Intellettuali in grado di capire i significati e gli obiettivi della scienza

closeQuesto articolo è stato pubblicato 5 anni 1 mese 21 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.
Io amo la scienza (PaulSizer)
Io amo la scienza (PaulSizer)

Il Canton Ticino sta discutendo l’adozione di una Legge sul sostegno alla cultura.1
Lo scopo della legge è quello di “promuovere e sostenere la vita culturale e la progettualità artistica in Ticino, nonché la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio collettivo, materiale e immateriale”, come si legge nel primo capoverso dell’articolo 2 della legge.
Più interessante il secondo capoverso (enfasi mie):

Essa si riferisce segnatamente alle scienze umane, alle arti plastiche, alle arti visive e alle arti applicate, alla musica e all’insegnamento musicale, alle arti sceniche, alle opere multimediali, alla cultura popolare nelle sue svariate manifestazioni, così come alla cultura scientifica e in particolare al rapporto fra scienza e società.

Il riferimento alla “cultura scientifica” – espressione che nell’introduzione a questa giornata avevo definito un ossimoro – è oggetto di quasi metà del commento all’articolo (ancora enfasi mie):

In particolare va però posto in rilievo il riferimento alla scienza che consente di attirare l’attenzione sul rapporto fra la cosiddetta cultura umanistica e la cultura scientifica e allo stesso tempo sull’esigenza della comunicabilità fra le due culture per assecondare la nascita di nuove figure di intellettuali con una cultura umanistica consolidata ma allo stesso tempo in grado di capire i significati e gli obiettivi della scienza. Con ciò si pone fine all’emarginazione culturale della scienza e si propone un’idea di unitarietà del sapere che prefigura un “nuovo intellettuale” capace di inserire la riflessione a livello interdisciplinare.
Nella dichiarazione dell’UNESCO che ha ispirato la nostra definizione si precisa infatti che “lo sviluppo globale della società esige delle politiche complementari nell’ambito della cultura, dell’educazione, della scienza e della comunicazione, con lo scopo di stabilire un equilibrio armonioso tra il progresso tecnico e l’elevazione intellettuale e morale dell’umanità”.

Qui probabilmente c’è lo zampino di Sandro Rusconi, già professore di biochimica all’Università di Friburgo e attuale direttore della Divisione della cultura e degli studi universitari del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

A me sembrano bellissime parole, soprattutto le parti sulla necessità di comunicazione tra le due culture e sul porre fine all’emarginazione culturale della scienza.
Non resta che sperare che questo capoverso non venga stravolto prima dell’approvazione definitiva – e soprattutto che da queste belle parole nascano belle e valide iniziative.

  1. Legge che, visti i precedenti, verrà abbreviata LCul. []

Un pensiero su “Intellettuali in grado di capire i significati e gli obiettivi della scienza

  1. Un esempio lampante di cosa sia la “cultura scientifica” diffusa, lo si ha in alcuni filoni del “romance” divulgativo di modello anglosassone.
    Pensiamo a Chrichton. Mi pigliava argomenti solitamente invisi al grande pubblico nostrano come la genetica, la teoria del caos, l’informatica, la paleontologia e, con grande disinvoltura, li trasformava in romanzi ben scritti, gradevoli e soprattutto avvincenti, ossia di sicuro e ampio successo.
    Non lo so quale sia il substrato della Svizzera, ma quando mai ciò potrebbe accadere in Italia?
    Inoltre, la cosa peggiore del mondo “culturale” italiano è quella di praticare una sorta di ostracismo elitario per ciò che non comprende, non conosce, né in alcun modo vuol fare la fatica per conoscere. Si limita a disprezzare, tacciandolo di prosaicità.
    Quando non intervenga addirittura l’invidia, come accadde nei confronti di Eco per il suo arcimiliardario “Il nome delle rosa”, di chiara configurazione anglosassone – tant’è che il suo successo negli States fu grandioso.
    Il risultato di questo pluriennale atteggiamento è che, i nostri figli, quando scelgono d’intraprendere una facoltà scientifica, novanta volte su cento, se vogliono ottenere riconoscimento e gratificazione anche economica da quello che hanno studiato, se ne devono andare a lavorare altrove.

Lascia un commento