Herzog il relativista

closeQuesto articolo è stato pubblicato 5 anni 1 mese 10 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Al Festival del film Locarno ho visto due dei quattro episodi di Death Row II, la serie di quattro documentari su altrettanti condannati a morte negli Stati Uniti realizzata del regista tedesco Werner Herzog.

L'intervista a Blaine Milam
L’intervista a Blaine Milam

Ogni documentario inizia in una maniera che ho trovato molto forte: la voce fuori campo di Herzog che afferma di essere negli Stati Uniti come ospite e, in quanto tale, di rispettare le loro scelte in fatto di pena capitale, di rispettarle ma, visto il suo diverso bagaglio culturale, di essere in profondo disaccordo.

Dopo la proiezione dei due episodi, Werner Herzog è salito sul palco e, rispondendo alle domande del pubblico, ha ribadito il concetto, iniziando dalla ferma condanna della pena di morte: nessun essere umano, per quanto efferato e terribile possa essere il suo crimine, merita di morire. Un’affermazione che si ricollega a quanto affermato, in uno dei due documentari, da un procuratore pubblico,: chi commette simili atrocità non appartiene alla razza umana1 e quindi l’umanità ha tutto il diritto di cancellarlo, di rimuoverlo con la forza.
Ciononostante, Herzog ha sottolineato come lui possa esprimere questa condanna perché ha un determinato bagaglio culturale, perché è cresciuto in una determinata cultura, nel suo caso quella tedesca particolarmente attenta, dopo il nazismo, al tema dello Stato che decide chi può vivere e chi no. Ma lui, come tedesco, non è nella condizione di insegnare nulla che agli americani, ai cinesi o i cittadini delle altre nazioni che prevedono la pena di morte.

Werner Herzog si è rivelato essere un relativista che rispetta le tradizioni e le usanze altrui. Tuttavia è un relativista che non resta in silenzio.

  1. Sì, ha parlato proprio di human race. []

10 pensieri su “Herzog il relativista

  1. Più che di rispetto, direi che si tratta di tolleranza. Se Herzog condanna la pratica della pena di morte, non si può dire che rispetti chi la applica, ma soltanto che lo tollera. O no?

  2. È lui che, proprio nella breve introduzione ai filmati, parla di rispetto.
    Forse sbaglio io a parlare di condanna, perché se è vero che dice espressamente che per lui è sbagliato condannare a morte una persona, non dice mai “siete dei barbari che sbagliate”, ma solo “non sono d’accordo con quello fate”.

  3. “nessun essere umano, per quanto efferato e terribile possa essere il suo crimine, merita di morire”

    Io invece ritengo che nessun essere umano, per quanto efferato e terribile possa essere il suo crimine, meriti di farsi 30 o più anni rinchiuso in una galera. Molto meglio morire. O no?
    A volte la nostra pietà causa assai maggior sofferenza che la crudeltà.

  4. @Ivo: Herzog, regista tedesco ospite negli USA al quale viene dato libero accesso a fascicoli dei detenuti condannati a morte in Texas e Florida, di intervistare i detenuti da lui selezionati, ecc.ecc…
    Grazie a questo ha potuto fare il suo bel documentario a puntate.
    Credi veramente che possa dire “siete dei barbari che sbagliate” o magari qualcosina di peggio?
    Forse ma forse si sarebbe giocato qualsiasi possibilità di proseguire e terminare questo lavoro e di poterne fare altri?

    @Lector: ma se l’obiettivo della massima pena (sia quella di morte o dell’ergastolo) è punire nel “peggiore modo possibile” un individuo considerato non recuperabile… allora meglio rinchiuderlo, magari 30 anni, ma senza la possibilità di semilibertà dopo i 20 (Italia) o dopo 15 (Svizzera)?

  5. @–>Catta

    Le teorie sono molte, tuttavia, da neo contrattualista, seppure “sui generis”, ritengo che l’obiettivo iniziale fosse quello di sottrarre il reo alla vendetta privata, per sottoporlo a quella pubblica, impedendo così le continue ordalìe che turbavano l’odine pubblico e l’autorità dei potenti.
    Oggi, l’obiettivo della pena non dovrebbe essere quello di punire (“chi sono io per giudicare”, Francesco papa), bensì più semplicemente quello di impedire la reiterazione del reato e di dissuadere altri dal commetterlo. A ciò si affianca l’obbligo di risarcimento delle eventuali vittime.
    Quel che io contesto, al pari di Herzog, è la legittimazione degli stati sia a togliere la vita che a procurare una tortura insopportabile e infinita, come può esserlo una lunghissima detenzione. Mi chiedevo, nell’intervento precedente, se piuttosto che privare un uomo della sua libertà per 30 e più anni, non sia paradossalmente preferibile ucciderlo.
    Nella Roma,repubblicana, chi commetteva un crimine veniva interdetto “aquae et ignis”, cioè perdeva la cittadinanza e non veniva più protetto dalle istituzioni: “rifiuti la legge? ne subisci le conseguenze”. Alla fine del XVIII secolo, in Inghilterra v’era l’istituto della deportazione in Australia, dove – seppur tra mille tribolazioni – molti detenuti ebbero l’occasione di rifarsi una vita onesta.
    Non ho soluzioni, solo considerazioni.

  6. @catta:
    Su Herzog: Non penso che la contrarietà alla pena di morte possa costituire un problema. Da quel che so, sono abituati a critiche.
    Quanto all’accesso ai fascicoli: per il Texas non è un grosso problema: http://tdcj.state.tx.us/death_row/index.html

    Sulla pena: I detenuti irrecuperabili finiscono in un istituto di cura, assumendo che una persona non ricuperabile sia malata.

  7. @Ivo: stando al racconto di Herzog, ha avuto accesso alla documentazione completa investigativa/processuale

  8. @catta: Non so quanto completa, comunque come si desume dal link del commento precedente, coerentemente con la funzione dissuasiva della pena di morte, le autorità credono molto alla trasparenza.

  9. 1. “trasparenza”: io ho trovato un elenco di nomi, date ed un misero riassunto del caso…

    Herzog in un’intervista diceva che i casi li aveva scelti in funzione della particolarità del movente.
    Escludendo ad esempio le uccisioni durante le rapine in quanto il motivo del gesto era chiaro e “razionale”…
    Cercava casi che potessero andare nel profondo dell’essere umano.. ma nel sito non vengono date queste informazioni.
    Inoltre la possibilità di accedere ai dati delle investigazioni.. per poi intervistare detective, poliziotti coinvolti nelle indagini… e visitare i luoghi.
    L’avversità di Herzog alla pena di morte mi pare molto molto pacata o comunque non vuole esser “di denuncia”.

    2. funzione dissuasiva.
    Era il 2000, ed il NewYorkTmes pubblicava un’interessantissimo articolo ricco di statistiche

    http://www.nytimes.com/2000/09/22/us/absence-executions-special-report-states-with-no-death-penalty-share-lower.html?pagewanted=all&src=pm

    un esempio tra i molti:
    ” the homicide rate in West Virginia is 30 percent below that of Virginia, which has one of the highest execution rates in the country”

    Effetto dissuasivo nullo.
    Anzi.. stando alle statistiche si potrebbe pensare il contrario.

    Direi che più che altro chi commette degli omicidi non lo fa pensando:
    *dai che tanto se mi beccano poi mi faccio solo 25 anni* oppure
    *speriamo che non mi prendono altrimenti finisco nel braccio della morte*
    (in funzione della legislazione dello Stato)

  10. @catta: durante la presentazione Herzog, rispondendo a una domanda simile, ha specificato di aver avuto accesso a informazioni disponibili a qualsiasi giornalista o regista interessato.
    Sulla questione della dissuasione: non ho detto che la pena di morta ha effettivamente un effetto dissuasivo, ma solo che la dissuasione è uno degli argomenti a favore del mantenimento o dell’introduzione della pena di morte.

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