Un Dio amorevole (seconda parte)

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 2 mesi 11 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Il Direttore non ci poteva credere, non ci voleva credere. Per la casa editrice tutto ciò significava un’unica cosa: il fallimento.
Bisognava trovare una soluzione, e l’unica soluzione che gli venì in mente fu far rinsavire X.

Dopo una abbondante dose di calmanti, il Direttore si recò a casa di X insieme al suo fido Collaboratore.
L’abitazione di X, una orribile villetta a schiera color rosa confetto, sembrava disabitata: persiane chiuse, microgiardino incolto, bucalettere piena di pubblicità.
“Quell’idiota deve avermi portato nel posto sbagliato”, pensò il Direttore. Quando si rese conto che il Collaboratore non era ancora in grado di leggergli nel pensiero, ripetè a voce alta quanto pensato: “Idiota, mi hai portato nel posto sbagliato!”
“Questo è il suo indirizzo, almeno così risulta dai nostri archivi. Magari si sta facendo qualche giorno di vacanza. Io avrei voluto chiamarlo, ma lei non ha voluto…”
“Mi stai contraddicendo?”
“Io, signore? No, assolutamente, no.”
“Mi era sembrato. Comunque, ho preferito non sentirlo per telefono: non posso strangolarlo con una interurbana.”

Il Direttore suonò varie volte al citofono, senza ottenere risposta.
Collaboratore: “Mi sa che non c’è nessuno”.
“Per esserne sicuri, qualcuno di noi due dovrebbe scavalcare il cancello, forzare la serratura ed entrare in casa per controllare”
“…”
“Quando dico qualcuno di noi due, intendo te.”
“Ma, signore, è sicuro che sia legale?”
“Certo che non è legale: per questo lo devi fare tu.”
Nonostante il ragionamento non lo convincesse del tutto, il Collaboratore scavalcò il cancello e iniziò ad armeggiare con la serratura. Dopo un paio di minuti, una delle finestre del primo piano si aprì e apparve la lucida canna di un fucile.
“Hai tre secondi per sparire dal mio giardino.” disse una voce stridula.
“Non ti muovere!” urlò il Direttore.
Il Collaboratore non sapeva bene a chi dei due obbedire: difficile capire chi è più pericoloso, se il Direttore disarmato o lo sconosciuto armato.
L’esitazione venne scambiata per disubbidienza, e si udì il colpo secco dello sparo, seguito dal tonfo del corpo del Collaboratore.
Il Direttore, spazientito, urlò “Ehi, cavolo! Se me lo hai ammazzato me lo trovi tu un altro collaboratore così valido, caro il mio scribacchino! E le spese di selezione del personale le tolgo dalla tua percentuale!”
La voce stridula: “È lei, signor direttore? Ha letto il romanzo? Quando lo pubblica?”
“È proprio per quello che sono venuto a parlarti. Fammi entrare.”
La porta si aprì e X apparve. Dire che aveva un brutto aspetto era un gentile eufemismo: il viso scavato e le terribili occhiaie erano la parte più rassicurante, lo sguardo assente quella più preoccupante.
Direttore: “Dov’è la pala?”
X: “Quale pala?”
“Quella con cui scavare la buca. Dobbiamo nascondere da qualche parte il corpo di questo incompetente.”
“Ma veramente…”
“Mica vorrai chiamare la polizia?”
“La polizia?”
“Di solito si fa così, quando c’è un omicidio. Ma direi che non è il caso: tu non vuoi finire in prigione e io sono anni che cerco un modo per ricattarti. Direi che seppellirlo da qualche parte è la cosa migliore per entrambi!”
“Ma…”
“È un po’ tardi per farsi venire gli scrupoli: potevi pensarci prima di sparargli!”
“Ma io non gli ho sparato!”
“È un po’ debole come difesa: puntare il fucile e premere il grilletto vale come sparare”
“Gli ho sparato, ma il fucile è caricato a salve.”
“In effetti non ha ferite. E sembra persino respirare. Sarà svenuto.”
“Vado a prendere un bicchiere d’acqua.”
“Preferisco una birra”
“Ma io dicevo per lui…”
“È svenuto, cosa vuoi che se ne faccia di un bicchiere d’acqua? Quando si riprenderà, se avrà sete, si arrangerà da solo. Entriamo, devo parlarti.”

Qui la prima parte del racconto; la terza e ultima parte arriverà domani.

Un pensiero su “Un Dio amorevole (seconda parte)

Lascia un commento