Innanzitutto, la fonte: da dove arrivano queste informazioni? Se l’origine non viene citata, neppure di passaggio, è doveroso essere dubbiosi. Non che la presenza di una fonte sia automaticamente indice di affidabilità, soprattutto quando vi figurano espressioni come “lavora al Centro di ricerche X” o “ha insegnato all’università di Y”: nei centri di ricerca lavorano anche magazzinieri e centralinisti, e ‘aver insegnato’ può significare aver tenuto quindici anni fa un seminario di due ore agli studenti di un professore a contratto amico di famiglia quando quest’ultimo era a letto con quaranta di febbre. Non che essere professori ordinari o emeriti sia per forza indice di garanzia, perché conta anche l’ambito disciplinare: è lecito e doveroso diffidare persino di un Premio Nobel in fisica quando si esprime su questioni di biologia o di economia. “Pubblicato su una rivista scientifica” è un’altra espressione sospetta: perché non citare il nome della rivista? Forse perché è una rivistaccia che pubblica qualsiasi cosa, basta pagare?

Attenzione anche alle date; le conoscenze per fortuna cambiano nel tempo, e dopo cinquanta o cento anni anche le affermazioni di un genio potrebbero valere poco.
Altro punto importante: il linguaggio. Diffidare di chi infarcisce il testo di tecnicismi senza spiegarli: magari è solo un cattivo divulgatore – ce ne sono molti, purtroppo – ma potrebbe anche essere qualcuno che maschera la propria ignoranza con parole difficili, contando sul fatto che nessuno oserà chiedergliene il significato.

Altro segnale di allarme sono gli accenni a congiure, complotti, poteri forti eccetera. Le lobby esistono e sono sicuramente in grado di influenzare i dibattiti; inoltre può accadere che gli esperti, abituati a ragionare in un determinato modo, non riescano a vedere nuove strade da percorrere. Tuttavia non sottovaluterei che la possibilità che se nessuno dà spazio a quella soluzione così semplice ed efficace, è perché non è né semplice, né efficace, né una soluzione, ma una stronzata.

  1. “What some concepts might not be” in Cognition, 13:263–308. []
  2. “The Meaning of ‘Meaning'” in Minnesota Studies in the Philosophy of Science 7:131-193, tradotto in italiano in Mente, linguaggio e realtà, Adelphi, 1987 []

4 pensieri su “La supercazzola

  1. @Ugolino:
    Io: il cerchio è il luogo geometrico dei punti del piano che hanno distanza uguale o inferiore a un certo valore (il raggio) da un determinato punto (il centro)
    Wikipedia: il cerchio è la parte delimitata da una circonferenza, ovvero l’insieme dei punti infiniti che distano da un punto dato detto centro non più di una distanza fissata detta raggio.
    Wikipedia è indubbiamente più rigorosa – e ci mancherebbe altro – ma mi sembra che anche la mia sia la definizione di cerchio e non di circonferenza… O ti riferivi ad altro?

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