L’imperativo categorico di Volontè

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 9 mesi 3 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

È stato facile ironizzare sulle affermazioni di Volontè al Meeting di CL.
Tuttavia il suo argomento (in una società con 40 milioni di omosessuali non nascerebbero più bambini), per quanto surreale possa apparire, non è del tutto infondato e ricorda vagamente l’imperativo categorico di Kant nella sua formulazione generale:

Agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che diventi una legge universale.

Non so se Volontè avesse effettivamente in mente Kant quando ha sparato la sua illuminata critica ai PACS. Ad ogni modo, la nobiltà del riferimento serve a poco: l’omosessualità non è una massima morale, e pertanto non è possibile applicare l’imperativo categorico.

Il suicidio, o meglio la decisione di suicidarsi se la vita futura si prospetta più dolorosa che felice, è invece una massima morale, e secondo Kant non può diventare una legge universale per un motivo simile a quello addotto da Volontè, ovviamente più raffinato: non può esistere una legge universale che prevede la soppressione della vita.

Il problema del ragionamento di Kant e di Volontè è molto semplice: non aver mai letto John Stuart Mill (Kant, è bene evidenziarlo, è scusato: morì due anni prima della nascita di Mill, mentre per Volontè non sembrano esserci scusanti). È assurdo andare alla ricerca di una morale universale, di regole di comportamento che vadano bene per tutti gli uomini.
L’imperativo categorico dovrebbe essere: Agisci soltanto secondo quella massima che non arreca danno a nessuno, e lascia gli altri liberi di seguire le proprie massime anche se diverse dalle tue. E al diavolo l’universalità: non ne abbiamo bisogno.

5 pensieri su “L’imperativo categorico di Volontè

  1. Ciao!
    Innanzitutto complimenti per il blog (che sto leggendo avidamente). Anche se ci metterò un po’ di tempo.
    In secondo luogo, credo che l’Italia sia uno dei pochi Paesi dove, in politica ed in società, l’omosessualità sia ancora vista come una scelta di vita che qualcuno fa. Non voglio entrare nella discussione di questo aspetto, ma sicuramente il paradosso è che se effettivamente il diventare gay fosse davvero una scelta, allora Volontè avrebbe anche ragione della sua affermazione. Ma qui sta il punto, 40 milioni di persone possono tutte fare questa scelta?
    Vabbè, discorso lungo da fare in un commento;-)

    Ciao!

  2. Grazie per i complimenti.
    L’omosessualità non è una scelta, ma è una scelta come essere omosessuali; Volontè probabilmente apprezzerebbe un (o una) omosessuale che scelga la castità e l’anonimato, ed è questo il problema. In una democrazia la domanda non è se una scelta (qualsiasi scelta) è lecita o universale o morale o naturale, ma se questa danneggia gli altri.
    A me, personalmente, non sembra che l’amore tra due persone dello stesso sesso mi danneggi, e lo stesso vale per i PACS.
    Alcuni dicono che la moneta cattiva scaccia quella buona, ma mi sfugge cosa centri, con tutto questo, l’economia monetaria (Gresham, l’autore della famosa legge, si riferiva monete vere e proprie, non metaforiche!).

  3. cito: è una scelta come essere omosessuali.

    Il problema che è una scelta dettata dagli altri. Faccio un esempio: la società cosa tollera di più, un gay come Platinette o un sindaco omosessuale di una grande città come quella di Berlino? La società alla Volontè dirà che tollera (sic!) gli omosessuali, che non esibiscono la loro sessualità come “modello positivo”. Ma al tempo stesso preferirà mille e mille volte di più l’assolutamente diverso perchè riconoscibile rispetto alla “maggioranza”, rispetto a qualcuno capace di dissimularsi.
    Il problema dell’omosessualità come fatto privato è oggi il vero problema. Se un gay potesse sposarsi, verrebbe a cadere anche quell’ultimo grande elemento di differenza rispetto alla maggioranza! E da lì… il passo verso i 40 milioni (sempre secondo il nostro politico sarebbe breve…. 😉

  4. Da un punto di vista etico, morale o medico la discussione può prendere mille pieghe diverse.
    Da un punto di vista politico, semplicemente una: una pubblica discussione sui danni che una omosessualità dichiarata e vissuta pubblicamente può provocare ai non omosessuali.

    Se tutto quello che i nemici del riconoscimento legale delle unioni omosessuali sono in grado di fare è dire che i gay sono immorali e malati, il discorso politico cade a vuoto. Se, per dimostrarne la pericolosità, argomentano come fa volontè, mi viene da ridere.
    Con questo, per me, il discorso politico si chiude.

    Tutto questo, ovviamente, ammettendo una chiara e netta distinzione tra stato e società, tra le leggi che regolano il vivere comune e come il vivere comune si manifesta. Per me la distinzione è chiara ma non netta, nel senso che il confine è teoricamente ben definito ma praticamente, a volte , difficile da determinare.

  5. Per me la distinzione è chiara ma non netta, nel senso che il confine è teoricamente ben definito ma praticamente, a volte , difficile da determinare.

    Hai assolutamente ragione su questo punto. Il problema, credo, è che dagli anni ’70 a questa parte, la società italiana si è sviluppata (potrei dire avanzata, ma implicherebbe un giudizio…) con una velocità maggiore rispetto al suo sistema politico, che oggi sembra quasi non voler neppure più seguirla.
    Per cui oggi, accanto ad uno stato semi-confessionale in molte sue accezioni politiche, abbiamo la società con più divorzi, più aborti, più coppie alla ricerca di fecondazione assistita (all’estero naturalmente)… e mi fermo 😉

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