Il dovere dell’opinione

Per misteriosi motivi, spesso accade che avere una opinione sia un dovere, una sorta di imperativo sociale. Come se essere privi di una idea precisa e determinata fosse una terribile vergogna, una cosa da confessare solo agli amici più intimi, ovviamente solo se è proprio necessario.

Non si intende qui difendere l’apatia intellettuale, la mancanza di spirito critico. L’uomo pensa, non può non pensare, ed è quinti ovvio che, di fronte a qualsiasi evento, sia esso grande o piccolo, di importanza globale, locale o personale, vengano notate somiglianze con altri eventi, si manifestino quasi da sole osservazioni ed eccezioni, ragionamenti vari su cause, motivi e conseguenze di quell’evento.
Tutte queste opinioni è effettivamente un dovere averle, se si vuole essere sani di mente.
Ma tutte queste sono appunto osservazioni che, per quanto possano essere pertinenti e intelligenti, rimangono solitarie, isolate. L’opinione che spesso si è obbligati ad avere è la opinione, quella definitiva, quasi oracolare, il Verbo.
Un bilancio complessivo, una conoscenza approfondita dei tutti gli aspetti della vicenda: è questo quello che spesso viene domandato, con finta innocenza, con espressioni all’apparenza innocue come “Tu cosa ne pensi di…”, “Tu cosa avresti fatto?”, “Come risolveresti la faccenda?” e così via. Come se tutti quanti fossimo esperti di tutto, come se per dire cose pertinenti importasse solo il buon senso.
Di fronte a situazioni simili, si deve rivendicare il diritto fondamentale di rispondere “Non lo so”. Si potrebbe proseguire “Ho notato questo, e anche quest’altro, e d’altra parte anche quest’altro ancora”, ma sarebbe fiato sprecato: si aspettavano il Verbo, qualsiasi altra cosa li deluderebbe.

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