La dolcezza dei portabandiera

closeQuesto articolo è stato pubblicato 3 anni 8 mesi 10 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.
F Minus by Tony Carrillo
F Minus by Tony Carrillo

Ragni e serpenti si lamentano dell’irrealistico standard di dolcezza (o carineria, non so bene come tradurre ‘cute’) al quale si uniformano gli acquirenti di animali domestici, attratti unicamente da gattini e cagnolini.

Al di là del riferimento umoristico alle critiche sui canoni di bellezza imposti dai media, la carineria di alcuni animali è effettivamente irrealistica, nel senso che ha poco a che fare con l’importanza dell’animale all’interno dell’ecosistema nel quale vive.
Il che può essere un problema per la protezione della natura, perché prova tu a giustificare un progetto per la salvaguardia di un nauseante scarafaggio o di un ripugnante serpente, bestie che saranno importantissime per gli ecosistemi ma sono così brutte che uno preferisce non incontrarle.

Settimane fa ho scoperto l’esistenza delle specie bandiera (dall’inglese ‘flagship species’): «specie animali o vegetali carismatiche particolarmente gradite dalla gente».1
Quello della dolcezza – è bene evidenziarlo – non è l’unico criterio di scelta: prima viene il valore ecologico, se così si può dire, della specie, il suo essere un buon indicatore della biodiversità di un ambiente.
Insomma, delle varie specie animali che è bene salvaguardare, se ne sceglie una carina, che ha una buona reputazione e che suscita sentimenti positivi. Sia il picchio rosso maggiore sia il coleottero curculionide sono buoni indicatori di un numero elevato di altre specie, ma meglio puntare – da un punto di vista comunicativo – sul picchio rosso maggiore.

Una curiosa, e interessante, strategia di comunicazione della scienza.

  1. Preso da pagina 8 di questa pubblicazione dell’istituto federale svizzero WSL. []

8 pensieri su “La dolcezza dei portabandiera

  1. strategia che non tiene conto, però, del fatto che scegliamo cani (e gatti) preferendoli ai ragni o ai serpenti perché da 10mila anni conviviamo a stretto contatto con cani e gatti. Siamo coevoluti. Abbiamo rafforzato il legame in un periodo di tempo lunghissimo (da un punto di vista di “lunghezza della vita umana”). Sono la prima scelta in un modo persino inconsapevole. Inconscio.
    D’altra parte, si potrebbe sottolineare che i ragni sono così tanti al mondo che, ovunque ci sia l’uomo, c’è almeno un ragno nel raggio di 3 mt.

  2. no, cani (e gatti) li abbiamo presi con noi 10mila anni fa. I ratti hanno proliferato per conto loro, indipendentemente dalla nostra volontà di “accoglierli” nel nostro gruppo. 10mila anni fa abbiamo preso i “cani” perché erano utili, ma la lunga convivenza ormai li ha resi parte normale della famiglia e ha permesso che umani e cani si capiscano tra di loro. Noi sappiamo interpretare le espressioni dei cani, almeno a un livello intuitivo e generale, e i cani interpretano noi. Cosa che non succede con altri animali. La familiarità è un elemento che sballa il “kawaii-factor” (o forse meglio, lo fonda: i cani sono carini perché ci sono familiari, riconosciamo facce ed espressioni ecc e sentiamo quelle espressioni come simili alle nostre e di conseguenza carine e piacevoli. Serpi e ragni non hanno quelle espressioni, quindi non possiamo identificare in loro niente di familiare, quindi niente di piacevole)

  3. Non sono poi così sicuro che ci sia una volontà, almeno all’inizio: se ricordo bene i cani si siano evoluti da lupi che seguivano gli umani per mangiarne la spazzatura e a furia di avvicinarsi ai villaggi sono stati addomesticati.
    E non sono neppure sicuro che abbia importanza la volontà di accogliere gli animali.
    Del resto, non sono neppure sicuro che abbia davvero importanza la coevoluzione, visto che sanno essere molto teneri anche animali selvatici come i lemuri del film Madagascar.

    PS Che cosa è il kawaii-factor?

  4. infatti dicevo proprio che il primo momento in cui abbiamo tenuto dei “cani” è stato per utilità, non perché fossero belli o carini e coccolosi. Però il fatto di averci convissuto per oltre 10mila anni ha prodotto un adattamento reciproco (che noi umani abbiamo anche favorito tramite la selezione delle razze) e adesso i cani sono una scelta più immediata rispetto a bestie con cui non abbiamo mai creato legami. Perché nei cani vediamo espressioni che sappiamo interpretare. Sappiamo (più o meno) capire cosa pensano. Riconosciamo la loro faccia, e questo è un elemento che ce li rende piacevoli più di un ragno. Nello stesso modo in cui preferiamo un altro umano a un ragno: nell’altro umano riconosciamo un aspetto, una faccia (quella storia del “siamo programmati per riconoscere facce, guarda quante facce riconosciamo in cartelli stradali, design di automobili, configurazioni naturali tipo profili di montagne ecc”) e quindi ci piace. Perché c’è quel riconoscimento che genera familiarità, l’illusione della comprensione.
    Ci sono anche altri animali con i quali siamo coevoluti (bovini, equini, suini, ovini, pollami vari) e con i quali abbiamo una certa familiarità, e se non li mangiassimo potrebbero essere animali domestici – forse le dimensioni che hanno sono un ostacolo: una mucca è troppo grande da tenere in casa, quindi non è mai diventata un animale domestico come il cane.
    Ma esistono anche animali con i quali abbiamo avuto solo contatti e mai una domesticazione eppure sono “carini”: gli orsi, che sono diventati quasi monopolisti nel settore animali di pezza per farci addormentare da piccoli. Però ci somigliano parecchio: camminano su due zampe, hanno occhi frontali, hanno occupato per millenni la stessa nicchia ecologica nostra… quindi di nuovo, una specie di identificazione, riconoscimento.
    Le bestie che ci somigliano meno sono quelle che poi troviamo meno carine.
    Kawaii = carino, in giapponese.

  5. Purtroppo, è la solita deficienza media che caratterizza tutta la razza umana.
    E’ verissimo che molti si sono riscoperti improvvisamente ecologisti e magari pure vegani in seguito al rapporto con il proprio animale domestico, il cui grado di “carineria” rappresenta la norma sulla quale parametrare il diritto o meno all’esistenza delle altre specie.
    Da ecologista convinto e buon pragmatico non posso che dire “ben venga”, se questo è il prezzo che bisogna pagare perché la salvaguardia dell’ambiente, da mera enunciazione di principio, divenga realtà fattuale.
    Dal mio canto, non possiedo più animali da almeno trent’anni, né è mia intenzione il possederne. Libero io da loro, liberi loro da me.

  6. @alex: Sì, alla base c’è un’antropomorf… insomma, rappresentare gli animali come umani o, meglio ancora, come bambini con gli occhi e la testa più grandi rispetto al resto del corpo.
    Perché nel primo commento dici che la strategia delle flagship species non tiene conto di questo? O ho capito male io?

    @lamespior: A me stanno simpatiche anche le nutrie con quel loro tenero musetto… Dura la vita per chi deve gestire queste specie animali.

    @lector: Ho qualche dubbio sul “ben venga”, ma capisco il pragmatismo

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