Aperti in sé stessi

closeQuesto articolo è stato pubblicato 3 anni 5 mesi 28 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

È una di quelle espressioni in grado di abbattere la mia voglia di proseguire la lettura di un testo: appena leggo che le persone con lo smartphone sono “chiuse in sé stesse” ho l’impulso di lasciar perdere il resto; se poi queste persone “non si rendono conto della realtà che le circonda”, resistere è quasi impossibile.

Pendolari che leggono (Foto di Carl Mydans per LIFE magazine)

Intendiamoci: in alcuni casi è vero. È vero che a volte la realtà fisica che ci circonda presenta cose più importanti della realtà – digitale, virtuale, chiamatela come volete – che sta dentro lo smartphone. E perdersi un tramonto per scattare un fotografia che giacerà nella memoria del cellulare per i prossimi anni o decenni senza che nessuno la guardi è un peccato. Ma già se la foto la invio a qualcuno che conosco, il discorso è diverso e potrebbe non essere così stupido scattarla, quella foto, invece di restare immobili ad ammirare il sole che diventa sempre più rosso e basso.

Ma questo è un discorso di opportunità, di gestione del tempo, non di chiusura in sé stessi.

Facciamo un esempio.
Siete sul treno. Una persona guarda fuori dal finestrino. Un’altra legge un libro. Un’altra ancora è lì che guarda lo schermo dello smartphone. E infine due persone che parlano.
Quella chiusa in sé stesso è la persona con lo smartphone. Gli altri no, sono aperti. Quella che guarda fuori dal finestrino è una persona aperta al mondo, anche se il treno è in galleria. Quella che legge il libro è aperta al mondo, perché leggere (cose stampate su carta) è bello, anche se si tratta di un romanzetto da quattro soldi o di un libro di oroscopi. I tizi che parlano sono aperti, anche se si limitano a parlar male di un comune amico che incontreranno di lì a poco.
Quella con lo smartphone è l’unica persona chiusa in sé stessa. Anche se sta cercando informazioni sulle violazioni dei diritti umani in Sud Sudan, anche se su Facebook discute di come i media trattano le notizie scientifiche, anche se si informando su come sta un amico o un parente malato, anche se sta sbrigando alcune cose di lavoro in treno per avere più tempo, arrivato a casa, per giocare con i figli o stare con il compagno o la compagna.

È vero, l’esempio che ho fatto è di parte. Non tutti discutono di giornalismo scientifico su Facebook, e non tutti, quando chiacchierano, si limitano a spettegolare degli assenti.
Mettiamola, allora, in termini numerici.
Quello che guarda fuori dal finestrino che cosa ha a disposizione? Quanto mondo gli si presenta? Una piccola parte: quella vicino ai binari. E di sfuggita.
E quello che legge un libro? Tutto il mondo contenuto in quel libro (ed eventualmente in quelli che ha in borsa). Ultimamente si pubblicano molte schifezze, per cui quel mondo può essere anche piccolo; ma sarà comunque più vasto di quel segmento a fianco dei binari.
Le persone che discutono… beh, ognuno, in teoria, ha a disposizione tutto il mondo dell’altra persona. Più vasto del libro, ma ovviamente dipende da chi si ha davanti e dalla sua disponibilità. Diciamo che più o meno il mondo a disposizione è ampio quanto quello di un libro preso a caso.
Passiamo alla persona con lo smartphone. Quanto mondo ha a disposizione? Tutti i libri (in formato digitale) del mondo. Video musicali, filmati amatoriali e film (se la connessione è abbastanza veloce). Tutti i siti internet, dal New York Times a questo blog. Tutte le persone che in quel momento sono connesse su un qualche social network. Se questo è essere chiusi in sé stessi…

3 pensieri su “Aperti in sé stessi

  1. Quando più ragazze leggevano libri sui treni si poteva sbirciare il titolo ed avere una argomento con cui attaccare due chiacchiere, quando guardavano fuori si poteva incrociarne lo sguardo nel riflesso, buttare una frasetta, inscenare due chiacchiere, inventarsi un amore effimero.

  2. @tomate: Questo è vero: libri e giornali sono più trasparenti, capisci subito che cosa sta leggendo, e avere quindi una scusa per chiacchierare.
    Tuttavia, visto che quello che era un socialmente accettabile tentativo di fare conoscenza è adesso una molestia, la perdita mi pare minima.

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