Miseria e nobiltà della scienza, ovvero un filosofo guarda ‘Lucy’ di Luc Besson

closeQuesto articolo è stato pubblicato 3 anni 4 mesi 8 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.
OC763317_P3001_184931
Lucy

Ieri ho visto Lucy di Luc Besson con Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Amr Waked e Choi Min Sik.

Gran bel film: montaggio eccezionale (la sequenza iniziale nella reception dell’albergo entra di diritto nella storia del cinema), ottima recitazione, gustosissime le scene d’azione, poche e tutto sommato accettabili le immancabili incongruenze nella sceneggiatura.

Senza entrare in dettagli, Scarlett Johansson è Lucy, scapestrata donzella che assume per errore una sostanza misteriosa che le permette di sfruttare maggiormente le proprie facoltà cerebrali.
Come spiega un illuminante Morgan Freeman, noi umano sfruttiamo appena il 10% del nostro cervello. I delfini arrivano già al 20%, e infatti hanno un sonar incorporato. Arrivando al 20% si può avere il controllo completo del proprio corpo, al 30% del corpo degli altri, al 40% della materia e così via in un processo che va diventare Lucy prima una supereroina in stile Marvel o DC (la partenza è ovviamente Natasha Romanoff/Vedova Nera degli Avengers, ma poi si arriva a una cosa tipo Lanterna Verde) e poi, quando ci si avvicina al 100%, praticamente una divinità, con tanto di elucubrazioni mistiche sull’essenza della realtà.

L’idea di una droga che accresca le facoltà mentali non è, cinematograficamente parlando, nuova, ma non è delle eventuali ispirazioni di Besson che mi interessa parlare.
Quello che mi tormenta è che la storia del 10% delle nostre capacità cerebrali è una cavolata. Una teoria pseudoscientifica che, con la sua confezione di lusso, il film potrebbe contribuire a diffondere ulteriormente.
Mi chiedo: se ne poteva fare a meno? Voglio dire: stiamo parlando di un film, di un’opera che richiede la sospensione dell’incredulità, ci si poteva inventare una qualcosa di chiaramente assurdo, come il ragno radioattivo (o OGM negli ultimi film) che trasforma Peter Parker in Spiderman o il sole rosso di Krypton che dà a Superman l’invulnerabilità. Oppure ricorrere a qualche sostanza magica rinvenuta in un tempio egizio (ah, la sapienza degli Antichi!). Invece no: a dare accesso alla totalità del cervello di Lucy e da lì alla totalità dell’universo è la versione sintetica di una specie di ormone della crescita.

Il titolo del post è “Miseria e nobiltà della scienza”. Miseria perché la scienza è trattata maluccio, anche per gli standard della fantascienza. Ma c’è molta nobiltà in questa miseria, perché proprio l’aura di (pseudo)scientificità che Luc Besson ha voluto dare alla storia di Lucy è segno del successo della scienza, di come abbia colonizzato il nostro immaginario collettivo. Certo che lo si poteva colonizzare un po’ meglio…

7 pensieri su “Miseria e nobiltà della scienza, ovvero un filosofo guarda ‘Lucy’ di Luc Besson

  1. È un tema che serve a confortare individui come il sottoscritto, che lo usano tutto, il cervello, ma sempre con risultati modesti.

  2. Se vuoi, la storia del 10% è il “Suo figlio è intelligente ma non si applica” solo che invece del figlio con venti insufficienze c’è l’umanità.

  3. Un esempio simile di “miseria e nobiltà della scienza” si trova in Guerre Stellari.

    Nella trilogia classica la “forza” che alcuni “cavalieri Jedi” posseggono (telecinesi, telepatia, controllo del pensiero etc.) è un attributo elettivo dall’aura mistica, che viene introdotto senza alcuna spiegazione. Tuttavia, il patto con lo spettatore è ben saldo e per sospendere l’incredulità non si ha certo bisogno di conoscere da dove venga questa forza, che tuttosommato non ha una parte così rilevante dal punto di vista narrativo (non sarebbe difficile pensare alla trilogia di Guerre Stellari senza la forza, ma vallo a dire ai fanatici…). La forza è casomai molto più interessante dal punto di vista interpretativo in termini di elitismo, predestinazione, etc. ma qui andiamo oltre.

    La spiegazione della forza viene data nel primo film della trilogia moderna, che precede quella classica cronologicamente. Io l’ho visto all’uscita nel 1999 dopodiché mi sono rifiutato di rivederlo ancora. Andando a memoria, un cavaliere Jedi analizza con una macchinetta elettronica un ragazzino e scova nel suo organismo degli elementi (non ricordo di che tipo, forse batteri) che dimostrano che biologicamente questo ragazzino è un cavaliere Jedi (mentre dalla trilogia classica sappiamo che gli Jedi “sentono” gli altri Jedi). Questo simula una spiegazione scientifica (che spiegazione non è, semplicemente si tratta di emulazione di certi gesti ritenuti “scientifici”) per sostanziare il concetto di forza e rinforzare il patto con lo spettatore. Ma, togliendo mistero e fascino, il risultato è esattamente l’opposto.

  4. @tomate: Ricordo che Morandini definì la Forza la versione hollywoodiana dell’élan vital. Con i Midi-Chlorian (questo il nome della pseudospiegazione scientifica) si cambia completamente paradigma, e infatti sono spariti negli episodi successivi.
    Non sono comunque affatto sicuro che Guerre Stellari abbia senso senza la Forza, ma questo è un altro discorso…

Lascia un commento