Conoscenza e memoria

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 11 mesi 14 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Secondo Platone, apprendere altro non è che ricordare ciò che la nostra anima immortale aveva conosciuto quando abitava il mondo delle idee.
Questa, in estrema sintesi, l’anamnesi platonica: una tesi molto suggestiva, che ha ovviamente senso unicamente se si accetta l’esistenza di un’anima immortale e di molti altri aspetti della filosofia platonica.
In ogni caso, non si può negare che vi sia un profondo legame tra apprendimento, conoscenza e memoria: si conosce qualcosa solo se la si ricorda, ciò che si è dimenticato è come se non lo si fosse mai appreso.
Intendere la memoria unicamente come conservazione della conoscenza è riduttivo, in quanto si sottovalutano alcuni aspetti che torneranno utili in seguito. Ciononostante, questa prima definizione o descrizione costituisce un buon punto di partenza.
Se la memoria è conservazione di informazioni, la pratica di scrivere queste informazioni presenta solo vantaggi rispetto all’affidarsi unicamente alla propria memoria personale, ovviamente se si ha l’accortezza di scegliere un supporto affidabile: scrivere con un legnetto sulla sabbia nei giorni di mareggiata non è una mossa astuta.
Anziché dover imparare a memoria esattamente tutta l’informazione, è sufficiente imparare dove la si è scritta, o letta. Ma anche questo tipo di informazioni è trascrivibile: esistono infatti i sommari, gli indici, le bibliografie, i cataloghi.
L’informatica, e soprattutto internet con i suoi motori di ricerca, rendono sempre più superflua la redazione di questi cataloghi: è sufficiente scrivere un testo e questo è immediatamente indicizzato in maniera sempre più intelligente.
La memoria diventa sempre più esterna, autonoma ed estesa: all’uomo non resta che cercare e trovare tutte le informazioni di cui ha bisogno quando ne ha bisogno, attingendo ad una fonte globale e sempre aggiornata.

Questo spostamento dalla memoria personale alla memoria globale non ha tuttavia solo vantaggi. Appunto perché, come accennato, la memoria non è semplicemente serbatoio di informazioni: non bisogna dimenticare l’importante distinzione tra apprendere e una nozione e apprendere una pratica: in entrambi i casi si può parlare di memoria e di sapere, ma sapere cucinare una torta è radicalmente diverso dal sapere una poesia a memoria. Solo nel secondo caso un testo scritto può essere degno sostituto della memoria umana, infatti le scuole non sono state (ancora?) sostituite dalle biblioteche.
Inoltre, il processo del ricordare è molto più complesso della ricerca di una data informazione tra le pagine di un libro. Quella informazione o la si trova o non la si trova, e soprattutto se la si trova e perché si sta cercando proprio quella informazione particolare. Nel caso del ricordare, le cose sono molto diverse: può capitare di avere un ricordo indefinito o generale, e soprattutto può capitare che qualcosa ci torni in mente apparentemente senza una ragione precisa, in ogni caso senza che si cercasse quel dato ricordo. Questo processo, per alcuni versi misterioso, è alla base dell’inventiva, è uno degli ingredienti del progresso delle conoscenze.
La memoria esterna, depositata nei libri o nei computer, è memoria morta, inerte; la memoria personale è invece vitale, attiva. Infatti i libri hanno bisogno di essere letti e commentati, altrimenti è come se non esistessero.

Queste ultime osservazioni sono ovviamente condotte dal punto di vista dell’uomo preso come singolo individuo o come gruppo ristretto di persone. Considerando la situazione da un punto di vista più generale, il discorso può mutare, anche radicalmente. Per una comunità vasta le biblioteche potrebbero infatti non essere semplicemente memoria inerte, anche se la loro vitalità non può sicuramente essere valutata in base all’intelligenza singola. Ma qui entra in campo il concetto di intelligenza collettiva, che si spera non essere inversamente proporzionale all’intelligenza dei singoli che compongono la collettività.

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