Condominio globale

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 1 giorno fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Con il buon senso si potrebbe convivere ciascuno a casa sua con le proprie regole o ospiti in casa altrui con le regole del padrone di casa… principio valido ovunque nel mondo.

Così un commento ad un articolo dedicato ai rapporti tra le diverse culture.

Non sono sicuro che il principio sia, almeno in questi termini, valido ovunque: ospitare significa accogliere, e questo implica rispetto: infatti non si offre un piatto di affettati ad un vegetariano, anche se questo è ospite di un macellaio.
Ma l’obiezione che mi sento di avanzare è un’altra.
I confini nazionali sono continuamente scavalcati dalla globalizzazione, che di fatto, nel bene e nel male, accorcia le distanze. Non si vive più in case isolate, ma in diversi appartamenti di uno stesso condominio. Il confronto è quindi irrinunciabile, è necessario incontrarsi per mettersi d’accordo.

Sulla necessità di questo incontro, e sulle difficoltà di trasformare l’incontro in accordo, c’è un bell’articolo di Habermas segnalato da Massimo Adinolfi (Azioneparallela).

6 pensieri su “Condominio globale

  1. Ma il punto è: un conto è invitare a pranzo un vegetariano, un altro è ritrovarsi a tavola il vegetariano che si è autoinvitato e che pretende pure di mangiare a modo suo. Questa io la chiamo un’inaccettabile arroganza che non merita alcuna cortesia unilaterale.
    Altro discorso, naturalmente, è quello sul “condominio globale”, sulla gestione delle nuove distanze (ridotte) e sulla politica dell’incontro (alla quale guardo con diffidenza quando è affrontata col pregiudizio ideologico secondo il quale incontrarsi è un bene a qualsiasi costo).

    Bernardo

  2. Non so se incontrarsi sia un bene ad ogni costo. È una necessità: non si può fare a meno di incontrare.

    Quanto a invitati e auto-invitati… la distinzione che fai è sostanzialmente corretta. Tuttavia credo che, a questo punto, la metafora si mostri inadeguata: gli italiani possiedono l’Italia come io possiedo casa mia? Oppure sono i milanesi a possedere Milano?
    Mi sembra chiavo che la cosa pubblica non sia identica alla cosa privata, ma non è certo a te che devo spiegarlo!

  3. Penso che sarebbe utile, nel dialogo, nel confronto, che ci fossero passi nella direzione dell’altro sia da una parte che dall’altra. Questo spesso manca.

  4. La casistica che si apre è vasta: se l’ospite pretende di portare con sé usi che nel suo paese facevano funzione di istituzioni pubbliche evidentemente non può farlo, se il padrone di casa pretende di sbarrare le porte deve sapere che così entreranno forzandola etc.
    Ma credo che il nodo centrale non sia l’ospitalità- in effetti non penso che gli italiani possiedano l’Italia-, ma il carattere fluido di ogni cultura. Va riconosciuto che ogni “cultura” è stata soggetta a continue trasformazioni, e non ci si può inventare una fantomatica identità europea solo per affrontare al effettivo problema dell’immigrazione massiccia.
    Viceversa, se mi viene detto: “Noi mussulmani[ noi? che fa rima con Ucoii? ] siamo e facciamo così e così, ci chiudiamo in quel quartiere, andiamo alle nostre scuole e arrivederci” posso anche accettare il fenomeno, se è di piccole dimensioni, ma non posso riconoscergli una qualche legittimità.
    ciao, Eno! 🙂

  5. Caro Eno: sono d’accordo, la cultura è fluida e, come un fiume, è difficile imbrigliarla.
    La casistica è varia e la discussione si rivela necessaria anche all’interno dei due “blocchi”, se mi passi questa terminologia da guerra fredda.
    Quanto al dialogo (ognuno un passo nella direzione dell’altro: hertz sa essere molto espressivo), non oso sperare tanto per paura di rimanere deluso 😉

  6. Hai ragione, Ivo: gli italiani non possiedono l’Italia come se questa fosse un bene privato. Ma allora il problema è: gli islamici possiedono invece l’Arabia Saudita in quel modo, visto che io non posso nemmeno scendere dall’aereo indossando un piccolo crocifisso?
    Insomma: chi possiede cosa e come? e qualcuno che possiede allora esiste? Perché, pur non essendo nessuno in possesso di nulla, ho come la vaga sensazione di aver ricevuto comunque lo sfratto… E mi chiedo: ma se mi sfrattano allora un padrone di casa, sia pure della sola nuda proprietà e senza concessione dell’edificabilità comunale, da qualche parte c’è… O no?

    Bernardo

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