La ricerca della verità

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 6 mesi 20 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Nel 1302 Enrico Scrovegni fece costruire una cappella a ridosso del suo palazzo di famiglia, a Padova.
Pare che lo scopo del ricco patavino fosse quello di rimediare alla cattiva fama del padre, noto usuraio. Se così è stato, fu ottima la scelta di affidare l’incarico di affrescare l’interno della chiesa a Giotto: settecento anni dopo il nome degli Scrovegni è associato agli affreschi nella cappella, non certo ai trascorsi del poco illustre genitore di Enrico.

Gli affreschi sono in effetti uno dei capolavori del pittore fiorentino, e presentano molti degli aspetti innovativi della sua arte. Con Giotto, ancora più che con il suo maestro Cimabue, si iniziano ad abbandonare gli schemi bizantini, introducendo una nuova spazialità.
Innanzitutto con l’impiego della prospettiva e delle ombre (la scena della cacciata di Gioacchino dal tempio ne è un bellissimo esempio). Ma vi è anche un altro elemento spesso trascurato: la posizione dei personaggi.

Giotto, Ultima Cena, Cappella degli Scrovegni, PadovaUn chiaro esempio di questa piccola rivoluzione è dato dall’ultima cena. Giotto non esita a raffigurare i commensali nell’unico modo razionale con cui tredici persone effettivamente si disporrebbero a tavola, ossia utilizzando entrambi i lati della stessa. Così facendo, ovviamente, alcuni apostoli volgono le spalle all’osservatore: una scelta prima impensabile, e poco utilizzata anche dopo.
Le scene che rappresentano il compianto di Cristo morto e il bacio di Giuda presentano un altro aspetto non meno rivoluzionario della nascente spazialità rinascimentale: il corpo di Cristo, elemento centrale, è in parte coperto (da una persona nel primo caso, dal mantello di Giuda nel secondo), è cioè in parte invisibile all’osservatore.

Giotto, Bacio di Giuda, Cappella degli Scrovegni, PadovaUna raffigurazione di tipo simbolico, incentrata sul significato, come di fatto è quella di impostazione bizantina, non potrebbe mai coprire il personaggio principale e non potrebbe mai ritrarre qualche personaggio di spalle. Giotto inizia a raffigurare una scena, non più un concetto. Semplificando, si potrebbe dire che la domanda di partenza non è più “Come raffigurare il dolore per la morte di Cristo?” bensì “Cosa vedrebbe una persona presente al momento del compianto?”.

È il riconoscimento della soggettività: non si vuole più trasmettere un messaggio, dare corpo visibile all’idea, ma mostrare un evento, dare risalto all’esperienza umana. L’osservatore è anche uno spettatore.
Insieme al riconoscimento della soggettività c’è l’eclissamento dell’osservatore: chi guarda il dipinto è come se guardasse la scena rappresentata. Una falsa soggettività, quindi, dal momento che presuppone uno sguardo oggettivo.
Il punto di vista, l’occhio dell’osservatore era del tutto assente, ma con Giotto è solo suggerito: considerato ma di fatto estromesso dalla scena.
Perché il punto di vista diventi oggetto della scena raffigurata bisognerà aspettare il 1656, quando Diego Velazquez dipingerà Las Meninas, ma questa è un’altra storia (raccontata da Michel Foucault).

3 pensieri su “La ricerca della verità

  1. vorrei chiedere s è possibile capire perchè nella crocefissione, sempre nelle tre storie di Cristo , nella parte dove ci sono gli ebrei c’è un santo con l’aureola .. potee dirmelo ?

  2. Credo si tratti del Centurione che, a differenza degli altri, riconosce che Gesù è il Figlio di Dio. Analogamente a Giuda che, in mezzo al gruppo degli apostoli, tradisce Gesù.

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