Due o tre cose sull’app di tracciamento contatti

Avvertenza
Se siete finiti qui cercando informazioni tecniche sul funzionamento dell’app di tracciamento contatti che dovrebbe contrastare la diffusione del nuovo coronavirus SARS-CoV-2: mi spiace, ma siete nel posto sbagliato. Però vi segnalo due cose che ho trovato interessanti: la prima è una spiegazione a fumetti (di uno dei progetti in fase di sviluppo), il secondo è un articolo pubblicato dalla Electronic Frontier Foundation (qui in traduzione italiana).
Che cosa troverete qui di seguito? Semplicemente qualche riflessione generale e forse un po’ filosofica sulla famosa e un po’ famigerata app.

In breve: più che la privacy o la sicurezza, mi preoccupa che l’app venga percepita (dalle autorità e dalle persone) come la soluzione, invece di uno degli strumenti da usare. E molto si giocherà sugli incentivi (o le sanzioni).

Tanto siamo tutti sorvegliati

Immagino di non essere stato il solo, in questi giorni, ad aver meditato un attimo su quanti dati personali affido ad aziende private.
Garmin Ltd. ha informazioni dettagliate sulle mie passeggiate e giri in barca a vela, oltre ad alcuni dati sul mio stato di salute; Google LLC memorizza dove sono stato, oltre a parte delle mie ricerche online e della mia posta elettronica e diversi file di lavoro e personali; Apple Inc. ha foto, email, contatti, musica, appuntamenti, file personali e di lavoro; Facebook Inc. ha la mia rete di contatti, inclusi messaggi e articoli che condivido; Swisscard AECS GmbH sa dove spendo i miei soldi (quando uso una carta di credito); Netflix Inc sa quali film e serie tv mi guardo (e quando le guardo); Amazon.com Inc. quello che leggo, compro e le mie foto; Booking Holdings Inc. dove e con chi viaggio.
L’elenco è incompleto – non ho neanche iniziato a pensare alle tessere fedeltà, non ho citato gli operatori di telecomunicazioni eccetera – e soprattutto non include le informazioni che quelle aziende acquisiscono autonomamente, come i siti che visito. Per farsi un’idea, c’è questo interessante video di una lezione sul tema tenuta da Luca Accomazzi.

Mi piacerebbe poter dire che ho attentamente valutato le condizioni di ogni servizio e le informazioni da affidare. La realtà è che a parte qualche considerazione generale – tipo il principio: se un servizio è gratuito, non sono il cliente ma la merce – e qualche cautela – come utilizzare indirizzi email diversi –, mi va bene tutto. Se vogliamo, mi illudo di pagare il giusto per i servizi che uso, sapendo che alcuni li pago con la carta di credito, altri in dati personali.

Posso applicare lo stesso principio alle app di tracciamento contatti? In un certo senso : condivido alcune informazioni personali e come contropartita posso sapere se sono stato a contatto con persone potenzialmente contagiose, oltre a contare su una minore diffusione del nuovo coronavirus.
Solo che non è un vantaggio diretto. Anzi a ben guardare può essere uno svantaggio, se mi tocca stare a casa qualche giorno perché entrato in contatto con una persona potenzialmente contagiosa. Il punto è che è una scelta perlopiù altruistica e può quindi essere controproducente ragionare in termini di vantaggi e svantaggi personali (ne riparleremo a proposito degli incentivi).

La differenza principale è che questa app sarà gestita dallo Stato, o comunque da un’istituzione pubblica. E se una multinazionale può usare i miei dati personali al massimo per vendermi prodotti più o meno truffaldini, uno Stato può incarcerarmi a vita. Poi intendiamoci, in uno stato di diritto non è il governo a decidere chi incarcerare, ma un giudice (o meglio tre, visto che ci sono i gradi di giudizio) in base alle leggi decise da un parlamento, per cui difficilmente finiremo in una cella a causa dell’app di tracciamento.
Non sto dicendo che dovremmo fidarci ciecamente delle autorità – o delle aziende private: in quei “prodotti più o meno truffaldini” citati prima ci possono esser cose molto pericolose. Anche perché, tornando allo Stato, un conto è l’ideale di una democrazia liberale, un altro è la concreta situazione in cui ci si trova, con diversi gradi di abusi e incompetenza. Per questo vanno certamente chieste garanzie di trasparenza (sul funzionamento dell’app) e di riservatezza (sui dati raccolti), oltre a vari accorgimenti come la possibilità di disattivare temporaneamente il tracciamento – ma su questo c’è il già citato articolo della Electronic Frontier Foundation.

Mi preoccupano di più gli aspetti legati alla sicurezza, anche pensando ad eventuali abusi: una persona potrebbe manomettere il sistema segnalando degli identificativi non autentici (e costringendo delle persone a stare a casa)? Non si svilupperà un mercato nero di segnalazioni, usato ad esempio dagli studenti che vogliono stare a casa qualche giorno da scuola?
E poi un aspetto quasi sociologico: d’accordo, tutti abbiamo lo smartphone “sempre con noi”, ma quel “con noi” spesso significa lasciato in borsa, nella tasca della giacca, sulla scrivania. Visto che la “distanza di contagio” è di 1-2 metri, uno smartphone nello zaino anziché nel taschino della camicia può “sporcare” non poco i dati raccolti. Non so quanto questo possa essere un problema reale – ma intravedo una soluzione, purtroppo difficilmente realizzabile nel breve periodo: fare in modo che a rilevare il contatto non sia lo smartphone, ma un dispositivo esterno (un Bluetooth low energy beacon) da tenere al polso o appuntare al petto come spilla. Spilla che potrebbe risultare utile anche per altro, come dirò a proposito degli incentivi.

E tu l’hai installata?

Non ho idea di quante persone debbano installare l’app perché sia utile: c’è chi dice il 60-80% (della popolazione o di quella parte esce di casa?); c’è chi dice che per essere d’aiuto sia sufficiente raggiungere il 20-30%.

Quello che so è che da sola l’app non basta. E lo so perché lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità – che sarà criticabile quanto si vuole, ma una certa autorevolezza l’ha comunque.
Nel documento Covid‐19 Strategy Update (versione del 14 aprile 2020) si elencano sei criteri per tenere sotto controllo la diffusione del nuovo coronavirus (la cosiddetta fase 2). L’identificazione dei casi sospetti è un paragrafo di uno dei sei criteri. Detta altrimenti: non basta trovare un possibile contagiato, occorre anche fare i test in tempi rapidi (24 ore) e isolare in strutture apposite. E tutto questo va fatto insieme a, non invece di, misure preventive nelle strutture sanitarie e più in generale nei luoghi di lavoro, gestione dei casi che arrivano dall’esterno, coinvolgimento attivo della popolazione.
Il timore è che l’app diventi “la soluzione”, invece di uno degli strumenti a disposizione per tenere sotto controllo la pandemia. Soprattutto, il timore è che un problema legato a carenze negli altri punti elencati dall’Oms venga addossato a chi non ha installato l’app (magari per ottime ragioni: ha un vecchio smartphone non compatibile, si vede sempre con le solite persone…).

Il che ci porta al tema dell’eventuale obbligatorietà dell’app di tracciamento – o meglio degli incentivi per chi la installerà: perché un obbligo senza sanzioni non è che un vacuo auspicio dell’autorità e la sanzione la si può definire una sorta di “incentivo negativo”.
E introdurre questi incentivi negativi – insomma, delle multe – è una pessima idea, così come vincolare all’installazione dell’app la possibilità di uscire di casa, recarsi al lavoro o altre cose che fanno parte di una vita normale: per quante garanzie si possano introdurre, si tratta comunque di raccogliere dati sensibili su chi incontriamo e l’obbligatorietà non solo appare un’ingiustificata violazione delle libertà individuali, ma potrebbe pure essere controproducente. “Mi obbligano? Vuol dire che c’è qualcosa di losco” è un discorso forse un po’ complottista ma comprensibile.

Sarebbero anche da evitare gli incentivi negativi a chi installa l’app. E il rischio di dover stare a casa – magari senza poter lavorare – se si scopre di aver avuto un contatto con una persona contagiosa lo considero un incentivo negativo, a meno che non si preveda quantomeno una compensazione.

Restano gli incentivi positivi, quindi. C’è chi ha proposto di abbinare una sorta di lotteria: sorteggiare un premio tra chi ha installato l’app. Ho tuttavia delle perplessità: come accennato il sistema è principalmente altruistico e prevedere delle ricompense rischia di far venire meno questa dimensione. Un conto è fare dei sacrifici (e installare un’app che tiene traccia dei miei contatti è un sacrificio, per quanto piccolo) per il bene comune; un altro è farlo per avere la possibilità di vincere un premio in gettoni d’oro: in quest’ultimo caso valuto bene se mi conviene farlo.
Un esempio citato da Michel Sandel nel suo Quello che i soldi non possono comprare riguarda le donazioni di sangue: dove è effettivamente un dono (come in Europa), c’è maggiore propensione a dare il proprio sangue come gesto altruistico; dove invece il sangue viene pagato (come negli Stati Uniti), praticamente solo chi ha bisogno di soldi lo fa.

In altre parole, credo che le autorità non dovrebbero introdurre nessun incentivo (positivo o negativo) per installare l’app di tracciamento contatti.
Diverso il discorso per quel che fanno i privati: non vedo problemi a che un bar offra il caffè a chi installa l’app – purché non si arrivi a proibire l’entrata a chi non l’ha.

Più in generale: benissimo l’approvazione sociale per chi installa l’app; malissimo la riprovazione sociale per chi non la installa.
Anche perché la riprovazione sociale può essere peggiore degli interventi dell’autorità: contro una multa ingiusta si può ricorrere, contro insulti e sputi siamo perlopiù indifesi.
Ecco perché mi piaceva l’idea del sensore separato dallo smartphone a foggia di spilla: per puntarselo con orgoglio sul petto, quasi come una coccarda che dice “io ho a cuore la salute pubblica”. E una cosa del genere secondo me andrebbe prevista anche se tutto il sistema rimarrà confinato negli smartphone.

La maggioranza decide

Piccolo appunto di… boh, non so se chiamarla politica, civica o semplice buon senso.

Leggo e sento spesso – mi riferisco alla situazione elvetica, ma ovviamente il discorso non si applica solo alla Svizzera, per cui evito riferimenti diretti – leggo e sento spesso, dicevo, critiche a volte anche aspre (e a volte anche veri e propri insulti) verso chi critica o semplicemente non approva l’esito di una qualche votazione (perlopiù popolare, ma non è quello l’importante). Continua a leggere La maggioranza decide

Pubblico e privato ai tempi dei social network

Ieri sera ho seguito un interessante e deludente 1 dibattito su spettacolarizzazione e mediatizzazione della giustizia.

Alcuni relatori hanno sottolineato come nella società contemporanea, che per semplicità di cose possiamo chiamare l’era dei socialcosi, sia sparita la distinzione tra pubblico e privato, perché tutto è pubblico e nessuno lava più i panni sporchi in casa ma lo fa su Facebook. Continua a leggere Pubblico e privato ai tempi dei social network

  1. Deludente perché cinque relatori più il dibattito con il pubblico in meno di due ore impongono interventi rapsodici e il risultato, alla fine, sono tanti spunti difficili da legare. Forse l’intenzione degli organizzatori era proprio quella, sollevare tante domande senza abbozzare neppure poche risposte, per cui la delusione è soggettiva.[]

Il sentimento del popolo

“Chi giudica non può non ascoltare il sentimento di un Paese” leggo nel catenaccio 1 di un’intervista  di Fabio Regazzi, consigliere nazionale svizzero appartenente al partito popolare democratico, a LiberaTV.

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  1. Dicesi catenaccio “sottotitolo in carattere tipografico più marcato del sommario, destinato a chiudere il titolo e a polarizzare l’attenzione del lettore” (Devoto-Oli 2007.[]

Falso positivo

Amanda Knox ha pubblicato un libro, Waiting to Be Heard (aspettando di essere ascoltata), del quale ho letto questa recensione sul New York Times. 1

È la sua versione della morte di Meredith Kercher e dei processi che, in Italia, la hanno prima condannata poi assolta poi boh. La famiglia Knox, come ricorda l’articolo di Michiko Kakutani, ha fin da subito coinvolto un’azienda di pubbliche relazioni per promuovere un’immagine positiva di Amanda, in contrasto con quanto faceva certa stampa, e probabilmente questo libro fa parte di questa promozione. 2 Continua a leggere Falso positivo

  1. Ho scoperto solo successivamente che ne hanno parlato anche in Italia.[]
  2. Non trovo nulla di riprovevole in questa decisione.[]

Che cosa è la giustizia?

Immagina tratta da Wikipedia

Un mesetto fa, ho avuto il piacere di incontrare, per una breve intervista, l’attivista egiziano Musaad Abu Fagr.
Una persona interessante: grazie alla presenza di un interprete – Abu Fagr parla solo arabo, e dati i limiti della comunicazione a gesti la presenza di un traduttore era più che gradita –, si è chiacchierato per una buona mezz’ora di diritti umani, dagli ostacoli alla loro diffusione agli aspetti culturali e religiosi alla loro esportazione.

A un certo punto, ho osato fare una domanda che considero inquietante: “Che cosa è la giustizia?”.
Questa domanda mi inquieta perché le risposte, in genere, sono banali e inconcludenti, vuoti slogan che non portano da nessuna parte, almeno da nessuna parte di interessante. Continua a leggere Che cosa è la giustizia?

Situazione reale del candidato

Breve aggiornamento, risalente a un mese fa, sulla vicenda dell’ex vicesegretario:

Tutto da rifare. Il Consiglio di Stato ha dato torto al Municipio di Rovio: l’ex vicesegretario comunale di Lamone, condannato l’anno scorso a 24 mesi di carcere sospesi, per essersi appropriato di 540 mila franchi tra il 2001 e il 2007, non potrà lavorare in cancelleria a Rovio come contabile.

È stato accolto il ricorso presentato da ventitré cittadini sulla nomina decisa dal Municipio. Il 18 gennaio di quest’anno l’esecutivo aveva pubblicato un bando di concorso per l’assunzione di un nuovo “segretario/funzionario al 100%”. E nel bando c’era scritto che il candidato doveva dimostrare di avere una condotta irreprensibile. Nonostante questo, su una trentina di candidati è stato scelto proprio l’ex vicesegretario di Lamone. Una decisione presa dal Municipio perché l’ex vicesegretario ha presentato l’estratto del casellario giudiziale immacolato. E questo perché quando è stato richiesto la sentenza non era ancora stata pronunciata.

«Determinante – recita la decisione del Consiglio di Stato anticipata ieri da Radio 3iii – non è il contenuto dell’estratto ma la situazione reale del candidato; l’estratto è infatti unicamente un documento atto a comprovare, in linea di massima, quanto affermato dal candidato, nondimeno, a far stato è la situazione reale dello stesso».

Tratto da laRegioneTicino del 7 giugno 2011, pagina 24.

Sembra quindi che le ragioni della mancata assunzione non siano riconducibili a una sorta di “punizione oltre la legge” ma, più banalmente, al mancato soddisfacimento dei requisiti.
Interessante comunque il concetto di  “situazione reale del candidato”, da intendersi al di là dei certificati  e degli estratti del casellario giudiziale. Interessante perché sembra un concetto chiaro e ben definito, ma in realtà può voler dire tutto e niente.

Pagare il conto con la giustizia

Da laRegioneTicino di oggi 17 maggio 2011:

Fa discutere a Rovio l’assunzione […] dell’ex vicesegretario e contabile di Lamone, condannato l’anno scorso a due anni di detenzione sospesi con la condizionale per avere arraffato mezzo milione di franchi dalle casse comunali. Il Municipio di Rovio in una comunicazione alla cittadinanza ha spiegato che alla fine dell’anno il contabile del Comune si era dimesso. Indetto un concorso, ha scelto fra una trentina di candidati proprio l’ex segretario di Lamone. Tuttavia il ricorso di una trentina di cittadini […] ha costretto il Municipio a sospendere la nomina.

Capisco le perplessità di avere come contabile una persona con trascorsi giudiziari.
Tuttavia, se l’ex vicesegretario è stato condannato e ha scontato la pena (o, meglio, se il giudice ha ritenuto di non fargliela scontare sospendendo la condanna), ha, come si suol dire, “pagato il conto con la giustizia”.
Impedirgli di lavorare come contabile sembra una pena supplementare e superflua. Quasi ingiusta, per certi versi.