Le lacrime e il gender

Antonello_da_Messina_005Le lacrime di Federica Mogherini continuano a far discutere, e francamente faccio un po’ fatica a capire che cosa ci sia di sorprendente in una persona – e scrivo apposta persona, lasciando indeterminato il sesso – che, pur avendo un ruolo di responsabilità, manifesta le proprie emozioni di fronte a un fatto grave come la morte violenta di decine di persone. 1

Qualcuno ha fatto notare che anche gli uomini piangono: l’esempio temporalmente più vicino è il presidente degli USA Obama, qualche anno indietro c’è un altro presidente, l’italiano Pertini, 2 e ancora più indietro Ulisse.
Credo tuttavia che ci sia una radicale differenza tra gli esempi moderni e quello antico.
I primi, infatti, vengono infatti presentati come “uomini che non si vergognano del proprio lato femminile”, di fatto rinforzando l’idea che forse i maschi piangono, ma la mascolinità no.
Completamente diverse le lacrime di Ulisse le quali – per riprendere Itaca, bellissimo saggio di Eva Cantarella – “rientrano perfettamente nelle manifestazioni di un carattere violento, collerico, sregolato nelle manifestazioni di qualsiasi emozione”. Il pianto diventa debolezza femminile molto dopo Omero, ed è interessante che Cantarella citi uno dei testi principali della filosofia: il Fedone, con Socrate che beve la cicuta e rimprovera i piagnucolanti discepoli con un “non fate le femminucce”. 3
Ecco, a me piace sperare che le lacrime dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza rappresentino un ritorno a prima di Socrate, ovviamente non per la sregolatezza degli eroi omerici, ma per l’abbandono di quell’idea da psicoanalisi d’accatto che le emozioni appartengano al “femminile” e la razionalità al “maschile”.

  1. Al massimo potrei chiedermi perché si piange per le bombe in Belgio e non per quelle in Turchia o in Siria, ma mi rendo conto che è un problema quasi solo mio.[]
  2. Mi dicono durante l’incidente di Vermicino e probabilmente anche in altre occasioni.[]
  3. No, ovviamente non dice proprio così, ma il senso è quello.[]

Il ritorno delle Erinni

Ci sono libri che, anche solo a prenderli in mano e sfogliarli, hai la chiara e netta sensazione di non stare leggendo un testo qualsiasi. Ci sono libri che ti danno l’impressione di avere di fronte l’origine di qualcosa.

L’Orestea di Eschilo è uno di questi libri.
Eva Cantarella ne tratteggia splendidamente la storia nel suo Ritorno della vendetta (Rizzoli 2007). Nell’Agamennone, la prima delle tre tragedia che compongono l’Oresta, Clitennestra, per vendicare la morte della figlia Ifigenia, uccide il marito Agamennone. Nelle Coefore suo figlio Oreste, per vendicare l’uccisione del padre, uccide la propria madre e fugge inseguito dalle Erinni, le dee della vendetta. Infine, nelle Eumenidi questa catena di vendette e violenze viene arrestata da Atena: a giudicare Oreste per le sue azioni sarà un tribunale appositamente istituito. Le Erinni, le dee della vendetta, diventano Eumenidi, dee della giustizia.

Parlare del ritorno della vendetta, come fa Cantarella 1, è un errore: le Erinni non se ne sono mai andate. Sono sempre state con noi; ogni tanto si fanno sentire un po’ più del solito, ma non ci hanno mai abbandonato.

Questa è la lettera che qualcuno, scandalizzato dalla mancata detenzione in via cautelare di uno stupratore, ha scritto alla redazione di un quotidiano gratuito:

Ha ragione la ragazza violentata ad aver sete di vendetta per l’aggressore di Capodanno. La giustizia, ormai lo abbiamo capito, è dalla parte del criminale per spirito di appartenenza e per business per i media, nient’altro ha valore. E allora cerchiamo di far passare le umiliazioni che subiamo noi comuni cittadini da questi estemporanei politici da fiera. Facciamo evacuare sangue e paura ai loro familiari e chissamai che finalmente si capisca fin dove arriva il male.

Sul Corriere della Sera, per fortuna, è possibile leggere il lucido commento di Luigi Ferrarella (grazie a Leibniz per la segnalazione):

Nell’ordinamento vigente, infatti, la custodia cautelare non è affatto l’anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà per il delitto commesso, non è un antipasto della punizione, non è il modo di risarcire la parte lesa per il male patito e la collettività per l’infrazione alle regole.

Ed è ovvio che sia così: il processo non è ancora avvenuto, e sarebbe una ben strana giustizia quella che punisce il colpevole prima del giudizio.

Le Erinni sono con noi. Che trovino così tanto spazio sui giornali, e non mi riferisco solo alla lettera, è preoccupante.

  1. e come suggerisce il titolo che ho scelto per questo testo[]