Una quinta del tempo

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 2 mesi 12 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Sull’origine dell’Universo:

Thomas Mann amava asserire che l’origine è sempre una quinta del tempo. Il che è come dire: non c’è origine. Ogni volta che siamo di fronte all’origine, in realtà siamo di fronte all’originato, non all’origine. Non ha senso pensare un’origine «una» di cui si possa dire: questa è l’origine. Ecco, per l’intelligenza umana, un paradosso insostenibile.

Ogni volta che si parla di origine si opera quella che io chiamo la «retrocessione del testimone». Non si può parlare di altro modo. Non è infatti possibile alcun discorso sull’origine che non comporti la retrocessione del testimone. Prendendo un esempio dalla cosmologia odierna: si dice, per esempio, 10-40 secondi dall’origine dell’Universo, o dal Big Bang. Che cosa significa questa frase se non per esempio questo: se un osservatorio attuale, ad esempio quello di Harvard, fosse stato presenta alla 10-40 dal Big Bang, avrebbe osservato quello che noi diciamo che ipoteticamente sarebbe successo. Questo, però, senza qualificazioni, è privo di senso. Anzitutto, bisognerebbe chiarire qual è il privilegio di questo osservatore di oggi rispetto ad altri osservatori. Perché l’insieme delle pratiche, delle tecniche, delle teorie di un osservatorio odierno avrebbe un privilegio rispetto all’origine? Intendo proprio l’origine in quanto tale, non semplicemente l’origine come attuale problema scientifico. Come, rispetto all’origine in quanto tale (che è poi ciò di cui la scienza pretenderebbe di parlare), le pratiche attuali avrebbero un privilegi, per esempio rispetto alle osservazioni astronomiche dei Magi persiani? Questo non significa che io, come uomo del mio tempo, non sia ovviamente inclinato ad accogliere le opinioni della scienza contemporanea a preferenza di quelle dei Magi: però questo privilegio va argomentato e chiarito.

Carlo Sini, “Ha davvero senso parlare di origine dell’Universo?” in G. V. Coyne, G. Giorello, E. Sindoni (a cura di) La favola dell’universo, Casale Monferrato, Piemme, 1997

15 pensieri su “Una quinta del tempo

  1. Ti dispiacerebbe spiegare le parole di Sini per piacere? Io non le capisco. Vuol dire che non si può parlare di un osservatore a 10e-40 secondi dopo il big bang perché non c’era nessuno?

    Mi pare di capire che il fuoco del problema sia il concetto di origine. Questo argomento per me incomprensibile, la “retrocessione del testimone” è usato però da Sini anche sul discorso di Giosuè che ferma il sole. E allora?

    Illuminami per piacere.

  2. Illuminami per piacere

    Lo farei molto volentieri. Però ho letto molti libri di Sini, all’università ho frequentato il suo corso e quello di suoi “discepoli”… rischierei di ripetere quello che ha scritto lui, quasi parola per parola! 😉
    Per trovare parole nuove, ho bisogno di pensarci su, e adesso, purtroppo, non ne ho tempo! 🙁

  3. Adesso ho un po’ di tempo.

    Prendiamo alcuni inizi:

    • Il secondo governo Prodi
      Qualsiasi evento tu possa scegliere (le elezioni, la chiamata di Napolitano, il giuramento dei ministri, il voto di fiducia eccetera) puoi definirlo “inizio del secondo governo Prodi” solo a posteriori, quando il governo si è già formato. Prima no, perché non c’è ancora e perché potrebbe tranquillamente non esserci (potrebbe non ottenere il voto di fiducia, eccetera).
    • Questo commento
      Quando ho iniziato a scrivere questo commento? Alle 22:15? Questo potrò dirlo solo dopo averlo pubblicato, non prima: potrei cancellarlo (come è già accaduto)
    • La Padania
      La Padania attualmente non esiste. Magari i vaneggiamenti dei leghisti un giorno diventeranno l’inizio della Padania, ma adesso non possiamo dirlo.
    • Lettonia
      I lettoni dicono che la loro nazione è nata nel 1918, ma questo lo diciamo adesso, dopo il 1991, quando è tornata indipendente
    • Una pianta
      Il seme è l’origine della pianta, ma che quel seme è stato l’origine di quella pianta lo possiamo dire solo dopo che la pianta è cresciuta, non prima.

    L’origine non è mai ora, è sempre prima. L’origine è sempre una creazione dell’originato.

    Cosa ha a che fare questo con l’osservatorio di Harvard? Semplicemente questo: il Big Bang è, per così dire, una creazione dell’osservatorio di Hardvard. Non nel senso che è un’opera di fantasia, ma nel senso che si può parlare del Big Bang solo all’interno della tradizione scientifica dell’osservatorio di Harvard.

    Ancora: ma cosa ha a che fare questo con l’osservatorio di Harvard? Ha importanza tutto questo con il lavoro dello scienziato? Sì e no. No quando lo scienziato risolve le sue belle equazioni. Sì quando lo scienziato (come spesso capita) afferma che quelle sono le “equazioni di Dio” o che ha spiegato la origine di tutto. Espressioni prive di senso.

    Sono abbastanza sicuro che Sini avrebbe non poche obiezioni, soprattutto sull’ultima parte, ma spero di essere stato, nel complesso, abbastanza fedele.

  4. Scusa, ma sono stato via per lavoro.

    Se gli esempi che hai citato sono privi di senso, il big bang è un evento che un senso ce l’ha. Non sappiamo cosa c’era prima, ma l’esempio di Sini
    “se un osservatorio attuale, ad esempio quello di Harvard, fosse stato presenta alla 10e-40 dal Big Bang, avrebbe osservato quello che noi diciamo che ipoteticamente sarebbe successo.” mi sembra che non calzi.

    In più, ho visto un sacco di inizi di partite e di film, ho visto nascere i miei figli e ti dico, da non filosofo, che non capisco il problema che pone il concetto di confine temporale di un evento.

  5. Non sono stato in grado di spiegare bene il problema.
    Non è che non sia sensato parlare di inizio, ma non ha senso pensare a questa origine come qualcosa di assoluto e indipendente dall’originato, che è quello che a volte capita.

  6. Questo è ragionevole. Non si può pensare all’inizio dell’universo come se fosse possibile osservarla da un prima a un dopo.

    Basta però porsi 10e-40 secondi dopo e il problema non c’è più, cosa che lascia incomprensibile l’affermazione di Sini.

  7. Basta però porsi 10e-40 secondi dopo e il problema non c’è più

    Da quel che ricordo della teoria del Big Bang, non è che a 10-40 secondi ci sia poi così tanta roba da rendere pacifiche e naturali le teorie…
    È bene precisare che Sini non intende sostenere che la teoria del Big Bang sia spazzatura, che la scienza sia arrogante o altre fesserie che alcuni (pseudo)filosofi sostengono a ogni piè sospinto.

  8. Se capisco il problema, sulla sediola dell’interrogato ci sono le “origini” in generale, e non solo l’Origine Assoluta dell’Universo ( sempre che questa cosa abbia un senso e ne dubito ).

    Il seme è l’origine della pianta, ma che quel seme è stato l’origine di quella pianta lo possiamo dire solo dopo che la pianta è cresciuta, non prima.

    Certo, neanche il più sfegatato sostenitore della potentia sosterrebbe che il seme in sé è l’origine della pianta prima che questa sia nata: serve uno sguardo a posteriori per giudicarla tale, e questo sguardo nel seme in sé manca.

    Mi chiedo però se questo vale, per dire, per le azioni, oltre che per gli eventi.
    Se io intenzionalmente colpisco la mia amata tazzina da caffè e se questa cadendo POI si rompe, il mio colpo è l’origine del tazzicidio.
    Ciò non toglie che il colpo, appunto perché è una azione intenzionale, è un’origine fin dall’inizio.
    Se compio un’azione, voglio agire sul mondo, e se voglio agire sul mondo, concepisco già il mio atto come origine di effetti.
    Solo in seguito potremo dire se gli effetti voluto sono raggiunti, ma pur sempre ce ne saranno.
    E’ vero che l’origine è comprensibile solo sulla base di un seguito, ma non per questo il seguito esiste solo nello sguardo rivolto al passato.
    C’è anche il futuro anteriore, cioè il presente che anticipa un futuro che si rivolge al passato: “io faccio ora X perché così X sarà stato“.
    Non c’è atto cosciente che non sia traducibile in questa formula. Quindi mi pare errato, in generale, dire che un’origine non è mai ORA.
    ciao! Eno

  9. Se compio un’azione, voglio agire sul mondo, e se voglio agire sul mondo, concepisco già il mio atto come origine di effetti.

    Giusto. Ma, per riprendere il tuo esempio della tazza, magari questa rimane intera, o si scheggia soltanto, e in quel caso la tua volontà di romperla non diventa origine di un bel niente.
    Non conosco il tuo rapporto con le tazze, ma io di solito quando le rompo non lo faccio apposta: non c’è intenzione, eppure dopo posso tranquillamente dire che tutto è iniziato quando l’ho presa in mano.
    Il discorso di Sini non è una accusa contro il parlar dell’origine, ma semplicemente l’osservazione che si può parlare di origine solo dopo. E si può parlare di originato anche senza parlare dell’origine, però curiosamente non lo si fa quasi mai: praticamente ogni “cosa” ha un inizio, un momento nel quale si inizia la narrazione.

    Sul futuro anteriore: non c’entra nulla, ma ho trovato questo articolo molto interessante sul futuro darwiniano della lingua inglese.

  10. Non conosco il tuo rapporto con le tazze.

    Le considero divinità indù, discese terrene del divino.
    Le lavo a mano e personalmente con una spugnetta morbida subito dopo aver bevuto il caffè. Romperle, per me, è un omicidio. 😉

  11. Scusate ma – a prima vista e senza rifletterci molto- quello di Sini sembrerebbe un déjà vu del celebre paradosso di Achille e della tartaruga, solo che formulato al contrario.
    Ciao 🙂

  12. Basta, complice l’influenza, non resisto più alla tentazione di non finirla lì e preciso una cosa.

    No, una azione è sempre un inizio, per lo meno l’inizio di sé stessa e lo è istantaneamente.

    Considera che cosa significa “inizio”, per esempio, di una frana: è l’istante in cui ha principio una serie di eventi, processi e stati correlati causalmente.
    Tuttavia, se consideriamo proprio lì l’inizio di un processo a sé stante è perché il processo, bona fide, ci pare unitario.
    Insomma, vediamo che la montagna resta a lungo in uno stato, immobile salvo piccole erosioni e piccola crescita, e poi accadono subitanei perturbamenti.
    Ma nulla ci vieterebbe di racchiudere in un unico processo sia un pezzo di stasi, sia un crollo: in fondo, per quanto diversi, non sono fenomeni qualitativamente incomparabili.
    I legami causali ci sono, e così potremmo retrodatare ad libitum l’origine, purché si giustifichino le ragioni d’accorpare fenomeni distinti.

    Questo non accade con le azioni.
    Se muovo una mano, se colpisco la mia tazzina o se saluto qualcuno, sarà sempre possibile racchiudere l’atto in un azione più vasta( la mano era parte di un saluto, il colpo alla tazzina è parte di una lite, il saluto è l’inizio della parata militare… ).
    Non si potrà, però, far retrocedere l’origine a piacimento: la scarica elettrica che accompagna o precede nel sistema nervoso il moto della mano, non è l’inizio del moto dell’arto come non lo è la felicità che motiva il mio saluto all’amico.
    Al max, la prima è causa e il secondo è movente, e nessuno dei due basta a definire l’inizio.
    Nell’azione oltre a fattori causali, ci sono motivazioni e c’è il fiat della volontà( e per M-Ponty l’intenzionalità corporea, valida anche per azioni inconscie ) e l’azione si svolge ad un certo livello di granularità, tale che agisce sempre la persona, e mai un arto.
    La catena causale- motivazionale- decisionale è quindi molto corta, per azioni complesse come recitare un ruolo in una commedia, o di estensione nulla per le azioni corporee semplici; soprattutto essa non può essere illimitata.
    Ma avevamo detto che è proprio la catena che permette di definire l’origine!

    Per quanti ci siano atti complessi il cui valore è compreso solo a posteriori o in relazione ad un passato, gli atti più semplici, quelli corporei, possono essere ulteriormente scomposti.
    Dunque sono origine di sé stessi.

    Ci sono a mio avviso, due generi di origini nei processi: quelle eteronome, date dallo sguardo che osserva e che necessariamente è successivo, e quelle intrinseche.

    Sini, se capisco, non prende in considerazione questa differenza.

    ciao&finita qui! 🙂

  13. Ci sono a mio avviso, due generi di origini nei processi: quelle eteronome, date dallo sguardo che osserva e che necessariamente è successivo, e quelle intrinseche.
    Sini, se capisco, non prende in considerazione questa differenza.

    Indubbiamente non la prende in considerazione: questa differenza è trascurabile per il suo discorso.
    Tu continui a considerare l’evento come qualcosa di assoluto e oggettivo. Il discorso di Sini si applica invece alle narrazioni degli eventi, quelle narrazioni con cui abbiamo continuamente a che fare. E non puoi che narrare il passato.
    Citando (a memoria) Bruno Lauzi: «Mi chiedono perché le mia canzoni sono tristi, perché canto quando l’amore non c’è più. O bella: perché quando fai l’amore non sai dove mettere la chitarra! È ovvio che puoi scrivere canzoni solo quando l’amore non lo fai più!»

  14. lector in fabula: In un certo senso lo schema è simile al paradosso della sfida tra Achille e la tartaruga. Però quel paradosso si giocava sul piano della realtà del tempo, mentre il discorso di Sini (semplificando) riguarda, come detto nel commento precedente, le narrazioni.

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