Vuoto a rendere

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 3 mesi 13 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Il senatore Gaetano Quagliariello ha presentato una mozione per denunciare la grave invasione di campo che i giudici della Corte d’Appello di Milano avrebbero commesso a proposito del caso Eluana Englaro.
Al di là del contenuto della sentenza, che stabilisce la sospensione dei trattamenti di alimentazione e idratazione artificiali, i giudici avrebbero invaso la «sfera di poteri attribuiti costituzionalmente agli organi del potere legislativo».

Contrariamente al senatore Quagliarello, non ho una laurea in scienze politiche, e neppure in Giurisprudenza, per cui non mi pronuncio sul contenuto della mozione, pubblicato sul sito de L’Occidentale.
Una affermazione, però, ha attratto la mia curiosità:

la semplice constatazione di un ipotetico vuoto legislativo non rende in alcun modo legittima la violazione della netta separazione fra legislazione e giurisdizione, se non altro perché, come potrebbe ritenersi nel caso in esame, la mancanza di una disciplina legislativa specifica potrebbe essere il frutto di una scelta consapevole del Parlamento, il quale non ha sino ad oggi ritenuto opportuno intervenire per disciplinare fattispecie del tipo di quella oggetto della sentenza, le quali dovranno essere giudicate alla stregua delle leggi vigenti.

Se ho capito bene, in questo passaggio si afferma che il parlamento potrebbe lasciare consapevolmente un vuoto legislativo allo scopo di applicare le leggi vigenti. Il mio dubbio è il seguente: ma se è un vuoto legislativo vuol dire che le leggi vigenti non si possono applicare, perché se si potessero applicare, non sarebbe un vuoto legislativo!

Infine, una breve osservazione sul titolo che L’Occidentale ha scelto per presentare il testo della mozione:

Pdl: “Sulla vita e la morte non possono decidere i tribunali”

Questo titolo è, semplicemente, terribile in quanto lascia intendere che sulla vita e la morte possa decidere il parlamento.

15 pensieri su “Vuoto a rendere

  1. Non ti seguo del tutto.

    Il senatore dice che i giudici hanno individuato una nuova fattispecie per il caso Englaro che il parlamento non aveva stabilito.
    Però nel medesimo caso possiamo riconoscere fattispecie già esistenti, per cui il vuoto non c’è e la legge può applicarsi.
    Mi pare abbastanza chiaro… o rettifico io il senatore al di là delle sue parole?

    Per il titolo, ugualmente, non colgo l’errore.
    Come prima cosa riassume dignitosamente il contenuto.
    E poi, che cosa dice articolo + titolo? I tribunali non dovrebbero decidere di vita e morte e la normazione a riguardo la decide il parlamento.
    Non comporta che il parlamento debba decidere lui sulla vita.
    Può decidere di delegare a commissioni bioetiche ospedaliere, ai testamenti biologici, alla famiglia assistita da un giurista e un medico.

    Se posso dire una cosa sul merito, mi stupisce che molti parlino di vita e di morte, e non si limitino al trattamento medico.
    Non c’era da decidere se quella era una vita degna o indegna d’essere vissuta. Si tratta di vedere se quello era un trattamento medico indegno da essere affrontato e, nel caso, da sospendere anche a rischio della vita.

    ciao!

  2. @eno: Se la tua interpretazione è corretta, si ha a che fare con un “semplice” errore dei giudici, non con un conflitto tra poteri, e non si chiama in causa la Corte costituzionale per un errore.

    Per quanto riguarda il titolo: come hai detto tu, non è questione di vita o morte, ma di trattamenti medici, e già questo rende il titolo non adatto.
    Il succo della mozione è: i giudici hanno preso decisioni che spettano al parlamento. Se a questo ci aggiungi il titolo “sulla vita e la morte non possono decidere i tribunali”, la conclusione che sulla vita e la morte debba decidere il parlamento mi para abbastanza scontata.
    Non penso proprio che queste siano le intenzioni di Quagliariello o de l’Occidentale, è solo un effetto indesiderato di un titolo, temo, affrettato.

  3. @Alex: Giusto per ricollegarmi a questo segnalato da Anna Meldolesi (e ripreso brevemente qui), penso che degno e indegno non siano termini adatti. La distinzione tra cure ordinarie e straordinarie è forse più adatta.
    Quanto agli animali, se ne potrebbero dire, di cose! (ho giusto letto oggi di un professore di filosofia che si è scagliato contro i cani per ciechi, paragonati ai neri ridotti in schiavitù).

  4. ( Se mai un giudice introduce una fattispecie non prevista dalla legge, credo- ma non sono sicuro- che si arroghi prerogative parlamentari. )

    No, insisto su degno o indegno, e con “trattamento medico” intendo l’atto del curare, non il tipo di cura e gli effetti sull’organismo.

    Ricordo la lettera di Welby: diceva di come si sentisse una cosa maneggiata dai medici, e sempre meno un malato.
    Questa percezione accompagna qualsiasi visita medica o ricovero: essere sotto lo sguardo di specialisti, non come persona, ma come oggetto di osservazione.
    Nessuno in condizioni ordinarie, per strada o a casa, accetterebbe di essere vagliato così, e la cosa peggiora quando il medico deve mettere le mani addosso o operare.

    Ciò è tollerabile per brevi periodi e sotto certe prospettive: nella previsione di un miglioramento o di una guarigione, accettiamo di essere reificati e di essere solo un corpo vivente sotto stetoscopio.
    Tanto, poi acquisiremo di nuovo la salute o troveremo un equilibrio con l’infermità.

    Ma se la medicalizzazione è perpetua e senza fine ulteriore- come una volta nei manicomi – e se la degradazione a organismo da nutrire è insuperabile, mi posso chiedere se è decoroso imporre questa infinita reificazione.
    E mi chiedo pure se non è meglio ridurre le cure, anche a rischio della vita e della “qualità” della salute.

    Ma non dico nulla di nuovo.
    So – per divulgazione, non per lettura – che queste valutazioni sociologiche le usava Erving Goffman, e poi Franco Basaglia per gli internamenti nei manicomi.

  5. @eno: (credo che una fattispecie non vengano introdotte, ma constatate: c’è questo mero fatto non previsto, che facciamo? Ma qui ci vorrebbe un giurista, ed è meglio chiudere prima di dire troppe cavolate.)

    Quello che dici sui trattamenti medici mi trova perfettamente d’accordo. È un discorso sensato che mi piacerebbe molto venisse applicato a me, nel caso accada l’irreparabile.
    Mi chiedo però: tu poni delle condizioni oggettive: medicalizzazione perpetua e senza fine no, per brevi periodi e con certe prospettive sì. E se al soggetto non andasse bene? Se Eluana avesse chiesto di rimanere per sempre attaccata alle macchine perché non si sa mai? O se una persone non volesse un trattamento medico neppure per breve tempo?

  6. le cure mediche sono neutre da un punto di vista valutativo. sono solo una serie di procedure per ristabilire uno stato di salute. la dignità di cui parlate mi sembra più il riflesso della dignità che accordate alla vita: se un paziente ha dignità, allora non è “degno” trattarlo come “cosa” (e siete kantiani).

  7. @Alex: Kantiano a chi? Ma come ti permetti, aristotelico che non sei altro! 😛

    La storia del paziente che è una persona e non una cosa non richiama solo l’imperativo categorico di Kant: anche la fenomenologia (mi dicono) ha lungamente meditato la cosa. La medicina “sbaglia” a trattare il soggetto come un oggetto, da qui il disagio di molti pazienti e alcuni surreali memo interni degli ospedali, nei quali si raccomanda di stringere la mano ai pazienti e di non asciugarsela subito se questi l’hanno sudaticcia (tutto vero).

    Non capisco in che senso le cure mediche sono neutre: per il medico, forse, per me come paziente (o parente di un paziente), no!

  8. @Ivo: Sì, pongo paletti oggettivi, ma tutti imperniati sulla condizione del soggetto- i suoi progetti, la sua provenienza sociale etc.- e sul suo ruolo sociale.
    Così non dobbiamo cadere in discussioni sulla dignità statalizzata della vita, né in dubbi appelli psicologici alla pura sofferenza o ai desideri del soggetto.
    Non dico che sia una prospettiva priva di difetti, ma non l’ho mai sentita finora nei dibattiti pubblici.
    Se il paziente vuole essere curato, amen: si faccia curare ( con che soldi, è un altro discorso ).
    Se il paziente non vuole sottoporsi ad una breve terapia, allora non è un caso estremo. E’ un semplice rifiuto delle cure, già riconosciuto dalla costituzione.

    @Alex: Non mi appello affatto alla dignità che do alla vita, umana o animale che sia.
    La vita è solo la condizione di un essere biologico e non mi interessa.
    La mia proposta è di soffermarci su quel “essere-più-di-un-organismo” detto persona.
    C’è una dignità e un valore della persona, non della vita.
    Ma, secondo una intuizione di K. Wojtyla, la persona è una unità di molteplici funzioni, potenzialità e attività, e non un monolite.
    Aggiungo io: ogni funzione ha il suo bene e il suo male, ognuna la sua dignità.
    Non mi serve avere un idea globale e universale della vita personale per valutarle una per una, puntualmente, come per il malato.

    ciao! 🙂

  9. Strano paese il nostro dove è d’obbligo il consenso informato ma dove, una volta intrapresi in situazioni d’emergenza i trattamenti medici che richiederebbero consenso, non si può esprimere la propria volontà di non proseguirli.Una signora può rifiutare di farsi amputare una gamba pur sapendo che morirà e giustamente invoca l’art. 32 della nostra Costituzione mentre una persona non può rinunciare ad un trattamento già iniziato senza il consenso suo o di chi può darlo.
    Troppe influenze dell’autorità religiosa e di tanti bigotti hanno bloccato il naturale percorso di quel corpo troppo manipolato e stravolto da mani estranee. E ricordiamo che, solo in Lombardia, ci sono altri CINQUECENTO casi Englaro..
    http://noirpink.blogspot.com/2008/07/attualit-eluana-e-la-vita-come-libert.html

  10. @eno: Mi sento insolitamente d’accordo con quello che hai scritto… la cosa è strana: si vede che non ci ho riflettuto bene 😉

    @Galatea: Non so se sia questo il suo desiderio. Penso che per lui non ci debba essere scelta, ma obbligo “morale” per tutti.

    @NoirPink: Mi ricordo il caso della signora che si era rifiutata di amputarsi la gamba… anche quella aveva destato un certo scalpore.

  11. una persona è più della sua vita? agli animali si può accordare lo status di persona? cosa qualifica come persone? la dignità? ma allora siamo circolari e io comincio a urlare “petizione di principio!” come se fosse l’allarme per l’arrivo degli zeppelin su londra 🙂

    la medicina è neutra, è solo un mezzo per ristabilire la salute (che è il fine di tutti). si valuta la salute (buona o cattiva), la medicina si valuta solo in riferimento alla salute (la buona medicina è quella che svogle il suo compito di ridare una buona salute). in quuesto senso non credo ci siano cure indegne, tutte le cure che fanno guarire (o che infine ci evitano sofferenze inutili) vanno bene.

  12. @Alex: Io è un bel po’ che dico che “persona” è un termine sociale, quasi giuridico che riguarda i rapporti interpersonali (e gli animali, almeno alcuni di essi, non sono persone). Nessun discorso di dignità, anche se una certa circolarità c’è (persona è un termine interpersonale).

  13. @Alex: Sapere cos’è “persona” la trovo una questione lessicografica e di scarso interesse.

    Rilevo invece alcune caratteristiche nel mondo, che costituiscono una unità.
    Solo poi do un nome.

    Scheler procedeva -per semplificare- così, senza circolarità:

    -Alcune facoltà, dette geistig, possiamo analizzarle nella loro struttura a prescindere dal fondamento biologico.
    Sono per lo più attività della coscienza.
    Vedere, provare sentimenti ed emozioni, comprendere, riflettere, etc.
    P.e., pentirsi implica la memoria di un fatto e la percezione di una responsabilità per esso: non dipende da una scoperta empirica.
    -Alcune facoltà implicano la percezione d’essere un ente fisico che le supporta: autocoscienza.
    P.e. conoscere comporta la nozione di mondo oggettivo e d’una propria esistenza.
    -Questi esseri inoltre si muovono per il mondo non solo consci di esserne parte, ma sentendosi responsabili di sé stessi.
    -Quindi facoltà e supporto sono legate in un tutt’uno.

    Questa è persona, senza riferimenti ad esseri umani o alla dignità.
    ( Scheler non era così legnoso nell’esposizione )
    Poi:

    -Le cose del mondo non hanno un particolare diritto a esistere.
    Sono prive di un fine proprio: se decido di rompere un legno o di considerarlo una leva, posso materialmente farlo.
    Io impongo il suo valore, e aristotelicamente il fuscello non è kath’autò, per sé.
    -Le persone sono enti fisici che supportano quei processi geistig.
    -Io posso decidere che una persona sia uno schiavo o un fermaporte.
    -Però non posso fabbricare liberamente la sua coscienza.
    Posso convincerlo a ricordare cose mai accadute, ma non costringerlo a pentirsi di cose mai ricordate.
    Sono in grado di ingannarlo, ma non evitare che un giorno, forse, scopra tutto e dica: “Sono stato ingannato”.
    -La sua vita geistig ha una legalità e una autonomia propria: è kath’autò, per sé.
    Questa legalità è il valore detto dignità.

    Oh, anche un opera d’arte, un lombrico e un utensile hanno un loro valore e non sono ciottoli di fiume.
    Ma è altra cosa.

    ciao, Eno

Lascia un commento