Guerra dei sessi

closeQuesto articolo è stato pubblicato 7 anni 10 mesi 8 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Quattro dei sette membri del Consiglio federale, il governo elvetico, sono donne.
Secondo alcuni, e trascurando alcuni aspetti non proprio marginali come le retribuzioni, la parità è stata raggiunta.

E proprio partendo dalla parità tra i sessi, o almeno dalla diversa situazione sociale, i giovani del Partito popolare democratico (Ppd) hanno avuto l’idea di proporre il servizio militare obbligatorio anche per le donne.

La proposta è, secondo me, una stronzata — non una stronzata galattica, ma comunque una stronzata di discrete dimensioni.
Se proprio si vuole aggiornare l’esercito al nuovo contesto sociale, basterebbe prendere davvero atto che l’armata rossa non valicherà la cortina di ferro per invadere i paesi capitalisti; per respingere le camicie verdi a Chiasso basta chiedere loro dove metteranno i fondi neri dopo l’annessione del Ticino (in alternativa si può parlare loro di cultura: scapperanno a gambe levate); i pericoli che minacciano davvero la popolazione vanno affrontati da una struttura che con l’esercito ha poco a che fare.

Le reazioni alla proposta, curiosamente, smentiscono proprio l’assunto iniziale sulla raggiunta parità tra i sessi.
Queste le dichiarazioni di Marianne Binder, portavoce dei “non-giovani” del Ppd:

La crescita ed educazione dei figli è un impegno sufficientemente importante da compensare il mancato obbligo di servire per le donne.

Le donne crescono ed educano i figli: è questo il loro compito, la loro funzione: come servizio allo Stato è più che sufficiente.
Non ho capito perché non introdurre l’obbligo alle sole zitelle, donne evidentemente non complete.
Gli uomini, per esclusione, non possono, o non sanno, crescere ed educare i figli, quindi è meglio se vanno a imparate come usare un fucile.

8 pensieri su “Guerra dei sessi

  1. di più: se le donne hanno il monopolio dell’educazione dei figli, gli uomini vengono esclusi da questo impegno. così vengono discriminati quelli che lo vogliono fare, e vengono giustificati quelli che invece sono ancora primitivi (donna cura figli e fa mangiare o do clava in testa). inoltre, se le donne educano i figli, a cosa servono le scuole, i libri, la cultura in genere?

  2. Premetto che trovo confuse e soprattutto inutili le guerre contro il wozu, gli orologiai cosmici, le finalità nelle cose e i compiti individuali.

    Forse hanno un senso nel mondo inanimato (e pure lì ho riserve) mentre sono quasi buffe nella realtà sociale e nel mondo animato, mosso da finalità individuali e coscienti, principi, fini e valori radicati nella società e un nesso ineliminabile, anche se mutevole, tra condizione fisica e ruolo personale e sociale.

    Forse in una direzione d’emancipazione, è bene e giusto criticare l’idea che la nascita segni la persona con un compito imperativo ed immodificabile.

    Però qui non capisco davvero cosa c’entri tutto questo.

    Magari sono io poco addentro in cose elvetiche, ma il ragionamento mi pare linearissimo.

    Prevalentemente gli uomini trascurano meno la vita lavorativa per la famiglia, tant’è che usano poco i congedi parentali e le disposizioni in merito restano lettera morta. Prevalentemente le donne, da noi, non si dedicano a mestieri pesanti.

    Prevalentemente, qui e ora, le cose vanno in questo modo.
    Poiché uno stato governa una società reale, e non l’idealtipo sognato nelle notti di qualche ideologo, perché non dovrebbe tener conto di questo “prevalentemente”?

    Sono d’accordo che la leva obbligatoria è una scemenza obsoleta (prevalentemente e qui in europa centrale).

    Fintantoché però essa rimane, lo stato può ben presumere che tutti cittadini maschi debbano assolvere all’obbligo, a meno che non si dichiarino contrari o siano inidonei.

    Allo stesso tempo lo stato stabilisce che il diritto d’accesso alla leva militare resta anche per i cittadini donna, magari con incentivi e facilitazioni, ma senza alcun obbligo e senza alcuna presunzione d’idoneità.

    E’ un fatto che molte donne sono oberate di incombenze e di compiti difficilmente conciliabili. Sottolineo: FATTO, non legge di natura o prescrizione.

    Nondimeno le società proprio con i fatti trattano.

    Lo stato già fatica a trovare misure sulle pari opportunità, a imporre ai datori di lavoro condizioni eque per le donne madri, a lottare contro imprese e perfino società partecipate che cercano di svicolare dagli obblighi in merito.
    Lo stato non riesce a garantire a molte donne di fare quello che vogliono e non quello che è tacitamente imposto dalla “società”.
    Perché dovrebbe dovrebbe essere pure così carogna da complicare la vita alle donne con un’imposizione in più?

  3. Eno:
    Come dici tu, in generale le leggi cercano di promuovere l’uguaglianza, ma devono tenere conto che viviamo in un mondo dove le condizioni di partenza sono ineguali. Se una categoria (le donne) e’ nei fatti discriminata, si possono introdurre norme come l’esenzione dalla leva o la cosiddetta “affirmative action” (quote rosa) che trattano uomini e donne in modo diverso, per riportarli in pari.

    Queste leggi in teoria dovrebbero accompagnare un processo di emancipazione, togliere barriere iniziali e pregiudizi, ed esaurire col tempo la loro funzione. Nessuno si augura che le quote rosa debbano rimanere li’ per sempre. Quando il processo di emancipazione e’ ormai avviato, ad un certo punto diventano controproducenti, perche’ rafforzano lo stereotipo (“e’ giusto che la donna si sbatta di piu’ per la famiglia, ehi, dopotutto mica perde tempo con il militare”).

    Quindi secondo me il punto e’: nel caso della condizione femminile, siamo o non siamo arrivati al momento in cui questo tipo di leggi e’ superato?
    Tu sembri dire di no. Io credo (spero) che ci siamo vicini.

  4. @lector: In effetti, tremo all’idea di cosa potrebbe scrivere Claudio Risé delle donne con il fucile.

    @alex: Non a caso i padri che si occupano dei figli nei titoli dei giornali finiscono identificati con il nome di “mammi”…

    @eno: Sì, le leggi non vivono nel vuoto pneumatico o nelle utopie dei filosofi, ma nelle società reali e con queste fanno i conti. Ma le leggi hanno l’ambizione di regolare e modificare questa società; un po’ di utopia c’è.
    Argomentare che la leva obbligatoria per le donne adesso non ha senso perché nella nostra società le donne hanno un carico maggiore di lavoro casalingo difficilmente compensabile è un conto. Un altro è dire “le donne devono occuparsi dei figli”.
    Devo dire che ho scritto questo post pensando a un commento ascoltato alla radio – commento che poi non sono più riuscito a ricuperare ripiegando sulla dichiarazione citata nel post, effettivamente meno categorica.

    @tomate: Arcaico? Guarda che la Svizzera è all’avanguardia. Per dire: i manifesti razzisti contro i frontalieri rappresentati come ratti sono subito stati copiati in veneto! Se non si chiama superiorità questa…

  5. Vorrei replicare: “Morte all’utopia!”
    Ma credo che l’entusiasmo suonerebbe un po’ utopico.

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