Del valore della tradizione

closeQuesto articolo è stato pubblicato 8 anni 11 mesi 2 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Alcune persone hanno giustificato la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche in quanto tradizione. Non mi è chiaro se la tradizione sia il cristianesimo, il crocifisso o la presenza del crocifisso in un’aula scolastica, ma poco importa.

In molti hanno criticato questo argomento sostenendo che l’appello alla tradizione non è un argomento.
Io credo sia più corretto dire che l’appello alla tradizione sia un argomento incompleto.

Tralasciando il valore simbolico e affettivo che una tradizione può avere (tralasciamo perché una novità può avere un valore simile, anche se credo sia un fenomeno più raro), una tradizione è una pratica che esiste da molto tempo.1
Il fatto che qualcosa esista da molto tempo significa che è da molto tempo che questa pratica è se non la migliore disponibile, quantomeno tra le migliori alternative disponibili. Se non lo fosse, verosimilmente sarebbe già stata sostituita da altre pratiche più adatte.

Difendere una pratica in quanto tradizione è quindi un argomento accettabile. Se si soddisfano le seguenti condizioni: a) non conosciamo con precisione il funzionamento del contesto nel quale si inserisce quella pratica (la tradizione è una sorta di esperimento senza laboratorio: se ho modo di condurre esperimenti in laboratorio, oppure se già conosco il fenomeno, l’appello alla tradizione non ha più senso); b) il contesto sociale è rimasto relativamente costante; c) non si sono sviluppate nuove pratiche.

Al lettore capire quali di questi requisiti soddisfa la tradizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

  1. Quanto tempo? Non credo si possa identificare un valore preciso: molto dipende dal contesto nel quale si sviluppa la pratica che aspira a diventare tradizione. Bastano pochi giorni perché bere il caffè in un determinato bar diventi una tradizione, mentre per un evento più elaborato occorrono anni se non decenni. []

34 pensieri su “Del valore della tradizione

  1. Il fatto che qualcosa esista da molto tempo significa che è da molto tempo che questa pratica è se non la migliore disponibile, quantomeno tra le migliori alternative disponibili.

    No, no e no: è un ragionamento iperadattazionista! Paradossalmente qua ci viene in soccorso Gould (sì, quello dei magisteri separati): la tradizione spesso è soltanto un orpello che ci portiamo dietro solo per motivi storici o strutturali. Come l’appendice, le adenoidi, il coccige e il mignolo del piede…

  2. Piccolo contributo “da liceale”.
    Negli anni 70 (fine anni 70) quando ancora mi facevano fare le traduzioni ricordo che una parola ricorreva all’inizio dei testi. Tradunt

    Ovvero trasmettono, ovvero si è spostata da un soggetto comunicatore ad uno ricevente.

    Affinchè si possa “correttamente” parlare di tradizione dovrebbe essere necessario il “passaggio” di mano. Quindi la tradizione di prendere un caffè di un certo tipo in un certo bar richiede che qualcuno che non sia l’iniziatore sia stato iniziato.
    Per intenderci la tradizione non può essere “personale” altrimenti è soltanto una abitudine.

    Riguardo la “validità” di una tradizione e la sua applicazione, sono come di consueto su posizioni molto simili a quelle da te espresse. Non mi convince però il punto

    b) il contesto sociale è rimasto relativamente costante;

    ed il mio sospetto è il fatto che tu abbia usato l’avverbio “relativamente” convinca poco anche te.

    Suppongo che il relativo voglia riferirsi all’oggetto della discussione, ovvero alla modalità di conservazione delle tradizioni.
    A questo punto ci si porterebbe però verso una autoreferenzialità che in fin dei conti è la negazione della “buona” tradizione.

    Il mio punto di vista (sono talmente egocentrico che per un attimo mi illudo che sia importante) è che proprio coloro che nominano la tradizione siano i primi ad ignorarla.

    Nel contesto specifico dei simboli nei luoghi di indottrinamento, la presenza di un simbolo religioso (tale lo è per me) è esattamente il marcare un territorio e non il voler mantenere una tradizione. Se fosse una questione di attinenza alla tradizione soltanto nella scuola ce ne sono di pessime, a partire dalla cattedra che ormai fortunatamente tende a scomparire.

    La scuola necessità di essere al passo con i tempi e non di mantenere delle tradizioni soprattutto tenendo conto che molte di queste sono “state imposte” a suon di sanzioni e punizioni. Chi vorrebbe una scuola tradizionale non lo fa di certo per il bene degli studenti…
    … e qui mi fermo altrimenti l’ OT è garantito

    Un Sorriso

  3. @Tommy David:

    Come l’appendice, le adenoidi, il coccige e il mignolo del piede

    Potrebbero rientrare nella casistica dell’ambiente mutato.
    E comunque, se metà delle persone morisse di appendicite a dieci anni, probabilmente avremmo esseri umani senza appendice (o non avremmo esseri umani). Dal momento che non è così, si può mantenere la “tradizione” di avere l’appendice.

    @il più Cattivo: Veramente pensavo “relativamente” nel senso di parzialmente: non è mutato troppo. Ma è anche vera la tua lettura.
    Come è anche (secondo me) vera la tua lettura della presenza dei simboli religiosi nelle scuole: marcare il territorio.

  4. Carina l’idea della mancanza di mutazione genetica come tradizione!!!

    Evoluzionisticamente più complessa la questione degli arti fossili come il mignolo o l’appendice.
    L’esempio che solitamente si cità è quello dell’anemia mediteranea contro la malaria, ma è un bel più complesso e potrebbe portarci troppo lontano.

    Solo una chiosa: Non è che “si decide” di mantenere l’appendice, magari per amore della tradizione, così come io non avrei potuto decidere di mantnere i capelli oltre i trent’anni!

  5. @il più Cattivo: Anche gli aspetti culturali evolvono – non sono certo il primo a dirlo. Ovviamente considerare il mignolo una tradizione è poco più (o poco meno) di una battura 😉

    Diciamo che non si può ancora decidere di mantenere i capelli dopo i 30, ma non sarà così ancora a lungo. Non fatico a immaginare una nanosonda che vada in giro nel mio organismo a disattivare il gene della calvizie.
    E diciamo anche che molte cose della tradizione non le possiamo decidere, ci troviamo invischiati da sempre e non è possibile cambiarle con facilità (la guida a destra o a sinistra: non ricordo in che isola hanno cambiato sistema, ma con uno sforzo notevole). Non è il caso del crocifisso, ovviamente.

  6. @Tommy David: Non mi focalizzerei troppo sul crocifisso, che ha innescato il mio ragionamento che si riferisce in generale al ricorso della tradizione come giustificazione di una pratica.
    La mia (inutile) opinione sul crocifisso: la sentenza è corretta; avrà l’effetto opposto, ci ritroveremo il crocifisso in posti dove prima non c’era; non considero la rimozione del crocifisso una priorità, il che non significa che ci si debba occupare solo di priorità.

  7. Non focalizziamoci sul crocifisso, certo. Ma giungiamo comunque alla triste conclusione che ciò che non è (troppo) dannoso si moltiplicherà (o non si estinguerà).

  8. @Tommy David: Il bello della cultura è che allentiamo un po’ questi limiti. Possiamo renderci conto che un determinato tratto (fisiologico, psicologico o sociale) è in parte dannoso e cercare di abbandonarlo e sostituirlo con un altro migliore.

  9. @ Ivo: La mia considerazione era un po’ più profonda, ma non è stata colta (ciò dimostra che non sono un granchè come comunicatore).
    Sperando che sia possibile avere una seconda chance ci riprovo. Avevo scritto:

    Carina l’idea della mancanza di mutazione genetica come tradizione!!!

    Provo ad esplicitare:
    La tradizione era stata “definita” ad una mancanza di “rimozione” delle propaggini “fossili” nel nostro corpo.
    Viaggiando un po’ più avanti avevo intravisto l’ equiparazione tra la tradizione e la incapacità (genetica) di rimuovere appendici inutili.
    C’è una “corrente di pensiero” che cita, spesso a sproposito secondo il sottoscritto, una massima che più o meno riporta:
    Se non lo usi lo perdi
    Non che voglia addentrarmici ma in sostanza trovavo carino la battaglia tra adattamento e tradizione partendo da un caso di biologia, quando questo tema di solito è visto in termini economici o politici.

    Se non sono stato chiaro adesso, temo che rinuncerò

  10. Scrivi che:
    Difendere una pratica in quanto tradizione è quindi un argomento accettabile.
    Vero, in certi contesti potrebbe essere accettato, purché appunto si riconoscano una serie di aspetti. Giustamente hai tratto dalla vicenda del crocifisso un ragionamento più generale, ma proprio le reazioni alla sentenza hanno messo a nudo la povertà dell’argomentazione su cosa sia “tradizione”.
    Innanzitutto, una cosa è tradizionale se ha, come hai giustamente osservato, mantenuto una permanenza nel tempo (si può disquisire sulla durata), ed è nata per, diciamo, “condivisione popolare” e non per una scelta di diritto. Ricordo che il crocifisso nei luoghi pubblici fu proibito dal Regno d’Italia grossomodo dal 1860 al 1929 (più per scelta della Chiesa che dello stato italiano in realtà). Dopodiché fu il fascismo a restituirlo ai pubblici uffici con una norma di legge. Questa è tradizione?
    In secondo luogo, una tradizione per essere tale dovrebbe essere condivisa, corretto? Mi chiedo allora il perché delle minacce di multe fino a 500 euro per chi toglie i crocefissi…

    In realtà penso che in qualsiasi caso l’appello alla tradizione sia un modello di giustificazione “debole” in sé, perché è unicamente rivolto all’apparenza. Argomentare sulla presenza del crocifisso in termini di fede cattolica sarebbe stato molto più complesso, e difficile da mettere in pratica da persone che hanno varie “pendenze” rispetto alla morale cattolica (divorzi, convivenze, rapporti prematrimoniali etc.).

    La tradizione diventa quindi un comodo appello ad una morale debole, usata solo per un “apparire” in linea con un’idea di comunità, da preferire in un contesto mediatico all’appello a dei valori forti “reali”, che implicherebbero l’adesione agli stessi da parte di chi parla.

    Ed ora una curiosità. Tra i più strenui sostenitori della “tradizione” del crocifisso vi è oggi la Lega, che giusto fino all’altro ieri cercava di ritrovare le radici di “tradizioni” alternative, dal sole delle alpi ai riti celtici. A scavare nel passato si finisce per non andare da nessuna parte!

    Sergio

  11. @il più cattivo: Forse adesso ho colto.

    @Sirjoe: Hai ragione: la tradizione è un argomento povero e, in genere, usato da chi non ha argomenti.
    Ridicola poi la pretesa di difendere una tradizione con la forza.
    Antonin Artaud disse che quando si avverte la necessità di difendere una tradizione (lui parlava del teatro francese) vuol dire che quella tradizione è già morta (cito a memoria).
    I leghisti… troppo facile commentare le loro incoerenze! 😉

  12. Mi incuneo tra i commenti a questo post per dire che questo blog mi piace e lo inserisco tra i miei favoriti. Il fatto poi che l’autore si sia occupato di Wittgenstein a Milano me lo rende ancor più simpatico.
    Peppe

  13. @Ivo
    Ma secondo te, è davvero definibile una (possibilmente unica) tradizione italiana?

    Almeno così che so, chi entra in politica potrebbe leggere il “vademecum della tradizione italiana”, ed evitare di dover improvvisare.

    No? 😉

  14. “Difendere una pratica in quanto tradizione è un argomento accettabile. ”

    A mio modesto avviso, questa è una cazzata.

    Le donne non hanno votato per secoli, in Italia. Questa era la “tradizione”. Quindi sostenere che le donne non devono votare, in omaggio alla tradizione, sarebbe un argomento accettabile?

    Suvvia!

    Ancora, per secoli, si è sostenuto il sistema geocentrico. Il flogisto. L’etere. L’elenco potrebbe continuare all’infinito…

    Il problema del crocifisso va capito, centrato. La “tradizione” non è una giustificazione, in uno stato di diritto. In uno stato di diritto, quello che conta è il rispetto delle leggi, e, prima ancora, della Costituzione.

    Ora, la Costituzione (piaccia o non piaccia) stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di religione. Non occorre essere Eninstein o Zagrebelsky per capire che esporre il simbolo di *una* particolare religione in un luogo pubblico viola il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini.

    In Francia (che non mi pare un paese di atei e miscredenti, ma un paese a forte *tradizione* cattolica) il problema l’hanno risolto nel 1905 (millenovecentocinque): divieto di esibire simboli religiosi nei luoghi pubblici. Fine dela storia.

    In Italia ci arriveremo, forse, nel 2105.

  15. @peppe liberti: Benvenuto!

    @Sirjoe: No, non credo sia possibile definire una tradizione, o almeno non credo sia possibile nei termini di un vademecum.

    @Lorenzo: Se intendi “giustificazione” nel senso squisitamente legale… hai ragione. Tralasciando la common law, la tradizione non ha valore, o comunque è inferiore a quello della costituzione.
    Però parliamo di leggi giusti e ingiuste, al di là della loro validità giuridica: in altre parole, noi giudichiamo le leggi anche in base ad altri criteri. Ma questo discorso ci porta lontano.

    Voto alle donne: il fatto che non abbiamo mai partecipato alla vita politica sarebbe un argomento accettabile se venissero soddisfatte le tre condizioni del post, e credo valga solo la terza.

    Altri esempi: matrimonio omosessuale. Vale l’argomento della tradizione? No, perché la società è cambiata.
    Poligamia e poliandria: l’argomento vale? In questo caso sì, ma non so ancora per quanto.

  16. @Ivo: Interessanti gli esempi sul tuo 17.
    Saresti così cortese da entrare un po’ più in dettaglio?
    in particolare se non valesse la “mia” visione del “relativamente” com giustificheresti la differenza tra gli ultimi due ?

    Riguardo la questione del voto “femminile” non sono certo di aver capito il tuo punto di vista.
    in realtà sopratutto il punto “c” nel 1945 (periodo in cui se non erro era in discussione) era cambiato, l’estensione avvenne mentre le legislazioni elettorali europee si stavano o erano già progredite in quella direzione.

    Un Sorriso

  17. @il più Cattivo: Per il voto femminile: nel 1946 non vi erano mezzi di votazione diversi da quelli disponibili nel 1930. La condizione (c) è soddisfatta: non ci sono nuove pratiche. Ma il contesto sociale è cambiato (b) e soprattutto sappiamo che uomini e donne hanno pari capacità politiche (a).
    Un altro esempio, prima di tornare ai matrimoni: oggi internet rende disponibili nuovi strumenti, il che renderebbe, teoricamente, possibile la democrazia diretta anche in una nazione con qualche milione di cittadini.

    Perché non legalizzare la poligamia e la poliandria? Legalmente non ci sono grossi problemi: basta riformare il diritto di famiglia e il gioco è fatto. La parità tra i sessi sarebbe violata se si legalizzasse la sola poligamia, ma includendo anche la poliandria non ci sono problemi di sorta.
    L’unica risposta che vedo è: si è sempre fatto così, tradizionalmente i matrimoni sono tra due persone, non tra tre o quattro. Risposta debole, ma secondo me accettabile, dal momento che non abbiamo precise conoscenze su come cambierebbe la società italiana o europea ammettendo queste pratiche (a), il contesto sociale non sembra cambiato da questo punto di vista (b) e non sono diffuse nuove pratiche di convivenza (c).
    I punti b e c sono destinati, secondo me, a cambiare. Non so se si arriverà a una società che accetta matrimoni simili a quelli attuali ma con più partner, oppure se si arriverà a mettere il matrimonio tradizionale in minoranza, dando spazio e tutela legale ad altre convivenze regolate.
    Per quanto riguarda il matrimonio omosessuale, sappiamo che la loro legalizzazione non comporta il decadimento della società (non mi risulta che la Spagna si precipitata nel caos) e la società è indubbiamente cambiata dai tempi in cui l’omosessualità non veniva accettata. Affermare che non si può riconoscere un matrimonio omosessuale perché contrario alla tradizione è non accettabile.

    Specifico quello che ho implicitamente detto fin dall’inizio: è un argomento accettabile se si rispettano le condizioni a, b e c, ma in ogni caso non è un argomento solido.
    Come il principio di autorità: se proprio non ho di meglio, va bene anche lui. Quando è nato Umberto Eco? Non avendo modo di controllare all’anagrafe di Alessandria, mi affido all’autorità di una enciclopedia, che mi dice: 1932.

  18. @ Ivo : Adesso ho capito cosa intendi per nuove pratiche!

    Mi ha tratto in inganno la definizione di tradizione come pratica che si svolge da molto tempo.

    Però non è che mi senta convinto. Se la pratica di salutarsi, per esempio, entrando in ufficio fosse tradizionalmente dire : “Buongiorno” e qualcuno sperimentasse la parola “Bentrovati”, questo potrebbe essere sufficiente per dire che dato che ci sono nuove pratiche potrei entrare camminando a testa in giù? E viceversa se nessuno lo avesse mai fatto non potrei provarci, o detto in altri termini qualcuno avrebbe il “diritto” di appellarsi al non voto delle donne perchè si continua a votare con una matita su un foglio di carta? Tra l’altro non saprei bene trovare tutti i dati ma metodi di otazione alternativi (esempio l’alzata di mano) ne sono sempre esistiti.

    Perchè per il matrimonio omosessuale accetti il “confronto con la Spagna” mentre per quello tra più di due non potrebbe essere accettabile (non da me, parlo solo per esempio) quello con l’islam? O quello delle comunità Hippy?
    Se ne fai una questione di “latinità” mi deludi.

    Quello che, a mio modo di vedere, è fallace della tradizione è il tentativo di “sopraffazione”. Se la tradizione fosse solo una “best practise” e non un vincolo di legge il tuo ragionamento potrebbe essere interessante:

    Alcuni individui si presentano dal Sindaco e dicono di volersi sposare, egli gli risponde: “per nostra tradizione abbiamo visto che se i matrimoni sono tra un maschio ed una femmina, di età non eccessivamente dissimile, entrambi fertili, consenzienti e (continua pure tu) allora potranno avere un prole numerosa e trascorrere anni felici; voi cosa volete fare?”

    Allora condividerei il concetto da te esposto, ma … secondo me non è questo l’argomento!

    Un Sorriso

  19. Per IVO: “Se intendi “giustificazione” nel senso squisitamente legale… hai ragione. […] Però parliamo di leggi giuste e ingiuste, al di là della loro validità giuridica: in altre parole, noi giudichiamo le leggi anche in base ad altri criteri. Ma questo discorso ci porta lontano.”

    Vero, il discorso porta lontano dal centro del problema. Fra l’altro, una legge “giusta” per me potrebbe essere “ingiusta” per te (o per Bagnasco…), se la mettiamo su questo piano non se ne esce più (mi viene in mente la vignetta del filosofo in macchina che non sa decidersi di svoltare a destra perché non sa che cosa *sia* ontologicamente la destra…).

    Ripeto, il “centro” nella vicenda del crocifisso in classe è un altro: non si tratta di stabilire se la legge che prevede l’esposione del crocifisso nei luoghi pubblici sia “conforme alla tradizione”, “gradita alla maggioranza” o addiruttura “giusta” (“giusta” secondo chi?).

    Si tratta, molto più semplicemente, di stabilire se quella legge sia *costituzionale*.

    I giudici della Corte europea hanno detto di no.

    I politici italiani (con qualche sparuta eccezione) han replicato che se ne fregheranno e “tireranno dritto”.

    Ecco, questo è il problema. Il resto son chiacchiere.

  20. @il più Cattivo: Io pensavo a pratiche collettive, nelle quali (principio del danno o meno) è necessaria l’approvazione di più persone.

    @Lorenzo: Ammettiamo che quella legge non sia costituzionale. Cosa si fa? Si cambia la costituzione o la legge?

  21. @Ivo dici

    Ammettiamo che quella legge non sia costituzionale. Cosa si fa? Si cambia la costituzione o la legge?

    La costituzione di per se è stata molto innovatrice nel senso che non ha recepito alcuna delle tradizioni esistenti, anzi ha dovuto proprio raffigurarsi come innovazione rispetto al passato in molti punti. E finché non diventerà una semplice “tradizione”, non mi pare il caso di cambiarla (anche se poi tutti sanno che la Costituzione è fatta anche di “prassi” costituzionali, che altro non sono che una forma di tradizione condivisa, no?

    Il punto è un altro (e rispondo anche a Lorenzo, non esiste in Italia una norma che prevede l’esposizione di un simbolo religioso. Del resto tale norma sarebbe semplicemente anti-costituzionale secondo il nostro ordinamento. I giudici di merito italiani, si sono pronunciati spesso sul tema semplicemente riconoscendo un valore alla tradizione del tipo si è sempre fatto così. E, per inciso, non sono mai arrivati a farne una questione costituzionale proprio perché non c’è in Italia una norma da abolire.

    Ecco per il discorso iniziale di Ivo capita a fagiolo, giacché i giudici in Italia hanno dato un valore ad un uso, allo stesso modo in cui poi i politici hanno fatto in seguito alla sentenza.

    L’aspetto divertente di tutto questo gran baccano, è che grazie alle numerosissime prese di posizione dei sindaci italiani (che non hanno altro da fare a quanto pare), ora esiteranno un numero di interessanti atti giuridici per i quali potrà forse essere intentata una impugnazione davanti alla nostra di Corte. Che, ovviamente essendo un covo di comunisti ça va sans dire, non potrà far altro che decidere nell’unico senso possibile.
    S.

  22. @Sirjoe: Ammetto la mia ignoranza: ma non esiste un regio decreto di non so quando che prevede la presenza del crocifisso, insieme forse al ritratto del re?
    Alcuni hanno poi citato leggi (credo) del granducato di Toscana confluite nella legislazione dell’Italia unita…

  23. @ivo: l’unica cosa che è esiste è una circolare del ministro Rocco (ministro della Giustizia del governo Mussolini) del 1926.
    Prescrivo che nelle aule di udienza, sopra il banco dei giudici e accanto all’effige di Sua Maestà il Re sia restituito il Crocefisso, secondo la nostra antica tradizione. (fonte UAAR).
    All’indomani della breccia di Porta Pia, in realtà, e delle seguenti bolle papali, il Regno d’Italia fece togliere i simboli religiosi da ogni pubblico ufficio, disciplinando vi potesse essere esposto solo il ritratto del re. Il punto era che, per scelta della chiesa, la croce era diventato il simbolo di uno stato “nemico”.
    Probabile vi siano delle regolamentazioni più antiche, ma l’Italia unita legiferò con due regi decreti sulla rimozione dei simboli religiosi, che furono poi aboliti in coincidenza del concordato mussoliniano.
    Mia nonna, cattolica credente e fortemente fedele, trovava ovvio che il crocifisso non fosse in scuola “visto che i bambini non sanno apprezzarne il significato”.
    Come dire… tradizione molto radicata.
    S.

  24. I regi decreti relativi all’esposizione del crocifisso nelle aule esistono eccome!

    http://it.wikipedia.org/wiki/Esposizione_del_crocifisso_nelle_aule_scolastiche

    Risalgono all’epoca fascista (1924 e 1928), quando era in vigore lo statuto albertino, che definiva la religione cattolica “religione di stato”.

    Con la nostra Costituzione repubblicana, la religione cattolica *non* è più religione di stato, ma viene anzi stabilita l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni di religione (articolo 3).

    Quei regi decreti sono dunque manifestamente incompatibili con la *nostra* Costituzione (altrettanto manifestamente, non lo erano con la cosituzione monarchica).

    Appurato questo, che si fa?

    Si cambia la legge o si cambia la Costituzione?

    Ecco, appunto, qualcosa bisogna fare.

    Sta di fatto che, nel nostro stato di diritto, sono le leggi a doversi adeguare alla Costituzione, non viceversa.

    La Costituzione garantisce tutti (minoranze in primis) da eventuali abusi del legislatore. Le Corti Costituzionali questo fanno: stabiliscono se le leggi sono conformi o meno alla costituzione; se non lo sono, vengono rispedite al mittente.

    Cambiare la Costituzione? E’ possibile, naturalmente. Rivediamo l’articolo 3 in questo modo: “Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, ma i cittadini cattolici sono più uguali degli altri”. 🙁

    Questo, in teoria, si potrebbe fare, ma avrebbe diversi “inconvenienti”.

    1. Riformare la Costituzione è (per fortuna!) cosa lunga e difficoltosa, sono necessari diversi passaggi parlamentari (la nostra è una Costituzione “rigida”), non è detto che ci si riesca (ripeto: per fortuna).

    2. Per cambiare la costituzione è richiesta una maggoranza più ampia (due terzi) di quella necessaria per approvare una legge (per cui basta la sola maggioranza assoluta), non è detto che questa più ampia maggioranza si trovi.

    3. A modifica avvenuta, dovremmo verosimilmente uscire dall’unione europea, che non accetterebbe una roba del genere nella Costituzione di uno stato membro.

    4. E’ pensabile che molti cittadini non vorrebbero vivere in uno stato che ha fra i suoi princìpi la discriminazione religiosa. Magari qualcuno emigrerebbe nell’ateissima Francia, dove questo problema è stato risolto alla radice nel 1905 (divieto di esibire simboli religiosi nei luoghi pubblici).

    Ma, credo, la modifica dell’artcolo 3 della Costituzione (che sarebbe necessaria, per privilegiare una religione sulle altre) non mi pare molto realistica…

  25. P.S. In ogni caso, finché resterà in vigore *questa* Costituzione, la Costituzione che *oggi* c’è, un cittadino ha il diritto di indigarsi per ogni forma di discriminazione religiosa: viene calpestato un suo diritto.

    Poi, se in futuro cambierà la Costituzione (ovvero se cambieranno le “regole del gioco”) ognuno trarrà le sue (nuove) conclusioni…

  26. @Sirjoe: Grazie. Non avevo pensato di andare sul sito dell’UAAR a cercare informazioni…
    @Lorenzo: C’è sempre la possibilità di trasformare il crocifisso in simbolo non religioso ma culturale.
    Una bestemmia, ma a quanto pare molti preferiscono una bestemmia condivisa che una religione parziale.
    E poi due terzi del parlamento, per il crocifisso, si trovano!

  27. @Lorenzo: si vero, i regi decreti esistono, ma sono appunto dell’epoca fascista. Lo Statuto Albertino effettivamente aveva eletto la religione cattolica come religione di Stato. La legge Casati voleva, nel 1859, prevenire quel fatto. Fu la Chiesa, dopo Porta Pia a “distaccarsi” dallo stato e a causare, de facto, la nascita di un Regno d’Italia “Laico” non però per tradizione 😉

    @Ivo in realtà un simbolo culturale esiste già, ed è la croce (basti pensare alla croce rossa) non il crocifisso. C’è una certa differenza…

  28. “C’è sempre la possibilità di trasformare il crocifisso in simbolo non religioso ma culturale.”

    Che il crocifisso abbia un significato *anche* culturale (e anche politico, e anche sportivo, se è per quello) è indubbio. Che il crocifisso abbia un significato *prevalentemente* religioso, anche.

    “E poi due terzi del parlamento, per il crocifisso, si trovano!”

    Questo è tutto da vedere (e poi bisognerebbe anche modifcare anche altre leggi, che puniscono *penalmente* le discriminazioni religiose), e in ogni caso *non* è questo il punto. Il punto è che, *con la nostra vigente Costituzione*, le leggi che prevedono l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici non sono valide, perché, appunto, incostituzionali.

    Esiste, nel nostro stato di diritto, il principio della “gerarchia delle fonti”: in particolare, sono le leggi che devono adeguarsi alla Costituzione, non viceversa.

    Caro Ivo, le tue argomentazioni a favore del crocifisso mi sembrano queste:
    1. E’ un simbolo della nostra tradizione
    2. E’ un simbolo culturale, non religioso.
    3. Eventualmente, modifichiamo la Costituzione.

    Se devo essere sincero, mi sembrano delle ragioni molto fragili. La 1. è irrilevante (nel nostro stato di diritto, la tradizione non fa giurisprudenza). La 2. è una arrampicata sugli specchi che suona ridicola, prima che sbagliata. La 3. è un’ipotesi (la Costituzione è quella, che senso ha ragionare con il “se”?).

    Se valesse la 3., Henry potrebbe difendersi dall’accusa di antisportività mossagli per aver fatto un clamoroso, decisivo fallo di mano in Francia-Eire dicendo: “Eh, quante storie, in fondo basta cambiare le regole del calcio e permettere una toccatina di mano in area ogni tanto”.

    Una sciocchezza, ovviamente.

    Ripeto, la tua dialettica questa volta mi sa molto da arrampicata sugli specchi!

  29. @ Ivo: PROVOCAZIONE
    A proposito di tradizioni… ma, la Svizzera non era un paese per tradizione tollerante (1) 😀 😎 😳 . Come inquadri l’esito del referendum sui minareti?

    Un Sorriso

    1) Adesso e qui non mi sembra il caso di elencare pro e contro di questa affermzione, ma magari potresti pensarci in un altro post!

Lascia un commento