Strani giorni

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 7 mesi 4 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Intorno al 1830, Arthur Schopenhauer scrisse alcune osservazioni sulla dialettica. Il testo, pubblicato solo dopo la morte del filosofo, venne tradotto in italiano nel 1991 da Adelphi con il titolo di L’arte di ottenere ragione.

Il significato del titolo, anche se postumo, non è da sottovalutare: per un contemporaneo di Hegel la dialettica non è e non può essere semplicemente arte di discutere e di ottenere ragione. Schopenhauer introduce una distinzione, adesso ovvia e pacifica, tra avere ragione e ottenere ragione. Si può essere nel giusto senza che il pubblico se ne accorga, e si può avere torto nonostante l’approvazione dell’uditorio.

Il titolo specifica che, quella di ottenere ragione, è un’arte. Non una mera tecnica, una abilità qualsiasi, ma una arte che richiede maestria e allenamento. Purtroppo, nel leggere certi testi e commenti, si ha l’impressione che questa arte sia oramai ridotta al semplice meccanismo di insultare l’avversario. Strani giorni.

5 pensieri su “Strani giorni

  1. Sì, ma Schopenhauer scrive anche di rendersi conto di come quei suoi insegnamenti siano potenzialmente immorali. Mi pare un’opportuna precisazione. D’altro canto, lui stesso uscì malconcio dal pubblico confronto con Hegel ai tempi della cattedra e ciò che scrisse contro il “Calibano intellettuale” lo sappiamo tutti: un’infinita serie di insulti (ciarlatano, buffone, testa di legno, pazzo delirante, ecc.). Direi che Schopenhauer stesso è un campione dell’insulto rancoroso. I giorni sono sempre stati solo ed esclusivamente giorni: il progresso è un’ideologia fanciullesca.

    Bernardo

  2. Se la memoria non mi inganna, nel simpatico libercolo Schopenhauer inseriva, tra i mezzi per ottenere ragione, anche l’insulto, quando tutto il resto fallisce.
    Che Schopenhauer come uomo non sia un campione di coerenza e moralità, non è certo una rivelazione, e comunque è in buona compagnia: Russeau abbandonava i figli in orfanotrofio, mentre scriveva l’Emilio.

    Sul progresso: non dovresti essere tu, cristiano fondamentalista, a credere ciecamente nel progresso mentre io, relativista impunito, a non credervi? 😉

  3. Ma io non sono affatto un cristiano fondamentalista: io penso, e pensando mi trovo spesso d’accordo col cristianesimo. Non altrettanto spesso coi cristiani, ma questa è un’altra storia.
    D’altra parte come si può definire fondamentalista religioso uno come me che ha costruito un’etica deontologica sul postulato logico del divino che per definizione non contempla necessariamente l’esistenza di Dio? Gente come Viale, Giorello o Tombolini mi accuserebbero per questo di “svendita” razionalista del cristianesimo. Direbbero una cosa falsa, naturalmente, ma la direbbero di sicuro (e temo che la diranno, quando uscirà il mio nuovo libro).
    Il progresso, se c’è, è nei disegni di Dio. Nulla quindi che l’uomo possa pensare o pensare di scimmiottare.

    Bernardo

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