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Beni matrimoniali

Elizabeth Brake, su Ethics (Ethics 120 (January 2010): 302–337), propone una teoria minimale del matrimonio (minimal marriage).
Il riferimento del titolo è allo stato minimo di Nozick, ma la giustificazione del matrimonio che viene fornita è rawlsiana.

Il matrimonio minimo ha poco a che fare con i matrimoni attualmente esistenti, che sono giuridicamente molto più pesanti e limitati.
Semplificando molto, si tratta della possibilità di attribuire ad altre persone, volendo anche più persone, alcuni diritti di cui gode il singolo, senza danni diretti per altri soggetti.

La giustificazione, come dicevo, è rawlsiana: le relazioni personali non sono soltanto molto importanti, ma costituiscono un aspetto fondamentale della vita delle persone, e fanno quindi parte di quelli che Rawls chiama beni primari (primary goods). La società è quindi tenuta a riconoscere e dare valore a queste relazioni.
È questo aspetto il più interessante: il passaggio dall’individuo, isolato, alla persona, che vive in una fitta rete di relazioni con altre persone, senza per questo arrivare al comunitarismo.

Garanzie dalla verità

Anche il lettore non convinto dai miei argomenti dovrebbe scoprire che, nello sforzo di riaffermare e sostenere la sua opinione, l’ha resa più chiara e profonda. Mi piace inoltre pensare che l’onestà intellettuale esiga da noi, almeno di tanto in tanto, di allontanarci dalle nosdtre solite vie per affrontare argomenti forti e opposti alle nostre opinioni. In quale altro modo dovremmo proteggerci dal perseverare nell’errore? Certo, va ricordato al lettore che l’onestà intellettuale  ha i suoi pericoli: argomenti letti all’inizio con affascinata curiosità possono arrivare a convincere e anche ad apparire naturali e intuitivi. Solo il rifiuto di ascoltare ci garantisce contro l’essere irretiti dalla verità.

Robert Nozick, Anarchia, stato e utopia, Il Saggiatore, 2008, pp. 18-19

Venticinque centesimi per Wilt Chamberlain

Corrado Del Bò, I diritti sulle cose

Supponiamo che all’interno di una società le risorse siano distribuite in un certo modo e che questa distribuzione, che chiameremo D1, sia considerata giusta, per esempio perché tutti possiedono la stessa quota di risorse oppure perché tutti ne possiedono in proporzione a una certa variabile ritenuta moralmente rilevante.
Supponiamo anche che le persone amino il basket e siano disposte a spendere parte della propria quota di risorse pur di vedere giocare un campione come Wilt Chamberlain. Supponiamo poi che Chamberlain stipuli un contratto in base al quale gli spettano venticinque centesimi del biglietto d’ingresso delle partite casalinghe della squadra in cui gioca, cosicché ogni spettatore verserà a Chamberlain venticinque centesimi per ogni partita che va a vedere; e aggiungiamo l’ulteriore assunzione che gli spettatori sono consci del fatto che venticinque centesimi vanno al campione.
Ora, ipotizzando che nel corso della stagione un milione di persone vada a vedere giocare Chamberlain pagandogli ogni volta venticinque centesimi, a fine anni egli avrà guadagnato 250000 dollari e la distribuzione D1 si sarà trasformata della distribuzione D2, in cui (a parità di tutte le altre condizioni) Chamberlain avrà molte più risorse di ogni altro membro di quella società.
Come ovviare a questa sperequazione e salvare lo schema, cioè la distribuzione D1? Evidentemente in uno di questi due modi: o impedendo alle persone di dare ogni volta venticinque centesimi a Chamberlain, oppure attuando ridistribuzioni periodiche che restituiscano alle persone quel che hanno dato a Chamberlain. In entrambi i casi però si deve ammettere che si finirà per interferire continuamente con le scelte delle persone.

Corrado Del Bò, I diritti sulle cose. Teorie della giustizia e validità dei titoli, Carocci, 2008 (p. 35)

In questo interessante libro non c’è, ovviamente, solo l’argomento di Wilt Chamberlain (presentato da Robert Nozick in Anarchia, Stato e Utopia). Eppure credo che, in un certo senso, esso sia la pietra angolare del saggio, tutto dedicato alla giustizia distributiva e alla validità dei titoli.

Cosa significa dire “Questo è mio”? Cosa ho fatto per per poter affermare questa cosa?