Libero mercato delle idee

closeQuesto articolo è stato pubblicato 7 anni 11 mesi 3 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

C’è chi si lamenta del fatto che il Comune di Milano conceda spazi pubblici ai creazionisti capeggiati da Harun Yahya.

Non ho capito se la conferenza che si terrà a Palazzo delle Stelline sarà patrocinata dal Comune o se, più banalmente, l’amministrazione milanese ha soltanto concesso, a pagamento, lo spazio.

Secondo me è il caso di protestare solo nel primo caso: credo sia giusto che dei privati cittadini possano affittare uno spazio pubblico per presentare le proprie teorie, per quanto strampalate esse siano. Se Tizio è convinto che la terra sia piatta, che la luna sia di formaggio o che il Partito democratico sia un partito di sinistra, non vedo perché impedirgli di esporre le proprie surreali teorie.

La penso come John Stuart Mill: il sapere progredisce con la discussione, e la discussione avviene lasciando a tutti la possibilità di esprimersi. Una sorta di libero mercato delle idee: tutte le opinioni sono ammesse (ad eccezione delle opinioni che minacciano direttamente la sicurezza di altre persone, ma non mi sembra essere questo il caso), alla fine solo le migliori prevarranno, le altre spariranno. 

Le opinioni migliori, quelle che vinceranno la gara con le idee concorrenti, dovrebbero essere quelle vere.
Dovrebbero. Ma forse no.

Dopotutto, nel mercato commerciale non vincono sempre i prodotti qualitativamente superiori: prevale, giustamente, il miglior rapporto costi/prestazioni. Se il miglior prodotto disponibile costa molto, in termini di spesa iniziale o di ritorse necessarie per utilizzarlo, allora potrei preferire un prodotto con meno funzioni ma meno oneroso.

Similmente, se la verità è più onerosa della non verità, sarà quest’ultima a prevalere, almeno in alcuni ambiti. Il creazionismo lo si impara in cinque minuti: il Supremo ha creato tutti gli esseri viventi così come esistono adesso; per l’evoluzione non dico che ci vogliano i cinque anni di una laurea specialistica in biologia, ma almeno qualche settimana per leggersi un paio di libri ci vogliono.
Ne vale la pena? Se vuoi fare il biologo sicuramente sì; se vuoi essere una persona dotata di un minimo di cultura pure; se i tuoi interessi non prevedono altro da quello che i francesi chiamano métro-boulot-dodo, effettivamente potrebbe non valerne la pena.

Forse, e in parziale contraddizione con quanto inizialmente affermato, se si ha un minimo interesse per la verità, varrebbe la pena rimuovere dal libero mercato delle idee quelle opinioni di qualità talmente scadente da non esser buone neppure per quattro chiacchiere aspettando l’autobus.

21 pensieri su “Libero mercato delle idee

  1. Il problema è il solito: chi decide della qualità scadente delle idee? Sarà un processo “automatico”? Ci credo poco (la teoria memetica prevede che si propaghino anche memi dal dubbio valore, ma dalla forte carica riproduttiva – come un cancro).

  2. e, per dirla con Federico Enriques, “se pure in essi prevalga la negazione sopra la costruzione positiva, obbligano gli studiosi a difendere il loro modo di proseguire la ricerca; mercè la lotta stimolano dunque una nuova valutazione dei problemi o dei metodi”. Ovviamente non è sempre così, molto spesso è una perdita di tempo, ma bisogna tenerne conto. Io, la foga scettica, non la amo. Al limite ci si scherza un po’ su.

  3. Credo che tu ti stia rispondendo da solo.

    Nel mercato della conoscenza non c’è spazio per merce adulterata di cui non si sappia l’esatta filiera e che non sappia produrre preclari certificati igienici.

    Il mercato della conoscenza è il mondo della ricerca, dell’università, in parte anche della politica, sicuramente ormai dei media.

    Un governante non può permettere che entri nel prontuario un farmaco non sperimentato, non può improntare la politica estera in base a storiografia bislacca che imputa ad un paese confinante stragi inesistenti o che assolve i crimini del proprio stato, non può patrocinare una ricostruzione degli anni del terrorismo per bocca di Toni Negri.

    Anche un giornale ha responsabilità simili.

    Poi c’è lo spazio pubblico, che non è un mercato, dove si può esprimere non solo le idee ma anche le opinioni e si possono avanzare le prospettive più inconsuete.

    Non è una bipartizione che funziona sempre bene.

    Tuttavia questo è colpa dei media, di lettori con una bassa soglia di spirito critico e di amministratori strumentali e non del fautore di tesi inconsuete.

  4. Se Tizio è convinto che la terra sia piatta, che la luna sia di formaggio o che il Partito democratico sia un partito di sinistra, non vedo perché impedirgli di esporre le proprie surreali teorie.

    (il grassetto è mio!)
    Va bene che la luna sia di formaggio (ma non sarebbe ammuffita, o l’assenza di atmosfera la protegge?), ma non esageriamo!!!

    Dopotutto, nel mercato commerciale non vincono sempre i prodotti qualitativamente superiori:
    …(omissis)…
    allora potrei preferire un prodotto con meno funzioni ma meno oneroso.

    Perché sembrerebbe funzionare ed invece nella realtà le scelte pseudo consapevoli o soltanto istintive portano risultati drammatici??….

    Un Sorriso

  5. Ricordati che vige sempre la legge di Gresham, quando troppa disinvoltura intellettuale porta a dichiarare “convertibili” tutte le idee 😉

  6. @Non ho capito se la conferenza che si terrà a Palazzo delle Stelline sarà patrocinata dal Comune o se, più banalmente, l’amministrazione milanese ha soltanto concesso, a pagamento, lo spazio.
    La seconda che hai detto, e infatti non si dovrebbe protestare per questo. Alle Stelline mi hanno detto “Se ha XXX euro può affittare una stanza e dire quello che vuole”. La sala non l’ha affittata Harun Yahya ma una società di consulenza elettorale.
    @Weissbach. Si chiama postmodernismo, e in Italia va moltissimo.

  7. Nel primo commento si solleva un dubbio decisivo “chi decide quali sono le idee scadenti”?

    Una soluzione ci sarebbe: evitare di finanziare anche le conferenze sull’ evoluzionismo.

    Così esentiamo la politica da giudizi problematici (lei, per carità, ne avrebbe tanta voglia).

    Inoltre cio’ ci consente di chiamarlo “mercato” punto e basta, con gran risparmio sulle aggettivazioni.

  8. @Davide: La tua è la domanda.
    Non so chi decide, e non di neppure come. L’unica cosa che mi salva è che ho scritto di rimuovere le idee molto scadenti…

    @broncobilly: Quella di rinunciate allo Stato può essere la soluzione a molti problemi, non lo nego; non è tuttavia una soluzione per il problema della demarcazione tra idee buone (o almeno decenti) e idee cattive.

    @Peppe: bella la citazione di Enriques.

    @Meristemi: Direi che il marketing è decisivo — e purtroppo son pochi gli scienziati che se la cavano bene col marketing.

    @eno: Bipartizione interessante. Lo spazio pubblico però a me sembra funzionare sempre come un mercato, con le idee che si contendono l’attenzione.

    @il più cattivo: ma sì, sappiamo che poi uno decide di prendere il prodotto che viene pubblicizzato con le ragazze meno vestite, la musichetta più orecchiabile ecc. Per questo Yahia non mi preoccupa più di tanto: non è una bella ragazza e insiste troppo nell’abbinare il creazionismo al prodotto difficilmente smerciavile dell’Islam.

    @Marco Ferrari: e allora di cosa vi lamentate? Alla fine il Comune ci guadagna, e magari riesce pure a invitare qualche scienziato di spicco alla Milanesiana…

  9. Non capisco questo voler vedere “un problema” di demarcazione.

    I problemi ammettono una soluzione.
    Trovo davvero strano che la ricerca delle “buone idee” possa essere risolta a priori.

    Non esiste una formula precisa e prefissata per le buone e le cattive idee.
    Si va a tentoni, si elaborano metodi, ci si attiene sempre a principi logici necessari ma insufficienti.

    Osservazione, empiria, inventiva, confronto, razionalizzazione, argomentazione.

    Non esiste una forma fissa di ciò che è tensione e ricerca.

    Quanto alle idee molto scadenti, noi viviamo in uno stato plurale non solo per le idee che ognuno può professare, ma anche per i principi che reggono lo stato.

    Giustizia, uguaglianza, pace sociale, ordine pubblico, ruolo pubblico delle confessioni, indipendenza dello stato, pluralismo, difesa della verità e dell’onorabilità, libertà di opinione, libertà della scienza, libertà del pensiero spesso cozzano ed è bene che sia così.

    Perché vuoi dare un ruolo assoluto e prevalente alla difesa della verità?

    E quale ufficio dello stato verificherebbe la verità, visto poi che è una istituzione nata per tutelare diritti, servizi e ordine?

    Parliamo di un gendarme e gli si vuole dare in mano la matita rossa del maestro Perboni.

  10. Il paragone tra confronto pubblico e mercato è solo metaforico.

    Il mercato non ha contenuto veritativo.
    Non esistono patate veritiere e patate erronee, ma solo qualità gustose per il forno, altre buone per il puré, altre mollicce ma se piacciono a qualcuno buon per lui.

    Il confronto, anche solo oratorio, mira sempre a qualcosa di vero, implicitamente o esplicitamente.

  11. “Le opinioni migliori, quelle che vinceranno la gara con le idee concorrenti, dovrebbero essere quelle vere.
    Dovrebbero. Ma forse no.”

    Toglici pure il forse. Nel 1921, all’Hofbräuhaus di Monaco, un omino con dei ridicoli baffetti, che non aveva nulla a che vedere con il famoso Charlot …..

  12. @Lector: Dire è sempre un fare.

    Tuttavia passa una bella differenza tra sostenere e incitare, tra opinare e disinformare, tra disegnare una linea politica e montare sulle barricate, tra discutere e smuovere un conflitto sociale e ideologico.

    Toni Negri non è finito in giusti guai perché analizzava il marxismo, ma perché, tra l’altro, sbraitava a Padova che stava allora agli studenti il compito storico di imbracciare i fucili.

    Ho detto che la difesa della verità non il primo compito dello stato, ma non che non sia un dovere individuale e sociale o che la ricerca della verità debba essere imbrigliata in calcoli d’ordine pubblico e di conseguenze.

    Trovo inoltre un vizio d’origine nello sguardo da osservatore esterno implicito in queste considerazioni.

    “Le opinioni migliori, quelle che vinceranno la gara con le idee concorrenti, dovrebbero essere quelle vere” “Si propagano anche memi dal dubbio valore”

    Ma le “opinioni” sono bacilli che vagano per l’aria figli di nessuno e in concorrenza l’un con l’altro? E gli uditori sono organismi biologici più o meno esposti al morbo infettivo?

    Se un esaltato incita in pubblico al rogo e all’odio, la colpa è anche di chi gli crede e di chi, sapendo che sta vaneggiando, non ha il coraggio di prendere la parola e di affrontarlo.

    Non è il diritto di parola, ma la disonesta distrazione e la vigliaccheria degli astanti ad essere pericolosa.

    Non esiste una formula generale che si possa sostituire all’onestà individuale e non esiste un sistema statale che possa vicariare l’assenza di virtù civiche.

  13. Aggiungo che è ugualmente pericolosa la catalogazione miscellanea di qualsiasi asserzione sotto la dicitura di “opinione”.

    Questo può portare a due aberrazioni speculari.

    Si finisce col tutelare incitamenti alla violenza concreti quanto una pistolettata o col sopire il diritto al dissenso radicale, all’opinione (in senso proprio) e alla libera circolazione delle idee in nome del più misero consequenzialismo e della ragion di stato.

  14. @—>Eno
    “Toni Negri non è finito in giusti guai perché analizzava il marxismo, ma perché, tra l’altro, sbraitava a Padova che stava allora agli studenti il compito storico di imbracciare i fucili.”
    Non dirlo a me, che per poco non ci lasciavo la pelle. Ho schivato la guerriglia urbana di Via Altinate, scatenata dagli Autonomi di Toni Negri nel 1979, per appena cinque minuti, con Radio Sherwood che coordinava gli attacchi. Se non ricordo male, quella volta ci scapparono tre morti. Erano i tempi della famosa P38.
    In ogni caso, come ben si può vedere e col rischio d’essere assolutamente banale, tutto è relativo.
    I combattenti per le varie “libertà”, finché sono
    all’opposizione, vengono considerati terroristi o “banditen”, come dicevano le SS. Quando poi prevalgono, divengono eroi.
    In linea generale, concordo con Ivo: tutti hanno diritto di parlare, anche se dicono solenni stronzate. Se chi ascolta si fa plagiare da tali stronzate, e chi ascolta è maggioranza, allora significa che il grado di maturità raggiunto è ancora estremamente basso e che la società nel suo complesso ostenta solo una democrazia (o una coscienza scientifica, nell’ipotesi proposta dal thread) di facciata, molto labile nei suoi presupposti. Dunque, per poter crescere, deve affrontare il rischio di cadere nel baratro d’una dittatura, così come un bambino che impari ad andare in bicicletta deve mettere in conto il rischio di cadere e farsi male.
    Ciò vale per la società considerata come un unico ente. Come porre la questione per quelle frange minoritarie che, al contrario, avessero già maturato la capacità di discernere tra ciò che è socialmente benefico da ciò che è esiziale?
    Devono bere la cicuta, come fece Socrate, o sono legittimate a combattere il potere e chi ce l’ha con ogni mezzo disponibile? E quando dico “ogni mezzo”, intendo nessuno escluso.
    Qui vi voglio.

  15. Se singole persone che sono in minoranza hanno ragione, non vedo perché dovrebbero fare una strage o morire avvelenati come quell’egocentrico di Socrate.

    Ma parliamo dell’avvento di una dittatura o di divergenze in materia di finanziaria o di evoluzionismo?

    Oggesù! Penso che, non essendo la società un ente unico, ci sia un certo margine d’azione per convincere, difendere e divulgare.

    Neanche a Casal di Principe si è posti di fronte a questi aut-aut, e dove l’aut-aut si pone siamo in uno stato d’eccezione senza libertà, diritti o giustizia.

    Comunque io non ho parlato di diritto alla stronzata: tutti hanno il dovere di cercare la verità, solo che il percorso può essere accidentato.
    Se le stronzate sono colossali, piuttosto che cercare un modo per impedire di parlare, è meglio prendere la parola e correggere: così chi sbaglia può anche imparare e rivedere le sue idee.

  16. Come già mi fece notare una volta Ivo, io per forma mentis sono abituato a portare il ragionamento al limite. Ossia, a verificare cosa accade nei punti estremi. Il fatto, dunque, che ci siano dei creazionisti d’ispirazione islamica che tengono una conferenza per affermare quelle che sono (almeno per me) solo solenni stronzate, di per sè, è una cosa abbastanza innocua, e addirittura insignificante qualora non avvenga con il patrocinio d’un ente pubblico italiano.
    Ciò premesso, io stavo traslando il discorso proprio all’ipotesi dell’avvento d’una dittatura. Mi chiedevo quale possa essere il criterio per poter distinguere la bontà delle proprie idee rispetto a quelle altrui e se tali idee meritino il tributo d’una vita per affermarle.
    Relativamente al nostro relatore creazionista, il quesito è: sono innocue queste sortite o potrebbero contenere un serio potere persuasivo capace di tradursi infine in un sovvertimento sociale? Se vi fosse la ragionevole certezza di questa possibilità (nel caso, ad esempio, che questa corrente di pensiero si dimostrasse capace di catalizzare le varie minoranze islamiche presenti nel nostro paese spingendole a fomentare atti di terrorismo contro le nostre istituzioni e la nostra popolazione) siamo legittimati ad agire per impedirlo, oppure no? E’ lecito combattere il semplice pensiero, la pura espressione d’idee con la forza? Se Hitler fosse stato fermato prima che potesse persuadere i propri seguaci ad abbracciare il nazionalsocialismo, ci saremo risparmiati i milioni di morti della seconda guerra mondiale? Ciò sarebbe stato un bene oppure un male? La nostra società avrebbe goduto dei benefici della socialdemocrazia, senza quel bagno di sangue, oppure sarebbe stata tutto sommato meglio la proroga per qualche ulteriore lustro del vecchio capitalismo paternalista di stampo ottocentesco?

  17. Anche io avevo quella forma mentis e mi sono ricreduto: il caso estremo a volte inganna.

    Le essenze possono essere tentate, in barba a Galilei, ma non torturate allo strazio.
    L’estrema condizione di una società in conflitto è la guerra, ma non c’è più società in caso di guerra.

    Ripeto quanto sostenuto sopra.

    Se c’è un “serio potere persuasivo capace di tradursi infine in un sovvertimento sociale”, la cosa migliore è fermare il “tradursi”.

    Colpire l’assertore non è solo discutibile moralmente, ma è strumentalmente spropositato e non garantisce effetti controllabili.

    Ne verrà fuori un martire o torbidi di piazza, come mostra l’attentato a Togliatti.

    Se poi tutto degenera, giù col tirannicidio.

    Però calmi ragazzi: non intendevo essere preso troppo alla lettera parlando di parole-pistolettata.

    Ci sono discorsi folli e incendiari, ma mentre un oratore coraggioso avrebbe fermato quello stronzo di Saint-Just, verborum cum licentia, alla Convention Nationale, solo un supereroe da fumetto placca le pallottole della P38.

  18. @eno:

    I problemi ammettono una soluzione.
    Trovo davvero strano che la ricerca delle “buone idee” possa essere risolta a priori.

    E infatti io non penso a una soluzione “a priori” applicabile a tutti i casi. E non penso neppure ai gendarmi che correggono con la matita rossa ogni espressione di idee (concordo sul fatto che le istituzioni comuni dovrebbero regolare lo scontro di opinini diverse, non imporne una).
    Mi chiedo “solo” se non sarebbe meglio “bandire” alcune idee particolarmente idiote.

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