Il dovere dell’opinione

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 5 mesi 18 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Per misteriosi motivi, spesso accade che avere una opinione sia un dovere, una sorta di imperativo sociale. Come se essere privi di una idea precisa e determinata fosse una terribile vergogna, una cosa da confessare solo agli amici più intimi, ovviamente solo se è proprio necessario.

Non si intende qui difendere l’apatia intellettuale, la mancanza di spirito critico. L’uomo pensa, non può non pensare, ed è quinti ovvio che, di fronte a qualsiasi evento, sia esso grande o piccolo, di importanza globale, locale o personale, vengano notate somiglianze con altri eventi, si manifestino quasi da sole osservazioni ed eccezioni, ragionamenti vari su cause, motivi e conseguenze di quell’evento.
Tutte queste opinioni è effettivamente un dovere averle, se si vuole essere sani di mente.
Ma tutte queste sono appunto osservazioni che, per quanto possano essere pertinenti e intelligenti, rimangono solitarie, isolate. L’opinione che spesso si è obbligati ad avere è la opinione, quella definitiva, quasi oracolare, il Verbo.
Un bilancio complessivo, una conoscenza approfondita dei tutti gli aspetti della vicenda: è questo quello che spesso viene domandato, con finta innocenza, con espressioni all’apparenza innocue come “Tu cosa ne pensi di…”, “Tu cosa avresti fatto?”, “Come risolveresti la faccenda?” e così via. Come se tutti quanti fossimo esperti di tutto, come se per dire cose pertinenti importasse solo il buon senso.
Di fronte a situazioni simili, si deve rivendicare il diritto fondamentale di rispondere “Non lo so”. Si potrebbe proseguire “Ho notato questo, e anche quest’altro, e d’altra parte anche quest’altro ancora”, ma sarebbe fiato sprecato: si aspettavano il Verbo, qualsiasi altra cosa li deluderebbe.

Lascia un commento