Il comune senso del pudore

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 4 mesi 3 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Leggo dal resoconto di una agghiacciante domenica di Pasqua:

Mi è sembrata quasi indecente l’esibizione pubblica di queste funzioni corporali, mi sembrava così assurdo che esistessero uomini e donne che, senza alcun ritegno, si manifestano come apparati digerenti pubblici. Ho pensato: funzione corporale per funzione corporale, com’è che ci appartiamo per pisciare e cacare o per chiavare, mentre la pubblica masticazione e digestione di cibi così volgari, oltretutto, come la carne di animali morti – la sarcofagia, per non girarci attorno – non è colpita da nessun tabù, ma è anzi promossa in luoghi appositi chiamati ristoranti?

Tralasciando il problema della sarcofagia (pratica nella quale indugio diverse volte a settimana: la carne sarà anche un cadavere, ma una bistecca è una bistecca – quest’ultima frase va pronunciata con la stessi espressione estasiata di “una rosa è una rosa”), questo brano solleva un problema non da poco.
Perché determinate funzioni vengono svolte lontano dagli sguardi altrui, sguardi che diventano indiscreti, mentre certe altre no? Perché il soddisfacimento delle necessità corporali afferenti è non solo operazione lecita ma persino un momento sociale molto importante, mentre il soddisfacimento delle necessità corporali efferenti è faccenda intima e privata?
Più in generale: dove finisce il privato e inizia il pubblico? Il confine è sfumato: tempo fa un signore aveva scritto una indignatissima lettera al giornale per lamentarsi dell’immorale condotta di un ragazza che, sul treno, si era sistemata i capelli con un pettine.

Curiosamente, Wikipedia riporta due immagini di toilet pubbliche molto simili: la prima raffigura è una Ancient roman squat toilets, la seconda ritrae i wc di Auschwitz. Il confine, oltre che sfumato, è anche mobile: quello che un tempo era normale (defecare di fronte ad altre persone) può diventare, in seguito. eccezionale e umiliante.
Forse un giorno i nostri discendenti guarderanno con curiosità (e un po’ di disgusto) quel che resterà dei nostri ristoranti. con quelle enormi e strane sale comuni dove tutti si riunivano a mangiare, uno di fronte all’altro.

10 pensieri su “Il comune senso del pudore

  1. Mi viene in mente un film di Buñuel – Il fantasma della Libertà – nel quale c’è un episodio esattamente conforme a quanto descritto qui sopra: in una “cena” mondana tutti si trovano per defecare assieme. Ad un certo punto il protagonista si alza, chiede discretamente al cameriere dove si trovi la cucina, e si ritira in un minuscolo bugigattolo a mangiare, di nascosto e vergognandosi.

  2. Ne “Il terzo scimpanzé” (mi pare) Jared Diamond mostra come sarebbe una giornata-tipo di una persona se il sesso non fosse un fatto privato, ma, come capita per le scimmie a noi più vicine, fosse normalmente praticato in pubblico.
    Uno dei motivi per cui ciò in realtà non accade è che ci sono svariati indicatori dell’eccitazione sessuale, o dell’estro femminile, che nell’uomo sono molto meno appariscenti (ciò è collegato, ad esempio, al fatto che la donna ha un ciclo mestruale mensile, e non esiste una “stagione degli amori” all’interno di un ciclo annuale).

    Questo “tabù”, come quelli che citi sulle funzioni corporali, ha una base probabilmente biologica ancor prima che culturale. Ad esempio la convivialità dell’atto defecatorio si scontra col fatto che gli escrementi di altri individui per noi intrinsecamente disgustosi. Probabilmente ci siamo evoluti con gusti, di norma, non coprofili perché ciò rende difficile la diffusione di malattie e parassiti.

    Quindi non tenderei a cercare una “progressione”, nella Storia umana, del rapporto tra l’uomo e le proprie funzioni corporali. Diverse civiltà allo stesso “stadio” hanno avuto atteggiamenti diversi, magari per condizioni contingenti che talvolta si cristallizzavano in tabù (l’abusato esempio della carne di maiale nelle religioni semitiche).
    Si può al più immaginare che, “probabilmente” e “in media”, il pasto avrà sempre una veste (e una funzione) conviviale, mentre l’espulsione di prodotti di rifiuto dal corpo sarà sempre confinata alla sfera privata, limitatamente ad eventuali esigenze contrarie (immagino che i WC collettivi dei Romani siano dovuti alla necessità di raccogliere gli escrementi per disporne in modo adeguato, in assenza di una rete fognaria capillare come quella che abbiamo adesso).

  3. @Lopo: Quello che scrivi è corretto: ci sono delle basi biologiche a quello che ho chiamato comune senso del pudore. Non credo tuttavia che ciò esaurisca il problema, e questo perché il pudore è soprattutto una questione di sguardi, e gli sguardi, di per sé, non hanno problemi di igiene.
    Insomma, il capovolgimento immaginato da Bunuel rimane fantasia, l’idea di una maggiore discrezione per il consumo di cibo non mi sembra così improbabile.
    Non credo neppure io si possa parlare di progresso nei costumi, ma solo di cambiamenti nel tempo.

  4. @Ivo: è vero che gli sguardi non hanno problemi di igiene, ma anche in questo c’è un substrato biologico che secondo me non va dimenticato, prima di indagare sulle sovrastrutture culturali.
    Anche il distogliere lo sguardo da certi eventi può essere innato, diciamo “hard-wired” nel cervello.
    In “La scimmia nuda”, Desmond Morris mostra ad esempio come si siano probabilmente evolute certe risposte degli animali alle situazioni di stress, come il grattarsi: un comportamento del genere, anche se “automatico”, indica noncuranza – gli animali si grattano quando sono tranquilli, nei momenti di riposo – e quindi un tentativo di non dare importanza, ad esempio, alle dimostrazioni di forza di un rivale.
    Anche nell’uomo, quindi, grattarsi la testa (o altri gesti simili) in situazioni di imbarazzo è un retaggio di quando si cercava di mostrare indifferenza di fronte a certe difficoltà. Anche il distogliere lo sguardo probabilmente risponde a logiche analoghe.

    È vero che la maggiore discrezione nel consumo di cibo non è impossibile, ma a mio parere per indagare su quale possibile sovrastruttura culturale possa “andar contro la natura” (uso un’espressione semplificata), bisogna da una parte tener presente un dato costante (diciamo biologico), dall’altro la contingenza che diversifica le esperienze di diverse culture. Insomma, per fare della filosofia qui * ci vorrebbe prima l’esempio “sperimentale” dell’antropologia e della storia. Ci sono (state) culture in cui il pasto non era (è) conviviale? Nelle mie limitatissime conoscenze, non ho notizia di alcuna, e non so dove cercare per approfondire…

    * come in molti altri territori: e più che ci penso, più che questo numero aumenta.

  5. @Lopo: Per chi mi prendi, per un antropologo? 😉
    Quello che riscontro, sul campo, è una progressiva anestetizzazione del cibo, anestetizzazione che riguarda soprattutto la preparazione del cibo, ma anche il consumo. Difficile trovare trippa e lingua bollita, e spesso noto espressioni vagamente disgustate di fronte al banco della macelleria: tutta quella carne cruda!

  6. @Ivo: lungi da me l’intenzione di offendere 😉

    In merito, penso che potrebbe interessarti “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan, ci sono considerazioni interessanti sul rapporto tra l’uomo e gli animali di cui si nutre.
    Anche qui partendo dal caso particolare :-): l’autore riflette, tra l’altro, sulle proprie sensazioni dopo aver ammazzato delle galline di una fattoria in cui ha lavorato, o dopo aver ammazzato, trattato e poi cucinato un maiale selvatico che è andato a cacciare nei boschi della California.

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