Di Allevi e codici medievali

closeQuesto articolo è stato pubblicato 8 anni 7 mesi 24 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Lo scorso 10 gennaio il musicologo Carlo Piccardi ha scritto un lungo e interessante articolo per laRegione Ticino dedicato a Giovanni Allevi e al mondo della musica in generale (l’articolo non è disponibile online – sperando di non infrangere troppe leggi sul diritto d’autore, lo rendo disponibile in formato pdf: Allarme Allevi).

L’analisi è convincente, nonostante una velata misoginia e un attacco al relativismo del quale, francamente, mi sfugge il senso. Il centro dell’argomentazione mi sembra essere questa frase:

Dal punto di vista estetico la pratica di Allevi rappresenta un surrogato che spaccia per  “musica classica” un prodotto concepito come scorciatoia predisposta per coloro che pretendono di accedervi senza darsi la pena di sobbarcarsi l’acquisizione delle nozioni storico estetiche necessarie a penetrarne i significati e i valori.

Le scorciatoie non esistono:  occorre faticare, “sobbarcarsi l’acquisizione” di nozioni (e di pratiche). Tesi condivisibile, e che certo non vale soltanto per la musica: direi anzi che tutte le attività umane richiedono un certo sforzo.
Senza sforzo ci si deve accontentare di un semplice surrogato, una pallida imitazione. Il che può anche andare bene: basta saperlo e non illudersi.

Una delle accuse che ciclicamente viene mossa a internet è che agevolerebbe, o addirittura imporrebbe, questa illusione: tutto il sapere a portata di mano senza sforzo, l’onniscienza a portata di mouse.
Il senso di questa critica mi è sempre sfuggito o, per essere più precisi, mi è sempre sfuggito il perché questa sarebbe una critica a internet e non alla avventatezza (per non dire stupidità) delle persone.

L’università di Friborgo ha reso disponibile e-codices, la biblioteca virtuale dei manoscritti conservati in Svizzera.
Questa è la (meravigliosa) prima pagina della Commedia di Dante (manoscritto della fine del XIV secolo):

Dante, Commedia

Io credo che questa immagine, e in generale l’intera biblioteca, più che l’illusione dell’onniscienza provochi la certezza dell’ignoranza: internet, in questo caso, diventa la finestra dalla quale ammirare l’immensità della conoscenza e sentirsi piccoli e insignificanti.

6 pensieri su “Di Allevi e codici medievali

  1. Mi hai fatto venire in mente quel bellissimo saggio di Baricco: “I barbari”.
    Baricco sostiene che alla modalità di acquisizione del sapere ereditata dal romanticismo, che prevede lo studio in profondità finalizzato al raggiungimento di un “vero senso” delle cose, si sta sostituendo la modalità “barbara” del surfing in superfice. Ciò non sarebbe casuale ma conseguenza dell’eccesso di informazioni che ci piove addosso, tale che per i “barbari”, studiare in profondità un singolo argomento implica rinunciare a tutti gli altri.
    Per questo motivo Allevi et similia avrebbero successo: perché ti consentono un velocissimo approccio alla cultura, un po’ di jazz, un po’ di classica, un po’ di minimalismo americano, qualche citazione di Heidegger.
    Allevi è una guida turistica vestito da Indiana Jones che ti spiega qualcosa delle piramidi senza importi lo studio dei geroglifici.
    Secondo me non fa male a nessuno. E comunque, cristobolo, Berio e Sciarrino. Hai voglia studiare e approfondire, capire etc.

  2. Bo’. Ci ho provato con Alban Berg. Ho ascoltato Berg, ho letto di Berg e ho riascoltato. Nulla. Fastidio, ansia. Le mie orecchie sono fisiologicamente inadatte alla dodecafonia, non la recepiscono come sequenza razionale di suoni.

  3. @Ferrigno: Beh, mica sei obbligato ad ascoltarlo (contrariamente a Allevi, che ti capita di ascoltarlo un po’ ovunque).
    Comunque, se ricordo bene alcune conferenze di psicoacustica, tutti sono fisiologicamente inadatti alla dodecafonia.

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