Quantità e qualità ai tempi di Google

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 10 mesi 29 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Sul sito Il primo amore si può1 leggere una interessante analisi di Linda Pagli su Google e sui motori di ricerca in generale.
La tesi, ad essere sinceri non molto originale, è che i motori di ricerca si basano sulla quantità di informazione e non sulla qualità, e pertanto i risultati di Google riguardano più gli interessi della maggioranza che la verità o la qualità. Per riprendere l’esempio di Umberto Eco citato da Pagli, cercando “Graal” ci si imbatte perlopiù in ciarpame neonazista e pubblicitario.
Mi chiedo se la cosa sia così grave. Da sempre sul Graal si sono scritte più ciarlatanerie che rigorosi studi scientifici, e da sempre il ciarpame ha più lettori delle ricerche serie.
Sarebbe forse più interessante capire come mai, su altri argomenti, i risultati di Google siano qualitativamente degni di nota: come mai a volte è possibile passare dalla quantità alla qualità?

  1. Si poteva: la pagina non c’è più. Nota aggiunta nel 2012. []

6 pensieri su “Quantità e qualità ai tempi di Google

  1. Il post su Laudan che avevi messo in parte è una risposta: il maggior uso qualificato- cioè da parte di esperti- di un testo lo valorizza.
    Ci sono problemi di “sociologia della conoscenza”( che termine pomposo! ), cioè: come cavolo faccio a evitare che un certo libro venga letto da esperti per ragioni esterne al loro ambito, p.e. per convinzioni ideologiche, come in bioetica? Anche loro sono umani, spesso troppo o troppo poco.
    Ma soprattutto una cosa non da poco è: perché mai un esperto dovrebbe cercare su google, se google è fatto per cercare cose che non si sanno?
    Boh! Intanto teniamoci ‘sto cavolo di motore di ricerca, che ogni volta che ci cerco l’home page di mio professore, che dimentico sempre, mi dà settanta risultati di un idiota omonimo…
    ciao, Eno!

  2. sw4n: la storia del miserabile fallimento è un gioco che google ha deciso di lasciare. È certo un aspetto interessante di come sia possibile “bucare” un motore di ricerca, ma alla fine google vince sempre!
    nullo: le enciclopedia rispecchiano l’uso, ma non si esauriscono in questo.
    Mi spiego meglio con un esempio: un gatto nero attraversa la strada è segno di sventura. Questo “uso” lo metti sotto la voce gatto oppure sotto la voce superstizione?
    Eno: il problema, ammesso che ci sia un problema, non è dato dagli esperti, che hanno accesso ad altri strumenti, ma dagli utenti comuni.
    Infine, riprendo qui l’osservazione finale.
    Google fornisce risultati basandosi sulla quantità ; alcune volte questi risultati sono qualitativamente interessanti (è proprio l’informazione che cercavo, completa e affidabile), altre volte no. Perché questo? Per quale motivo se cerco “ontologia sociale” trovo siti interessanti ed affidabili (a parte il mio, inopinatamente al nono posto) mentre se cerco RU486 trovo anche molto materiale di discutibile valore?

  3. Caro Ivo, ovviamente se qualcuno si vuole interessare di storia delle religioni, teoria politica o di bioetica, ispo facto non cercherà di “informarsi”( in rete, su giornali, su polemisti alla page o di specialisti di un certo ambito che si riciclano in altri… ), ma di studiare. L’informazione per sua natura riporta fatti, ma non è abilitata a darne una spiegazione approfondita e rigorosa. E’ risibile quando l’informazione cerca di “spiegare” un nodo teorico con la posa: «Vi dico io come stanno le cose».
    Se poi l’interessato non studia, vuol dire che non gliene importa nulla.
    Perciò su questioni come la pillola abortiva non è importante se c’è ciarpame in giro- e non tanto su Google – perché il tema si sottrae a queste trattazioni.

    Io proponevo una soluzione parziale del resto del problema. Agganciare la gerarchia di siti, p.e. i siti personali, i club on-line o testate personali di specialisti in un certo settore( si stanno moltiplicando come funghi ), alla fruizione qualificata che si fa dei loro lavori all’interno di biblioteche, p.e. nelle biblioteche universitarie.
    C’è il caso ecclatante di P. F. D’Arcais che si spaccia via mezzi di comunicazione per sommo esperto filosofico di democrazia, laicità & Hannah Arendt, mentre è considerato uno straparlante dagli sconsolati addetti ai lavori di qualsiasi ateneo.
    Sussiste il problema tecnico di come contare le letture, ma alcune biblioteche si stanno ingegnando in questo senso.

    ciao, Eno! .-)

  4. Sono d’accordo che, se una persona vuole informarsi sulla democrazia, è meglio che legga Tocqueville oppure Robert Nozic. Il problema è: come scopro l’esistenza di questi autori?
    E sulla pillola del giorno dopo: le ultime notizie ne trovo in internet, non sulle pubblicazioni a me accessibili (il The New England Journal of Medicine non è accessibile, perché non ci capisco nulla).

    Agganciare i risultati di google al mondo accademico potrebbe essere una buona idea. Rimane il mio problema “sociologico” iniziale: perché su certe cose questo “aggancio” si rivela necessario e su altre no?

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