Un’enorme ontologia invisibile

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 1 mese 6 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Grazie a Roberto Chibbaro ho scoperto l’esistenza de Il Minottino, Manuale di sopravvivenza giuridica ad uso del blogger scritto da Daniele Minotti, avvocato.
Alcuni aspetti giuridici mi sono sembrati sensati (tutto ciò mi preoccupa non poco: o la legge è sensata, e di questo ne dubito, oppure il mio buon senso è contorto quanto quello dei giuristi). L’aspetto più interessante del libro è comunque la domanda centrale che tiene un po’ le fila di tutto il discorso: il web è stampa?

Qui c’è una enorme ontologia invisibile, per riprendere una fortunata espressione di John Searle: invisibile perché, per quanto ci possa essere di mezzo molta e solida materia (la carta, le rotative, i computer, le fibre ottiche), non è ben chiaro dove siano la stampa e il web; enorme perché qui si parla di cose molto grandi (pensate a una biblioteca, o alle cifre chieste in alcune cause di diffamazione); ontologia perché qui ci si chiede se un certo tipo di cose siano uguali (simili, assimilabili, paragonabili) a un certo tipo di altre cose, e questa è una domanda ontologica.

Quello che mi chiedo è se c’è un senso a leggere ontologicamente questo tipo di problemi.

8 pensieri su “Un’enorme ontologia invisibile

  1. Mi stavo prosaicamente chiedendo qual è la pena che rischio nell’applicare il termine paraculo a chi non dovrei
    (è nel mio ultimo post, che forse ho già cancellato 😉

  2. Ehi, non dirlo, che poi mi arrestano come tuo complice per efferato delitto di insulto a gloria nazionale! 😉
    (avevo letto il post senza capire a chi ti riferissi… adesso che, per altre vie, l’ho capito, concordo pienamente con te).

  3. Suggerisco che la stampa e il web si trovano nel nostro cervello sotto forma di configurazioni di simboli. Quindi questi concetti generici ed astratti _hanno_ una controparte fisica. Sono come delle scritte in rilievo sul muro: io posso dirti “tocca quella scritta” e non mi sto contraddicendo in nessun modo. Allo stesso modo, non potrebbero “la stampa” e “il web” essere semplicemente scritte nel nostro cervello?

  4. @Maurizio: Mi vengono in mente tre obiezioni:
    Tutto esiste nel nostro cervello: la stampa, il web, ma anche la terra, la forza di gravità, la radice quadrata di due. Perché per il web dovrei andare a guardare gli engrammi cerebrali mentre per la radice quadrata di due o il pianeta terra no?
    Nostro di chi? Insomma, chi ti dice che quello che c’è nel tuo cervello sia simile a quello che c’è nel mio?
    Infine, trovo difficile paragonare quello che c’è dentro il cervello di una persona a una scritta. Certamente ci sono tracce, ma queste tracce sono leggibili unicamente dal soggetto, non da altri. Quello che non può essere letto è ancora una scritta?

    Detto questo, sono in parte d’accordo con te, nel senso che una controparte fisica c’è, ed è essenziale che ci sia. Dubito però che tutto possa risolversi identificando questa controparte.

  5. > Tutto esiste nel nostro cervello: la stampa, il web, ma anche la terra, …

    Non sono sicuro se mi sto contraddicendo, ma non direi che la terra (o la sedia che è nel mio salotto) esiste nel nostro cervello. Direi che la terra esiste nel mondo, là fuori, e nel mio cervello ce n’è una _rappresentazione_ simbolica. Non dobbiamo confondere la cosas reale con la rappresentazione: sarebbe come confoondere una persona con una fotografia di quella persona. Quando però parliamo di concetti astratti, che non esistono nel mondo esterno, il discorso cambia: possiamo farli coincidere con la rappresentazione nel nostro cervello. cioè possiamo dire che, quando parliamo del “bene” o della “lealtà” o della “stampa”, stiamo in realtà parlando di simboli nel cervello (quindi non privi di controparte fisica). Non mi pare di contraddirmi se dico questo.

    > Nostro di chi? Insomma, chi ti dice che quello che c’è nel tuo cervello sia simile a quello che c’è nel mio?

    Questo è più facile: il fatto che è manipolato più o meno nello stesso modo in entrambi i cervelli. Nel tuo cervello come nel mio, il concetto di stampa è associato a quello di giornale o rotativa. Nel tuo cervello come nel mio, se compare il simbolo “stampa” viene inferito il simbolo “informazione”, e così via. E’ la selezione naturale che garantisce che i nostri cervelli trasformano simboli in modo simile tra loro e in modo da riflettere correttamente le proprietà del mondo esterno. (E’ interessantissima a questo proposito la lettura de “L’idea pericolosa di Darwin”)

    A scando di equivoci, io _non_ sto dicendo che il pattern di simboli che significa “stampa” nel tuo cervello sia fisicamente simile (o spazialmente simile) al pattern di simboli che significa “stampa” nel mio cervello. I due pattern potrebbero essere molto diversi. Io potrei usare meno neuroni di quanti ne usi tu per rappresentare questo pattern. Tu potresti usare i neuroni numero 25, 42 e 33, mentre io il 12344 e 2345. Ma entrambi i cervelli manipolano questi pattern più o meno nello stesso modo, cioè producono più o meno lo stesso comportamento inferenziale. Se ti dico che quella palude c’è del “pericolo”, tu probabilmente inferirai le stesse cose che inferisco io, e non ti avvicinerai — nonostante i nostri cervelli abbiano contenuti fisicamente diversissimi.

    > Infine, trovo difficile paragonare quello che c’è dentro il cervello di una persona a una scritta.

    Mi sorprende, perchè io non sto facendo un paragone o una metafora. Sto dicendo che nel cervello ci sono letteralmente delle scritte, come sul muro. I neuroni sono contenitori di simboli.

    > ci sono tracce, ma queste tracce sono leggibili unicamente dal soggetto, non da altri.

    ? Esistono già oggi gli scanner neurali.
    Non c’è motivo per cui un osservatore esterno, dotato di sufficiente conoscenza, non dovrebbe poter leggere nel tuo cervello. E non vedo motivo per cui costui non possa leggere nel tuo cervello e prevedere quello che farai prima ancora che tu l’abbia deciso. (Vedi a tal proposito gli esperimenti di Libet.) Oggi ciò non si può (ancora) fare con accuratezza sufficiente, ma lo considero un limite tecnologico, un accidente storico, non una limitazione di principio.

    > Detto questo, sono in parte d’accordo con te, nel senso che una controparte fisica c’è, ed è essenziale che ci sia. Dubito però che tutto possa risolversi identificando questa controparte.

    Dipende da cosa è questo “tutto” che va risolto. Certo se ti riferisci al problema mente-corpo e della coscienza, potrebbe non risolversi così. Ma la mia osservazione non ambiva a tanto.

  6. @Maurizio: Telegraficamente:
    1. Anche se l’ho scritto, non intendevo dire che la terra esiste nelle nostre teste. Come dici tu, la terra è rappresentata all’interno della nostra testa. Il problema è che gli engrammi cerebrali per la terra e la stampa sono dello stesso genere: perché nel primo caso dico “sono rappresentazioni guarda la cosa che esiste fuori” e nel secondo no?

    Secondo. Sulla scritte cerebrali: ne riparliamo quando puntare uno scanner cerebrale su una persona per conoscere i suoi ricordi sarà facile come inforcare un paio di occhiali per leggere un foglio scritto in corpo 6 😉

    C. Pensavo a una domanda molto più semplice: ha senso applicare ai siti internet alcune leggi nate per la stampa? O, uscendo dall’argomento del post, può un robot essere responsabile di un danno? Può un computer ereditare?
    Dire che la responsabilità, la stampa e le eredità sono engrammi cerebrali aiuta non dico a risolvere, ma almeno a capire il problema?

  7. > Anche se l’ho scritto, non intendevo dire che la terra esiste nelle nostre teste.

    Certo, stavi dicendo che quello che avevo detto io lo implicava. Ed era una buona obiezione.

    > Come dici tu, la terra è rappresentata all’interno della nostra testa. Il problema è che gli engrammi cerebrali per la terra e la stampa sono dello stesso genere: perché nel primo caso dico “sono rappresentazioni guarda la cosa che esiste fuori” e nel secondo no?

    Una risposta possibile è che nel secondo caso non c’è _niente_ là fuori, quindi _evidentemente_ ti riferisci ai simboli nel tuo cervello (e alle loro proprietà computazionali). A cos’altro potresti riferirti?

    Ad esempio, quando dici “stampa”, ti riferisci a un _processo_ che soddisfa certe proprietà. A un algoritmo, se vogliamo. (Il quale algoritmo però è eseguito all’interno del computer che è il tuo cervello, ed ha quindi una controparte fisica, in virtù dell’identità hardware-software).

    Quando invece dici “sedia in salotto”, resta la possibilità che tu non ti riferisca a un processo, a un insieme di proprietà computazionali, ma alla sedia vera e propria, “là fuori”.

    Questa era la risposta che avevo tentato prima.

    Una seconda risposta, che tento ora, è che forse, quando dico “terra”, mi riferisco sempre a quella nel mio cervello, mai a quella “là fuori”. Cioè, mi riferisco alle proprietà computazionali che la terra rispetta nel mio cervello (le quali si presume riflettano abbastanza bene le proprietà dell’oggetto reale). Secondo questa visione, non occorre più distinguere tra il caso in cui ti riferisci all’oggetto esterno e il caso in cui ti riferisci alla tua rappresentazione mentale di esso: tu ti riferiresti _sempre_ alla tua rappresentazione mentale interna.

    > Secondo. Sulla scritte cerebrali: ne riparliamo quando puntare uno scanner cerebrale su una persona per conoscere i suoi ricordi sarà facile come inforcare un paio di occhiali per leggere un foglio scritto in corpo 6 😉

    Sì, comunque io non vedo differenza sostanziale tra leggere i simboli nel cervello e quelli sul giornale.

    Cioè, a meno che tu non sostenga che non c’è connessione tra il contenuto dei neuroni e ciò che stai pensando (dualismo), non vedo perché dovresti essere scettico alla prospettiva che io legga il contenuto dei tuoi neuroni e capisca che stai pensando a “un unicorno rosa al galoppo”.

    > C. Pensavo a una domanda molto più semplice: ha senso applicare ai siti internet alcune leggi nate per la stampa?

    Ah 🙂

    Beh, non vedo perché no. Dipende da cosa vuoi ottenere, da quali sono i tuoi obiettivi. Ad esempio, se sei il governo cinese, probabilmente vorrai regolamentare anche internet.

    > O, uscendo dall’argomento del post, può un robot essere responsabile di un danno?

    🙂

    Io non vedo perché no. Supponendo che si tratti di un robot egoista (che non è detto), e che tu voglia preservare la funzione deterrente della pena… in questo caso ti conviene sicuramente punirlo. Altrimenti lui, nelle sue decisioni successive, non terrà conto della punizione per sé tra le conseguenze.

    Ho parlato di “decisioni”. Spero che questo non suoni sacrilego. Sappiamo tutti che i robot, e in generale i programmi, sono dotati di “arbitrio”. Cioè, hanno la capacità di effettuare delle _scelte_ sul da farsi. Nello scegliere, sono in grado di tener conto di vari fattori. Uno di questi fattori può benissimo essere le conseguenze di questa scelta.

    Le scelte fatte da noi non sono diverse dalle scelte fatte da un robot: entrambe sono frutto di un calcolo, di una computazione. L’unica differenza sembra essere che il computer che gli umani usano per prendere decisioni (il cervello) è stato programmato dalla selezione naturale, mentre il computer che il robot usa per prendere decisioni è stato programmato da un umano (o da un altro robot): non è nato mediante l’evoluzione.
    Il nostro cervello è programmato per prendere decisioni che massimizzino la sopravvivenza dei geni; il robot in questione non si sa (dipende dalle intenzioni del programmatore).

    Per questi motivi, io non vedo una differenza rilevante tra le scelte di un robot. In particolare non è vero che le scelte umane sono “libere”. Nessuno è libero di fare il contrario di quello che il cervello gli dice. Nessuno è libero di volere ciò che non vuole e di non volere ciò che vuole. Nessuno è “libero” dai suoi stessi processi mentali. (L’unico significato di “libertà” che, forse, potrebbe non essere contraddittorio è quello che definisce la libertà come la condizione in cui tu non subisci l’aggressione di altre persone. E’ la “libertà negativa”, a cui io sono particolarmente affezionato.)

    > Può un computer ereditare?

    Cioè ricevere soldi in eredità? Interessante domanda. Beh, dipende se si riconoscono al robot dei diritti.

    Uno potrebbe cercare di aggirare la questione dicendo che non è necessario che il robot abbia diritti, perché in ogni caso l’umano ha il diritto di fare qualunque cosa voglia con i suoi soldi, quindi impedire di lasciarli al robot sarebbe una violazione dei diritti dell’umano. Ma questo argomento non sarebbe valido. Infatti, sono certamente d’accordo che un umano ha il diritto di lasciare i suoi averi a chi vuole (o persino di distruggerli). Ma se li lascia a qualcuno, cessano di essere suoi. Se colui a cui li ha lasciati non ha diritti a sua volta, questi averi di fatto diventano privi di proprietario, e quindi il primo che li trova ne diverrebbe il proprietario legittimo. Quindi non è possibile aggirare la questione se i robot siano dotati di diritti.

    Allora, i robot sono dotati di diritti o no? Per me personalmente, tu hai diritti solo se sei 1) senziente e 2) non-aggressore. Ma non sono certo in grado di dimostrare che la mia posizione è quella corretta :).

    La regola in questione poi è difficile da applicare perché finora non sappiamo se un robot (o persino un umano) possieda davvero un “io”, una coscienza. Io per esempio sono molto combattuto se debba attribuire diritti, che so, a una mosca.

    > Dire che la responsabilità, la stampa e le eredità sono engrammi cerebrali aiuta non dico a risolvere, ma almeno a capire il problema?

    Ah, ho capito. No, non credo che questa idea contribuisca a sanare il gap tra normativo e positivo.

  8. “Per questi motivi, io non vedo una differenza rilevante tra le scelte di un robot. ”

    errata corrige, volevo dire “tra le scelte di un robot e quelle di un umano”

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